Venerati Fratelli nell
Venerati
Fratelli nell'Episcopato,
salute e Apostolica Benedizione!
Lo splendore della verità rifulge in tutte
le opere del Creatore e, in modo particolare, nell'uomo creato a immagine e
somiglianza di Dio (cf Gn 1,26): la verità illumina l'intelligenza e informa la
libertà dell'uomo, che in tal modo viene guidato a conoscere e ad amare il
Signore. Per questo il salmista prega: « Risplenda su di noi, Signore, la luce
del tuo volto » (Sal 4,7).
INTRODUZIONE
Gesù Cristo, luce vera che illumina ogni uomo
1. Chiamati alla salvezza
mediante la fede in Gesù Cristo, « luce vera che illumina ogni uomo » (Gv
1,9), gli uomini diventano « luce nel Signore » e « figli della luce » (Ef
5,8) e si santificano con « l'obbedienza alla verità » (1 Pt 1,22).
Questa obbedienza non è sempre facile. In
seguito a quel misterioso peccato d'origine, commesso per istigazione di Satana,
che è « menzognero e padre della menzogna » (Gv 8,44), l'uomo è
permanentemente tentato di distogliere il suo sguardo dal Dio vivo e vero per
volgerlo agli idoli (cf 1 Ts 1,9), cambiando « la verità di Dio con la
menzogna » (Rm 1,25); viene allora offuscata anche la sua capacità di
conoscere la verità e indebolita la sua volontà di sottomettersi ad essa. E
così, abbandonandosi al relativismo e allo scetticismo (cf. Gv 18, 38),
egli va alla ricerca di una illusoria libertà al di fuori della stessa verità.
Ma nessuna tenebra di errore e di peccato
può eliminare totalmente nell'uomo la luce di Dio Creatore. Nella profondità del
suo cuore permane sempre la nostalgia della verità assoluta e la sete di
giungere alla pienezza della sua conoscenza. Ne è prova eloquente l'inesausta
ricerca dell'uomo in ogni campo e in ogni settore. Lo prova ancor più la sua
ricerca sul senso della vita. Lo sviluppo della scienza e della tecnica,
splendida testimonianza delle capacità dell'intelligenza e della tenacia degli
uomini, non dispensa dagli interrogativi religiosi ultimi l'umanità, ma
piuttosto la stimola ad affrontare le lotte più dolorose e decisive, quelle del
cuore e della coscienza morale.
2. Ogni uomo non può
sfuggire alle domande fondamentali: Che cosa devo fare? Come discernere il
bene dal male? La risposta è possibile solo grazie allo splendore della
verità che rifulge nell'intimo dello spirito umano, come attesta il salmista:
« Molti dicono: "Chi ci farà vedere il bene?". Risplenda su di noi,
Signore, la luce del tuo volto » (Sal 4,7).
La luce del volto di Dio splende in tutta
la sua bellezza sul volto di Gesù Cristo, « immagine del Dio invisibile » (Col
1,15), « irradiazione della sua gloria » (Eb 1,3), « pieno di grazia
e di verità » (Gv 1,14): Egli è « la via, la verità e la vita » (Gv
14,6). Per questo la risposta decisiva ad ogni interrogativo dell'uomo, in
particolare ai suoi interrogativi religiosi e morali, è data da Gesù Cristo,
anzi è Gesù Cristo stesso, come ricorda il Concilio Vaticano II: « In realtà,
solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo.
Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro, e cioè di Cristo
Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e
del suo amore, svela anche pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua
altissima vocazione ».(1)
Gesù Cristo, « la luce delle genti »,
illumina il volto della sua Chiesa, che Egli manda in tutto il mondo ad
annunciare il Vangelo ad ogni creatura (cf Mc 16,15).(2) Così la Chiesa,
Popolo di Dio in mezzo alle nazioni,(3) mentre è attenta alle nuove sfide della
storia e agli sforzi che gli uomini compiono nella ricerca del senso della vita,
offre a tutti la risposta che viene dalla verità di Gesù Cristo e del suo
Vangelo. È sempre viva nella Chiesa la coscienza del suo « dovere permanente di
scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che,
in un modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni
interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro
reciproco rapporto ».(4)
3. I Pastori della Chiesa,
in comunione col Successore di Pietro, sono vicini ai fedeli in questo sforzo,
li accompagnano e li guidano con il loro magistero, trovando accenti sempre
nuovi di amore e di misericordia per rivolgersi non solo ai credenti, ma a tutti
gli uomini di buona volontà. Il Concilio Vaticano II rimane una testimonianza
straordinaria di questo atteggiamento della Chiesa che, « esperta in umanità
»,(5) si pone al servizio di ogni uomo e di tutto il mondo.(6)
La Chiesa sa che l'istanza morale
raggiunge in profondità ogni uomo, coinvolge tutti, anche coloro che non
conoscono Cristo e il suo Vangelo e neppure Dio. Sa che proprio sulla strada
della vita morale è aperta a tutti la via della salvezza, come ha
chiaramente ricordato il Concilio Vaticano II, che così scrive: « Quelli che
senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, e tuttavia cercano
sinceramente Dio, e sotto l'influsso della grazia si sforzano di compiere con le
opere la volontà di Dio, conosciuta attraverso il dettame della coscienza,
possono conseguire la salvezza eterna ». Ed aggiunge: « Né la divina Provvidenza
nega gli aiuti necessari alla salvezza a coloro che senza colpa da parte loro
non sono ancora arrivati a una conoscenza esplicita di Dio, e si sforzano, non
senza la grazia divina, di condurre una vita retta. Poiché tutto ciò che di
buono e di vero si trova in loro, è ritenuto dalla Chiesa come una preparazione
al Vangelo, e come dato da Colui che illumina ogni uomo, affinché abbia
finalmente la vita ».(7)
L'oggetto della presente Enciclica
4. Sempre, ma soprattutto
nel corso degli ultimi due secoli, i Sommi Pontefici sia personalmente che insieme
al Collegio episcopale hanno sviluppato e proposto un insegnamento morale relativo
ai molteplici e differenti ambiti della vita umana. In nome e con l'autorità
di Gesù Cristo, essi hanno esortato, denunciato, spiegato; in fedeltà alla loro
missione, nelle lotte in favore dell'uomo, hanno confermato, sostenuto, consolato;
con la garanzia dell'assistenza dello Spirito di verità hanno contribuito ad
una migliore comprensione delle esigenze morali negli ambiti della sessualità
umana, della famiglia, della vita sociale, economica e politica. Il loro insegnamento
costituisce, all'interno della tradizione della Chiesa e della storia dell'umanità,
un continuo approfondimento della conoscenza morale.(8)
Oggi, però, sembra necessario
riflettere sull'insieme dell'insegnamento morale della Chiesa, con lo scopo
preciso di richiamare alcune verità fondamentali della dottrina cattolica che
nell'attuale contesto rischiano di essere deformate o negate. Si è determinata,
infatti, una nuova situazione entro la stessa comunità cristiana, che ha
conosciuto il diffondersi di molteplici dubbi ed obiezioni, di ordine umano e
psicologico, sociale e culturale, religioso ed anche propriamente teologico, in
merito agli insegnamenti morali della Chiesa. Non si tratta più di contestazioni
parziali e occasionali, ma di una messa in discussione globale e sistematica del
patrimonio morale, basata su determinate concezioni antropologiche ed etiche.
Alla loro radice sta l'influsso più o meno nascosto di correnti di pensiero che
finiscono per sradicare la libertà umana dal suo essenziale e costitutivo
rapporto con la verità. Così si respinge la dottrina tradizionale sulla legge
naturale, sull'universalità e sulla permanente validità dei suoi precetti; si
considerano semplicemente inaccettabili alcuni insegnamenti morali della Chiesa;
si ritiene che lo stesso Magistero possa intervenire in materia morale solo per
« esortare le coscienze » e per « proporre i valori », ai quali ciascuno
ispirerà poi autonomamente le decisioni e le scelte della vita.
È da rilevare, in special modo, la
dissonanza tra la risposta tradizionale della Chiesa e alcune posizioni
teologiche, diffuse anche in Seminari e Facoltà teologiche, circa
questioni della massima importanza per la Chiesa e la vita di fede dei
cristiani, nonché per la stessa convivenza umana. In particolare ci si chiede: i
comandamenti di Dio, che sono scritti nel cuore dell'uomo e fanno parte
dell'Alleanza, hanno davvero la capacità di illuminare le scelte quotidiane
delle singole persone e delle società intere? È possibile obbedire a Dio e
quindi amare Dio e il prossimo, senza rispettare in tutte le circostanze questi
comandamenti? È anche diffusa l'opinione che mette in dubbio il nesso intrinseco
e inscindibile che unisce tra loro la fede e la morale, quasi che solo in
rapporto alla fede si debbano decidere l'appartenenza alla Chiesa e la sua unità
interna, mentre si potrebbe tollerare nell'ambito morale un pluralismo di
opinioni e di comportamenti, lasciati al giudizio della coscienza soggettiva
individuale o alla diversità dei contesti sociali e culturali.
5. In un tale contesto,
tuttora attuale, è maturata in me la decisione di scrivere ? come già annunciai
nella Lettera apostolica
Spiritus Domini, pubblicata il 1° agosto 1987 in occasione del secondo
centenario della morte di sant'Alfonso Maria de' Liguori ? un'Enciclica destinata
a trattare « più ampiamente e più profondamente le questioni riguardanti i fondamenti
stessi della teologia morale »,(9) fondamenti che vengono intaccati da alcune
tendenze odierne.
Mi rivolgo a voi, venerati Fratelli
nell'Episcopato, che condividete con me la responsabilità di custodire la « sana
dottrina » (2 Tm 4,3), con l'intenzione di precisare taluni aspetti
dottrinali che risultano decisivi per far fronte a quella che è senza dubbio una
vera crisi, tanto gravi sono le difficoltà che ne conseguono per la vita
morale dei fedeli e per la comunione nella Chiesa, come pure per un'esistenza
sociale giusta e solidale.
Se questa Enciclica, da tanto tempo
attesa, viene pubblicata solo ora, lo è anche perché è apparso conveniente farla
precedere dal
Catechismo della Chiesa Cattolica, il quale contiene un'esposizione
completa e sistematica della dottrina morale cristiana. Il Catechismo presenta
la vita morale dei credenti nei suoi fondamenti e nei suoi molteplici contenuti
come vita dei « figli di Dio »: « Riconoscendo nella fede la loro nuova dignità,
i cristiani sono chiamati a comportarsi ormai "da cittadini degni del Vangelo" (Fil
1,27). Mediante i sacramenti e la preghiera, essi ricevono la grazia di
Cristo e i doni del suo Spirito, che li rendono capaci di questa vita nuova
».(10) Nel rimandare pertanto al Catechismo « come testo di riferimento sicuro
ed autorevole per l'insegnamento della dottrina cattolica »,(11) l'Enciclica si
limiterà ad affrontare alcune questioni fondamentali dell'insegnamento morale
della Chiesa, sotto forma di un necessario discernimento su problemi
controversi tra gli studiosi dell'etica e della teologia morale. È questo
l'oggetto specifico della presente Enciclica, che intende esporre, sui problemi
discussi, le ragioni di un insegnamento morale fondato nella Sacra Scrittura e
nella viva Tradizione apostolica (12) mettendo in luce, nello stesso tempo, i
presupposti e le conseguenze delle contestazioni di cui tale insegnamento è
fatto segno.
CAPITOLO I
« MAESTRO, CHE COSA DEVO FARE DI
BUONO...? »
(MT 19,16)
Cristo e
la risposta alla domanda di morale
« Un tale gli si avvicinò... »
(Mt 19,16)
6. Il dialogo di Gesù
con il giovane ricco, riferito nel capitolo 19 del Vangelo di san Matteo,
può costituire un'utile traccia per riascoltare in modo vivo e incisivo
il suo insegnamento morale: « Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse:
"Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?".
Egli rispose: "Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono.
Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti". Ed egli chiese: "Quali?".
Gesù rispose: "Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non
testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te
stesso. Il giovane gli disse: "Ho sempre osservato tutte queste cose; che
mi manca ancora?". Gli disse Gesù: "Se vuoi essere perfetto, va',
vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi
vieni e seguimi" » (Mt 19,16-21).(13)
7. « Ed ecco un tale...
». Nel giovane, che il Vangelo di Matteo non nomina, possiamo riconoscere ogni
uomo che, coscientemente o no, si avvicina a Cristo, Redentore dell'uomo,
e gli pone la domanda morale. Per il giovane, prima che una domanda sulle
regole da osservare, è una domanda di pienezza di significato per la vita.
E, in effetti, è questa l'aspirazione che sta al cuore di ogni decisione e di
ogni azione umana, la segreta ricerca e l'intimo impulso che muove la libertà.
Questa domanda è ultimamente un appello al Bene assoluto che ci attrae e ci
chiama a sé, è l'eco di una vocazione di Dio, origine e fine della vita dell'uomo.
Proprio in questa prospettiva il Concilio Vaticano II ha invitato a perfezionare
la teologia morale in modo che la sua esposizione illustri l'altissima vocazione
che i fedeli hanno ricevuto in Cristo,(14) unica risposta che appaga pienamente
il desiderio del cuore umano.
Perché gli uomini possano
realizzare questo « incontro » con Cristo, Dio ha voluto la sua Chiesa.
Essa, infatti, « desidera servire quest'unico fine: che ogni uomo possa
ritrovare Cristo, perché Cristo possa, con ciascuno, percorrere la strada della
vita ».(15)
« Maestro, che cosa devo fare di
buono per ottenere la vita eterna? »
(Mt 19,16)
8. Dalla profondità del
cuore sorge la domanda che il giovane ricco rivolge a Gesù di Nazaret, una
domanda essenziale e ineludibile per la vita di ogni uomo: essa riguarda,
infatti, il bene morale da praticare e la vita eterna. L'interlocutore di Gesù
intuisce che esiste una connessione tra il bene morale e il pieno compimento
del proprio destino. Egli è un pio israelita, cresciuto per così dire all'ombra
della Legge del Signore. Se pone questa domanda a Gesù, possiamo immaginare
che non lo faccia perché ignora la risposta contenuta nella Legge. È più probabile
che il fascino della persona di Gesù abbia fatto sorgere in lui nuovi interrogativi
intorno al bene morale. Egli sente l'esigenza di confrontarsi con Colui che
aveva iniziato la sua predicazione con questo nuovo e decisivo annuncio: « Il
tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo
» (Mc 1,15).
Occorre che l'uomo di oggi si
volga nuovamente verso Cristo per avere da Lui la risposta su ciò che è bene e
ciò che è male.
Egli è il Maestro, il Risorto che ha in sé la vita e che è sempre
presente nella sua Chiesa e nel mondo. È Lui che schiude ai fedeli il libro
delle Scritture e, rivelando pienamente la volontà del Padre, insegna la verità
sull'agire morale. Alla sorgente e al vertice dell'economia della salvezza, Alfa
e Omega della storia umana (cf Ap 1,8; 21,6; 22,13), Cristo rivela la
condizione dell'uomo e la sua vocazione integrale. Per questo, « l'uomo che vuol
comprendere se stesso fino in fondo non soltanto secondo immediati, parziali,
spesso superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere
deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e
peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per
così dire, entrare in Lui con tutto se stesso, deve "appropriarsi" ed assimilare
tutta la realtà dell'Incarnazione e della Redenzione per ritrovare se stesso. Se
in lui si attua questo profondo processo, allora egli produce frutti non
soltanto di adorazione di Dio, ma anche di profonda meraviglia di se stesso
».(16)
Se vogliamo dunque penetrare nel cuore
della morale evangelica e coglierne il contenuto profondo e immutabile, dobbiamo
ricercare accuratamente il senso dell'interrogativo posto dal giovane ricco del
Vangelo e, più ancora, il senso della risposta di Gesù, lasciandoci guidare da
Lui. Gesù, infatti, con delicata attenzione pedagogica, risponde conducendo il
giovane quasi per mano, passo dopo passo, verso la verità piena.
« Uno solo è buono »
(Mt 19,17)
9. Gesù dice: « Perché
mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita,
osserva i comandamenti » (Mt 19, 17). Nella versione degli evangelisti
Marco e Luca la domanda viene così formulata: « Perché mi chiami buono? Nessuno
è buono, se non Dio solo » (Mc 10,18; cf Lc 18,19).
Prima di rispondere alla
domanda, Gesù vuole che il giovane chiarisca a se stesso il motivo per cui lo
interroga. Il « Maestro buono » indica al suo interlocutore ? e a tutti noi ?
che la risposta all'interrogativo: « Che cosa devo fare di buono per ottenere la
vita eterna? », può essere trovata soltanto rivolgendo la mente e il cuore a
Colui che « solo è buono »: « Nessuno è buono, se non Dio solo » (Mc
10,18; cf Lc 18,19). Solo Dio può rispondere
alla domanda sul bene, perché Egli è il Bene.
Interrogarsi sul bene,
in effetti, significa rivolgersi in ultima analisi verso Dio, pienezza
della bontà. Gesù mostra che la domanda del giovane è in realtà una domanda
religiosa e che la bontà, che attrae e al tempo stesso vincola l'uomo, ha la
sua fonte in Dio, anzi è Dio stesso, Colui che solo è degno di essere amato «
con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente » (Mt 22,37),
Colui che è la sorgente della felicità dell'uomo. Gesù riporta la questione
dell'azione moralmente buona alle sue radici religiose, al riconoscimento di
Dio, unica bontà, pienezza della vita, termine ultimo dell'agire umano, felicità
perfetta.
10. La Chiesa, istruita
dalle parole del Maestro, crede che l'uomo, fatto a immagine del Creatore, redento
con il sangue di Cristo e santificato dalla presenza dello Spirito Santo, ha
come fine ultimo della sua vita l'essere « a lode della gloria » di
Dio (cf Ef 1,12), facendo sì che ognuna delle sue azioni ne rifletta
lo splendore. « Conosci dunque te stessa, o anima bella: tu sei l'immagine
di Dio ? scrive sant'Ambrogio ?. Conosci te stesso, o uomo: tu sei la
gloria di Dio (1 Cor 11,7). Ascolta in che modo ne sei la gloria.
Dice il profeta: La tua scienza è divenuta mirabile provenendo da me (Sal
1381,6), cioè: nella mia opera la tua maestà è più ammirabile, la tua sapienza
viene esaltata nella mente dell'uomo. Mentre considero me stesso, che tu scruti
nei segreti pensieri e negli intimi sentimenti, io riconosco i misteri della
tua scienza. Conosci dunque te stesso, o uomo, quanto grande tu sei e vigila
su di te... ».(17)
Ciò che l'uomo è e deve fare si
manifesta nel momento in cui Dio rivela se stesso.
