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A. SERRA
X ASSEMBLEA GENERALE
LE PROSPETTIVE EUGENICHE DELLA RIPRODUZIONE TECNICAMENTE ASSISTITA
LA DIAGNOSI GENETICA PREIMPIANTO
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Documento senza titolo
Una premessa
La prospettiva della «selezione eugenica» si è presentata con tutta la sua forza con il crescere delle conquiste nel campo della Genetica. Il piano esecutivo era stato lanciato al 3° Congresso Internazionale di Genetica Umana dal Nobel Laureate Herman Muller[1] che invitò tutti i circa 2000 partecipanti “a impegnarsi in una forte offensiva per il controllo dell’evoluzione umana”. E ne dava le ragioni: “La cultura moderna, salvando al massimo vita e fertilità, non accompagnata da una pianificazione cosciente che tenga conto degli effetti genetici che ne conseguono, favorisce mutazioni dannose al vigore fisico, all’intelligenza o a predisposizioni sociali.[…] Se si dovesse permettere in modo illimitato l’accumulo di difetti genetici tra noi, come sembra stia accadendo ora, si potrebbe anche giungere a una condizione in cui ciascuna persona potrebbe presentare un immenso e specifico complesso di problemi di diagnosi e cura”. Egli stesso tracciò le direttrici di questa offensiva. La prima, la selezione germinale, avrebbe dovuto condurre alla «produzione» di un soggetto umano della «qualità desiderata»; la seconda, la selezione genotipica, avrebbe implicato, a seguito di una diagnosi precoce in gravidanza, la eliminazione, mediante «aborto» su domanda o imposto, di un soggetto a rischio di manifestare una seria malattia; la terza, la selezione genica, appena i progressi nella conoscenza del genoma umano avessero aperto le strade, avrebbe dovuto portare al miglioramento della specie umana.
Il primo obiettivo, la «produzione di un soggetto umano», è stato in parte raggiunto con la preparazione di embrioni umani in vitro[2]. Gravi problemi tecnici, tuttavia, ancora oggi persistenti dopo 25 anni dalla nascita della prima bambina concepita in vitro, non lasciano prevedere un facile raggiungimento di una data «qualità desiderata», e neppure se sarà possibile.
Il secondo obiettivo, la «selezione genotipica», prosegue con un crescendo vertiginoso senza accenno a un ritorno. Frutto dei grandi progressi scientifici nel campo della citogenetica e della genomica, ha preso ampia diffusione la «Diagnosi Genetica Prenatale» (PND) di sindromi causate da alterazione dell’informazione genetica, osservabili a livello cromosomico (sindromi cromosomiche) o analizzabili a livello molecolare (malattie genetiche monogeniche o polifattoriali). Purtroppo, però, poiché per la massima parte di esse permangono impossibilità o difficoltà di prevenzione o cura, si è sviluppata una forte pressione sociale - diventata ormai un fatto culturale - alla non accettazione della responsabilità di conservare in vita un soggetto dotato di una «qualità di vita» ritenuta non degna della persona umana. Da qui l’orientamento all’«aborto selettivo», diventato ormai prassi legalmente riconosciuta e spesso, raccomandata, estensibile in alcune nazioni anche al terzo mese di gravidanza e persino al parto.
Nel 1990, anno in cui A. H. Handyside[3] e collaboratori pubblicarono la prima nascita di gemelli, il cui sesso era stato identificato su cellule prelevate da embrioni prima dell’impianto,fu introdotta la nuova tecnica di «selezione genetica», indicata come Diagnosi Genetica Preimpianto (PGD). Tecnica, che si è ormai imposta non solo come misura precauzionale nella pratica medica della fecondazione in vitro, ma come effettiva misura eugenica negativa da applicare in tutte le famiglie dove è presente il rischio di avere figli affetti da serie malattie a causa di alterazioni cromosomiche o geniche presenti nei genitori. Dal gennaio 1999 alla fine di agosto 2003 la Medline censiva 578 lavori scientifici in merito, intesi sia al miglioramento della tecnica in se stessa e sia alla valorizzazione della tecnica quale certa garanzia del «figlio sano» attraverso la tecnica della fecondazione in vitro.
