NOTE
(1) Conc. Ecum.
Vaticano II, Decreto sull'apostolato dei laici Apostolicam Actuositatem,
18 novembre 1965, n. 11.
(2) Giovanni Paolo
II, Esort. Apost. Familiaris Consortio, 22 novembre 1981, n. 3.
(3) Cfr. Giovanni
Paolo II, Esort.
Apost.
Familiaris Consortio, 22 novembre 1981, n. 58.
(4) Conc.
Ecum.
Vaticano II, Cost.
Past. sulla Chiesa
nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, 7 dicembre 1965, n. 49.
(5) Giovanni Paolo
II, Enc. Dives in Misericordia, 30 novembre 1980, n. 13.
(6) Si tenga conto
dell'effetto abortivo dei nuovi preparati farmacologici. (Cfr. Giovanni Paolo II,
Enc. Evangelium Vitae, 25 marzo 1995, n. 13).
(7) 2 Cfr. Conc.
Ecum. Vaticano II, Cost. Past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium
et Spes, 7 dicembre 1965, n. 48.
(8) 4
Catechismo della Chiesa Cattolica, 11 ottobre 1992, n. 2337.
(9) 2 Ibid.
(10) Conc. Ecum.
Vaticano II, Cost. Past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes,
7 dicembre 1965, n. 51.
(11) Paolo VI, Enc.
Humanae Vitae, 25 luglio 1968, n. 12.
(12)
Pio XI, Enc.
Casti Connubii,
31 dicembre 1930.
(13) Pio XII,
Discorso al Congresso dell'Unione cattolica italiana ostetriche, 2 ottobre 1951;
Discorso al Fronte della famiglia e alle Associazioni delle famiglie numerose,
27 novembre 1951.
(14) Paolo VI, Enc.
Humanae Vitae, 25 luglio 1968.
(15) 3 Giovanni
Paolo II, Esort. Apost. Familiaris Consortio, 22 novembre 1981.
(16) 3 Giovanni
Paolo II, Lettera alle Famiglie Gratissimam Sane, 2 febbraio 1994.
(17)
3 Conc. Ecum. Vaticano II, Cost.
Past. sulla Chiesa
nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, 7 dicembre 1965.
(18) 3
Catechismo della Chiesa Cattolica, 11 ottobre 1992.
(19) 3 Cfr. Conc.
Ecum. Vaticano II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium
et Spes, 7 dicembre 1965, n. 24.
(20) Cfr. Giovanni
Paolo II, Esort. Apost. Familiaris Consortio, 22 novembre 1981, n. 32.
(21) Cfr.
Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2378; cfr. Giovanni Paolo II, Lettera
alle Famiglie Gratissimam Sane, 2 febbraio 1994, n. 11.
(22) 3 Giovanni
Paolo II, Esort. Apost. Familiaris Consortio, 22 novembre 1981, n. 32.
(23) « Nei vari
generi di vita e nelle varie professioni un'unica santità è praticata da tutti
coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio e, obbedienti alla voce del Padre e
adorando in spirito e verità Dio Padre, seguono Cristo povero, umile e carico
della croce, per meritare di essere partecipi della sua gloria. Ognuno secondo i
propri doni e le proprie funzioni deve senza indugi avanzare per la via della
fede viva, la quale accende la speranza e opera per mezzo della carità » (Conc.
Ecum. Vaticano II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen Gentium, 21 novembre
1964, n. 41).
(24) « La carità è
l'anima della santità alla quale tutti sono chiamati» (Catechismo della
Chiesa Cattolica, n. 826). « L'amore fa sì che l'uomo si realizzi attraverso
il dono sincero di sé: amare significa dare e ricevere quanto non si può né
comperare né vendere, ma solo liberamente e reciprocamente elargire » (Giovanni
Paolo II, Lettera alle Famiglie Gratissimam Sane, 2 febbraio 1994, n.
11).
(25) Cfr. Giovanni
Paolo II, Esort. Apost. Familiaris Consortio, 22 novembre 1981, n. 13.
« L'osservanza
della legge di Dio, in determinate situazioni, può essere difficile,
difficilissima: non è mai però impossibile. E questo un insegnamento costante
della tradizione della Chiesa » (Giovanni Paolo II, Enc.