Il Decalogo, infatti, si fonda
su queste parole: « Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal
paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a
me » (Es 20,2-3). Nelle « dieci parole » dell'Alleanza con Israele, e in
tutta la Legge, Dio si fa conoscere e riconoscere come Colui che « solo è buono
»; come Colui che, nonostante il peccato dell'uomo, continua a rimanere il «
modello » dell'agire morale, secondo la sua stessa chiamata: « Siate santi,
perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo » (Lv 19,2); come Colui
che, fedele al suo amore per l'uomo, gli dona la sua Legge (cf Es 19,9-24
e 20, 18-21), per ristabilire l'originaria armonia col Creatore e con tutto il
creato, ed ancor più per introdurlo nel suo amore: « Camminerò in mezzo a voi,
sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo » (Lv 26,12).
La vita morale si presenta come
risposta
dovuta alle iniziative gratuite che l'amore di Dio moltiplica nei confronti
dell'uomo. È una risposta d'amore, secondo l'enunciato che del
comandamento fondamentale fa il Deuteronomio: « Ascolta, Israele: il
Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo: Tu amerai il Signore tuo Dio con
tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze. Questi precetti, che
oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli » (Dt
6,47). Così, la vita morale, coinvolta nella gratuità dell'amore di Dio, è
chiamata a rifletterne la gloria: « Per chi ama Dio è sufficiente piacere a
Colui che egli ama: poiché non deve ricercarsi nessun'altra ricompensa maggiore
dello stesso amore; la carità, infatti, proviene da Dio in maniera tale che Dio
stesso è carità ».(18)
11. L'affermazione che
« uno solo è buono » ci rimanda così alla « prima tavola » dei comandamenti,
che chiama a riconoscere Dio come Signore unico e assoluto e a rendere culto
a Lui solo a motivo della sua infinita santità (cf Es 20,2-11). Il
bene è appartenere a Dio, obbedire a Lui, camminare umilmente con Lui praticando
la giustizia e amando la pietà (cf Mic 6,8). Riconoscere il Signore
come Dio è il nucleo fondamentale, il cuore della Legge, da cui discendono
e a cui sono ordinati i precetti particolari. Mediante la morale dei comandamenti
si manifesta l'appartenenza del popolo di Israele al Signore, perché Dio solo
è Colui che è buono. Questa è la testimonianza della Sacra Scrittura, in ogni
sua pagina permeata dalla viva percezione dell'assoluta santità di Dio: « Santo,
santo, santo è il Signore degli eserciti » (Is 6,3).
Ma se Dio solo è il Bene, nessuno sforzo
umano, neppure l'osservanza più rigorosa dei comandamenti, riesce a « compiere »
la Legge, cioè a riconoscere il Signore come Dio e a rendergli l'adorazione che
a Lui solo è dovuta (cf Mt 4,10). Il « compimento » può venire solo da
un dono di Dio: è l'offerta di una partecipazione alla Bontà divina che si
rivela e si comunica in Gesù, colui che il giovane ricco chiama con le parole «
Maestro buono » (Mc 10,17; Lc 18,18). Ciò che ora il giovane
riesce forse solo a intuire, verrà alla fine pienamente rivelato da Gesù stesso
nell'invito: « Vieni e seguimi » (Mt 19,21).
« Se vuoi entrare nella vita,
osserva i comandamenti »
(Mt 19,17)
12. Solo Dio può rispondere
alla domanda sul bene, perché Egli è il Bene. Ma Dio ha già dato risposta a
questa domanda: lo ha fatto creando l'uomo e ordinandolo con sapienza
e con amore al suo fine, mediante la legge inscritta nel suo cuore (cf Rm
2,15), la « legge naturale ». Questa « altro non è che la luce dell'intelligenza
infusa in noi da Dio. Grazie ad essa conosciamo ciò che si deve compiere e ciò
che si deve evitare. Questa luce e questa legge Dio l'ha donata nella creazione
».(19) Lo ha fatto poi nella storia di Israele, in particolare con le
« dieci parole », ossia con i comandamenti del Sinai, mediante i quali
Egli ha fondato l'esistenza del popolo dell'Alleanza (cf Es 24) e l'ha
chiamato ad essere la sua « proprietà tra tutti i popoli », « una nazione santa
» (Es 19,56), che facesse risplendere la sua santità tra tutte le genti
(cf Sap 18,4; Ez 20,41). Il dono del Decalogo è promessa e segno
dell'Alleanza Nuova, quando la legge sarà nuovamente e definitivamente
scritta nel cuore dell'uomo (cf Ger 31, 31-34), sostituendosi alla legge
del peccato, che quel cuore aveva deturpato (cf Ger 17,1). Allora verrà
donato « un cuore nuovo » perché in esso abiterà « uno spirito nuovo », lo Spirito
di Dio (cf Ez 36,24-28).(20)
Per questo, dopo l'importante
precisazione: « Uno solo è buono », Gesù risponde al giovane: « Se vuoi entrare
nella vita, osserva i comandamenti » (Mt 19,17). Viene in tal modo
enunciato uno stretto legame tra la vita eterna e l'obbedienza ai
comandamenti di Dio: sono i comandamenti di Dio che indicano all'uomo la via
della vita e ad essa conducono. Dalla bocca stessa di Gesù, nuovo Mosè, vengono
ridonati agli uomini i comandamenti del Decalogo; egli stesso li conferma
definitivamente e li propone a noi come via e condizione di salvezza. Il
comandamento si lega a una promessa: nella Alleanza Antica oggetto della
promessa era il possesso di una terra in cui il popolo avrebbe potuto condurre
un'esistenza nella libertà e secondo giustizia (cf Dt 6,20-25); nella
Alleanza Nuova oggetto della promessa è il « Regno dei cieli », come Gesù
afferma all'inizio del « Discorso della Montagna » ? discorso che contiene la
formulazione più ampia e completa della Legge Nuova (cf Mt 5-7) ?, in
evidente connessione con il Decalogo affidato da Dio a Mosè sul monte Sinai.
Alla medesima realtà del Regno fa riferimento l'espressione « vita eterna », che
è partecipazione alla vita stessa di Dio: essa si realizza nella sua perfezione
solo dopo la morte, ma nella fede è già fin d'ora luce di verità, sorgente di
senso per la vita, incipiente partecipazione ad una pienezza nella sequela di
Cristo. Dice, infatti, Gesù ai discepoli dopo l'incontro con il giovane ricco: «
Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o
campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita
eterna » (Mt 19,29).
13. La risposta di Gesù
non basta al giovane, che insiste interrogando il Maestro circa i comandamenti
da osservare: « Ed egli chiese: "Quali?" » (Mt 19,18). Chiede
che cosa deve fare nella vita per rendere manifesto il riconoscimento della
santità di Dio. Dopo aver orientato lo sguardo del giovane verso Dio, Gesù gli
ricorda i comandamenti del Decalogo che riguardano il prossimo: « Gesù rispose:
"Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il
falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso » (Mt
19,18-19).
Dal contesto del colloquio e,
specialmente, dal confronto del testo di Matteo con i passi paralleli di Marco e
di Luca, risulta che Gesù non intende elencare tutti e singoli i comandamenti
necessari per « entrare nella vita », ma, piuttosto, rimandare il giovane alla
centralità del Decalogo rispetto ad ogni altro precetto, quale
interpretazione di ciò che per l'uomo significa « Io sono il Signore, Dio tuo ».
Non può sfuggire, comunque, alla nostra attenzione quali comandamenti della
Legge il Signore Gesù ricorda al giovane: sono alcuni comandamenti che
appartengono alla cosiddetta « seconda tavola » del Decalogo, di cui compendio (cf
Rm 13,8-10) e fondamento è il comandamento dell'amore del prossimo:
« Ama il prossimo tuo come te stesso » (Mt 19,19; cf Mc
12,31). In questo comandamento si esprime precisamente la singolare dignità
della persona umana, la quale è « la sola creatura che Dio abbia voluto per
se stessa ».(21) I diversi comandamenti del Decalogo non sono in effetti che la
rifrazione dell'unico comandamento riguardante il bene della persona, a livello
dei molteplici beni che connotano la sua identità di essere spirituale e
corporeo, in relazione con Dio, col prossimo e col mondo delle cose. Come
leggiamo nel
Catechismo della Chiesa Cattolica, « i dieci comandamenti appartengono
alla rivelazione di Dio. Al tempo stesso ci insegnano la vera umanità dell'uomo.
Mettono in luce i doveri essenziali e, quindi, indirettamente, i diritti
fondamentali inerenti alla natura della persona umana ».(22)
I comandamenti, ricordati da Gesù al
giovane interlocutore, sono destinati a tutelare il bene della persona,
immagine di Dio, mediante la protezione dei suoi beni. « Non uccidere,
non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso » sono regole
morali formulate in termini di divieto. I precetti negativi esprimono con
particolare forza l'esigenza insopprimibile di proteggere la vita umana, la
comunione delle persone nel matrimonio, la proprietà privata, la veridicità e la
buona fama.
I comandamenti rappresentano, quindi, la
condizione di base per l'amore del prossimo; essi ne sono al contempo la
verifica. Sono la prima tappa necessaria nel cammino verso la libertà, il
suo inizio: « La prima libertà ? scrive sant'Agostino ? consiste nell'essere
esenti da crimini... come sarebbero l'omicidio, l'adulterio, la fornicazione, il
furto, la frode, il sacrilegio e così via. Quando uno comincia a non avere
questi crimini (e nessun cristiano deve averli), comincia a levare il capo verso
la libertà, ma questo non è che l'inizio della libertà, non la libertà
perfetta... ».(23)
14. Ciò non significa,
certo, che Gesù intenda dare la precedenza all'amore del prossimo o addirittura
separarlo dall'amore di Dio. Lo testimonia il suo dialogo col dottore della
Legge: questi, che pone una domanda molto simile a quella del giovane, si sente
rimandato da Gesù ai due comandamenti dell'amore di Dio e dell'amore del
prossimo (cf Lc 10, 25-27) e invitato a ricordare che solo la loro
osservanza conduce alla vita eterna: « Fa' questo e vivrai » (Lc 10,28).
È comunque significativo che sia proprio il secondo di questi comandamenti a
suscitare la curiosità e l'interrogativo del dottore della Legge: « Chi è il
mio prossimo? » (Lc 10,29). Il Maestro risponde con la parabola del buon
Samaritano, la parabola-chiave per la piena comprensione del comandamento dell'amore
del prossimo (cf Lc 10,30-37).
I due comandamenti, dai quali « dipende
tutta la Legge e i Profeti » (Mt 22,40), sono profondamente uniti tra
loro e si compenetrano reciprocamente. La loro unità inscindibile è
testimoniata da Gesù con le parole e con la vita: la sua missione culmina nella
Croce che redime (cf Gv 3,14-15), segno del suo indivisibile amore al
Padre e all'umanità (cf Gv 13,1).
Sia l'Antico che il Nuovo Testamento sono
espliciti nell'affermare che senza l'amore per il prossimo, che si
concretizza nell'osservanza dei comandamenti, non è possibile l'autentico
amore per Dio. Lo scrive con vigore straordinario san Giovanni: « Se uno
dicesse: "Io amo Dio", e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi, infatti,
non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede » (1 Gv
4,20). L'evangelista fa eco alla predicazione morale di Cristo, espressa in
modo mirabile e inequivocabile nella parabola del buon Samaritano (cf Lc
10, 19-37) e nel « discorso » sul giudizio finale (cf Mt 25,31-46).
15. Nel « Discorso della
Montagna », che costituisce la magna charta della morale evangelica,(24)
Gesù dice: « Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti;
non sono venuto per abolire, ma per dare compimento » (Mt 5,17). Cristo
è la chiave delle Scritture: « Voi scrutate le Scritture: esse parlano di me
» (cf Gv 5,39); è il centro dell'economia della salvezza, la ricapitolazione
dell'Antico e del Nuovo Testamento, delle promesse della Legge e del loro compimento
nel Vangelo; è il legame vivente ed eterno tra l'Antica e la Nuova Alleanza.
Commentando l'affermazione di Paolo « Il termine della legge è Cristo » (Rm
10,4), sant'Ambrogio scrive: « Fine non in quanto mancanza, ma in quanto
pienezza della legge: questa si compie in Cristo (plenitudo legis in Christo
est), dal momento che Egli è venuto non a dissolvere la legge, ma a portarla
a compimento. Allo stesso modo in cui c'è un Testamento Antico, ma ogni verità
sta all'interno del Nuovo Testamento, così avviene per la legge: quella che
è stata data per mezzo di Mosè è figura della vera legge. Dunque, quella legge
mosaica è copia della verità ».(25)
Gesù porta a compimento i
comandamenti di Dio,
in particolare il comandamento dell'amore del prossimo, interiorizzando e
radicalizzando le sue esigenze: l'amore del prossimo scaturisce da un
cuore che ama, e che, proprio perché ama, è disposto a vivere le esigenze
più alte. Gesù mostra che i comandamenti non devono essere intesi come un
limite minimo da non oltrepassare, ma piuttosto come una strada aperta per un
cammino morale e spirituale di perfezione, la cui anima è l'amore (cf Col
3,14). Così il comandamento « Non uccidere » diventa l'appello ad un amore
sollecito che tutela e promuove la vita del prossimo; il precetto che vieta
l'adulterio diventa l'invito ad uno sguardo puro, capace di rispettare il
significato sponsale del corpo: « Avete inteso che fu detto agli antichi: Non
uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico:
chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio... Avete
inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico:
chiunque guarda ad una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei
nel suo cuore » (Mt 5,21-22.27-28). È Gesù stesso il « compimento »
vivo della Legge in quanto egli ne realizza il significato autentico con il
dono totale di sé: diventa Lui stesso Legge vivente e personale, che
invita alla sua sequela, dà mediante lo Spirito la grazia di condividere la sua
stessa vita e il suo stesso amore e offre l'energia per testimoniarlo nelle
scelte e nelle opere (cf Gv 13,34-35).
« Se vuoi essere perfetto »
(Mt 19,21)
16. La risposta sui comandamenti
non soddisfa il giovane, che interroga Gesù: « Ho sempre osservato tutte queste
cose; che cosa mi manca ancora? » (Mt 19,20). Non è facile dire
con buona coscienza: « ho sempre osservato tutte queste cose », se appena si
comprende l'effettiva portata delle esigenze racchiuse nella Legge di Dio. E
tuttavia, se anche gli è possibile dare una simile risposta, se anche ha seguito
l'ideale morale con serietà e generosità fin dalla fanciullezza, il giovane
ricco sa di essere ancora lontano dalla meta: davanti alla persona di Gesù avverte
che qualcosa ancora gli manca. È alla consapevolezza di questa insufficienza
che si rivolge Gesù nella sua ultima risposta: cogliendo la nostalgia per
una pienezza che superi l'interpretazione legalistica dei comandamenti, il
Maestro buono invita il giovane ad entrare nella strada della perfezione:
« Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri
e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi » (Mt 19,21).
Come già il precedente passo della
risposta di Gesù, così anche questo deve essere letto e interpretato nel
contesto di tutto il messaggio morale del Vangelo e, specialmente, nel contesto
del Discorso della Montagna, delle beatitudini (cf Mt 5,3-12), la prima
delle quali è proprio la beatitudine dei poveri, dei « poveri in spirito », come
precisa san Matteo (Mt 5,3), ossia degli umili. In tal senso si può dire
che anche le beatitudini rientrano nello spazio aperto dalla risposta che Gesù
dà all'interrogativo del giovane: « Che cosa devo fare di buono per ottenere la
vita eterna? ». Infatti, ogni beatitudine promette, secondo una particolare
prospettiva, proprio quel « bene » che apre l'uomo alla vita eterna, anzi che è
la stessa vita eterna.
Le beatitudini
non hanno propriamente come
oggetto delle norme particolari di comportamento, ma parlano di atteggiamenti e
di disposizioni di fondo dell'esistenza e quindi non coincidono esattamente
con i comandamenti. D'altra parte, non c'è separazione o estraneità
tra le beatitudini e i comandamenti: ambedue si riferiscono al bene, alla vita
eterna. Il Discorso della Montagna inizia con l'annuncio delle beatitudini, ma
contiene anche il riferimento ai comandamenti (cf Mt 5,20-48). Nello
stesso tempo, tale Discorso mostra l'apertura e l'orientamento dei comandamenti
alla prospettiva della perfezione che è propria delle beatitudini. Queste sono,
anzitutto, promesse, da cui derivano in forma indiretta anche
indicazioni normative per la vita morale. Nella loro profondità originale
sono una specie di autoritratto di Cristo e, proprio per questo, sono
inviti alla sua sequela e alla comunione di vita con Lui.(26)
17. Non sappiamo quanto
il giovane del Vangelo abbia compreso il profondo ed esigente contenuto della
prima risposta data da Gesù: « Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti
»; è certo, però, che l'impegno manifestato dal giovane nel rispetto di tutte
le esigenze morali dei comandamenti costituisce l'indispensabile terreno sul
quale può germogliare e maturare il desiderio della perfezione, cioè della realizzazione
del loro significato compiuto nella sequela di Cristo. Il colloquio di Gesù
con il giovane ci aiuta a cogliere le condizioni per la crescita morale dell'uomo
chiamato alla perfezione: il giovane, che ha osservato tutti i comandamenti,
si dimostra incapace con le sole sue forze di fare il passo successivo. Per
farlo occorrono una libertà umana matura: « Se vuoi », e il dono divino della
grazia: « Vieni e seguimi ».
La perfezione esige quella
maturità nel dono di sé, a cui è chiamata la libertà dell'uomo.
Gesù indica al giovane i
comandamenti come la prima condizione irrinunciabile per avere la vita eterna;
l'abbandono di tutto ciò che il giovane possiede e la sequela del Signore
assumono invece il carattere di una proposta: « Se vuoi... ». La parola di Gesù
rivela la particolare dinamica della crescita della libertà verso la sua
maturità e, nello stesso tempo, attesta il fondamentale rapporto della
libertà con la legge divina. La libertà dell'uomo e la legge di Dio non si
oppongono, ma, al contrario, si richiamano a vicenda. Il discepolo di Cristo sa
che la sua è una vocazione alla libertà. « Voi infatti, fratelli, siete stati
chiamati a libertà » (Gal 5,13), proclama con gioia e fierezza l'apostolo
Paolo. Subito però precisa: « Purché questa libertà non divenga pretesto per
vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli
altri » (ibid.). La fermezza con la quale l'Apostolo si oppone a chi
affida la propria giustificazione alla Legge, non ha nulla da spartire con la «
liberazione » dell'uomo dai precetti, i quali al contrario sono al servizio
della pratica dell'amore: « Perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge.
Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non
desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole:
Amerai il prossimo tuo come te stesso » (Rm 13,8-9). Lo stesso sant'Agostino,
dopo aver parlato dell'osservanza dei comandamenti come della prima imperfetta
libertà, così prosegue: « Perché, domanderà qualcuno, non ancora perfetta?