Una stimolante, ma riduttiva, visione della situazione attuale di questa nuova tecnologia e del suo futuro era presentata, nel dicembre 2002, da A. Kuliev e Y. Verlinski[4] del Reproductive Genetics Institutedi Chicago, che da anni operano in questo campo. Scrivevano: “Sono stati eseguiti finora oltre 4000 cicli di diagnosi genetica preimpianto (PGD); ciò suggerisce che la PGD non può più essere considerata un’attività di ricerca. Un aspetto attuale importante della PGD è la sua estensione a una varietà di condizioni che non erano state prese in considerazione finora, come l’ indicazione di diagnosi prenatale.[…] La PGD è diventato anche uno strumento utile per il miglioramento dell’efficienza della IVF,evitando il trasferimento di embrioni con anomalie cromosomiche, che rappresentano più della metà degli embrioni ordinariamente trasferiti in soggetti di età avanzata o di debole prognosi.La PGD dà particolare speranza ai portatori di traslocazioni cromosomiche bilanciate, poichè permette una pre-selezione di embrioni normali o bilanciati.[…] La PGD potrà presto essere eseguita per l’esame contemporaneo di alterazioni cromosomichee geniche usando lo stesso globulo polare o blastmero biopsiato. Inoltre i dati disponibili di oltre 3000 embioni trasferitisuggerisce un accettabile tasso di gravidanza e la sicurezza del procedimento, come è dimostrato dalle informazioni disponibili su oltre 500 bambini nati in seguito a trasferimento dopo PGD”.
Di fronte a questo ottimismo, un esame degli aspetti e risultati di questa nuova tecnologia permetterà di valutarla nella sua vera realtà.
La Diagnosi Genetica Pre-impianto (PGD)
La PGD consiste nell’analisi genetica di una o due cellule prelevate dall’embrione al fine di definire l’esistenza o meno di aberrazioni cromosomiche e di mutazioni geniche che, ovviamente, ne impedirebbero lo sviluppo normale.
Ilprotocollo generalepuòessereschematizzatoneiseguentimomenti:1) stimolazione ovarica seguita da aspirazione degli ovociti; loro fertilizzazione in vitro secondo il processo ordinario o per iniezione intracellulare dello spermatozoo (ICSI); messa in coltura;2) a 72 ore dalla fertilizzazione - “il momento migliore per l’uomo”[5] - biopsia embrionale per il prelievo di uno o due blastomeri (dai 7-8) per puntura diretta, o per dissezione meccanica della zona pellucida, o per perforazione chimica della stessa con soluzione Tyrode acida, o per apertura della zona mediante laser; 3) cariotipizzazione o ricerca del gene sospetto; 4) trasferimento inutero di embrioni «sani». Due osservazioni meritano particolare rilievo.
La prima osservazione riguarda il numero delle cellule da prelevare dall’embrione al fine di ottenere una diagnosi attendibile sulla sua normalità e, quindi, sulla sua trasferibilità in utero. Un accurato studio[6] di 188 cicli, in cui erano stati trasferiti in utero soltanto embrioni dai quali erano stati prelevati rispettivamente 1 o 2 o 3 blastomeri e che, in base all’esame,dovevano essere ritenuti«normali», indusse gli autori a consigliare di analizzare 2 cellule in embrioni di 7 o più cellule, in modo da rendere la diagnosi più accurata e sicura. Indicazione confermata dallo sviluppo di un modello matematico elaborato al fine di trovare strategie per aumentare l’accuratezza di questa tecnica[7]. Da questi dati emergerebbe anche che, nonostante la manipolazione che gli embrioni subiscono durante il processo della PGD, i tassi di gravidanza raggiunti appaiono comparabili con quelli che si ottengono nella ordinaria fecondazione in vitro (IVF):i risultati riportati nel lavoro ricordato indicano, infatti, untasso digravidanze iniziate per ciclo del 29,1% (55); un tasso di impianto del 18,6% (35); e un tasso di nascite del 14,2% (27).Tuttavia A. De Vos e A. VanSteirteghem nel concludere il loro lavoro sottolineano con tutta chiarezza: “Più dati sono necessari al fine di accertare che nessuno dei procedimenti di biopsia utilizzati interferisca con il tasso di impianto, sul tasso di gravidanze che proseguono, permettendo la nascita di bambini sani”[8].