Veritatis Splendor,
6
agosto 1993, n. 102).
« Sarebbe un
errore gravissimo concludere... che la norma insegnata dalla Chiesa è in se
stessa solo un "ideale" che deve poi essere adattato, proporzionato, graduato
alle, si dice, concrete possibilità dell'uomo; secondo un "bilanciamento dei
vari beni in questione". Ma quali sono le "concrete possibilità dell'uomo?" E di
quale uomo si parla? Dell'uomo dominato dalla concupiscenza o
dell'uomo redento da Cristo? Poiché è di questo che si tratta: della
realtà della redenzione di Cristo. Cristo ci ha redenti! Ciò
significa: Egli ci ha donato la possibilità di realizzare l'intera
verità del nostro essere; Egli ha liberato la nostra libertà dal dominio
della concupiscenza. E se l'uomo redento ancora pecca, ciò non è dovuto
all'imperfezione dell'atto redentore di Cristo, ma alla volontà dell'uomo
di sottrarsi alla grazia che sgorga da quell'atto. Il comandamento di Dio è
certamente proporzionato alle capacità dell'uomo: ma alle capacità dell'uomo a
cui è donato lo Spirito Santo; dell'uomo che, se caduto nel peccato, può sempre
ottenere il perdono e godere della presenza dello Spirito» (Giovanni Paolo II,
Discorso ai partecipanti a un corso sulla procreazione responsabile, 1 marzo
1984).
(26) «
Riconoscere il proprio peccato, anzi ? andando ancora più a fondo nella
considerazione della propria personalità ? riconoscersi peccatore, capace
di peccato e portato al peccato, è il principio indispensabile del ritorno a Dio
(...). Riconciliarsi con Dio suppone e include il distaccarsi con lucidità e
determinazione dal peccato, in cui si è caduti. Suppone e include, dunque, il
fare penitenza nel senso più completo del termine: pentirsi, manifestare il
pentimento, assumere l'atteggiamento concreto del pentito, che è quello di chi
si mette sulla via del ritorno al Padre (...). Nella condizione concreta
dell'uomo peccatore, in cui non può esservi conversione senza riconoscimento del
proprio peccato, il ministero di riconciliazione della Chiesa interviene in ogni
caso con una finalità schiettamente penitenziale, cioè per riportare l'uomo al
"conoscimento di sé" » (Giovanni Paolo II, Esort.
Apost.
post-sinodale Reconciliatio et Paenitentia, 2 dicembre 1984, n. 13).
« Quando ci
accorgiamo che l'amore che Dio ha per noi non si arresta di fronte al nostro
peccato, non indietreggia dinanzi alle nostre offese, ma si fa ancora più
premuroso e generoso; quando ci rendiamo conto che questo amore è giunto fino a
causare la passione e la morte del Verbo fatto carne, il quale ha accettato di
redimerci pagando col suo sangue, allora prorompiamo nel riconoscimento: "Sì, il
Signore è ricco di misericordia", e diciamo perfino: "Il Signore è
misericordia" » (ibid., n. 22).
(27) « La
vocazione universale alla santità è rivolta anche ai coniugi e ai genitori
cristiani: viene per essi specificata dal sacramento celebrato e tradotta
concretamente nelle realtà proprie dell'esistenza coniugale e familiare. Nascono
di qui la grazia e l'esigenza di una autentica e profonda spiritualità
coniugale e familiare, che si ispiri ai motivi della creazione,
dell'alleanza, della Croce, della risurrezione e del segno » (Giovanni Paolo II,
Esort. Apost. Familiaris Consortio, 22 novembre 1981, n. 56).
« L'autentico
amore coniugale è assunto nell'amore divino ed è sostenuto e arricchito dalla
forza redentiva del Cristo e dalla azione salvifica della Chiesa, perché i
coniugi, in maniera efficace, siano condotti a Dio e siano aiutati e rafforzati
nella sublime missione di padre e madre. Per questo motivo i coniugi cristiani
sono corroborati e come consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la
dignità del loro stato. Ed essi, compiendo in forza di tale sacramento il loro
dovere coniugale e familiare, penetrati dallo spirito di Cristo, per mezzo del
quale tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e carità, tendono a
raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua santificazione, e perciò
insieme partecipano alla glorificazione di Dio » (Conc. Ecum. Vaticano II, Cost.
past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, 7 dicembre
1965, n. 48).