Perché "sento nelle mie membra un'altra legge in conflitto con la legge della
mia ragione"... Libertà parziale, parziale schiavitù: non ancora completa, non
ancora pura, non ancora piena è la libertà, perché ancora non siamo
nell'eternità. In parte conserviamo la debolezza, e in parte abbiamo raggiunto
la libertà. Tutti i nostri peccati nel battesimo sono stati distrutti, ma è
forse scomparsa la debolezza, dopo che è stata distrutta l'iniquità? Se essa
fosse scomparsa, si vivrebbe in terra senza peccato. Chi oserà affermare questo
se non chi è superbo, se non chi è indegno della misericordia del liberatore?...
Ora siccome è rimasta in noi qualche debolezza, oso dire che nella misura in cui
serviamo Dio siamo liberi, mentre nella misura in cui seguiamo la legge del
peccato siamo schiavi ».(27)
18. Chi vive « secondo
la carne » sente la legge di Dio come un peso, anzi come una negazione o comunque
una restrizione della propria libertà. Chi, invece, è animato dall'amore e «
cammi- na secondo lo Spirito » (Gal 5,16) e desidera servire gli altri
trova nella legge di Dio la via fondamentale e necessaria per praticare l'amore
liberamente scelto e vissuto. Anzi, egli avverte l'urgenza interiore ? una vera
e propria « necessità », e non già una costrizione ? di non fermarsi alle esigenze
minime della legge, ma di viverle nella loro « pienezza ». È un cammino ancora
incerto e fragile fin che siamo sulla terra, ma reso possibile dalla grazia
che ci dona di possedere la piena libertà dei figli di Dio (cf Rm 8,
21) e quindi di rispondere nella vita morale alla sublime vocazione di essere
« figli nel Figlio ».
Questa vocazione all'amore perfetto non è
riservata solo ad una cerchia di persone. L'invito « va', vendi quello
che possiedi, dàllo ai poveri » con la promessa « avrai un tesoro nel cielo
»riguarda tutti, perché è una radicalizzazione del comandamento dell'amore
del prossimo, come il successivo invito « vieni e seguimi » è la nuova forma
concreta del comandamento dell'amore di Dio. I comandamenti e l'invito di Gesù
al giovane ricco sono al servizio di un'unica e indivisibile carità, che
spontaneamente tende alla perfezione, la cui misura è Dio solo: « Siate voi
dunque perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste » (Mt 5,48). Nel
Vangelo di Luca Gesù precisa ulteriormente il senso di questa perfezione: «
Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro » (Lc 6,36).
« Vieni e seguimi »
(Mt 19,21)
19. La via e, nello stesso
tempo, il contenuto di questa perfezione consiste nella sequela Christi,
nel seguire Gesù, dopo aver rinunciato ai propri beni e a se stessi. Proprio
questa è la conclusione del colloquio di Gesù con il giovane: « Poi vieni e
seguimi » (Mt 19,21). È un invito la cui meravigliosa profondità sarà
pienamente percepita dai discepoli dopo la risurrezione di Cristo, quando lo
Spirito Santo li guiderà alla verità tutta intera (cf Gv 16,13).
È Gesù stesso che prende l'iniziativa e
chiama a seguirlo. L'appello è rivolto innanzi tutto a coloro ai quali egli
affida una particolare missione, a cominciare dai Dodici; ma appare anche chiaro
che essere discepoli di Cristo è la condizione di ogni credente (cf At
6,1). Per questo, seguire Cristo è il fondamento essenziale e originale della
morale cristiana: come il popolo d'Israele seguiva Dio che lo conduceva nel
deserto verso la Terra promessa (cf Es 13,21), così il discepolo deve
seguire Gesù, verso il quale il Padre stesso lo attira (cf Gv 6,44).
Non si tratta qui soltanto di mettersi in
ascolto di un insegnamento e di accogliere nell'obbedienza un comandamento. Si
tratta, più radicalmente, di aderire alla persona stessa di Gesù, di
condividere la sua vita e il suo destino, di partecipare alla sua obbedienza
libera e amorosa alla volontà del Padre. Seguendo, mediante la risposta della
fede, colui che è la Sapienza incarnata, il discepolo di Gesù diventa veramente
discepolo di Dio (cf Gv 6,45). Gesù, infatti, è la luce del mondo,
la luce della vita (cf Gv 8,12); è il pastore che guida e nutre le pecore
(cf Gv 10,11-16), è la via, la verità e la vita (cf Gv 14,6), è
colui che conduce al Padre, al punto che vedere lui, il Figlio, è vedere il
Padre (cf Gv 14,6-10). Pertanto imitare il Figlio, « l'immagine del Dio
invisibile » (Col 1,15), significa imitare il Padre.
20. Gesù chiede di
seguirlo e di imitarlo sulla strada dell'amore, di un amore che si dona totalmente
ai fratelli per amore di Dio: « Questo è il mio comandamento: che vi amiate
gli uni gli altri, come io vi ho amati » (Gv 15,12). Questo «
come » esige l'imitazione di Gesù, del suo amore di cui la lavanda dei
piedi è segno: « Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi,
anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio,
perché come ho fatto io, facciate anche voi » (Gv 13,14-15). L'agire
di Gesù e la sua parola, le sue azioni e i suoi precetti costituiscono la regola
morale della vita cristiana. Infatti, queste sue azioni e, in modo particolare,
la passione e la morte in croce, sono la viva rivelazione del suo amore per
il Padre e per gli uomini. Proprio questo amore Gesù chiede che sia imitato
da quanti lo seguono. Esso è il comandamento « nuovo »: « Vi do un comandamento
nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi
anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli,
se avrete amore gli uni per gli altri » (Gv 13,34-35).
Questo « come » indica anche la misura
con la quale Gesù ha amato, e con la quale devono amarsi tra loro i suoi
discepoli. Dopo aver detto: « Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli
uni gli altri, come io vi ho amati » (Gv 15,12), Gesù prosegue con
le parole che indicano il dono sacrificale della sua vita sulla croce, quale
testimonianza di un amore « sino alla fine » (Gv 13,1): « Nessuno ha un
amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici » (Gv 15,13).
Chiamando il giovane a seguirlo sulla
strada della perfezione, Gesù gli chiede di essere perfetto nel comandamento
dell'amore, nel « suo » comandamento: di inserirsi nel movimento della sua
donazione totale, di imitare e di rivivere l'amore stesso del Maestro « buono »,
di colui che ha amato « sino alla fine ». È quanto Gesù chiede ad ogni uomo che
vuole mettersi alla sua sequela: « Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi
se stesso, prenda la sua croce e mi segua » (Mt 16,24).
21. Seguire Cristo
non è una imitazione esteriore, perché tocca l'uomo nella sua profonda interiorità.
Essere discepoli di Gesù significa essere resi conformi a Lui, che si
è fatto servo fino al dono di sé sulla croce (cf Fil 2,5-8). Mediante
la fede, Cristo abita nel cuore del credente (cf Ef 3,17), e così il
discepolo è assimilato al suo Signore e a Lui configurato. Questo è frutto
della grazia, della presenza operante dello Spirito Santo in noi.
Inserito in Cristo, il cristiano diventa
membro del suo Corpo, che è la Chiesa (cf 1 Cor 12,13.27). Sotto
l'impulso dello Spirito, il Battesimo configura radicalmente il fedele a Cristo
nel mistero pasquale della morte e risurrezione, lo « riveste » di Cristo (cf
Gal 3,27): « Rallegriamoci e ringraziamo ? esclama sant'Agostino
rivolgendosi ai battezzati ?: siamo diventati non solo cristiani, ma Cristo
(...). Stupite e gioite: Cristo siamo diventati! ».(28) Morto al peccato, il
battezzato riceve la vita nuova (cf Rm 6,3-11): vivente per Dio in Cristo
Gesù, è chiamato a camminare secondo lo Spirito e a manifestarne nella vita i
frutti (cf Gal 5,16-25). La partecipazione poi all'Eucaristia, sacramento
della Nuova Alleanza (cf 1 Cor 11,23-29), è vertice dell'assimilazione a
Cristo, fonte di « vita eterna » (cf Gv 6,51-58), principio e forza del
dono totale di sé, di cui Gesù secondo la testimonianza tramandata da Paolo
comanda di far memoria nella celebrazione e nella vita: « Ogni volta che
mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del
Signore finché egli venga » (1 Cor 11,26).
« A Dio tutto è possibile »
(Mt 19,26)
22. Amara è la conclusione
del colloquio di Gesù con il giovane ricco: « Udito questo, il giovane se ne
andò triste; poiché aveva molte ricchezze » (Mt 19,22). Non solo l'uomo
ricco, ma anche gli stessi discepoli sono spaventati dall'appello di Gesù alla
sequela, le cui esigenze superano le aspirazioni e le forze umane: « A queste
parole i discepoli rimasero costernati e chiesero: "Chi si potrà dunque
salvare?" » (Mt 19,25). Ma il Maestro rimanda alla potenza di
Dio: « Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile » (Mt
19,26).
Nel medesimo capitolo del Vangelo di
Matteo (19,3-10), Gesù, interpretando la Legge mosaica sul matrimonio, rifiuta
il diritto al ripudio, richiamando ad un « principio » più originario e più
autorevole rispetto alla Legge di Mosè: il disegno nativo di Dio sull'uomo, un
disegno al quale l'uomo dopo il peccato è diventato inadeguato: « Per la durezza
del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da
principio non fu così » (Mt 19,8). Il richiamo al « principio » sgomenta
i discepoli, che commentano con queste parole: « Se questa è la condizione
dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi » (Mt 19,10). E Gesù,
riferendosi in modo specifico al carisma del celibato « per il Regno dei cieli »
(Mt 19,12), ma enunciando una regola generale, rimanda alla nuova e
sorprendente possibilità aperta all'uomo dalla grazia di Dio: « Egli rispose
loro: "Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso" » (Mt
19,11).
Imitare e rivivere l'amore di Cristo non è
possibile all'uomo con le sole sue forze. Egli diventa capace di questo amore
soltanto in virtù di un dono ricevuto. Come il Signore Gesù riceve l'amore
del Padre suo, così egli a sua volta lo comunica gratuitamente ai discepoli: «
Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore » (Gv
15,9). Il dono di Cristo è il suo Spirito, il cui primo « frutto » (cf
Gal 5,22) è la carità: « L'amore di Dio è stato riversato nei nostri
cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci è stato dato » (Rm 5,5).
Sant'Agostino si chiede: « È l'amore che ci fa osservare i comandamenti, oppure
è l'osservanza dei comandamenti che fa nascere l'amore? ». E risponde: « Ma chi
può mettere in dubbio che l'amore precede l'osservanza? Chi infatti non ama è
privo di motivazioni per osservare i comandamenti ».(29)
23. « La legge dello
Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e
della morte » (Rm 8,2). Con queste parole l'apostolo Paolo ci introduce
a considerare nella prospettiva della storia della Salvezza che si compie in
Cristo il rapporto tra la Legge (antica) e la grazia (Legge nuova).
Egli riconosce il ruolo pedagogico della Legge, la quale, permettendo all'uomo
peccatore di misurare la sua impotenza e togliendogli la presunzione dell'autosufficienza,
lo apre all'invocazione e all'accoglienza della « vita nello Spirito ». Solo
in questa vita nuova è possibile la pratica dei comandamenti di Dio. Infatti,
è per la fede in Cristo che noi siamo resi giusti (cf Rm 3,28): la «
giustizia » che la Legge esige, ma non può dare a nessuno, ogni credente la
trova manifestata e concessa dal Signore Gesù. Così mirabilmente ancora sant'Agostino
sintetizza la dialettica paolina di legge e grazia: « La legge, perciò, è stata
data perché si invocasse la grazia; la grazia è stata data perché si osservasse
la legge ».(30)
L'amore e la vita secondo il Vangelo non
possono essere pensati prima di tutto nella forma del precetto, perché ciò che
essi domandano va al di là delle forze dell'uomo: essi sono possibili solo come
frutto di un dono di Dio, che risana e guarisce e trasforma il cuore dell'uomo
per mezzo della sua grazia: « Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la
grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo » (Gv 1,17). Per
questo la promessa della vita eterna è legata al dono della grazia, e il dono
dello Spirito che abbiamo ricevuto è già « caparra della nostra eredità » (Ef
1,14).
24. Si rivela così il
volto autentico e originale del comandamento dell'amore e della perfezione alla
quale esso è ordinato: si tratta di una possibilità aperta all'uomo esclusivamente
dalla grazia, dal dono di Dio, dal suo amore. D'altra parte, proprio la
coscienza di aver ricevuto il dono, di possedere in Gesù Cristo l'amore di Dio,
genera e sostiene la risposta responsabile di un amore pieno verso Dio
e tra i fratelli, come con insistenza ricorda l'apostolo Giovanni nella sua
prima Lettera: « Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore
è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto
Dio, perché Dio è amore... Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo
amarci gli uni gli altri... Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo »
(1 Gv 4,7-8.11.19).
Questa connessione inscindibile tra la
grazia del Signore e la libertà dell'uomo, tra il dono e il compito, è stata
espressa in termini semplici e profondi da sant'Agostino, che così prega: «
Da quod iubes et iube quod vis » (dona ciò che comandi e comanda ciò che
vuoi).(31)
Il dono non diminuisce, ma
rafforza l'esigenza morale dell'amore:
« Questo è il suo comandamento:
che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri,
secondo il precetto che ci ha dato » (1 Gv 3,23). Si può « rimanere »
nell'amore solo a condizione di osservare i comandamenti, come afferma Gesù: «
Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho
osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore » (Gv
15,10).
Raccogliendo quanto è al cuore del
messaggio morale di Gesù e della predicazione degli Apostoli, e riproponendo in
una sintesi mirabile la grande tradizione dei Padri d'Oriente e d'Occidente ? in
particolare di sant'Agostino ? (32) san Tommaso ha potuto scrivere che la
Legge Nuova è la grazia dello Spirito Santo donata mediante la fede in
Cristo.(33) I precetti esterni, di cui pure il Vangelo parla, dispongono a
questa grazia o ne dispiegano gli effetti nella vita. Infatti, la Legge Nuova
non si contenta di dire ciò che si deve fare, ma dona anche la forza di « fare
la verità » (cf Gv 3,21). Nello stesso tempo san Giovanni Crisostomo ha
osservato che la Legge Nuova fu promulgata proprio quando lo Spirito Santo
discese dal cielo nel giorno di Pentecoste e che gli Apostoli « non discesero
dal monte portando, come Mosè, delle tavole di pietra nelle loro mani; ma se ne
venivano portando lo Spirito Santo nei loro cuori..., divenuti mediante la sua
grazia una legge viva, un libro animato ».(34)
« Ecco, io sono con voi tutti i
giorni, sino alla fine del mondo »
(Mt 28,20)
25. Il colloquio di Gesù
con il giovane ricco continua, in un certo senso, in ogni epoca della storia,
anche oggi. La domanda: « Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere
la vita eterna? » sboccia nel cuore di ogni uomo, ed è sempre e solo Cristo
a offrire la risposta piena e risolutiva. Il Maestro, che insegna i comandamenti
di Dio, che invita alla sequela e dà la grazia per una vita nuova, è sempre
presente e operante in mezzo a noi, secondo la promessa: « Ecco, io sono con
voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo » (Mt 28,20). La contemporaneità
di Cristo all'uomo di ogni tempo si realizza nel suo corpo, che è la Chiesa.
Per questo il Signore promise ai suoi discepoli lo Spirito Santo, che avrebbe
loro « ricordato » e fatto comprendere i suoi comandamenti (cf Gv 14,26)
e sarebbe stato il principio sorgivo di una vita nuova nel mondo (cf Gv
3,5-8; Rm 8,1-13).
Le prescrizioni morali, impartite da Dio
nell'Antica Alleanza e giunte alla loro perfezione in quella Nuova ed Eterna
nella persona stessa del Figlio di Dio fatto uomo, devono essere fedelmente
custodite e permanentemente attualizzate nelle differenti culture lungo il
corso della storia. Il compito della loro interpretazione è stato affidato da
Gesù agli Apostoli e ai loro successori, con l'assistenza speciale dello Spirito
di verità: « Chi ascolta voi ascolta me » (Lc 10,16). Con la luce e la
forza di questo Spirito gli Apostoli hanno adempiuto la missione di predicare il
Vangelo e di indicare la « via » del Signore (cf At 18,25), insegnando
anzitutto la sequela e l'imitazione di Cristo: « Per me il vivere è Cristo » (Fil
1,21).
26. Nella catechesi
morale degli Apostoli, accanto ad esortazioni e ad indicazioni legate al
contesto storico e culturale, c'è un insegnamento etico con precise norme di
comportamento. È quanto emerge nelle loro Lettere, che contengono l'interpretazione,
guidata dallo Spirito Santo, dei precetti del Signore da vivere nelle diverse
circostanze culturali (cf Rm 12-15; 1 Cor 11-14; Gal 5-6;
Ef 4-6; Col 3-4; 1 Pt e Gc). Incaricati di predicare
il Vangelo, gli Apostoli fin dalle origini della Chiesa, in virtù della loro
responsabilità pastorale, hanno vegliato sulla rettitudine della condotta
dei cristiani,(35) allo stesso modo in cui hanno vegliato sulla purezza
della fede e sulla trasmissione dei doni divini mediante i Sacramenti.(36) I
primi cristiani, provenienti sia dal popolo giudaico sia dalle nazioni, differivano
dai pagani non solo per la loro fede e per la loro liturgia, ma anche per la
testimonianza della loro condotta morale, ispirata alla Legge Nuova.(37) La
Chiesa, infatti, è insieme comunione di fede e di vita; la sua norma è « la
fede che opera per mezzo della carità » (Gal 5,6).
Nessuna lacerazione deve attentare all'armonia
tra la fede e la vita: l'unità della Chiesa è ferita non solo dai cristiani
che rifiutano o stravolgono le verità della fede, ma anche da quelli che
misconoscono gli obblighi morali a cui li chiama il Vangelo (cf 1 Cor
5,9-13). Con decisione gli Apostoli hanno rifiutato ogni dissociazione tra
l'impegno del cuore e i gesti che lo esprimono e verificano (cf 1 Gv
2,3-6). E fin dai tempi apostolici i Pastori della Chiesa hanno denunciato con
chiarezza i modi di agire di coloro che erano fautori di divisione con i loro
insegnamenti o con i loro comportamenti.(38)
27. Promuovere e custodire,
nell'unità della Chiesa, la fede e la vita morale è il compito affidato da Gesù
agli Apostoli (cf Mt 28,19-20), che prosegue nel ministero dei loro successori.
È quanto si ritrova nella viva Tradizione, mediante la quale ? come insegna
il Concilio Vaticano II ? « la Chiesa, nella sua dottrina, nella sua vita e
nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa
è, tutto ciò che essa crede. Questa Tradizione, che trae origine dagli Apostoli,
progredisce nella Chiesa sotto l'assistenza dello Spirito Santo ».(39) Nello
Spirito la Chiesa accoglie e trasmette la Scrittura come testimonianza delle
« grandi cose » che Dio opera nella storia (cf Lc 1,49), confessa per
bocca dei Padri e dei Dottori la verità del Verbo fatto carne, ne mette in pratica
i precetti e la carità nella vita dei Santi e delle Sante e nel sacrificio dei
Martiri, ne celebra la speranza nella Liturgia: mediante la stessa Tradizione
i cristiani ricevono « la viva voce del Vangelo »,(40) come espressione fedele
della sapienza e della volontà divina.