La seconda osservazione riguarda i metodi di diagnosi. Due sono essenzialmente gli scopi da raggiungere. Il primo, stabilire, nelle cellule prelevate, la presenza di aberrazioni cromosomiche - aneuploidie, delezioni, inversionie traslocationi -attraverso l’applicazione della tecnica denominata FISH[9] (Fluorescence In Situ Hybridization) la quale, con tutti gli ampi sviluppi ormai raggiunti, permette di definire in una singola cellula le anomalie numeriche e strutturali dei cromosomi. Il secondo, definire la presenza di mutazioni geniche attraverso il processo denominato PCR (Polimerase Chain Reaction)[10], il qualepermette di ottenere, partendo dal DNA di una singola cellula, una efficiente e rapida amplificazione del frammento interessato in una data malattia e un’accurata definizione della sua alterazione. Ovviamente, non mancano errori, sia pure rari, dovuti in notevole parte alla mancata amplificazione dell’allele specifico o «allele dropout» (ADO)[11]. E’ stato calcolato che per malattie recessive sono richieste due genotipizzazioni, cioè genotipi derivati da due blastomeri,per assicurare un rischio minimo (< 1%) di trasferire in utero un embrione affetto[12].
Un’altra possibile tecnica di analisi, è offerta dalla utilizzazione dei polar bodies[13]. Essa ha il grande limite che può dare informazioni soltanto sul contributo genetico dalla madre. Le possibilità di questo esame sono due: esame del solo primo corpuscolo polare (polar body) e esamedei due corpuscoli polari (polar bodies). Nel primo caso, l’ovocita maturo potrà essere utilizzato per la fecondazione quando nel globulo polare è dimostrata la presenza certa dell’alterazione cromosomica o genica attesa, essendo allora sicura la bontà dell’informazione rimasta nell’ovocita. A causa della possibilità del cosiddetto allele dropout (ADO), il dubbio potrà essere risolto con l’esame di uno o due altri oociti maturi. Nel secondo caso, l’estrazione dei due globuli polari (polar bodies), può avvenire soltanto dopo l’avvenuta fusione dei gameti. Essa, secondo S. Rechitsky e collaboratori[14], pare assolutamente necessaria nel caso di diagnosi di disordini monogenici, al fine di evitare le notevoli difficoltà che si incontrano nell’analisi del DNA di una singola cellula, tra cui contaminazione del DNA, mancata rivelazione di dropout allele, e amplificazione preferenziale, che possono condurre a errori di diagnosi.
I risultati della PGD applicata all’uomo
Di fronte a questo nuovo passo delle biotecnologie, accolto dalla medicina quale ulteriore strumento per ridurre il numero di nati affetti da serie o gravi patologie, si pone immediatamente la domanda quali siano i risultati raggiunti in seguito all’applicazione di questa nuova tecnologia nei circa 14 anni dall’inizio della sua applicazione
Pochi sono i dati relativi all’impiego e ai risultati della PGD mediante la tecnica della remozione sequenziale dei globuli polari (PBR). Dal lavoro di S. Rechitsky e collaboratori, appena citato, si rileva che su 529 ovociti prelevati in 48 cicli clinici di 26 pazienti, soltanto 106 embrioni erano stati trasferiti in 44 cicli clinici, a cui erano seguite 17 (38.6%) gravidanze sane. E C.M. Strom[15] e collaboratori, riportando i risultati -soprattutto lo stato di salute alla nascita e nei seguenti sei mesi - dei primi 109 bambini nati in seguito all’applicazione della stessa tecnica per la diagnosi di malattie mendeliane e aneuploidi, concludevano: “I dati presentati dimostrano che la PGD mediante la PBR è una tecnica sicura e accurataper coppie ad alto rischio genetico al fine di evitare di avere figli con anomalie genetiche, senza l’ansietà di attendere la diagnosi prenatale e la possibilità di dover uccidere i feti affetti”.
Una risposta più ampia e più completa emerge dall’analisi di un ormai notevole numero di dati ottenuti utilizzando la tecnica della biopsia dei blastomeri. Nella Tabella 1 sono riportati i dati, tra i più rappresentativi, pubblicati dal 1999 ad oggi.