(28) 3 « La Chiesa
fermamente crede che la vita umana, anche se debole e sofferente, è sempre uno
splendido dono del Dio della bontà. Contro il pessimismo e l'egoismo, che
oscurano il mondo, la Chiesa sta dalla parte della vita: e in ciascuna vita
umana sa scoprire lo splendore di quel "Sì", di quell'"Amen", che è Cristo
stesso. Al "no" che invade ed affligge il mondo, contrappone questo vivente
"Sì", difendendo in tal modo l'uomo e il mondo da quanti insidiano e mortificano
la vita » (Giovanni Paolo II, Esort. Apost. Familiaris Consortio, 22
novembre 1981, n. 30).
« Occorre tornare
a considerare la famiglia come il santuario della vita. Essa, infatti, è
sacra: è il luogo in cui la vita, dono di Dio, può essere adeguatamente accolta
e protetta contro i molteplici attacchi a cui è esposta, e può svilupparsi
secondo le esigenze di un'autentica crescita umana. Contro la cosiddetta cultura
della morte, la famiglia costituisce la sede della cultura della vita »
(Giovanni Paolo II, Enc. Centesimus Annus, 1o maggio 1991, n. 39).
(29) Giovanni
Paolo II, Lettera alle Famiglie Gratissimam Sane, 2 febbraio 1994, n. 9.
(30) « Lo stesso
Dio che disse: "non è bene che l'uomo sia solo" (Gen 2, 18) e che "creò
all'inizio l'uomo maschio e femmina" (Mt 19, 4), volendo comunicare
all'uomo una certa speciale partecipazione nella sua opera creatrice, benedisse
l'uomo e la donna, dicendo loro: "crescete e moltiplicatevi" (Gen 1, 28).
Di conseguenza la vera pratica dell'amore coniugale e tutta la struttura della
vita familiare che ne nasce, senza posporre agli altri fini del matrimonio, a
questo tendono che i coniugi, con fortezza di animo, siano disposti a cooperare
con l'amore del Creatore e del Salvatore, che attraverso di loro continuamente
dilata e arricchisce la sua famiglia » (Conc. Ecum. Vaticano II, Cost. past.
sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, 7 dicembre 1965, n.
50).
« La famiglia
cristiana è una comunione di persone, segno e immagine della comunione del Padre
e del Figlio nello Spirito Santo. La sua attività procreatrice ed educativa è il
riflesso dell'opera creatrice del Padre » (Catechismo della Chiesa Cattolica,
n. 2205).
« Cooperare con
Dio nel chiamare alla vita nuovi esseri umani significa contribuire alla
trasmissione di quell'immagine e somiglianza divina di cui ogni "nato di donna"
è portatore » (Giovanni Paolo II, Lettera alle Famiglie Gratissimam Sane,
2 febbraio 1994, n. 8).
(31) Giovanni
Paolo II, Enc. Evangelium Vitae, 25 marzo 1995, n. 43; cfr. Conc. Ecum.
Vaticano II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes,
7 dicembre 1965, n. 50.
(32) « Nel compito
di trasmettere la vita umana e di educarla, che deve essere considerato come la
loro propria missione, i coniugi sanno di essere cooperatori dell'amore di Dio
creatore e come suoi interpreti. E perciò adempiranno il loro dovere con umana e
cristiana responsabilità, e con docile riverenza verso Dio, con riflessione e
impegno comune si formeranno un retto giudizio, tenendo conto sia del proprio
bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che
si prevede nasceranno, valutando le condizioni di vita del proprio tempo e del
proprio stato di vita, tanto nel loro aspetto materiale, che spirituale; e,
infine, salvaguardando la scala dei valori del bene della comunità familiare,
della società temporale e della Chiesa. Questo giudizio in ultima analisi lo
devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi. Però nella loro linea di
condotta i coniugi cristiani siano consapevoli che non possono procedere a loro
arbitrio, ma devono sempre essere retti da una coscienza che si deve conformare
alla legge divina stessa, docili al Magistero della Chiesa, che in modo
autentico quella legge interpreta alla luce del Vangelo.