All'interno della Tradizione si sviluppa,
con l'assistenza dello Spirito Santo, l'interpretazione autentica della
legge del Signore. Lo stesso Spirito, che è all'origine della Rivelazione dei
comandamenti e degli insegnamenti di Gesù, garantisce che vengano santamente
custoditi, fedelmente esposti e correttamente applicati nel variare dei tempi e
delle circostanze. Questa « attualizzazione » dei comandamenti è segno e frutto
di una più profonda penetrazione della Rivelazione e di una comprensione alla
luce della fede delle nuove situazioni storiche e culturali. Essa, tuttavia, non
può che confermare la permanente validità della Rivelazione e inserirsi nel
solco dell'interpretazione che ne dà la grande Tradizione di insegnamento e di
vita della Chiesa, di cui sono testimoni la dottrina dei Padri, la vita dei
Santi, la liturgia della Chiesa e l'insegnamento del Magistero.
In particolare, poi, come afferma il
Concilio, « l'ufficio d'interpretare autenticamente la parola di Dio scritta
o trasmessa è stato affidato al solo Magistero vivo della Chiesa, la cui
autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo ».(41) In tal modo la Chiesa,
nella sua vita e nel suo insegnamento, si presenta come « colonna e sostegno
della verità » (1 Tm 3,15), anche della verità circa l'agire morale.
Infatti, « è compito della Chiesa annunziare sempre e dovunque i principi morali
anche circa l'ordine sociale, e così pure pronunciare il giudizio su qualsiasi
realtà umana, in quanto lo esigano i diritti fondamentali della persona umana o
la salvezza delle anime ».(42)
Proprio sulle domande che caratterizzano
oggi la discussione morale e intorno alle quali si sono sviluppate nuove
tendenze e teorie, il Magistero, in fedeltà a Gesù Cristo e in continuità con la
tradizione della Chiesa, sente più urgente il dovere di offrire il proprio
discernimento e insegnamento, per aiutare l'uomo nel suo cammino verso la verità
e la libertà.
CAPITOLO II
« NON
CONFORMATEVI ALLA MENTALITÀ
DI QUESTO MONDO »
(Rm 12,2)
La chiesa
e il discernimento di alcune tendenze della teologia morale odierna
Insegnare ciò che è secondo la sana dottrina
(cf Tt 2,1)
28. La meditazione del
dialogo tra Gesù e il giovane ricco ci ha permesso di raccogliere i contenuti
essenziali della Rivelazione dell'Antico e del Nuovo Testamento circa l'agire
morale. Essi sono: la subordinazione dell'uomo e del suo agire a Dio, Colui
che « solo è buono »; il rapporto tra il bene morale degli atti umani
e la vita eterna; la sequela di Cristo, che apre all'uomo la prospettiva
dell'amore perfetto; ed infine il dono dello Spirito Santo, fonte e risorsa
della vita morale della « creatura nuova » (cf 2 Cor 5,17).
Nella sua riflessione morale la Chiesa
ha sempre avuto presenti le parole che Gesù ha rivolto al giovane ricco. La
Sacra Scrittura, infatti, rimane la sorgente viva e feconda della dottrina
morale della Chiesa, come ha ricordato il Concilio Vaticano II: « Il Vangelo
1... fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale ».(43) Essa ha
custodito fedelmente ciò che la parola di Dio insegna, non solo circa le verità
da credere, ma anche circa l'agire morale, cioè l'agire che piace a Dio (cf 1
Ts 4,1), realizzando uno sviluppo dottrinale analogo a quello che si
è avuto nell'ambito delle verità della fede. Assistita dallo Spirito Santo che
la guida alla verità tutta intera (cf Gv 16,13), la Chiesa non ha
cessato, e non può mai cessare, di scrutare il « mistero del Verbo incarnato »,
nel quale « trova vera luce il mistero dell'uomo ».(44)
29. La riflessione morale
della Chiesa, operata sempre nella luce di Cristo, il « Maestro buono », si
è sviluppata anche nella forma specifica della scienza teologica, detta « teologia
morale », una scienza che accoglie e interroga la rivelazione divina e insieme
risponde alle esigenze della ragione umana. La teologia morale è una riflessione
che riguarda la « moralità », ossia il bene e il male degli atti umani e della
persona che li compie, e in tal senso è aperta a tutti gli uomini; ma è anche
« teologia », in quanto riconosce il principio e il fine dell'agire morale in
Colui che « solo è buono » e che, donandosi all'uomo in Cristo, gli offre la
beatitudine della vita divina.
Il Concilio Vaticano II ha invitato gli
studiosi a porre « speciale cura nel perfezionare la teologia morale in
modo che la sua esposizione scientifica, maggiormente fondata sulla Sacra
Scrittura, illustri l'altezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro
obbligo di apportare frutto nella carità per la vita del mondo ».(45) Lo stesso
Concilio ha invitato i teologi, « nel rispetto dei metodi e delle esigenze
proprie della scienza teologica, a ricercare modi sempre più adatti di
comunicare la dottrina agli uomini della loro epoca, perché altro è il
deposito o le verità della fede, altro è il modo con cui vengono enunciate,
rimanendo pur sempre lo stesso il significato e il senso profondo ».(46) Di qui
l'ulteriore invito, esteso a tutti i fedeli, ma rivolto in particolare ai
teologi: « I fedeli dunque vivano in strettissima unione con gli uomini del loro
tempo, e si sforzino di penetrare perfettamente il loro modo di pensare e di
sentire, di cui la cultura è espressione ».(47)
Lo sforzo di molti teologi, sostenuti
dall'incoraggiamento del Concilio, ha già dato i suoi frutti con interessanti e
utili riflessioni intorno alle verità della fede da credere e da applicare nella
vita, presentate in forma più corrispondente alla sensibilità e agli
interrogativi degli uomini del nostro tempo. La Chiesa e, in particolare, i
Vescovi, ai quali Gesù Cristo ha affidato innanzitutto il servizio
dell'insegnamento, accolgono con gratitudine tale sforzo ed incoraggiano i
teologi a un ulteriore lavoro, animato da un profondo e autentico timore del
Signore, che è il principio della sapienza (cf Prv 1,7).
Nello stesso tempo, nell'ambito delle
discussioni teologiche postconciliari si sono sviluppate però alcune
interpretazioni della morale cristiana che non sono compatibili con la « sana
dottrina » (2 Tm 4,3). Certamente il Magistero della Chiesa non
intende imporre ai fedeli nessun particolare sistema teologico né tanto meno
filosofico, ma, per « custodire santamente ed esporre fedelmente » la Parola di
Dio,(48) esso ha il dovere di dichiarare l'incompatibilità di certi orientamenti
del pensiero teologico o di talune affermazioni filosofiche con la verità
rivelata.(49)
30. Rivolgendomi con
questa Enciclica a voi, Confratelli nell'Episcopato, intendo enunciare i
principi necessari per il discernimento di ciò che è contrario alla « sana dottrina
», richiamando quegli elementi dell'insegnamento morale della Chiesa che
sembrano oggi particolarmente esposti all'errore, all'ambiguità o alla dimenticanza.
Sono, peraltro, gli elementi dai quali dipende « la risposta agli oscuri enigmi
della condizione umana che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell'uomo:
la natura dell'uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato,
l'origine e il fine del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la
morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l'ultimo e ineffabile
mistero che circonda la nostra esistenza, dal quale noi traiamo origine e verso
il quale tendiamo ».(50)
Questi e altri interrogativi, come: cosa è
la libertà e qual è la sua relazione con la verità contenuta nella legge di Dio?
qual è il ruolo della coscienza nella formazione del profilo morale dell'uomo?
come discernere, in conformità con la verità sul bene, i diritti e i doveri
concreti della persona umana?, si possono riassumere nella fondamentale
domanda che il giovane del Vangelo pose a Gesù: « Maestro, che cosa devo
fare di buono per ottenere la vita eterna? ». Inviata da Gesù a predicare il
Vangelo e ad « ammae- strare tutte le nazioni..., insegnando loro ad osservare
tutto ciò » che egli ha comandato (cf Mt 28,19-20),la Chiesa
ripropone, ancora oggi, la risposta del Maestro: questa possiede una luce e
una forza capaci di risolvere anche le questioni più discusse e complesse.
Questa stessa luce e forza sollecitano la Chiesa a sviluppare costantemente la
riflessione non solo dogmatica, ma anche morale in un ambito interdisciplinare,
così com'è necessario specialmente per i nuovi problemi.(51)
È sempre in questa medesima luce e forza
che il Magistero della Chiesa compie la sua opera di discernimento,
accogliendo e rivivendo il monito che l'apostolo Paolo rivolgeva a Timoteo: « Ti
scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti,
per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni
occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni
magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la
sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno
di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per
volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le
sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del Vangelo, adempi il tuo
ministero » (2 Tm 4,1-5; cf Tt 1,10.13-14).
« Conoscerete la verità e la
verità vi farà liberi »
(Gv 8,32)
31. I problemi
umani più dibattuti e diversamente risolti nella riflessione morale contemporanea
si ricollegano, sia pure in vari modi, ad un problema cruciale: quello della
libertà dell'uomo.
Non c' è dubbio che il nostro tempo ha
acquisito una percezione particolarmente viva della libertà. « In questa nostra
età gli uomini diventano sempre più consapevoli della dignità della persona
umana », come costatava già la dichiarazione conciliare
Dignitatis humanae sulla libertà religiosa.(52) Da qui l'esigenza che «
gli uomini nell'agire seguano la loro iniziativa e godano di una libertà
responsabile, non mossi da coercizione bensì guidati dalla coscienza del dovere
».(53) In particolare il diritto alla libertà religiosa e al rispetto della
coscienza nel suo cammino verso la verità è sentito sempre più come fondamento
dei diritti della persona, considerati nel loro insieme.(54)
Così, il senso più acuto della dignità
della persona umana e della sua unicità, come anche del rispetto dovuto al
cammino della coscienza, costituisce certamente un'acquisizione positiva della
cultura moderna. Questa percezione, in se stessa autentica, ha trovato
molteplici espressioni, più o meno adeguate, di cui alcune però si discostano
dalla verità sull'uomo come creatura e immagine di Dio ed esigono pertanto di
essere corrette o purificate alla luce della fede.(55)
32. In alcune correnti
del pensiero moderno si è giunti adesaltare la libertà al punto da farne
un assoluto, che sarebbe la sorgente dei valori. In questa direzione si
muovono le dottrine che perdono il senso della trascendenza o quelle che sono
esplicitamente atee. Si sono attribuite alla coscienza individuale le prerogative
di un'istanza suprema del giudizio morale, che decide categoricamente e infallibilmente
del bene e del male. All'affermazione del dovere di seguire la propria coscienza
si è indebitamente aggiunta l'affermazione che il giudizio morale è vero per
il fatto stesso che proviene dalla coscienza. Ma, in tal modo, l'imprescindibile
esigenza di verità è scomparsa, in favore di un criterio di sincerità, di autenticità,
di « accordo con se stessi », tanto che si è giunti ad una concezione radicalmente
soggettivista del giudizio morale.
Come si può immediatamente comprendere,
non è estranea a questa evoluzione la crisi intorno alla verità. Persa
l'idea di una verità universale sul bene, conoscibile dalla ragione umana, è
inevitabilmente cambiata anche la concezione della coscienza: questa non è più
considerata nella sua realtà originaria, ossia un atto dell'intelligenza della
persona, cui spetta di applicare la conoscenza universale del bene in una
determinata situazione e di esprimere così un giudizio sulla condotta giusta da
scegliere qui e ora; ci si è orientati a concedere alla coscienza dell'individuo
il privilegio di fissare, in modo autonomo, i criteri del bene e del male e
agire di conseguenza. Tale visione fa tutt'uno con un'etica individualista, per
la quale ciascuno si trova confrontato con la sua verità, differente
dalla verità degli altri. Spinto alle estreme conseguenze, l'individualismo
sfocia nella negazione dell'idea stessa di natura umana.
Queste differenti concezioni sono
all'origine degli orientamenti di pensiero che sostengono l'antinomia tra legge
morale e coscienza, tra natura e libertà.
33. Parallelamente
all'esaltazione della libertà, e paradossalmente in contrasto con essa,
la cultura moderna mette radicalmente in questione questa medesima libertà.
Un insieme di discipline, raggruppate sotto il nome di « scienze umane »,
hanno giustamente attirato l'attenzione sui condizionamenti di ordine psicologico
e sociale, che pesano sull'esercizio della libertà umana. La conoscenza di tali
condizionamenti e l'attenzione che viene loro prestata sono acquisizioni importanti,
che hanno trovato applicazione in diversi ambiti dell'esistenza, come per esempio
nella pedagogia o nell'amministrazione della giustizia. Ma alcuni, superando
le conclusioni che si possono legittimamente trarre da queste osservazioni,
sono arrivati al punto di mettere in dubbio o di negare la realtà stessa della
libertà umana.
Si devono anche ricordare alcune
interpretazioni abusive dell'indagine scientifica a livello antropologico.
Traendo argomento dalla grande varietà dei costumi, delle abitudini e delle
istituzioni presenti nell'umanità, si conclude, se non sempre con la negazione
di valori umani universali, almeno con una concezione relativistica della
morale.
34. « Maestro, che cosa
devo fare di buono per ottenere la vita eterna? ». La domanda morale, alla
quale Cristo risponde, non può prescindere dalla questione della libertà,
anzi la colloca al suo centro, perché non si dà morale senza libertà: «
L'uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà ».56 Ma quale libertà?
Il Concilio, di fronte ai nostri contemporanei che « tanto tengono » alla
libertà e che la « cercano ardentemente » ma che « spesso la coltivano in malo
modo, quasi sia lecito tutto purché piaccia, compreso il male », presenta la
« vera » libertà: « La vera libertà è nell'uomo segno altissimo dell'immagine
divina. Dio volle, infatti, lasciare l'uomo "in mano al suo consiglio"
(cf Sir 15,14), così che esso cerchi spontaneamente il suo Creatore,
e giunga liberamente, con la adesione a lui, alla piena e beata perfezione ».(57)
Se esiste il diritto di essere rispettati nel proprio cammino di ricerca della
verità, esiste ancor prima l'obbligo morale grave per ciascuno di cercare la
verità e di aderirvi una volta conosciuta.(58) In tal senso il Card. J. H. Newman,
eminente assertore dei diritti della coscienza, affermava con decisione: « La
coscienza ha dei diritti perché ha dei doveri ».(59)
Alcune tendenze della teologia
morale odierna, sotto l'influsso delle correnti soggettiviste ed individualiste
ora ricordate, interpretano in modo nuovo il rapporto della libertà con la legge
morale, con la natura umana e con la coscienza, e propongono criteri innovativi
di valutazione morale degli atti: sono tendenze che, pur nella loro varietà, si
ritrovano nel fatto di indebolire o addirittura di negare
la dipendenza della libertà dalla verità.
Se vogliamo operare un discernimento
critico di queste tendenze, capace di riconoscere quanto in esse vi è di
legittimo, utile e prezioso e di indicarne, al tempo stesso, le ambiguità, i
pericoli e gli errori, dobbiamo esaminarle alla luce della fondamentale
dipendenza della libertà dalla verità, dipendenza che è stata espressa nel modo
più limpido e autorevole dalle parole di Cristo: « Conoscerete la verità, e la
verità vi farà liberi » (Gv 8,32).
I. La libertà e la legge
« Dell'albero della conoscenza
del bene e del male non devi mangiare »
(Gn 2,17)
35. Leggiamo nel libro
della Genesi: « Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: "Tu
potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza
del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente
moriresti" » (Gn 2,16-17).
Con questa immagine, la Rivelazione
insegna che il potere di decidere del bene e del male non appartiene
all'uomo, ma a Dio solo. L'uomo è certamente libero, dal momento che può
comprendere ed accogliere i comandi di Dio. Ed è in possesso d'una libertà
quanto mai ampia, perché può mangiare « di tutti gli alberi del giardino ». Ma
questa libertà non è illimitata: deve arrestarsi di fronte all'« albero della
conoscenza del bene e del male », essendo chiamata ad accettare la legge morale
che Dio dà all'uomo. In realtà, proprio in questa accettazione la libertà
dell'uomo trova la sua vera e piena realizzazione. Dio, che solo è buono,
conosce perfettamente ciò che è buono per l'uomo, e in forza del suo stesso
amore glielo propone nei comandamenti.
La legge di Dio, dunque, non
attenua né tanto meno elimina la libertà dell'uomo, al contrario la garantisce e
la promuove. Ben diversamente però, alcune tendenze culturali odierne sono
all'origine di non pochi orientamenti etici che pongono al centro del loro
pensiero un presunto conflitto tra la libertà e la legge. Tali sono le
dottrine che attribuiscono ai singoli individui o ai gruppi sociali la facoltà
di decidere del bene e del male: la libertà umana potrebbe « creare i
valori » e godrebbe di un primato sulla verità, al punto che la verità stessa
sarebbe considerata una creazione della libertà. Questa, dunque, rivendicherebbe
una tale autonomia morale che praticamente significherebbe la sua
sovranità assoluta.
36. L'istanza moderna
di autonomia non ha mancato di esercitare un suo influsso anche nell'ambito
della teologia morale cattolica. Se questa, certamente, non ha mai inteso
contrapporre la libertà umana alla legge divina, né mettere in questione l'esistenza
di un fondamento religioso ultimo delle norme morali, è stata però provocata
ad un profondo ripensamento del ruolo della ragione e della fede nell'individuazione
delle norme morali che si riferiscono a specifici comportamenti « intramondani
», ossia verso se stessi, gli altri e il mondo delle cose.
Si deve riconoscere che all'origine di
questo sforzo di ripensamento si ritrovano alcune istanze positive, che
peraltro appartengono, in buona parte, alla miglior tradizione del pensiero
cattolico. Sollecitati dal Concilio Vaticano II,(60) si è voluto favorire il
dialogo con la cultura moderna, mettendo in luce il carattere razionale ? quindi
universalmente comprensibile e comunicabile ? delle norme morali appartenenti
all'ambito della legge morale naturale.(61) Si è inteso, inoltre, ribadire il
carattere interiore delle esigenze etiche che da essa derivano e che non si
impongono alla volontà come un obbligo, se non in forza del riconoscimento
previo della ragione umana e, in concreto, della coscienza personale.