La prima osservazione che emerge dall’analisi di tutti questi dati è l’enorme quantità di embrioni, soggetti umani anch’essi all’inizio della loro vita, che vengono sacrificati, cioè letteralmente uccisi. Nella Tabella 2 è indicata la somma dei dati di cinque lavori nei quali-come si osserva nella Tabella 1 - erano riportati rispettivamente: 1) il totale degli embrioni biopsiati; 2) il numero di quelli anormali per la presenza di aberrazioni cromosomiche - che sono gli errori frequenti - tutti scartati, cioè direttamente «uccisi»;3) il numero di quelli trasferiti in utero; e 4) il numero dei nati.
Il numero dei nati può, ovviamente, essere riferito al numero degli embrioni biopsiati, cioè di tutti gli embrioni prodotti e usati,e a quello degli embrioni trasferiti. E’ evidente che, essendo il numero dei nati 2.9% (39:1347),il 97,1% degli embrioni prodotto è andato perduto: 761 (56,6%) direttamente uccisi perché con corredo cromosomico anormale; 544 (40,5%) scientemente esposti a morte prevista e voluta.
Questasituazioneèconfermatadal confronto tra il numero degli embrioni trasferiti e dei nati in due gruppi, riportati nella Tabella 3: il gruppo A, che raccoglie i dati di altritre lavori - anche’essi riportati nella Tabella 1 - nei quali vengono riferiti soltanto ilnumerodiembrionitrasferitieilnumerodeinati; e il gruppo B, che riporta i corrispondenti dati del campione sopra esaminato.
E’ evidente, dal valore del X(2), che la differenza tra il numero dei nati nei due gruppi non è significativa. Ne segue che, data la notevole informazione proveniente dal vastissimo campione europeo, la frequenza dei nati -nonostante l’altissima selezione ottenuta attraverso la PGD - sarebbe da ritenere sensibilmente inferiore a quella ottenuta nei processi ordinari della FIVET e della ICSI, nei quali non è fatta la selezione attraverso la PGD. Questa differenza potrebbe essere ascritta a varie cause. Resta però il fatto che, in realtà, gli embrioni, anche seapparentemente selezionati in seguito alla PGD, si trovano nella stessa situazione di alta precarietà, anzi forse peggiore, degli embrioni prodotti e utilizzati nei processi ordinari nei quali la selezione avviene spontaneamente.
Di fronte a questi dati, raccolti con serio impegno da quanti intendevano e intendono portare un contributo di sollievo umano a tante situazioni di sofferenza e di dolore, ma che indicano anche una mancanza di comprensione della vera realtà dell’embrione umano, ridotto invece a puro strumento tecnologico, mi è parsa quanto mai corretta e di forte richiamo l’ affermazione di un pioniere e protagonista in questo campo, R. L.M. Winston[16]. Nell’ottobre del 2002, concludeva una sua recentissima analisi sullo stato delle tecnologie della riproduzione tecnicamente assistita così: “Non si dovrebbe permettere che la disperazione dei pazienti, l’arroganza dei medici e le pressioni commerciali siano gli aspetti chiave determinanti in questa produzione di esseri umani. Portare un bambino nel mondo è la più seria responsabilità umana. Non possiamo ignorare le nubi che gravano su queste apprezzabili terapie. Ignorarle potrebbe avere grave influsso sul progresso della scienza medica”.
La prospettiva etica della PGD in campo medico
Dopo l’accenno alle tecniche della Diagnosi Genetica Preimpianto e l’analisi degli effetti e dei risultati conseguenti all’applicazione di questa recentemente nuova tecnologia, è non soltanto utile ma doverosa una riflessione sulle ragioni che hanno indotto a questo nuovo passo della diagnostica medica non soltanto nel campo della Tecnologia Riproduttiva Assistita (ART), ma anche in quello della patologia genetica e di altri che si stanno aprendo. Alcune affermazioni, raccolte dagli scritti di ricercatori nel campo e di operatori nella sanità pubblica, permettono di comprendere i principi che, si ritiene, dovrebbero giustificare la Diagnosi Genetica Preimpianto: principi ormai ampiamente accettati sia nei campi scientifico e medico sianella società.