Tale legge divina
manifesta il significato pieno dell'amore coniugale, lo salvaguarda e lo
sospinge verso la sua perfezione veramente umana » (Conc. Ecum. Vaticano II,
Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, 7
dicembre 1965, n. 50).
« Perciò quando si
tratta di comporre l'amore coniugale con la trasmissione responsabile della
vita, il carattere morale del comportamento non dipende solo dalla sincera
intenzione e dalla valutazione dei motivi, ma va determinato da criteri
oggettivi, che hanno il loro fondamento nella natura stessa della persona umana
e dei suoi atti che sono destinati a mantenere in un contesto di vero amore
l'integro senso della mutua donazione e della procreazione umana; e tutto ciò
non sarà possibile se non venga coltivata con sincero animo la virtù della
castità coniugale. I figli della Chiesa, fondati su questi principi, nel
regolare la procreazione non potranno seguire strade che sono condannate dal
Magistero » (Conc. Ecum. Vaticano II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo
contemporaneo Gaudium et Spes, 7 dicembre 1965, n. 51).
« In rapporto alle
condizioni fisiche, economiche, psicologiche e sociali, la paternità
responsabile si esercita, sia con la deliberazione ponderata e generosa di far
crescere una famiglia numerosa, sia con la decisione, presa per gravi motivi e
nel rispetto della legge morale, di evitare temporaneamente o anche a tempo
indeterminato, una nuova nascita.
Paternità
responsabile comporta ancora e soprattutto un più profondo rapporto all'ordine
morale oggettivo, stabilito da Dio, e di cui la retta coscienza è fedele
interprete. L'esercizio responsabile della paternità implica dunque che i
coniugi riconoscano pienamente i propri doveri verso Dio, verso se stessi, verso
la famiglia e verso la società, in una giusta gerarchia dei valori.
Nel compito di
trasmettere la vita, essi non sono quindi liberi di procedere a proprio
arbitrio, come se potessero determinare in modo del tutto autonomo le vie oneste
da seguire, ma devono conformare il loro agire all'intenzione creatrice di Dio,
espressa nella stessa natura del matrimonio e dei suoi atti, e manifestata
dall'insegnamento costante della Chiesa » (Paolo VI, Enc. Humanae Vitae,
25 luglio 1968, n. 10).
(33) L'Enciclica
Humanae Vitae dichiara illecita « ogni azione che, o in previsione
dell'atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue
conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di rendere
impossibile la procreazione ». E aggiunge: « Né, a giustificazione degli atti
coniugali resi intenzionalmente infecondi, si possono invocare, come valide
ragioni, il minor male o il fatto che tali atti costituirebbero un tutto con gli
atti fecondi che furono posti o poi seguiranno, e quindi ne condividerebbero
l'unica ed identica bontà morale. In verità, se è lecito, talvolta, tollerare un
minor male morale a fine di evitare un male maggiore o di promuovere un bene più
grande, non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne
venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è
intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se
nell'intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o
sociali. È quindi errore pensare che un atto coniugale, reso volutamente
infecondo, e perciò intrinsecamente non onesto, possa essere coonestato
dall'insieme di una vita coniugale feconda » (Paolo VI, Enc. Humanae Vitae,
25 luglio 1968, n. 14).
« Quando i
coniugi, mediante il ricorso alla contraccezione, scindono questi due
significati che Dio Creatore ha inscritti nell'essere dell'uomo e della donna e
nel dinamismo della loro comunione sessuale, si comportano come "arbitri" del
disegno divino e "manipolano" e avviliscono la sessualità umana, e con essa la
persona propria e del coniuge, alterandone il valore di donazione "totale".
Così, al linguaggio nativo che esprime la reciproca donazione totale dei
coniugi, la contraccezione impone un linguaggio oggettivamente contraddittorio,
quello cioè del non donarsi all'altro in totalità: ne deriva, non soltanto il
positivo rifiuto all'apertura alla vita, ma anche una falsificazione
dell'interiore verità dell'amore coniugale, chiamato a donarsi in totalità
personale » (Giovanni Paolo II, Esort. Apost. Familiaris Consortio, 22
novembre 1981, n. 32).