Dimenticando però la dipendenza della
ragione umana dalla Sapienza divina e la necessità, nel presente stato di natura
decaduta, nonché l'effettiva realtà della divina rivelazione per la conoscenza
di verità morali anche di ordine naturale,(62) alcuni sono giunti a teorizzare
una completa sovranità della ragione nell'ambito delle norme morali
relative al retto ordinamento della vita in questo mondo: tali norme
costituirebbero l'ambito di una morale solamente « umana », sarebbero cioè
l'espressione di una legge che l'uomo autonomamente dà a se stesso e che ha la
sua sorgente esclusivamente nella ragione umana. Di questa legge Dio non
potrebbe essere considerato in nessun modo Autore, se non nel senso che la
ragione umana esercita la sua autonomia legislativa in forza di un originario e
totale mandato di Dio all'uomo. Ora queste tendenze di pensiero hanno condotto a
negare, contro la Sacra Scrittura e la dottrina costante della Chiesa, che la
legge morale naturale abbia Dio come autore e che l'uomo, mediante la sua
ragione, partecipi alla legge eterna, che non è lui a stabilire.
37. Volendo però mantenere
la vita morale in un contesto cristiano, è stata introdotta da alcuni teologi
moralisti una netta distinzione, contraria alla dottrina cattolica,(63) tra
un ordine etico, che avrebbe origine umana e valore solo mondano,
e un ordine della salvezza, per il quale avrebbero rilevanza solo alcune
intenzioni ed atteggiamenti interiori circa Dio e il prossimo. Si è giunti conseguentemente
al punto di negare l'esistenza, nella rivelazione divina, di un contenuto morale
specifico e determinato, universalmente valido e permanente: la Parola di Dio
si limiterebbe a proporre un'esortazione, una generica parenesi, che poi solo
la ragione autonoma avrebbe il compito di riempire di determinazioni normative
veramente « oggettive », ossia adeguate alla situazione storica concreta. Naturalmente
un'autonomia così concepita comporta anche la negazione di una competenza dottrinale
specifica da parte della Chiesa e del suo Magistero circa norme morali determinate
riguardanti il cosiddetto « bene umano »: esse non apparterrebbero al contenuto
proprio della Rivelazione e non sarebbero in se stesse rilevanti in ordine alla
salvezza.
Non vi è chi non veda che una simile
interpretazione dell'autonomia della ragione umana comporta tesi incompatibili
con la dottrina cattolica.
In un tale contesto è assolutamente
necessario chiarire, alla luce della Parola di Dio e della viva tradizione della
Chiesa, le fondamentali nozioni della libertà umana e della legge morale, nonché
i loro profondi e interiori rapporti. Solo così sarà possibile corrispondere
alle giuste istanze della razionalità umana, integrando gli elementi validi di
alcune correnti dell'odierna teologia morale, senza pregiudicare il patrimonio
morale della Chiesa con tesi derivanti da un erroneo concetto di autonomia.
Dio volle lasciare l'uomo « in
mano al suo consiglio »
(Sir 15,14)
38. Riprendendo le parole
del Siracide, il Concilio Vaticano II così spiega la « vera libertà » che nell'uomo
è « segno altissimo dell'immagine divina »: « Dio volle lasciare l'uomo "in
mano al suo consiglio", così che egli cerchi spontaneamente il suo Creatore,
e giunga liberamente, con l'adesione a Lui, alla piena e beata perfezione ».(64)
Queste parole indicano la meravigliosa profondità della partecipazione alla
signoria divina, cui l'uomo è stato chiamato: indicano che il dominio dell'uomo
si estende, in un certo senso, sull'uomo stesso. È questo un aspetto costantemente
accentuato nella riflessione teologica sulla libertà umana, interpretata nei
termini di una forma di regalità. Scrive, ad esempio, san Gregorio Nisseno:
« L'animo manifesta la sua regalità ed eccellenza... nel suo essere senza padrone
e libero, governandosi autocraticamente con il suo volere. Di chi altro questo
è proprio, se non del re?... Così la natura umana, creata per essere padrona
delle altre creature, per la somiglianza con il sovrano dell'universo fu stabilita
come una viva immagine, partecipe della dignità e del nome dell'Archetipo ».(65)
Già il governare il mondo
costituisce per l'uomo un compito grande e colmo di responsabilità, che impegna
la sua libertà in obbedienza al Creatore: « Riempite la terra; soggiogatela » (Gn
1,28). Sotto questo aspetto al singolo uomo, come pure alla comunità umana,
spetta una giusta autonomia, alla quale la Costituzione conciliare
Gaudium et spes dedica una speciale attenzione. È l'autonomia delle
realtà terrene, che significa che « le cose create e le stesse società hanno
leggi e valori propri, che l'uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare
».(66)
39. Non solo il mondo
però, ma anche l'uomo stesso è stato affidato alla sua propria cura e responsabilità.
Dio l'ha lasciato « in mano al suo consiglio » (Sir 15,14), perché
cercasse il suo Creatore e giungesse liberamente alla perfezione. Giungere significa
edificare personalmente in sé tale perfezione. Infatti, come governando
il mondo l'uomo lo forma secondo la sua intelligenza e volontà, così compiendo
atti moralmente buoni l'uomo conferma, sviluppa e consolida in se stesso la
somiglianza di Dio.
Il Concilio, tuttavia, chiede vigilanza di
fronte a un falso concetto dell'autonomia delle realtà terrene, quello di
ritenere che « le cose create non dipendono da Dio, e che l'uomo può adoperarle
senza riferirle al Creatore ».(67) Nei riguardi dell'uomo poi simile concetto di
autonomia produce effetti particolarmente dannosi, assumendo in ultima istanza
un carattere ateo: « La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce... Anzi,
l'oblio di Dio priva di luce la creatura stessa ».(68)
40. L'insegnamento del
Concilio sottolinea, da un lato, l'attività della ragione umana nel rinvenimento
e nella applicazione della legge morale: la vita morale esige la creatività
e l'ingegnosità proprie della persona, sorgente e causa dei suoi atti deliberati.
D'altro lato, la ragione trae la sua verità e la sua autorità dalla legge eterna,
che non è altro che la stessa sapienza divina.(69) Alla base della vita morale
sta dunque il principio di una « giusta autonomia » (70) dell'uomo, soggetto
personale dei suoi atti. La legge morale proviene da Dio e trova sempre in
lui la sua sorgente: in forza della ragione naturale, che deriva dalla sapienza
divina, essa è, al tempo stesso, la legge propria dell'uomo. La legge
naturale infatti, come si è visto, « altro non è che la luce dell'intelligenza
infusa in noi da Dio. Grazie ad essa conosciamo ciò che si deve compiere e ciò
che si deve evitare. Questa luce e questa legge Dio l'ha donata nella creazione
».(71) La giusta autonomia della ragione pratica significa che l'uomo possiede
in se stesso la propria legge, ricevuta dal Creatore. Tuttavia, l'autonomia
della ragione non può significare la creazione, da parte della stessa ragione,
dei valori e delle norme morali.(72) Se questa autonomia implicasse una
negazione della partecipazione della ragione pratica alla sapienza del Creatore
e Legislatore divino, oppure se suggerisse una libertà creatrice delle norme
morali, a seconda delle contingenze storiche o delle diverse società e culture,
una tale pretesa autonomia contraddirebbe l'insegnamento della Chiesa sulla
verità dell'uomo.(73) Sarebbe la morte della vera libertà: « Ma dell'albero
della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne
mangiassi, certamente moriresti » (Gn 2,17).
41. La vera autonomia
morale dell'uomo non significa affatto il rifiuto, bensì l'accoglienza
della legge morale, del comando di Dio: « Il Signore Dio diede questo comando
all'uomo... » (Gn 2,16). La libertà dell'uomo e la legge di Dio s'incontrano
e sono chiamate a compenetrarsi tra loro, nel senso della libera obbedienza
dell'uomo a Dio e della gratuita benevolenza di Dio all'uomo. E pertanto l'obbedienza
a Dio non è, come taluni credono, un'eteronomia, come se la vita morale
fosse sottomessa alla volontà di un'onnipotenza assoluta, esterna all'uomo e
contraria all'affermazione della sua libertà. In realtà, se eteronomia della
morale significasse negazione dell'autodeterminazione dell'uomo o imposizione
di norme estranee al suo bene, essa sarebbe in contraddizione con la rivelazione
dell'Alleanza e dell'Incarnazione redentrice. Una simile eteronomia non sarebbe
che una forma di alienazione, contraria alla sapienza divina ed alla dignità
della persona umana.
Alcuni parlano, a giusto titolo,
di teonomia, o di teonomia partecipata, perché la libera
obbedienza dell'uomo alla legge di Dio implica effettivamente la partecipazione
della ragione e della volontà umane alla sapienza e alla provvidenza di Dio.
Proibendo all'uomo di mangiare « dell'albero della conoscenza del bene e del
male », Dio afferma che l'uomo non possiede originariamente in proprio questa «
conoscenza », ma solamente vi partecipa mediante la luce della ragione naturale
e della rivelazione divina, che gli manifestano le esigenze e gli appelli della
sapienza eterna. La legge quindi deve dirsi un'espressione della sapienza
divina: sottomettendosi ad essa, la libertà si sottomette alla verità della
creazione. Per questo occorre riconoscere nella libertà della persona umana
l'immagine e la vicinanza di Dio, che è « presente in tutti » (cf Ef
4,6); allo stesso modo, bisogna confessare la maestà del Dio dell'universo e
venerare la santità della legge di Dio infinitamente trascendente.
Deus
semper maior.(74)
Beato l'uomo che si compiace
della legge del Signore
(cf Sal 1,1-2)
42. Modellata su quella
di Dio, la libertà dell'uomo non solo non è negata dalla sua obbedienza alla
legge divina, ma soltanto mediante questa obbedienza essa permane nella verità
ed è conforme alla dignità dell'uomo, come scrive apertamente il Concilio: «
La dignità dell'uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere,
mosso cioè e indotto da convinzioni personali e non per un cieco impulso interno
e per mera coazione esterna. Ma tale dignità l'uomo la ottiene quando, liberandosi
da ogni schiavitù di passioni, tende al suo fine con scelta libera del bene,
e si procura da sé e con la sua diligente iniziativa i mezzi convenienti ».(75)
Nel suo tendere a Dio, a Colui che « solo
è buono », l'uomo deve liberamente compiere il bene ed evitare il male. Ma per
questo l'uomo deve poter distinguere il bene dal male. Ed è quanto
avviene, anzitutto, grazie alla luce della ragione naturale, riflesso nell'uomo
dello splendore del volto di Dio. In questo senso, commentando un versetto del
Salmo 4, san Tommaso scrive: « Dopo aver detto: Offrite sacrifici di giustizia (Sal
4,6), come se alcuni gli chiedessero quali sono le opere della giustizia, il
Salmista soggiunge: Molti dicono: Chi ci farà vedere il bene? E,
rispondendo alla domanda, dice: La luce del tuo volto, Signore, è stata
impressa su di noi. Come se volesse dire che la luce della ragione naturale
con la quale distinguiamo il bene dal male ? il che è di competenza della legge
naturale ? non è altro che un'impronta in noi della luce divina ».(76) Da ciò
segue anche per quale motivo questa legge è chiamata legge naturale:
viene detta così non in rapporto alla natura degli esseri irrazionali, ma perché
la ragione che la promulga è propria della natura umana.(77)
43. Il Concilio Vaticano
II ricorda che « norma suprema della vita umana è la legge divina, eterna, oggettiva
e universale, per mezzo della quale Dio con un disegno di sapienza e di amore
ordina, dirige e governa tutto il mondo e le vie della comunità umana. E Dio
rende partecipe l'uomo della sua legge, cosicché l'uomo, per soave disposizione
della provvidenza divina, possa sempre più conoscere l'immutabile verità ».(78)
Il Concilio rimanda alla dottrina classica
sulla legge eterna di Dio. Sant'Agostino la definisce come « la ragione o
la volontà di Dio che comanda di conservare l'ordine naturale e proibisce di
turbarlo »; (79) san Tommaso la identifica con « la ragione della divina
sapienza che muove tutto al fine dovuto ».(80) E la sapienza di Dio è
provvidenza, amore che si prende cura. È Dio stesso, dunque, ad amare e a
prendersi cura, nel senso più letterale e fondamentale, di tutta la creazione (cf
Sap 7,22; 8,11). Ma Dio provvede agli uomini in modo diverso rispetto
agli esseri che non sono persone: non « dall'esterno », attraverso le leggi
della natura fisica, ma « dal di dentro », mediante la ragione che, conoscendo
col lume naturale la legge eterna di Dio, è perciò stesso in grado di indicare
all'uomo la giusta direzione del suo libero agire.(81) In questo modo Dio chiama
l'uomo a partecipare alla sua provvidenza, volendo per mezzo dell'uomo stesso,
ossia attraverso la sua ragionevole e responsabile cura, guidare il mondo: non
soltanto il mondo della natura, ma anche quello delle persone umane. In questo
contesto, come espressione umana della legge eterna di Dio, si pone la legge
naturale: « Rispetto alle altre creature ? scrive san Tommaso ? la creatura
razionale è soggetta in un modo più eccellente alla divina provvidenza, in
quanto anche essa diventa partecipe della provvidenza, provvedendo a se stessa e
agli altri: perciò si ha in essa una partecipazione della ragione eterna, grazie
alla quale ha una naturale inclinazione all'atto ed al fine dovuti: tale
partecipazione della legge eterna nella creatura razionale è chiamata legge
naturale ».(82)
44. La Chiesa ha fatto
spesso riferimento alla dottrina tomistica di legge naturale, assumendola nel
proprio insegnamento morale. Così il mio venerato predecessore Leone XIII ha
sottolineato l'essenziale subordinazione della ragione e della legge umana
alla Sapienza di Dio e alla sua legge. Dopo aver detto che « la legge naturale
è scritta e scolpita nell'animo di tutti e di ciascun uomo, poiché essa non
è altro che la stessa ragione umana che ci comanda di fare il bene e ci intima
di non peccare », Leone XIII rimanda alla « ragione più alta » del Legislatore
divino: « Ma tale prescrizione della ragione umana non potrebbe aver forza di
legge, se non fosse la voce e l'interprete di una ragione più alta, a cui il
nostro spirito e la nostra libertà devono essere sottomessi ». Infatti, la forza
della legge risiede nella sua autorità di imporre dei doveri, di conferire dei
diritti e di dare la sanzione a certi comportamenti: « Ora tutto ciò non potrebbe
esistere nell'uomo, se fosse egli stesso a darsi, quale legislatore supremo,
la norma delle sue azioni ». E conclude: « Ne consegue che la legge naturale
è la stessa legge eterna, insita negli esseri dotati di ragione, che
li inclina all'atto e al fine che loro convengono; essa è la stessa ragione
eterna del Creatore e governatore dell'universo ».(83)
L'uomo può riconoscere il bene e il male
grazie a quel discernimento del bene dal male che egli stesso opera mediante la
sua ragione, in particolare mediante la sua ragione illuminata dalla
rivelazione divina e dalla fede, in forza della legge che Dio ha donato al
popolo eletto, a cominciare dai comandamenti del Sinai. Israele è stato chiamato
a ricevere e a vivere la legge di Dio come particolare dono e segno
dell'elezione e dell'Alleanza divina, ed insieme come garanzia della
benedizione di Dio. Così Mosè poteva rivolgersi ai figli di Israele e chiedere
loro: « Quale grande nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore
nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? E quale grande nazione
ha leggi e norme giuste, come è tutta questa legislazione che io oggi vi
espongo? » (Dt 4,7-8). È nei Salmi che incontriamo i sentimenti di
lode, gratitudine e venerazione che il popolo eletto è chiamato a nutrire verso
la legge di Dio, insieme all'esortazione a conoscerla, meditarla e tradurla
nella vita: « Beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia
nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; ma si compiace
della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte » (Sal
1,1-2); « La legge del Signore è perfetta, rinfranca l'anima; la testimonianza
del Signore è verace, rende saggio il semplice. Gli ordini del Signore sono
giusti, fanno gioire il cuore; i comandi del Signore sono limpidi, danno luce
agli occhi » (Sal 181,8-9).
45. La Chiesa accoglie
con riconoscenza e custodisce con amore l'intero deposito della Rivelazione,
trattandolo con religioso rispetto e adempiendo alla sua missione di interpretare
la legge di Dio in modo autentico alla luce del Vangelo. La Chiesa, inoltre,
riceve in dono la Legge nuova, che è il « compimento » della legge di
Dio in Gesù Cristo e nel suo Spirito: è una legge « interiore » (cf Ger 31,31-33),
« scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole
di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori » (2 Cor 3,3); una
legge di perfezione e di libertà (cf 2 Cor 3,17); è « la legge dello
Spirito che dà vita in Cristo Gesù » (Rm 8,2). Di questa legge scrive
san Tommaso: « Questa può essere detta legge in un duplice senso. In un primo
senso, legge dello spirito è lo Spirito Santo... che, inabitante nell'anima,
non solo insegna che cosa è necessario compiere illuminando l'intelletto sulle
cose da farsi, ma anche inclina ad agire con rettitudine... In un secondo senso,
legge dello spirito può dirsi l'effetto proprio dello Spirito Santo, e cioè
la fede che opera per mezzo della carità (Gal 5,6), la quale pertanto
ammaestra interiormente circa le cose da farsi... e inclina l'affetto ad agire
».(84)
Anche se nella riflessione
teologico-morale si è soliti distinguere la legge di Dio positiva o rivelata da
quella naturale, e nell'economia della salvezza la legge « antica » da quella «
nuova », non si può dimenticare che queste e altre utili distinzioni si
riferiscono sempre alla legge il cui autore è lo stesso unico Dio, e il cui
destinatario è l'uomo. I diversi modi secondo cui nella storia Dio ha cura del
mondo e dell'uomo, non solo non si escludono tra loro, ma al contrario si
sostengono e si compenetrano a vicenda. Tutti scaturiscono e concludono
all'eterno disegno sapiente e amoroso con il quale Dio predestina gli uomini «
ad essere conformi all'immagine del Figlio suo » (Rm 8,29). In questo
disegno non c'è nessuna minaccia per la vera libertà dell'uomo; al contrario
l'accoglienza di questo disegno è l'unica via per l'affermazione della libertà.
« Quanto la legge esige è
scritto nei loro cuori »
(Rm 2,15)
46. Il presunto conflitto
tra la libertà e la legge si ripropone oggi con una singolare forza in rapporto
alla legge naturale, e in particolare in rapporto alla natura. In realtà i
dibattiti su natura e libertà hanno sempre accompagnato la storia della
riflessione morale, assumendo toni accesi con il Rinascimento e la Riforma,
come si può rilevare dagli insegnamenti del Concilio di Trento.(85) Di una tensione
analoga resta segnata, anche se in un senso differente, l'epoca contemporanea:
il gusto dell'osservazione empirica, i procedimenti dell'oggettivazione scientifica,
il progresso tecnico, alcune forme di liberalismo hanno portato a contrapporre
i due termini, come se la dialettica ? se non addirittura il conflitto ? tra
libertà e natura fosse caratteristica strutturale della storia umana. In altre
epoche, è sembrato che la « natura » sottomettesse totalmente l'uomo ai suoi
dinamismi e persino ai suoi determinismi. Ancor oggi le coordinate spazio-temporali
del mondo sensibile, le costanti fisico-chimiche, i dinamismi corporei, le pulsioni
psichiche, i condizionamenti sociali appaiono a molti come gli unici fattori
realmente decisivi delle realtà umane. In questo contesto, anche i fatti morali,
a dispetto della loro specificità, sono spesso trattati come se fossero dati
statisticamente accertabili, come comportamenti osservabili o spiegabili solo
con le categorie dei meccanismi psico-sociali. E così alcuni studiosi di
etica, tenuti per professione a esaminare i fatti e i gesti dell'uomo, possono
essere tentati di misurare il loro sapere, se non le loro prescrizioni, sulla
base di un riscontro statistico circa i comportamenti umani concreti e le opinioni
morali della maggioranza.