J. Savulescu[17] nota: “La selezione eugenica degli embrioni è ora possibile utilizzando la fecondazione in vitro (IVF) e la diagnosi genetica preimpianto (PGD).[…] Io voglio difendere un principio che chiamo Beneficenza Procreativa: le coppie (o produttori singoli) dovrebbero scegliere, tra i possibili figli che potrebbero avere, il figlio che si attende abbia la vita migliore o almeno buona come la vita degli altri”. C. Camero e R. Williamson[18] sostengono: “che laPGD e l’impianto di un embrione sano è una scelta etica più accettabile della diagnosi prenatale (PND) seguita dall’aborto, per le seguenti ragioni: la scelta dopo laPGD è vista come eticamente neutrale perché un esito positivo (“una gravidanza sana”) bilancia una risultato negativo (“la distruzione di un embrione malato”) simultaneamente”. J. A. Robertson[19], in un ampio lavoro sugli aspetti etici dell’applicazione della PGD in diverse situazioni, afferma: “Pur riconoscendo le forti obiezioni di alcuni alla PGD […], la discussione che segue fa ritenere che l’uso della PGD per ricercare aneuploidie o seri errori mendeliani è eticamente e legalmente accettabile”. E dopo aver discusso su nuovi usi della PGD al fine di esaminare embrioni per la suscettibilità al cancro, a malattie a tarda manifestazione e in vista di compatibilità HLA per altri figli, e del genere conclude: “Eccetto per la selezione del sesso del primo bambino, molte estensioni correnti della PGD sono eticamente accettabili e offrono una base per valutare estensioni future per scopi non medici che sono ancora speculativi”. La perplessità lasciata da J. A. Robertson riguardo alla selezione del sesso viene superata da E. Dahl[20] che sostiene:“Dopo aver considerato cinque potenziali obiezioni, concludo che si dovrebbe permettere ai genitori di usare la PGD per scegliere l’orientamento sessuale dei loro figli”.
Una simile apertura alla giustificazione della PGD è stata verificata, in ambito sociale, attraverso una indagine conoscitiva condotta da M. G. Katz[21]e collaboratori mediante opportuni questionari su 121 soggetti dopo unapreviaaccurata consulenza. Di questi: 41 si erano presentati per una PGD a causa di patologia genica; 48 per patologia cromosomica; e 32 che stavano per iniziare il primo ciclo di IVF, come gruppo di controllo. Essi concludevano: “Tutti i gruppi trovarono la PGD come un trattamento ampiamente accettabile. Essi espressero debole interesse relativamente all’estensione dei testi a stati di non malattia come il sesso, e furono fortemente in favore di un modello condiviso di decisione in cui le coppie abbiano una considerevole autonomia circa gli embrioni da trasferire”. Tuttavia sottolineavano: “Mentre la nostra società sostiene l’autonomia riproduttiva c’è pure ua preoccupazione circa l’impatto della manipolazione genetica e del miglioramento genetico degli embrioni. Non ci sarebbe lo stesso sostegno della società se il miglioramento si spostasse verso il miglioramento degli embrioni, l’eugenica e anche la compatibilità HLA”.
A queste posizioni, caratteristichediunaconcezioneeugenistica negativaoggiprevalente e fortemente sostenuta[22], non mancarono obiezioni e resistenze. La prima, la più forte, è l’evidente grave abuso dell’embrione umano, ridotto a mero strumento tecnologico. L’obiezione era già stata formulata nel 1984 da tre membri del Comitato Warnock, e il loro parere era stato incluso nel Rapporto finale come Expression of Dissent[23]. Leggeva così: “Nella nostra opinione è errato creare qualche cosa che ha la potenzialità di diventare una persona umana e poi distruggerla deliberatamente. Noi perciò raccomandiamo che non si dovrebbe fare nulla che possa ridurre la possibilità di un felice impianto dell’embrione”.Posizione che è stata accolta, riconosciuta e sottolineata apertamente al n.17 del Rapporto del Comitato Donaldson[24], istituito nel 1999 dal Governo Inglese per la regolazione della ricerca sulle cellule staminali embrionali, dove si affermache “Una significativacorrente di pensiero ritiene che come principio morale l’uso di ogni embrione per scopi di ricerca non è etico ed è inaccettabile, posto che ad ogni embrione dovrebbe essere accordato lo stato umano dal momento della sua creazione”. La seconda obiezione, sottolineata dallo stesso J.A. Robertson[25], “sorge dal fatto della selezione stessa, e dai rischi in futuro di una estesa selezione di embrioni e bambini.[…] Ogni forma di selezione o manipolazione trasforma il bambino in un «manufatto».[…] Aumentare la frequenza e lo scopo della selezione genetica dei futuri bambini ci spingerà verso un mondo eugenico in cuii bambini sono valutati più per il loro genotipo che per le loro caratteristiche essenziali, aprendo la via a un mondo di bambini-disegno in cui l’ingegnerizzazione dei figli diventa routine”.