(34) « L'essere
umano va rispettato e trattato come una persona fin dal suo concepimento e,
pertanto, da quello stesso momento gli si devono riconoscere i diritti della
persona, tra i quali anzitutto il diritto inviolabile di ogni essere umano
innocente alla vita » (Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione sul
rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione Donum
Vitae, 22 febbraio 1987, n. 1).
« La stretta
connessione che, a livello di mentalità, intercorre tra la pratica della
contraccezione e quella dell'aborto emerge sempre di più e lo dimostra in modo
allarmante anche la messa a punto di preparati chimici, di dispositivi
intrauterini e di vaccini che, distribuiti con la stessa facilità dei
contraccettivi, agiscono in realtà come abortivi nei primissimi stadi di
sviluppo della vita del nuovo essere umano » (Giovanni Paolo II, Enc.
Evangelium Vitae, 25 marzo 1995, n. 13).
(35) « Se dunque
per distanziare le nascite esistono seri motivi, derivanti o dalle condizioni
fisiche o psicologiche dei coniugi, o da circostanze esteriori, la Chiesa
insegna essere allora lecito tener conto dei ritmi naturali immanenti alle
funzioni generative per l'uso del matrimonio nei soli periodi infecondi e così
regolare la natalità senza offendere i principi morali che abbiamo ora
ricordati.
La Chiesa è
coerente con se stessa quando ritiene lecito il ricorso ai periodi infecondi,
mentre condanna come sempre illecito l'uso dei mezzi direttamente contrari alla
fecondazione, anche se ispirato da ragioni che possano apparire oneste e serie.
In realtà, tra i due casi esiste una differenza essenziale: nel primo caso i
coniugi usufruiscono legittimamente di una disposizione naturale; nell'altro
caso essi impediscono lo svolgimento dei processi naturali. È vero che nell'uno
e nell'altro caso, i coniugi concordano nella volontà positiva di evitare la
prole per ragioni plausibili, cercando la sicurezza che essa non verrà; ma è
altresì vero che soltanto nel primo caso essi sanno rinunciare all'uso del
matrimonio nei periodi fecondi quando, per giusti motivi, la procreazione non è
desiderabile, usandone, poi, nei periodi agenesiaci a manifestazione di affetto
ed a salvaguardia della mutua fedeltà. Così facendo essi danno prova di amore
veramente ed integralmente onesto » (Paolo VI, Enc. Humanae Vitae, 25
luglio 1968, n. 16).
« Quando i
coniugi, mediante il ricorso a periodi di infecondità, rispettano la connessione
inscindibile dei significati unitivo e procreativo della sessualità umana, si
comportano come "ministri" del disegno di Dio ed "usufruiscono" della sessualità
secondo l'originario dinamismo della donazione "totale", senza manipolazioni ed
alterazioni » (Giovanni Paolo II, Esort. Apost. Familiaris Consortio, 22
novembre 1981, n. 32).
« L'opera di
educazione alla vita comporta la formazione dei coniugi alla procreazione
responsabile. Questa, nel suo vero significato, esige che gli sposi siano
docili alla chiamata del Signore e agiscano come fedeli interpreti del suo
disegno: ciò avviene con l'aprire generosamente la famiglia a nuove vite, e
comunque rimanendo in atteggiamento di apertura e di servizio alla vita anche
quando, per seri motivi e nel rispetto della legge morale, i coniugi scelgono di
evitare temporaneamente o a tempo indeterminato una nuova nascita. La legge
morale li obbliga in ogni caso a governare le tendenze dell'istinto e delle
passioni e a rispettare le leggi biologiche iscritte nella loro persona. Proprio
tale rispetto rende legittimo, a servizio della responsabilità nel procreare,
il ricorso ai metodi naturali di regolazione della fertilità » (Giovanni
Paolo II, Enc. Evangelium Vitae, 25 marzo 1995, n. 97).
(36) 3 Giovanni
Paolo II, Enc. Dives in Misericordia, 30 novembre 1980, n. 6.