Altri moralisti,
invece, preoccupati di
educare ai valori, si mantengono sensibili al prestigio della libertà, ma spesso
la concepiscono in opposizione, o in contrasto, con la natura materiale e
biologica, sulla quale dovrebbe progressivamente affermarsi. A questo proposito
differenti concezioni convergono nel dimenticare la dimensione creaturale della
natura e nel misconoscere la sua integralità. Per alcuni, la natura si
trova ridotta a materiale per l'agire umano e per il suo potere: essa dovrebbe
essere profondamente trasformata, anzi superata dalla libertà, dal momento che
ne costituirebbe un limite e una negazione. Per altri, è nella promozione
senza misura del potere dell'uomo, o della sua libertà, che si costituiscono i
valori economici, sociali, culturali ed anche morali: la natura starebbe a
significare tutto ciò che nell'uomo e nel mondo si colloca al di fuori della
libertà. Tale natura comprenderebbe in primo luogo il corpo umano, la sua
costituzione e i suoi dinamismi: a questo dato fisico si opporrebbe quanto è «
costruito » cioè la « cultura », quale opera e prodotto della libertà. La natura
umana, così intesa, potrebbe essere ridotta e trattata come materiale biologico
o sociale sempre disponibile. Ciò significa ultimamente definire la libertà
mediante se stessa e farne un'istanza creatrice di sé e dei suoi valori. È così
che al limite l'uomo non avrebbe neppure natura, e sarebbe per se stesso il
proprio progetto di esistenza. L'uomo non sarebbe nient'altro che la sua
libertà!
47. In questo contesto
sono sorte le obiezioni di fisicismo e naturalismo contro la concezione
tradizionale della legge naturale: questa presenterebbe come leggi morali
quelle che in se stesse sarebbero solo leggi biologiche. Così, troppo superficialmente,
si sarebbe attribuito ad alcuni comportamenti umani un carattere permanente
ed immutabile e, in base ad esso, si sarebbe preteso di formulare norme morali
universalmente valide. Secondo alcuni teologi, una simile « argomen- tazione
biologista o naturalista » sarebbe presente anche in taluni documenti del Magistero
della Chiesa, specialmente in quelli riguardanti l'ambito dell'etica sessuale
e matrimoniale. In base ad una concezione naturalistica dell'atto sessuale,
sarebbero state condannate come moralmente inammissibili la contraccezione,
la sterilizzazione diretta, l'autoerotismo, i rapporti prematrimoniali, le relazioni
omosessuali, nonché la fecondazione artificiale. Ora, secondo il parere di questi
teologi, la valutazione moralmente negativa di tali atti non prenderebbe in
adeguata considerazione il carattere razionale e libero dell'uomo, né il condizionamento
culturale di ogni norma morale. Essi dicono che l'uomo, come essere razionale,
non solo può, ma addirittura deve decidere liberamente il senso dei suoi
comportamenti. Questo « decidere il senso » dovrà tener conto, ovviamente, dei
molteplici limiti dell'essere umano, che ha una condizione corporea e storica.
Dovrà, inoltre, prendere in considerazione i modelli comportamentali ed i significati
che questi assumono in una determinata cultura. E, soprattutto, dovrà rispettare
il comandamento fondamentale dell'amore di Dio e del prossimo. Dio però ? asseriscono
poi ? ha fatto l'uomo come essere razionalmente libero, lo ha lasciato « in
mano al suo consiglio » e da lui attende una propria, razionale formazione della
sua vita. L'amore del prossimo significherebbe soprattutto o esclusivamente
rispetto per il suo libero decidere di se stesso. I meccanismi dei comportamenti
propri dell'uomo, nonché le cosiddette « inclinazioni naturali », stabilirebbero
al massimo ? come dicono ? un orientamento generale del comportamento corretto,
ma non potrebbero determinare la valutazione morale dei singoli atti umani,
tanto complessi dal punto di vista delle situazioni.
48. Di fronte
ad una tale interpretazione occorre considerare con attenzione il retto rapporto
che esiste tra la libertà e la natura umana, e in particolare il
posto che ha il corpo umano nelle questioni della legge naturale.
Una libertà che pretende di essere
assoluta finisce per trattare il corpo umano come un dato bruto, sprovvisto di
significati e di valori morali finché essa non l'abbia investito del suo
progetto. Di conseguenza, la natura umana e il corpo appaiono come dei
presupposti o preliminari, materialmente necessari alla scelta della
libertà, ma estrinseci alla persona, al soggetto e all'atto umano. I loro
dinamismi non potrebbero costituire punti di riferimento per la scelta morale,
dal momento che le finalità di queste inclinazioni sarebbero solo beni «
fisici », detti da taluni « pre-morali ». Farvi riferimento, per cercarvi
indicazioni razionali circa l'ordine della moralità, dovrebbe essere tacciato di
fisicismo o di biologismo. In un simile contesto la tensione tra la libertà e
una natura concepita in senso riduttivo si risolve in una divisione nell'uomo
stesso.
Questa teoria morale non è conforme alla
verità sull'uomo e sulla sua libertà. Essa contraddice agli insegnamenti
della Chiesa sull'unità dell'essere umano, la cui anima razionale è per
se et essentialiter la forma del corpo.(86) L'anima spirituale e immortale è
il principio di unità dell'essere umano, è ciò per cui esso esiste come un tutto
? « corpore et anima unus » (87) ? in quanto persona. Queste definizioni
non indicano solo che anche il corpo, al quale è promessa la risurrezione, sarà
partecipe della gloria; esse ricordano altresì il legame della ragione e della
libera volontà con tutte le facoltà corporee e sensibili. La persona, incluso
il corpo, è affidata interamente a se stessa, ed è nell'unità dell'anima e del
corpo che essa è il soggetto dei propri atti morali. La persona, mediante la
luce della ragione e il sostegno della virtù, scopre nel suo corpo i segni
anticipatori, l'espressione e la promessa del dono di sé, in conformità con il
sapiente disegno del Creatore. È alla luce della dignità della persona umana ?
da affermarsi per se stessa ? che la ragione coglie il valore morale specifico
di alcuni beni, cui la persona è naturalmente inclinata. E dal momento che la
persona umana non è riducibile ad una libertà che si autoprogetta, ma comporta
una struttura spirituale e corporea determinata, l'esigenza morale originaria di
amare e rispettare la persona come un fine e mai come un semplice mezzo, implica
anche, intrinsecamente, il rispetto di alcuni beni fondamentali, senza del quale
si cade nel relativismo e nell'arbitrio.
49. Una
dottrina che dissoci l'atto morale dalle dimensioni corporee del suo esercizio
è contraria agli insegnamenti della Sacra Scrittura e della Tradizione: tale
dottrina fa rivivere, sotto forme nuove, alcuni vecchi errori sempre combattuti
dalla Chiesa, in quanto riducono la persona umana a una libertà « spirituale
», puramente formale. Questa riduzione misconosce il significato morale del
corpo e dei comportamenti che ad esso si riferiscono (cf 1 Cor 6,19).
L'apostolo Paolo dichiara esclusi dal Regno dei cieli « immorali, idolatri,
adulteri, effeminati, sodomiti, ladri, avari, ubriaconi, maldicenti e rapaci
» (cf 1 Cor 6,9-10). Tale condanna ? fatta propria dal Concilio di Trento
(88) ? enumera come « peccati mortali », o « pratiche infami », alcuni comportamenti
specifici la cui volontaria accettazione impedisce ai credenti di avere parte
all'eredità promessa. Infatti, corpo e anima sono indissociabili: nella
persona, nell'agente volontario e nell'atto deliberato, essi stanno
o si perdono insieme.
50. Si può ora comprendere
il vero significato della legge naturale: essa si riferisce alla natura propria
e originale dell'uomo, alla « natura della persona umana »,(89) che è la
persona stessa nell'unità di anima e di corpo, nell'unità delle sue inclinazioni
di ordine sia spirituale che biologico e di tutte le altre caratteristiche specifiche
necessarie al perseguimento del suo fine. « La legge morale naturale esprime
e prescrive le finalità, i diritti e i doveri che si fondano sulla natura corporale
e spirituale della persona umana. Pertanto essa non può essere concepita come
normatività semplicemente biologica, ma deve essere definita come l'ordine razionale
secondo il quale l'uomo è chiamato dal Creatore a dirigere e a regolare la sua
vita e i suoi atti e, in particolare, a usare e disporre del proprio corpo ».(90)
Ad esempio, l'origine e il fondamento del dovere di rispettare assolutamente
la vita umana sono da trovare nella dignità propria della persona e non semplicemente
nell'inclinazione naturale a conservare la propria vita fisica. Così la vita
umana, pur essendo un bene fondamentale dell'uomo, acquista un significato morale
in riferimento al bene della persona che deve essere sempre affermata per se
stessa: mentre è sempre moralmente illecito uccidere un essere umano innocente,
può essere lecito, lodevole o persino doveroso dare la propria vita (cf Gv
15, 13) per amore del prossimo o per testimonianza verso la verità. In realtà
solo in riferimento alla persona umana nella sua « totalità unificata », cioè
« anima che si esprime nel corpo e corpo informato da uno spirito immortale
»,(91) si può leggere il significato specificamente umano del corpo. In effetti
le inclinazioni naturali acquistano rilevanza morale solo in quanto esse si
riferiscono alla persona umana e alla sua realizzazione autentica, la quale
d'altra parte può verificarsi sempre e solo nella natura umana. Rifiutando le
manipolazioni della corporeità che ne alterano il significato umano, la Chiesa
serve l'uomo e gli indica la via del vero amore, sulla quale soltanto egli può
trovare il vero Dio.
La legge naturale così intesa non lascia
spazio alla divisione tra libertà e natura. Queste, infatti, sono armonicamente
collegate tra loro e intimamente alleate l'una con l'altra.
« Ma da principio non fu così »
(Mt
19,8)
51. Il presunto conflitto
tra la libertà e la natura si ripercuote anche sull'interpretazione di alcuni
aspetti specifici della legge naturale, soprattutto sulla sua universalità
e immutabilità. « Dove dunque sono iscritte queste regole ? si chiedeva
sant'Agostino ? se non nel libro di quella luce che si chiama verità? Di qui,
dunque, è dettata ogni legge giusta e si trasferisce retta nel cuore dell'uomo
che opera la giustizia, non emigrando in lui, ma quasi imprimendosi in lui,
come l'immagine passa dall'anello nella cera, ma senza abbandonare l'anello
».(92)
Proprio grazie a questa « verità » la
legge naturale implica l'universalità. Essa, in quanto iscritta nella natura
razionale della persona, si impone ad ogni essere dotato di ragione e vivente
nella storia. Per perfezionarsi nel suo ordine specifico, la persona deve
compiere il bene ed evitare il male, vegliare alla trasmissione e alla
conservazione della vita, affinare e sviluppare le ricchezze del mondo
sensibile, coltivare la vita sociale, cercare il vero, praticare il bene,
contemplare la bellezza.(93)
La scissione posta da alcuni tra la
libertà degli individui e la natura comune a tutti, come emerge da alcune teorie
filosofiche di grande risonanza nella cultura contemporanea, oscura la
percezione dell'universalità della legge morale da parte della ragione. Ma, in
quanto esprime la dignità della persona umana e pone la base dei suoi diritti e
doveri fondamentali, la legge naturale è universale nei suoi precetti e la sua
autorità si estende a tutti gli uomini. Questa universalità non prescinde
dalla singolarità degli esseri umani, né si oppone all'unicità e
all'irripetibilità di ciascuna persona: al contrario, essa abbraccia in radice
ciascuno dei suoi atti liberi, che devono attestare l'universalità del vero
bene. Sottomettendosi alla legge comune, i nostri atti edificano la vera
comunione delle persone e, con la grazia di Dio, esercitano la carità, « vincolo
della perfezione » (Col 3,14). Quando invece misconoscono o anche solo
ignorano la legge, in maniera imputabile o no, i nostri atti feriscono la
comunione delle persone, con pregiudizio di ciascuno.
52. È giusto e buono,
sempre e per tutti, servire Dio, rendergli il culto dovuto ed onorare secondo
verità i genitori. Simili precetti positivi, che prescrivono di compiere
talune azioni e di coltivare certi atteggiamenti, obbligano universalmente;
essi sono immutabili; (94) uniscono nel medesimo bene comune tutti gli uomini
di ogni epoca della storia, creati per « la stessa vocazione e lo stesso destino
divino ».(95) Queste leggi universali e permanenti corrispondono a conoscenze
della ragione pratica e vengono applicate agli atti particolari mediante il
giudizio della coscienza. Il soggetto che agisce assimila personalmente la verità
contenuta nella legge: egli si appropria, fa sua questa verità del suo essere
mediante gli atti e le relative virtù. I precetti negativi della legge
naturale sono universalmente validi: essi obbligano tutti e ciascuno, sempre
e in ogni circostanza. Si tratta infatti di proibizioni che vietano una determinata
azione semper et pro semper, senza eccezioni, perché la scelta di un
tale comportamento non è in nessun caso compatibile con la bontà della volontà
della persona che agisce, con la sua vocazione alla vita con Dio e alla comunione
col prossimo. È proibito ad ognuno e sempre di infrangere precetti che vincolano,
tutti e a qualunque costo, a non offendere in alcuno e, prima di tutto, in se
stessi la dignità personale e comune a tutti.
D'altra parte, il fatto che solo i
comandamenti negativi obbligano sempre e in ogni circostanza, non significa che
nella vita morale le proibizioni siano più importanti dell'impegno a fare il
bene indicato dai comandamenti positivi. Il motivo è piuttosto il seguente: il
comandamento dell'amore di Dio e del prossimo non ha nella sua dinamica positiva
nessun limite superiore, bensì ha un limite inferiore, scendendo sotto il quale
si viola il comandamento. Inoltre, ciò che si deve fare in una determinata
situazione dipende dalle circostanze, che non si possono tutte quante prevedere
in anticipo; al contrario ci sono comportamenti che non possono mai essere, in
nessuna situazione, una risposta adeguata ? ossia conforme alla dignità della
persona. Infine, è sempre possibile che l'uomo, in seguito a costrizione o ad
altre circostanze, sia impedito di portare a termine determinate buone azioni;
mai però può essere impedito di non fare determinate azioni, soprattutto se egli
è disposto a morire piuttosto che a fare il male.
La Chiesa ha sempre insegnato che non si
devono mai scegliere comportamenti proibiti dai comandamenti morali, espressi in
forma negativa nell'Antico e nel Nuovo Testamento. Come si è visto, Gesù stesso
ribadisce l'inderogabilità di queste proibizioni: « Se vuoi entrare nella vita,
osserva i comandamenti...: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare,
non testimoniare il falso » (Mt 19,17-18).
53. La grande sensibilità
che l'uomo contemporaneo testimonia per la storicità e per la cultura conduce
taluni a dubitare dell'immutabilità della stessa legge naturale, e
quindi dell'esistenza di « norme oggettive di moralità » (96) valide per tutti
gli uomini del presente e del futuro, come già per quelli del passato: è mai
possibile affermare come valide universalmente per tutti e sempre permanenti
certe determinazioni razionali stabilite nel passato, quando si ignorava il
progresso che l'umanità avrebbe fatto successivamente?
Non si può negare che l'uomo si dà sempre
in una cultura particolare, ma pure non si può negare che l'uomo non si
esaurisce in questa stessa cultura. Del resto, il progresso stesso delle culture
dimostra che nell'uomo esiste qualcosa che trascende le culture. Questo «
qualcosa » è precisamente la natura dell'uomo: proprio questa natura è la
misura della cultura ed è la condizione perché l'uomo non sia prigioniero di
nessuna delle sue culture, ma affermi la sua dignità personale nel vivere
conformemente alla verità profonda del suo essere. Mettere in discussione gli
elementi strutturali permanenti dell'uomo, connessi anche con la stessa
dimensione corporea, non solo sarebbe in conflitto con l'esperienza comune, ma
renderebbe incomprensibile il riferimento che Gesù ha fatto al « principio »,
proprio là dove il contesto sociale e culturale del tempo aveva deformato il
senso originario e il ruolo di alcune norme morali (cf Mt 19,1-9). In tal
senso « la Chiesa afferma che al di sotto di tutti i mutamenti ci sono molte
cose che non cambiano; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo,
che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli ».(97) È lui il « Principio »
che, avendo assunto la natura umana, la illumina definitivamente nei suoi
elementi costitutivi e nel suo dinamismo di carità verso Dio e il prossimo.(98)
Certamente occorre cercare e trovare delle
norme morali universali e permanenti la formulazione più adeguata ai
diversi contesti culturali, più capace di esprimerne incessantemente l'attualità
storica, di farne comprendere e interpretare autenticamente la verità. Questa
verità della legge morale ? come quella del « deposito della fede » ? si
dispiega attraverso i secoli: le norme che la esprimono restano valide nella
loro sostanza, ma devono essere precisate e determinate « eodem sensu
eademque sententia » (99) secondo le circostanze storiche dal Magistero
della Chiesa, la cui decisione è preceduta e accompagnata dallo sforzo di
lettura e di formulazione proprio della ragione dei credenti e della riflessione
teologica.(100)
II.
La coscienza e la verità
Il sacrario dell'uomo
54. Il rapporto che esiste
tra la libertà dell'uomo e la legge di Dio ha la sua sede viva nel « cuore »
della persona, ossia nella sua coscienza morale: « Nell'intimo della
coscienza ? scrive il Concilio Vaticano II ? l'uomo scopre una legge che non
è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce che lo chiama
sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, chiaramente
dice alle orecchie del cuore: fa' questo, fuggi quest'altro. L'uomo ha in realtà
una legge scritta da Dio dentro il suo cuore: obbedire ad essa è la dignità
stessa dell'uomo, e secondo questa egli sarà giudicato (cf Rm 2, 14-16)
».(101)
Per questo il modo secondo cui si
concepisce il rapporto tra la libertà e la legge si collega intimamente con
l'interpretazione che viene riservata alla coscienza morale. In tal senso le
tendenze culturali sopra ricordate, che contrappongono e separano tra loro la
libertà e la legge ed esaltano in modo idolatrico la libertà, conducono ad un'interpretazione
« creativa » della coscienza morale, che si allontana dalla posizione della
tradizione della Chiesa e del suo Magistero.