Da queste brevi note, raccolte dal vivo della letteratura scientifica, appare con tutta evidenza il netto contrasto tra le due posizioni etiche: una pienamente favorevole all’impiego della PGD non solo per qualsiasi trattamento di fecondazione in vitro, ma anche per ogni caso in cui esista una seria probabilità di patologia pre- o post-natale per un figlio desiderato; l’altra nettamente contraria. Contraria non per capriccio, ma per la semplice e chiararagione checon tale procedimento si cerca un«bene», sia pure giustamente desiderato, ma attraverso un’azione che implica un «grave male»: la soppressione intenzionale, per ogni singolo caso selezionato, di uno o più soggetti umani che hanno iniziato la loro propria vita. Chi conosce la verità scientifica sull’embrione umano, non può non riconoscere che egli è un reale soggetto umano e, quindi il valore morale e la correttezza di questa posizione.
J. Habermas[26], noto filosofo della scuola di Francoforte,si è soffermato abbastanza a lungo su questo tema nella sua recente piccola opera «Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale». Alcune espressioni della prefazione circoscrivono il tema:”Da anni la discussione sulla ricerca e sull’ingegneria genetica continua a girare inutilmente intorno al problema dello status morale della vita umana prepersonale. Perciò io assumo la prospettiva di un presente immaginario, proiettato nel futuro, a partire dal quale le pratiche oggi in discussione potrebbero retrospettivamente apparirici come lo scivolamento in una genetica liberale, vale a dire in una genetica regolata dalla legge della domanda e dell’offerta. La ricerca sugli embrioni e la diagnosi di preimpianto turbano gli animi soprattutto perché esemplificano i pericoli evocati dalla metafora di una «eugenetica selettiva» nella razza umana”. E più avanti nella sua analisi precisa il suo pensiero: “Supponiamo che l’uso sperimentale degli embrioni generalizzi una prassi per cui la tutela della vita umana prepersonale venga considerata come secondaria rispetto ad altri possibili fini (incluso l’auspicabile sviluppo di nobili «beni collettivi», per esempio nuovi metodi di cura). La diffusa accettazione di questa prassi renderebbe meno sensibile la nostra visione della natura umana e aprirebbe le porte a una genetica liberale. In ciò possiamo già ora vedere quello che in futuro ci apparirà come un fait accompli del passato, cui i fautori della genetica liberale faranno appello come un Rubicone da noi già effettivamente oltrepassato”.
Si deve ammettere che, di fatto, con questo nuovo passo della Diagnosi Genetica Preimpianto è stato raggiunto l’apice della prepotenza di una falsa scienza, la quale ha voluto misconoscere la vera realtà dell’embrione umano, degradandolo per i primi quindici giorni della sua esistenza a “pre-embrione”[27]: un mucchio di cellule senza una legge che le sintetizza in un tutto organizzato, un cumulo di cellule disponibili per ogni tipo di uso scientifico o tecnologico Di fronte a questa situazione lo stesso J. Testart[28], il padre tecnico della prima bambina concepita in vitro in Francia, con evidente preoccupazione già nel 1995 scriveva: “Ciò che sta avvenendo è un vera rivoluzione dell’etica che sorpassa le frontiere di ogni nazione”, e con senso di responsabilità concludeva: “Al di là dell’esecuzione tecnica, dell’interesse individuale e di un ingenuo desiderio, i problemi sono più complessi di quanto siamo portati a credere. Noi dovremmo avvicinarci a questi problemi con uno sforzo cosciente e umiltà determinata a sostenere la dimensione etica della vita umana”.