(37) « Come
all'altare dove celebra l'Eucaristia e come in ciascuno dei Sacramenti, il
Sacerdote, ministro della Penitenza, opera "in persona Christi". Il Cristo, che
da lui è reso presente e che per suo mezzo attua il mistero della remissione dei
peccati, è colui che appare come fratello dell'uomo, pontefice
misericordioso, fedele e compassionevole, pastore deciso a cercare la pecora
smarrita, medico che guarisce e conforta, maestro unico che insegna la verità e
indica le vie di Dio, giudice dei vivi e dei morti, che giudica secondo la
verità e non secondo le apparenze » (Giovanni Paolo II, Esort.
Apost.
post-sinodale Reconciliatio et Paenitentia, 2 dicembre 1984, n. 29).
« Celebrando il
sacramento della Penitenza, il sacerdote compie il ministero del Buon Pastore
che cerca la pecora perduta, quello del Buon Samaritano che medica le ferite,
del Padre che attende il figlio prodigo e lo accoglie al suo ritorno, del giusto
Giudice che non fa distinzione di persone e il cui giudizio è ad un tempo giusto
e misericordioso. Insomma, il sacerdote è il segno e lo strumento dell'amore
misericordioso di Dio verso il peccatore» (Catechismo della Chiesa Cattolica,
n. 1465).
(38) Cfr.
Congregazione del Sant'Uffizio, Normae quaedam de agendi ratione
confessariorum circa sextum Decalogi praeceptum, 16 maggio 1943.
(39) « Il
sacerdote nel porre le domande proceda con prudenza e discrezione, avendo
riguardo anche della condizione e dell'età del penitente, e si astenga
dall'indagare sul nome del complice» (Codice di Diritto Canonico, can.
979).
« La pedagogia
concreta della Chiesa deve sempre essere connessa e non mai separata dalla sua
dottrina. Ripeto, pertanto, con la medesima persuasione del mio Predecessore:
"Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo è eminente forma di carità
verso le anime" » (Giovanni Paolo II, Esort. Apost. Familiaris Consortio,
22 novembre 1981, n. 33).
(40) Cfr.
Denzinger-Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum, 3187.
(41) « La
confessione al sacerdote costituisce una parte essenziale del sacramento della
Penitenza: "È necessario che i penitenti enumerino nella confessione tutti i
peccati mortali, di cui hanno consapevolezza dopo un diligente esame di
coscienza, anche se si tratta dei peccati più nascosti e commessi soltanto
contro i due ultimi comandamenti del Decalogo, perché spesso feriscono più
gravemente l'anima e si rivelano più pericolosi di quelli chiaramente commessi »
(Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1456).
(42) 3 « Se ? al
contrario ? l'ignoranza è invincibile, o il giudizio erroneo è senza
responsabilità da parte del soggetto morale, il male commesso dalla persona non
può esserle imputato. Nondimeno resta un male, una privazione, un disordine. È
quindi necessario adoperarsi per correggere la coscienza morale dai suoi errori
» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1793).
« Il male commesso
a causa di una ignoranza invincibile, o di un errore di giudizio non colpevole,
può non essere imputabile alla persona che lo compie; ma anche in tal caso esso
non cessa di essere un male, un disordine in relazione alla verità sul bene »
(Giovanni Paolo II, Enc.
Veritatis Splendor,
8
agosto 1993, n. 63).
(43) « Anche i
coniugi, nell'ambito della loro vita morale, sono chiamati ad un incessante
cammino, sostenuti dal desiderio sincero e operoso di conoscere sempre meglio i
valori che la legge divina custodisce e promuove, e dalla volontà retta e
generosa di incarnarli nelle loro scelte concrete. Essi, tuttavia, non possono
guardare alla legge solo come ad un puro ideale da raggiungere in futuro, ma
debbono considerarla come un comando di Cristo Signore a superare con impegno le
difficoltà. "Perciò la cosiddetta 'legge della gradualità', o cammino graduale,
non può identificarsi con la 'gradualità della legge', come se ci fossero vari
gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni
diverse. Tutti i coniugi, secondo il disegno divino, sono chiamati alla santità
nel matrimonio e questa alta vocazione si realizza in quanto la persona umana è
in grado di rispondere al comando divino con animo sereno, confidando nella
grazia divina e nella propria volontà". In questa stessa linea, rientra nella
pedagogia della Chiesa che i coniugi anzitutto riconoscano chiaramente la
dottrina della Humanae Vitae come normativa per l'esercizio della loro
sessualità, e sinceramente si impegnino a porre le condizioni necessarie per
osservare questa norma » (Giovanni Paolo II, Esort. Apost. Familiaris
Consortio, 22 novembre 1981, n. 34).