55. Secondo l'opinione
di diversi teologi la funzione della coscienza sarebbe stata ricondotta, almeno
in un certo passato, ad una semplice applicazione di norme morali generali ai
singoli casi di vita della persona. Ma simili norme ? dicono ? non possono essere
in grado di accogliere e di rispettare l'intera irrepetibile specificità di
tutti i singoli atti concreti delle persone; possono anche, in qualche modo,
aiutare a una giustavalutazione della situazione, ma non possono sostituire
le persone nel prendere una decisione personale su come comportarsi nei
determinati casi particolari. Anzi, la predetta critica alla tradizionale interpretazione
della natura umana e della sua importanza per la vita morale induce alcuni autori
ad affermare che queste norme non sono tanto un criterio oggettivo vincolante
per i giudizi della coscienza, quanto piuttosto una prospettiva generale
che aiuta in prima approssimazione l'uomo nel dare un'ordinata sistemazione
alla sua vita personale e sociale. Essi, inoltre, rilevano la complessità
tipica del fenomeno della coscienza: questa si rapporta profondamente con
tutta la sfera psicologica ed affettiva e con i molteplici influssi dell'ambiente
sociale e culturale della persona. D'altra parte, viene esaltato al massimo
il valore della coscienza, che il Concilio stesso ha definito « il sacrario
dell'uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità
propria ».(102) Tale voce ? si dice ? induce l'uomo non tanto a una meticolosa
osservanza delle norme universali, quanto a una creativa e responsabile assunzione
dei compiti personali che Dio gli affida.
Volendo mettere in risalto il
carattere « creativo » della coscienza, alcuni autori chiamano i suoi atti, non
più con il nome di « giudizi », ma con quello di « decisioni »: solo prendendo «
auto- nomamente » queste decisioni l'uomo potrebbe raggiungere la sua maturità
morale. Né manca chi ritiene che questo processo di maturazione sarebbe
ostacolato dalla posizione troppo categorica che, in molte questioni morali,
assume il Magistero della Chiesa, i cui interventi sarebbero causa, presso i
fedeli, dell'insorgere di inutili conflitti di
coscienza.
56. Per giustificare
simili posizioni, alcuni hanno proposto una sorta di duplice statuto della verità
morale. Oltre al livello dottrinale e astratto, occorrerebbe riconoscere l'originalità
di una certa considerazione esistenziale più concreta. Questa, tenendo conto
delle circostanze e della situazione, potrebbe legittimamente fondare delle
eccezioni alla regola generale e permettere così di compiere praticamente,
con buona coscienza, ciò che è qualificato come intrinsecamente cattivo dalla
legge morale. In tal modo si instaura in alcuni casi una separazione, o anche
un'opposizione, tra la dottrina del precetto valido in generale e la norma della
singola coscienza, che deciderebbe di fatto, in ultima istanza, del bene e del
male. Su questa base si pretende di fondare la legittimità di soluzioni cosiddette
« pastorali » contrarie agli insegnamenti del Magistero e di giustificare un'ermeneutica
« creatrice », secondo la quale la coscienza morale non sarebbe affatto obbligata,
in tutti i casi, da un precetto negativo particolare.
Non vi è chi non colga che con queste
impostazioni si trova messa in questione l'identità stessa della coscienza
morale di fronte alla libertà dell'uomo e alla legge di Dio. Solo la
chiarificazione precedentemente fatta sul rapporto tra libertà e legge fondato
sulla verità rende possibile il discernimento circa questa
interpretazione « creativa » della coscienza.
Il giudizio della coscienza
57. Lo stesso testo della
Lettera ai Romani, che ci ha fatto cogliere l'essenza della legge naturale,
indica anche il senso biblico della coscienza, specialmente nel suo
specifico legame con la legge: « Quando i pagani, che non hanno la legge,
per natura agiscono secondo la legge, essi, pur non avendo legge, sono legge
a se stessi; essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori
come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti,
che ora li accusano ora li difendono » (Rm 2,14-15).
Secondo le parole di san Paolo, la
coscienza, in un certo senso, pone l'uomo di fronte alla legge, diventando essa
stessa « testimo- ne » per l'uomo: testimone della sua fedeltà o
infedeltà nei riguardi della legge, ossia della sua essenziale rettitudine o
malvagità morale. La coscienza è l'unico testimone: ciò che avviene
nell'intimo della persona è coperto agli occhi di chiunque dall'esterno. Essa
rivolge la sua testimonianza soltanto verso la persona stessa. E, a sua volta,
soltanto la persona conosce la propria risposta alla voce della coscienza.
58. Non si apprezzerà
mai adeguatamente l'importanza di questo intimo dialogo dell'uomo con se
stesso. Ma, in realtà, questo è il dialogo dell'uomo con Dio, autore
della legge, primo modello e fine ultimo dell'uomo. « La coscienza ? scrive
san Bonaventura ? è come l'araldo di Dio e il messaggero, e ciò che dice non
lo comanda da se stessa, ma lo comanda come proveniente da Dio, alla maniera
di un araldo quando proclama l'editto del re. E da ciò deriva il fatto che la
coscienza ha la forza di obbligare ».(103)
Si può dire, dunque, che la coscienza dà
la testimonianza della rettitudine o della malvagità dell'uomo all'uomo stesso,
ma insieme, anzi prima ancora, essa è testimonianza di Dio stesso, la cui
voce e il cui giudizio penetrano l'intimo dell'uomo fino alle radici della sua
anima, chiamandolo fortiter et suaviter all'obbedienza: « La coscienza
morale non chiude l'uomo dentro una invalicabile e impenetrabile solitudine, ma
lo apre alla chiamata, alla voce di Dio. In questo, non in altro, sta tutto il
mistero e la dignità della coscienza morale: nell'essere cioè il luogo, lo
spazio santo nel quale Dio parla all'uomo ».(104)
59. San Paolo non si
limita a riconoscere che la coscienza fa da « testimone », ma rivela anche il
modo con cui essa compie una simile funzione. Si tratta di « ragionamenti »,
che accusano o difendono i pagani in rapporto ai loro comportamenti (cf Rm
2,15). Il termine « ragionamenti » mette in luce il carattere proprio della
coscienza, quello di essere un giudizio morale sull'uomo e sui suoi atti:
è un giudizio di assoluzione o di condanna secondo che gli atti umani sono
conformi o difformi dalla legge di Dio scritta nel cuore. E proprio del giudizio
degli atti e, allo stesso tempo, del loro autore e del momento del suo definitivo
compimento parla l'apostolo Paolo nello stesso testo: « Così avverrà nel giorno
in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo, secondo
il mio Vangelo » (Rm 2,16).
Il giudizio della coscienza è un
giudizio pratico, ossia un giudizio che intima che cosa l'uomo deve fare o
non fare, oppure che valuta un atto da lui ormai compiuto. È un giudizio che
applica a una situazione concreta la convinzione razionale che si deve amare e
fare il bene ed evitare il male. Questo primo principio della ragione pratica
appartiene alla legge naturale, anzi ne costituisce il fondamento stesso, in
quanto esprime quella luce originaria sul bene e sul male, riflesso della
sapienza creatrice di Dio, che, come una scintilla indistruttibile (scintilla
animae), brilla nel cuore di ogni uomo. Mentre però la legge naturale mette
in luce le esigenze oggettive e universali del bene morale, la coscienza è
l'applicazione della legge al caso particolare, la quale diventa così per l'uomo
un interiore dettame, una chiamata a compiere nella concretezza della situazione
il bene. La coscienza formula così l'obbligo morale alla luce dalla legge
naturale: è l'obbligo di fare ciò che l'uomo, mediante l'atto della sua
coscienza, conosce come un bene che gli è assegnato qui e ora. Il
carattere universale della legge e dell'obbligazione non è cancellato, ma
piuttosto riconosciuto, quando la ragione ne determina le applicazioni
nell'attualità concreta. Il giudizio della coscienza afferma « ultimamente » la
conformità di un certo comportamento concreto rispetto alla legge; esso formula
la norma prossima della moralità di un atto volontario, realizzando « l'appli-
cazione della legge oggettiva a un caso particolare ».(105)
60. Come la stessa legge
naturale e ogni conoscenza pratica, anche il giudizio della coscienza ha carattere
imperativo: l'uomo deve agire in conformità ad esso. Se l'uomo agisce
contro tale giudizio, oppure, anche in mancanza di certezza circa la correttezza
e la bontà di un determinato atto, lo compie, egli è condannato dalla sua stessa
coscienza, norma prossima della moralità personale. La dignità di questa
istanza razionale e l'autorità della sua voce e dei suoi giudizi derivano dalla
verità sul bene e sul male morale, che essa è chiamata ad ascoltare e ad
esprimere. Questa verità è indicata dalla « legge divina », norma universale
e oggettiva della moralità. Il giudizio della coscienza non stabilisce la
legge, ma attesta l'autorità della legge naturale e della ragione pratica in
riferimento al bene supremo, di cui la persona umana accetta l'attrattiva e
accoglie i comandamenti: « La coscienza non è una fonte autonoma ed esclusiva
per decidere ciò che è buono e ciò che è cattivo; invece, in essa è inscritto
profondamente un principio di obbedienza nei riguardi della norma oggettiva,
che fonda e condiziona la corrispondenza delle sue decisioni con i comandi e
i divieti che sono alla base del comportamento umano ».(106)
61. La verità circa il
bene morale, dichiarata nella legge della ragione, è riconosciuta praticamente
e concretamente dal giudizio della coscienza, il quale porta ad assumere la
responsabilità del bene compiuto e del male commesso: se l'uomo commette il
male, il giusto giudizio della sua coscienza rimane in lui testimone della verità
universale del bene, come della malizia della sua scelta particolare. Ma il
verdetto della coscienza permane in lui anche come un pegno di speranza e di
misericordia: mentre attesta il male commesso, ricorda anche il perdono da chiedere,
il bene da praticare e la virtù da coltivare sempre, con la grazia di Dio.
Così nel giudizio pratico della
coscienza, che impone alla persona l'obbligo di compiere un determinato
atto, si rivela il vincolo della libertà con la verità. Proprio per
questo la coscienza si esprime con atti di « giudizio » che riflettono la verità
sul bene, e non come « decisioni » arbitrarie. E la maturità e la responsabilità
di questi giudizi ? e, in definitiva, dell'uomo, che ne è il soggetto ? si
misurano non con la liberazione della coscienza dalla verità oggettiva, in
favore di una presunta autonomia delle proprie decisioni, ma, al contrario, con
una pressante ricerca della verità e con il farsi guidare da essa nell'agire.
Cercare la verità e il bene
62. La coscienza, come
giudizio di un atto, non è esente dalla possibilità di errore. « Succede non
di rado ? scrive il Concilio ? che la coscienza sia erronea per ignoranza invincibile,
senza che per questo essa perda la sua dignità. Ma ciò non si può dire quando
l'uomo poco si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa
quasi cieca in seguito all'abitudine del peccato ».(107) Con queste brevi parole
il Concilio offre una sintesi della dottrina che la Chiesa nel corso dei secoli
ha elaborato sulla coscienza erronea.
Certamente, per avere una « buona
coscienza » (1 Tm 1,5), l'uomo deve cercare la verità e deve giudicare
secondo questa stessa verità. Come dice l'apostolo Paolo, la coscienza deve
essere illuminata dallo Spirito Santo (cf Rm 9,1), deve essere « pura » (2
Tm 1,3), non deve con astuzia falsare la parola di Dio ma manifestare
chiaramente la verità (cf 2 Cor 4,2). D'altra parte, lo stesso Apostolo
ammonisce i cristiani dicendo: « Non conformatevi alla mentalità di questo
mondo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la
volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto » (Rm 12,2).
Il monito di Paolo ci sollecita alla
vigilanza, avvertendoci che nei giudizi della nostra coscienza si annida sempre
la possibilità dell'errore. Essa non è un giudice infallibile: può
errare. Nondimeno l'errore della coscienza può essere il frutto di una
ignoranza invincibile, cioè di un'ignoranza di cui il soggetto non è
consapevole e da cui non può uscire da solo.
Nel caso in cui tale ignoranza invincibile
non sia colpevole, ci ricorda il Concilio, la coscienza non perde la sua
dignità, perché essa, pur orientandoci di fatto in modo difforme dall'ordine
morale oggettivo, non cessa di parlare in nome di quella verità sul bene che il
soggetto è chiamato a ricercare sinceramente.
63. È comunque sempre
dalla verità che deriva la dignità della coscienza: nel caso della coscienza
retta si tratta della verità oggettiva accolta dall'uomo; in quello della
coscienza erronea si tratta di ciò che l'uomo sbagliando ritiene soggettivamente
vero. Non è mai accettabile confondere un errore « soggettivo » sul bene
morale con la verità « oggettiva », razionalmente proposta all'uomo in virtù
del suo fine, né equiparare il valore morale dell'atto compiuto con coscienza
vera e retta con quello compiuto seguendo il giudizio di una coscienza erronea.(108)
Il male commesso a causa di una ignoranza invincibile, o di un errore di giudizio
non colpevole, può non essere imputabile alla persona che lo compie; ma anche
in tal caso esso non cessa di essere un male, un disordine in relazione alla
verità sul bene. Inoltre, il bene non riconosciuto non contribuisce alla crescita
morale della persona che lo compie: esso non la perfeziona e non giova a disporla
al bene supremo. Così, prima di sentirci facilmente giustificati in nome della
nostra coscienza, dovremmo meditare sulla parola del Salmo: « Le inavvertenze
chi le discerne? Assolvimi dalle colpe che non vedo » (Sal 181,13).
Ci sono colpe che non riusciamo a vedere e che nondimeno rimangono colpe, perché
ci siamo rifiutati di andare verso la luce (cf Gv 9,39-41).
La coscienza, come giudizio ultimo
concreto, compromette la sua dignità quando è colpevolmente erronea,
ossia « quando l'uomo non si cura di cercare la verità e il bene, e quando la
coscienza diventa quasi cieca in seguito all'abitudine al peccato ».(109) Ai
pericoli della deformazione della coscienza allude Gesù, quando ammonisce: « La
lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo
corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà
tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tua
tenebra! » (Mt 6,22-23).
64. Nelle parole di Gesù
sopra riferite troviamo anche l'appello a formare la coscienza, a renderla
oggetto di continua conversione alla verità e al bene. Analoga è l'esortazione
dell'Apostolo a non conformarsi alla mentalità di questo mondo, ma a trasformarsi
rinnovando la propria mente (cf Rm 12,2). È, in realtà, il « cuore »
convertito al Signore e all'amore del bene la sorgente dei giudizi veri
della coscienza. Infatti, « per poter discernere la volontà di Dio, ciò
che è buono, a lui gradito e perfetto » (Rm 12,2) è sì necessaria la
conoscenza della legge di Dio in generale, ma questa non è sufficiente: è indispensabile
una sorta di « connaturalità » tra l'uomo e il vero bene.(110) Una simile
connaturalità si radica e si sviluppa negli atteggiamenti virtuosi dell'uomo
stesso: la prudenza e le altre virtù cardinali, e prima ancora le virtù teologali
della fede, della speranza e della carità. In tal senso Gesù ha detto: « Chi
opera la verità viene alla luce » (Gv 3,21).
Un grande aiuto
per la formazione della
coscienza i cristiani l'hanno nella Chiesa e nel suo Magistero, come
afferma il Concilio: « I cristiani... nella formazione della loro coscienza
devono considerare diligentemente la dottrina sacra e certa della Chiesa.
Infatti per volontà di Cristo la Chiesa cattolica è maestra di verità, e il suo
compito è di annunziare e di insegnare in modo autentico la verità che è Cristo,
e nello stesso tempo di dichiarare e di confermare con la sua autorità i
principi dell'ordine morale che scaturiscono dalla stessa natura umana ».(111)
Pertanto l'autorità della Chiesa, che si pronuncia sulle questioni morali, non
intacca in nessun modo la libertà di coscienza dei cristiani: non solo perché la
libertà della coscienza non è mai libertà « dalla » verità, ma sempre e solo «
nella » verità; ma anche perché il Magistero non porta alla coscienza cristiana
verità ad essa estranee, bensì manifesta le verità che dovrebbe già possedere
sviluppandole a partire dall'atto originario della fede. La Chiesa si pone solo
e sempre al servizio della coscienza, aiutandola a non essere portata qua
e là da qualsiasi vento di dottrina secondo l'inganno degli uomini (cf Ef
4,14), a non sviarsi dalla verità circa il bene dell'uomo, ma, specialmente
nelle questioni più difficili, a raggiungere con sicurezza la verità e a
rimanere in essa.
III. La scelta fondamentale e i componenti
concreti
« Purché questa libertà non
divenga pretestoper vivere secondo la carne »
(Gal 5,13)
65. L'interesse, oggi
particolarmente acuto, per la libertà induce molti cultori di scienze sia umane
che teologiche a sviluppare un'analisi più penetrante della sua natura e dei
suoi dinamismi. Giustamente si rileva che la libertà non è solo la scelta per
questa o per quest'altra azione particolare; ma è anche, dentro una simile scelta,
decisione su di sé e disposizione della propria vita pro o contro il
Bene, pro o contro la Verità, in ultima istanza pro o contro Dio. Giustamente
si sottolinea l'importanza eminente di alcune scelte, che danno « forma » a
tutta la vita morale di un uomo, configurandosi come l'alveo entro cui potranno
trovare spazio e sviluppo anche altre scelte quotidiane particolari.
Alcuni autori, tuttavia, propongono una
revisione ben più radicale del rapporto tra persona e atti. Essi parlano
di una « libertà fondamentale », più profonda e diversa dalla libertà di scelta,
senza la cui considerazione non si potrebbero né comprendere né valutare
correttamente gli atti umani. Secondo tali autori, il ruolo chiave nella vita
morale sarebbe da attribuire ad una « opzione fondamentale », attuata da
quella libertà fondamentale mediante la quale la persona decide globalmente di
se stessa, non attraverso una scelta determinata e consapevole a livello
riflesso, ma in forma « trascen- dentale » e « atematica ». Gli atti
particolari derivanti da questa opzione costituirebbero soltanto dei
tentativi parziali e mai risolutivi per esprimerla, sarebbero solamente « segni
» o sintomi di essa. Oggetto immediato di questi atti ? si dice ? non è il Bene
assoluto (di fronte al quale si esprimerebbe a livello trascendentale la libertà
della persona), ma sono i beni particolari (detti anche « cate- goriali »). Ora,
secondo l'opinione di alcuni teologi, nessuno di questi beni, per loro natura
parziali, potrebbe determinare la libertà dell'uomo come persona nella sua
totalità, anche se solamente mediante la loro realizzazione o il loro rifiuto
l'uomo potrebbe esprimere la propria opzione fondamentale.