Si deve onestamente riconoscere che le grandi aspettative che il progresso della scienza e della medicina sembravano aver aperto nel campo vitale della procreazione si stanno trasformando in seria minaccia in una società, dove «valori»e «aspetti etici» stanno perdendo il loro significato. La ragione appare evidente: nel prevalente sistema scientifico-tecnologico è stato seriamente alterato - se non completamente annullato - il valore della costante «Uomo», indispensabile per conservare l’equilibrio dell’intero sistema. E’ urgente ritornare a riconoscerne il vero valore e, di conseguenza, la sua dignità e i suoi diritti. Ma, scienza e tecnologia non possono calcolare o stimare il valore di questa costante attraverso la loro propria metodologia. E’ perciò necessario che scienziati e tecnologi, i quali oggi hanno un notevole potere nell’orientamento e nella realizzazione dello sviluppo sociale, non rimangano chiusi nel loro riduttivo sistema assiomatico, ma si aprano - pur rispettando le proprie prerogative - e accolgano gli stimoli di un sistema «sapienziale» che riflette un pensiero e una luce che provengono dal profondo di noi stessi, criticamente sondato, esaminato ed assimilato. Soltanto da questa ricerca si può ricavare il valore della costante «Uomo» e, di conseguenza, riscoprire il senso dei limiti e dedurre da questo la nostra responsabilità nei suoi riguardi. E’ l’uomo nella sua realtà integrata che deve dettare, dalla sua interiorità, la norma della sua azione, base di ogni comportamento responsabile. Ciò che si richiede è cercare questa norma e la volontà di non rifiutarla. E’ necessario trasformare il sistema scientifico-tecnologico chiuso, oggi prevalente, in un sistema aperto, in cui il vero valore «Uomo» è riconosciuto e, quindi la sua dignità e i suoi diritti, ma anche le sue responsabilità e i suoi doveri. Soltanto in questo modo la scienza, la tecnologiae la medicina in particolarepossono trovare il modo di rispondere alle esigenze di ogni persona umana, decidendo quando e in quale forma questo o quel comportamento è eticamente corretto, e creare così un vero progresso sociale.
Precisamente su questo aspetto insisteva Giovanni Paolo II[29] rivolgendosi ai membri dell’Accademia Pontificia delle Scienze: “Non bisogna lasciarsi affascinare dal mito del progresso, come se la possibilità di realizzare una ricerca o di mettere in opera una tecnica permettesse di qualificarle immediatamente come moralmente buone. La bontà morale si misura dal bene autentico che procura all’uomo considerato secondola dupplice dimensione corporale e spirituale; in questo modo si rende giustizia a ciò che è l’uomo; non correlando il bene all’uomo, che deve esserne il beneficiario, ci sarebbe da temere per l’umanità. La comunità scientifica è insistentemente chiamata a mantenere l’ordine dei fattori, situando gli aspetti scientifici nel quadro di un umanesimo integrale; terrà perciò conto delle questioni metafisiche, etiche, sociali e giuridiche che si pongono alla coscienza e che i principi della ragione sono in grado di chiarire” (n.5).
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[24] DEPARTMENT OF HEALTH: Stem Cell Research: Medical Progress with Responsibility, 16 August 2000, http://www.doh.gov.uk/cegc/stemcellreport.htm.
[25] J. A. ROBERTSON, Extending preimplantation…cit., p. 466.
[26] J. HABERMAS, Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, trad., Giulio Einaudi editore, Torino 2002, pp. 3 e 72.
[27] A. MCLAREN, Prelude to embryogenesis, inTHE CYBA FOUNDATION, Human embryo research, yes or no?, Tavostock Publication, London 1986, p. 12.
[28] J. TESTART, B. SÉLE, Towards an efficient medical eugenics: Is the desirable always the feasible?, Hum. Reprod. 1995, 10: 3086-3090, p. 3090.
[29] GIOVANNI PAOLO II, Discorso ai Partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze, 28 Ottobre 1994, inInsegnamenti di Giovanni Paolo II, XVII, 2, Libreria Editrice Vaticana 1996, 562-569.
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