(44) « In questo
contesto si apre il giusto spazio alla misericordia di Dio per il peccato
dell'uomo che si converte e alla comprensione per l'umana debolezza.
Questa comprensione non significa mai compromettere e falsificare la misura del
bene e del male per adattarla alle circostanze. Mentre è umano che l'uomo,
avendo peccato, riconosca la sua debolezza e chieda misericordia per la propria
colpa, è invece inaccettabile l'atteggiamento di chi fa della propria debolezza
il criterio della verità sul bene, in modo da potersi sentire giustificato da
solo, anche senza bisogno di ricorrere a Dio e alla sua misericordia. Un simile
atteggiamento corrompe la moralità dell'intera società, perché insegna a
dubitare dell'oggettività della legge morale in generale e a rifiutare
l'assolutezza dei divieti morali circa determinati atti umani, e finisce con il
confondere tutti i giudizi di valore » (Giovanni Paolo II, Enc.
Veritatis Splendor,
8 agosto 1993, n. 104).
(45) « Se il
confessore non ha dubbi sulle disposizioni del penitente e questi chieda
l'assoluzione, essa non sia negata né differita » (Codice di Diritto Canonico,
can. 980).
(46) « E ben sa
altresì la Santa Chiesa, che non di rado uno dei coniugi patisce piuttosto il
peccato, che esserne causa, quando, per ragione veramente grave, permette la
perversione dell'ordine dovuto, alla quale pure non consente e di cui quindi non
è colpevole, purché memore, anche in tal caso, delle leggi della carità, non
trascuri di dissuadere il coniuge dal peccato e allontanarlo da esso » (Pio XI,
Enc. Casti Connubii, AAS 22 (1930), 561.
(47) 3
Cfr. Denzinger-Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum, 2795, 3634.
(48) « Dal punto
di vista morale, non è mai lecito cooperare formalmente al male. Tale
cooperazione si verifica quando l'azione compiuta, o per la sua stessa natura o
per la configurazione che essa viene assumendo in un concreto contesto, si
qualifica come partecipazione diretta ad un atto contro la vita umana innocente
o come condivisione dell'intenzione immorale dell'agente principale » (Giovanni
Paolo II, Enc. Evangelium Vitae, 25 marzo 1995, n. 74).
(49) « Questa
disciplina, propria della purezza degli sposi, ben lungi dal nuocere all'amore
coniugale, gli conferisce invece un più alto valore umano. Esige un continuo
sforzo, ma grazie al suo benefico influsso i coniugi sviluppano integralmente la
loro personalità arricchendosi di valori spirituali: essa apporta alla vita
familiare frutti di serenità e di pace e agevola la soluzione di altri problemi;
favorisce l'attenzione verso l'altro coniuge, aiuta gli sposi a bandire
l'egoismo, nemico del vero amore, ed approfondisce il loro senso di
responsabilità. I genitori acquistano con essa la capacità di un influsso più
profondo ed efficace per l'educazione dei figli; la fanciullezza e la gioventù
crescono nella giusta stima dei valori umani e nello sviluppo sereno ed armonico
delle loro facoltà spirituali e sensibili » (Paolo VI, Enc. Humanae Vitae,
25 luglio 1968, n. 21).
(50) Per i
sacerdoti, il « primo compito ? specialmente per quelli che insegnano la
teologia morale ? è di esporre senza ambiguità l'insegnamento della Chiesa sul
matrimonio. Siate i primi a dare, nell'esercizio del vostro ministero, l'esempio
di un leale ossequio, interno ed esterno, al Magistero della Chiesa. Tale
ossequio, ben lo sapete, obbliga non solo per le ragioni addotte, quanto
piuttosto a motivo del lume dello Spirito Santo, del quale sono particolarmente
dotati i Pastori della Chiesa per illustrare la verità.
Sapete anche che è
di somma importanza, per la pace delle coscienze e per l'unità del popolo
cristiano, che, nel campo della morale come in quello del dogma, tutti si
attengano al Magistero della Chiesa e parlino uno stesso linguaggio. Perciò con
tutto il Nostro animo vi rinnoviamo l'accorato appello del grande Apostolo
Paolo: "Vi scongiuro, fratelli, per il nome di Nostro Signore Gesù Cristo,
abbiate tutti uno stesso sentimento, non vi siano tra voi divisioni, ma siate
tutti uniti nello stesso spirito e nello stesso pensiero" ».
« Non sminuire in
nulla la salutare dottrina di Cristo è eminente forma di carità verso le anime.
Ma ciò deve sempre accompagnarsi con la pazienza e la bontà di cui il Signore
stesso ha dato l'esempio nel trattare con gli uomini. Venuto non per giudicare
ma per salvare, Egli fu certo intransigente con il male, ma misericordioso verso
le persone » (Paolo VI, Enc. Humanae Vitae, 25 luglio 1968, nn. 28-29).
(51) « Di fronte
al problema di un'onesta regolazione della natalità, la comunità ecclesiale, nel
tempo presente, deve assumersi il compito di suscitare convinzioni e di offrire
aiuti concreti per quanti vogliono vivere la paternità e la maternità in modo
veramente responsabile.
In questo campo,
mentre si compiace dei risultati raggiunti dalle ricerche scientifiche per una
conoscenza più precisa dei ritmi di fertilità femminile e stimola una più
decisiva ed ampia estensione di tali studi, la Chiesa non può non sollecitare
con rinnovato vigore la responsabilità di quanti ? medici, esperti, consulenti
coniugali, educatori, coppie ? possono aiutare effettivamente i coniugi a vivere
il loro amore nel rispetto della struttura e delle finalità dell'atto coniugale
che lo esprime. Ciò significa un impegno più vasto, decisivo e sistematico per
far conoscere, stimare e applicare i metodi naturali di regolazione della
fertilità.
Una preziosa
testimonianza può e deve essere data da quegli sposi che, mediante l'impegno
comune della continenza periodica, sono giunti ad una più matura responsabilità
personale di fronte all'amore ed alla vita. Come scriveva Paolo VI, "ad essi il
Signore affida il compito di rendere visibile agli uomini la santità e la
soavità della legge che unisce l'amore vicendevole degli sposi con la loro
cooperazione all'amore di Dio autore della vita umana" » (Giovanni Paolo II,
Esort. Apost. Familiaris Consortio, 22 novembre 1981, n. 35).
(52) « Fin dal
primo secolo la Chiesa ha dichiarato la malizia morale di ogni aborto provocato.
Questo insegnamento non è mutato. Rimane invariabile. L'aborto diretto, cioè
voluto come un fine o come un mezzo, è gravemente contrario alla legge morale »
(Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2271; vedi Congregazione per la
Dottrina della Fede, Dichiarazione sull'aborto procurato, 18 novembre
1974).
« La gravità
morale dell'aborto procurato appare in tutta la sua verità se si riconosce che
si tratta di un omicidio e, in particolare, se si considerano le circostanze
specifiche che lo qualificano. Chi viene soppresso è un essere umano che si
affaccia alla vita, ossia quanto di più innocente in assoluto si possa
immaginare » (Giovanni Paolo II, Enc. Evangelium Vitae, 25 marzo 1995, n.
58).
(53) Si tenga
presente che « ipso iure » la facoltà di assolvere in foro interno in questa
materia appartiene, come per tutte le censure non riservate alla Santa Sede e
non dichiarate, a qualunque Vescovo, anche solo titolare, e al Penitenziere
diocesano o collegiato (can. 508), nonché ai cappellani degli ospedali, delle
carceri e degli itineranti (can. 566 § 2). Per la sola censura relativa
all'aborto godono della facoltà di assolvere, per privilegio, i confessori
appartenenti ad un Ordine mendicante o ad alcune Congregazioni religiose
moderne.
(54) Cfr. Giovanni
Paolo II, Enc. Dives in Misericordia, 30 novembre 1980, n. 14.