Si giunge così ad introdurre una
distinzione tra l'opzione fondamentale e le scelte deliberate di un
comportamento concreto, una distinzione che in alcuni autori assume la forma
di una dissociazione, allorché essi riservano espressamente il « bene » e
il « male » morale alla dimensione trascendentale propria dell'opzione
fondamentale, qualificando come « giuste » o « sbagliate » le scelte di
particolari comportamenti « intramondani », riguardanti cioè le relazioni
dell'uomo con se stesso, con gli altri e con il mondo delle cose. Sembra così
delinearsi all'interno dell'agire umano una scissione tra due livelli di
moralità: l'ordine del bene e del male, dipendente dalla volontà, da una parte,
e i comportamenti determinati, dall'altra, i quali vengono giudicati come
moralmente giusti o sbagliati solo in dipendenza da un calcolo tecnico della
proporzione tra beni e mali « premorali » o « fisici », che effettivamente
seguono all'azione. E ciò fino al punto che un comportamento concreto, anche
liberamente scelto, viene considerato come un processo semplicemente fisico, e
non secondo i criteri propri di un atto umano. L'esito al quale si giunge è di
riservare la qualifica propriamente morale della persona all'opzione
fondamentale, sottraendola in tutto o in parte alla scelta degli atti
particolari, dei comportamenti concreti.
66. Non c'è dubbio che
la dottrina morale cristiana, nelle sue stesse radici bibliche, riconosce la
specifica importanza di una scelta fondamentale che qualifica la vita morale
e che impegna la libertà a livello radicale di fronte a Dio. Si tratta della
scelta della fede, dell'obbedienza della fede (cf Rm 16,26),
« con la quale l'uomo si abbandona tutto a Dio liberamente, prestando "il
pieno ossequio dell'intelletto e della volontà" ».(112) Questa fede, che
« opera mediante la carità » (Gal 5,6), proviene dal centro dell'uomo,
dal suo « cuore » (cf Rm 10,10), e da qui è chiamata a fruttificare nelle
opere (cf Mt 12,33-35; Lc 6,43-45; Rm 8,5-8; Gal 5,
22). Nel Decalogo si trova, in capo ai diversi comandamenti, la clausola fondamentale:
« Io sono il Signore, tuo Dio... » (Es 20,2) che, imprimendo il senso
originale alle molteplici e varie prescrizioni particolari, assicura alla morale
dell'Alleanza una fisionomia di globalità, di unità e di profondità. La scelta
fondamentale di Israele riguarda allora il comandamento fondamentale (cf Gs
24,14-25; Es 19,3-8; Mic 6,8). Anche la morale della Nuova
Alleanza è dominata dall'appello fondamentale di Gesù alla sua « sequela » ?
così anche al giovane egli dice: « Se vuoi essere perfetto... vieni e seguimi
» (Mt 19,21) ?: a tale appello il discepolo risponde con una decisione
e scelta radicale. Le parabole evangeliche del tesoro e della perla preziosa,
per la quale si vende tutto ciò che si possiede, sono immagini eloquenti ed
efficaci del carattere radicale e incondizionato della scelta che il Regno di
Dio esige. La radicalità della scelta di seguire Gesù è meravigliosamente espressa
nelle sue parole: « Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà
la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà » (Mc 8,35).
L'appello di Gesù « vieni e seguimi »
segna la massima esaltazione possibile della libertà dell'uomo e, nello stesso
tempo, attesta la verità e l'obbligazione di atti di fede e di decisioni che si
possono dire di opzione fondamentale. Analoga esaltazione della libertà umana
troviamo nelle parole di san Paolo: « Voi, fratelli, siete stati chiamati a
libertà » (Gal 5, 13). Ma l'Apostolo immediatamente aggiunge un grave
monito: « Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la
carne ». In questo monito riecheggiano le sue precedenti parole: « Cristo ci ha
liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre
di nuovo il giogo della schiavitù » (Gal 5,1). L'apostolo Paolo ci invita
alla vigilanza: la libertà è sempre insidiata dalla schiavitù. Ed è proprio
questo il caso di un atto di fede ? nel senso di un'opzione fondamentale ? che
viene dissociato dalla scelta degli atti particolari, secondo le tendenze sopra
ricordate.
67. Queste tendenze sono
dunque contrarie allo stesso insegnamento biblico che concepisce l'opzione fondamentale
come una vera e propria scelta della libertà e collega profondamente tale scelta
con gli atti particolari. Mediante la scelta fondamentale l'uomo è capace di
orientare la sua vita e di tendere, con l'aiuto della grazia, verso il suo fine,
seguendo l'appello divino. Ma questa capacità si esercita di fatto nelle scelte
particolari di atti determinati, mediante i quali l'uomo si conforma deliberatamente
alla volontà, alla sapienza e alla legge di Dio. Va pertanto affermato che la
cosiddetta opzione fondamentale, nella misura in cui si differenzia da un'intenzione
generica e quindi non ancora determinatasi in una forma impegnativa della
libertà, si attua sempre mediante scelte consapevoli e libere. Proprio
per questo, essa viene revocata quando l'uomo impegna la sua libertà in scelte
consapevoli di senso contrario, relative a materia morale grave.
Separare l'opzione fondamentale dai
comportamenti concreti significa contraddire l'integrità sostanziale o l'unità
personale dell'agente morale nel suo corpo e nella sua anima. Un'opzione
fondamentale, intesa senza considerare esplicitamente le potenzialità che mette
in atto e le determinazioni che la esprimono, non rende giustizia alla finalità
razionale immanente all'agire dell'uomo e a ciascuna delle sue scelte
deliberate. In realtà, la moralità degli atti umani non si evince solo
dall'intenzione, dall'orientazione o opzione fondamentale, interpretata nel
senso di un'intenzione vuota di contenuti impegnativi ben determinati o di
un'intenzione alla quale non corrisponde uno sforzo fattivo nei diversi obblighi
della vita morale. La moralità non può essere giudicata se si prescinde dalla
conformità o dalla contrarietà della scelta deliberata di un comportamento
concreto rispetto alla dignità e alla vocazione integrale della persona umana.
Ogni scelta implica sempre un riferimento della volontà deliberata ai beni e ai
mali, indicati dalla legge naturale come beni da perseguire e mali da evitare.
Nel caso dei precetti morali positivi, la
prudenza ha sempre il compito di verificarne la pertinenza in una determinata
situazione, per esempio tenendo conto di altri doveri forse più importanti o
urgenti. Ma i precetti morali negativi, cioè quelli che proibiscono alcuni atti
o comportamenti concreti come intrinsecamente cattivi, non ammettono alcuna
legittima eccezione; essi non lasciano alcuno spazio moralmente accettabile per
la « creatività » di una qualche determinazione contraria. Una volta
riconosciuta in concreto la specie morale di un'azione proibita da una regola
universale, il solo atto moralmente buono è quello di obbedire alla legge morale
e di astenersi dall'azione che essa proibisce.
68. Occorre aggiungere
una importante considerazione pastorale. Nella logica delle posizioni sopra
accennate, l'uomo potrebbe, in virtù di un'opzione fondamentale, restare fedele
a Dio, indipendentemente dalla conformità o meno di alcune sue scelte e dei
suoi atti determinati alle norme o regole morali specifiche. In ragione di un'opzione
originaria per la carità, l'uomo potrebbe mantenersi moralmente buono, perseverare
nella grazia di Dio, raggiungere la propria salvezza, anche se alcuni dei suoi
comportamenti concreti fossero deliberatamente e gravemente contrari ai comandamenti
di Dio, riproposti dalla Chiesa.
In realtà, l'uomo non si perde solo per
l'infedeltà a quella opzione fondamentale, mediante la quale si è consegnato «
tutto a Dio liberamente ».(113) Egli, con ogni peccato mortale commesso
deliberatamente, offende Dio che ha donato la legge e pertanto si rende
colpevole verso tutta la legge (cf Gc 2,8-11); pur conservandosi nella
fede, egli perde la « grazia santificante », la « carità » e la « beatitudine
eterna ».(114) « La grazia della giustificazione ? insegna il Concilio di Trento
?, una volta ricevuta, può essere perduta non solo per l'infedeltà, che fa
perdere la stessa fede, ma anche per qualsiasi altro peccato mortale ».(115)
Peccato mortale e veniale
69. Le considerazioni
intorno all'opzione fondamentale hanno indotto, come abbiamo ora notato, alcuni
teologi a sottoporre a profonda revisione anche la distinzione tradizionale
tra i peccati mortali e i peccati veniali. Essi sottolineano che
l'opposizione alla legge di Dio, che causa la perdita della grazia santificante
? e, nel caso di morte in un simile stato di peccato, l'eterna condanna ?, può
essere soltanto il frutto di un atto che coinvolge la persona nella sua totalità,
cioè un atto di opzione fondamentale. Secondo questi teologi il peccato mortale,
che separa l'uomo da Dio, si verificherebbe soltanto nel rifiuto di Dio, compiuto
ad un livello della libertà non identificabile con un atto di scelta né attingibile
con consapevolezza riflessa. In questo senso ? aggiungono ? è difficile, almeno
psicologicamente, accettare il fatto che un cristiano, che vuole rimanere unito
a Gesù Cristo e alla sua Chiesa, possa così facilmente e ripetutamente commettere
peccati mortali, come indicherebbe, a volte, la « materia » stessa dei suoi
atti. Parimenti sarebbe difficile accettare che l'uomo sia capace, in un breve
lasso di tempo, di spezzare radicalmente il legame di comunione con Dio e, successivamente,
di convertirsi a lui mediante la sincera penitenza. Occorre dunque ? si dice
? misurare la gravità del peccato piuttosto dal grado di impegno della libertà
della persona che compie un atto che non dalla materia di tale atto.
70. L'Esortazione apostolica
post-sinodale Reconciliatio et paenitentia ha ribadito l'importanza e
la permanente attualità della distinzione tra peccati mortali e veniali, secondo
la tradizione della Chiesa. E il Sinodo dei Vescovi del 1983, da cui è scaturita
tale Esortazione, « non soltanto ha riaffermato quanto è stato proclamato dal
Concilio Tridentino sull'esistenza e la natura dei peccati mortali e
veniali, ma ha voluto ricordare che è peccato mortale quello
che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena
consapevolezza e deliberato consenso ».(116)
Il pronunciamento del Concilio di Trento
non considera soltanto la « materia grave » del peccato mortale, ma ricorda
anche, come sua necessaria condizione, « la piena avvertenza e il deliberato
consenso ». Del resto, sia nella teologia morale che nella pratica pastorale,
sono ben conosciuti i casi nei quali un atto grave, a motivo della sua materia,
non costituisce peccato mortale a motivo della non piena avvertenza o del non
deliberato consenso di colui che lo compie. D'altra parte, « si dovrà evitare di
ridurre il peccato mortale ad un atto di "opzione fondamentale" ? come
oggi si suol dire ? contro Dio », concepito sia come esplicito e formale
disprezzo di Dio e del prossimo sia come implicito e non riflesso rifiuto
dell'amore. « Si ha, infatti, peccato mortale anche quando l'uomo, sapendo e
volendo, per qualsiasi ragione sceglie qualcosa di gravemente disordinato. In
effetti, in una tale scelta è già contenuto un disprezzo del precetto divino, un
rifiuto dell'amore di Dio verso l'umanità e tutta la creazione: l'uomo allontana
se stesso da Dio e perde la carità. L'orientamento fondamentale, quindi,
può essere radicalmente modificato da atti particolari. Senza dubbio si
possono dare situazioni molto complesse e oscure sotto l'aspetto psicologico,
che influiscono sulla imputabilità soggettiva del peccatore. Ma dalla
considerazione della sfera psicologica non si può passare alla costituzione di
una categoria teologica, quale appunto l' "opzione fondamentale", intendendola
in modo tale che, sul piano oggettivo, cambi o metta in dubbio la concezione
tradizionale di peccato mortale ».(117)
In tal modo la dissociazione tra opzione
fondamentale e scelte deliberate di comportamenti determinati ? disordinati in
se stessi o nelle circostanze ? che non la metterebbero in causa, comporta il
misconoscimento della dottrina cattolica sul peccato mortale: « Con tutta la
tradizione della Chiesa noi chiamiamo peccato mortale questo atto, per il
quale un uomo, con libertà e consapevolezza, rifiuta Dio, la sua legge,
l'alleanza di amore che Dio gli propone, preferendo volgersi a se stesso, a
qualche realtà creata e finita, a qualcosa di contrario al volere divino (conversio
ad creaturam). Il che può avvenire in modo diretto e formale, come nei
peccati di idolatria, di apostasia, di ateismo; o in modo equivalente, come in
tutte le disubbidienze ai comandamenti di Dio in materia grave ».(118)
IV. L'atto morale
Teleologia e teleologismo
71. Il rapporto tra la
libertà dell'uomo e la legge di Dio, che trova la sua sede intima e viva nella
coscienza morale, si manifesta e si realizza negli atti umani. È proprio
mediante i suoi atti che l'uomo si perfeziona come uomo, come uomo chiamato
a cercare spontaneamente il suo Creatore e a giungere liberamente, con l'adesione
a lui, alla piena e beata perfezione.(119)
Gli atti umani sono atti morali,
perché esprimono e decidono della bontà o malizia dell'uomo stesso che compie
quegli atti.(120) Essi non producono solo un mutamento dello stato di cose
esterne all'uomo, ma, in quanto scelte deliberate, qualificano moralmente la
persona stessa che li compie e ne determinano la fisionomia spirituale
profonda, come rileva suggestivamente san Gregorio Nisseno: « Tutti gli
esseri soggetti al divenire non restano mai identici a se stessi, ma passano
continuamente da uno stato ad un altro mediante un cambiamento che opera sempre,
in bene o in male... Ora, essere soggetto a cambiamento è nascere
continuamente... Ma qui la nascita non avviene per un intervento estraneo, com'è
il caso degli esseri corporei... Essa è il risultato di una scelta libera e
noi siamo così, in certo modo, i nostri stessi genitori, creandoci
come vogliamo, e con la nostra scelta dandoci la forma che vogliamo ».(121)
72. La moralità
degli atti è definita dal rapporto della libertà dell'uomo col bene autentico.
Tale bene è stabilito, come legge eterna, dalla Sapienza di Dio che ordina ogni
essere al suo fine: questa legge eterna è conosciuta tanto attraverso la ragione
naturale dell'uomo (e così è « legge naturale »), quanto ? in modo integrale
e perfetto ? attraverso la rivelazione soprannaturale di Dio (e così è chiamata
« legge divina »). L'agire è moralmente buono quando le scelte della libertà
sono conformi al vero bene dell'uomo ed esprimono così l'ordinazione
volontaria della persona verso il suo fine ultimo, cioè Dio stesso: il bene
supremo nel quale l'uomo trova la sua piena e perfetta felicità. La domanda
iniziale del colloquio del giovane con Gesù: « Che cosa devo fare di buono per
ottenere la vita eterna? » (Mt 19,16) mette immediatamente in luce l'essenziale
legame tra il valore morale di un atto e il fine ultimo dell'uomo. Gesù,
nella sua risposta, conferma la convinzione del suo interlocutore: il compimento
di atti buoni, comandati da Colui che « solo è buono », costituisce la condizione
indispensabile e la via per la beatitudine eterna: « Se vuoi entrare nella vita,
osserva i comandamenti » (Mt 19,17). La risposta di Gesù e il rimando
ai comandamenti manifestano anche che la via al fine è segnata dal rispetto
delle leggi divine che tutelano il bene umano. Solo
l'atto conforme al bene può essere via che conduce alla vita.
L'ordinazione razionale dell'atto umano al
bene nella sua verità e il perseguimento volontario di questo bene, conosciuto
dalla ragione, costituiscono la moralità. Pertanto, l'agire umano non può essere
valutato moralmente buono solo perché funzionale a raggiungere questo o quello
scopo, che persegue, o semplicemente perché l'intenzione del soggetto è
buona.(122) L'agire è moralmente buono quando attesta ed esprime l'ordinazione
volontaria della persona al fine ultimo e la conformità dell'azione concreta con
il bene umano come viene riconosciuto nella sua verità dalla ragione. Se
l'oggetto dell'azione concreta non è in sintonia con il bene vero della persona,
la scelta di tale azione rende la nostra volontà e noi stessi moralmente cattivi
e, quindi, ci mette in contrasto con il nostro fine ultimo, il bene supremo,
cioè Dio stesso.
73. Il cristiano, grazie
alla rivelazione di Dio e alla fede, conosce la « novità » da cui è segnata
la moralità dei suoi atti; questi sono chiamati ad esprimere la coerenza o meno
con quella dignità e vocazione che gli sono state donate dalla grazia: in Gesù
Cristo e nel suo Spirito, il cristiano è « creatura nuova », figlio di Dio,
e mediante i suoi atti manifesta la sua conformità o difformità con l'immagine
del Figlio che è il primogenito tra molti fratelli (cf Rm 8,29), vive
la sua fedeltà o infedeltà al dono dello Spirito e si apre o si chiude alla
vita eterna, alla comunione di visione, di amore e di beatitudine con Dio Padre,
Figlio e Spirito Santo.(123) Cristo « ci forma secondo la sua immagine ? scrive
san Cirillo Alessandrino ?, in modo che i lineamenti della sua divina natura
risplendano in noi attraverso la santificazione e la giustizia e la vita buona
e conforme a virtù... La bellezza di questa immagine risplende in noi che siamo
in Cristo, quando ci mostriamo uomini buoni nelle opere ».(124)
In questo senso la vita morale possiede un
essenziale carattere « teleologico », perché consiste nella deliberata
ordinazione degli atti umani a Dio, sommo bene e fine (telos) ultimo
dell'uomo. Lo attesta, ancora una volta, la domanda del giovane a Gesù: « Che
cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna? ». Ma questa ordinazione al
fine ultimo non è una dimensione soggettivistica che dipende solo
dall'intenzione. Essa presuppone che tali atti siano in se stessi ordinabili a
questo fine, in quanto conformi all'autentico bene morale dell'uomo, tutelato
dai comandamenti. È ciò che ricorda Gesù stesso nella risposta al giovane: « Se
vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti » (Mt 19,17).
Evidentemente dev'essere un'ordinazione
razionale e libera, cosciente e deliberata, in forza della quale l'uomo è «
responsabile » dei suoi atti ed è soggetto al giudizio di Dio, giudice giusto e
buono che premia il bene e castiga il male, come ci ricorda l'apostolo Paolo: «
Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per
ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene
che in male » (2 Cor 5,10).
74. Ma da che cosa dipende
la qualificazione morale dell'agire libero dell'uomo? Da che cosa è assicurata
questa ordinazione a Dio degli atti umani? Dall'intenzione del
soggetto che agisce, dalle circostanze ? e in particolare dalle conseguenze
? del suo agire, dall'oggetto stesso del suo atto?
È questo il problema tradizionalmente
chiamato delle « fonti della moralità ». Proprio a riguardo di tale problema, in
questi decenni si sono manifestate nuove ? o ripristinate ? tendenze culturali e
teologiche che esigono un accurato discernimento da parte del Magistero della
Chiesa.
Alcune teorie etiche, denominate
« teleologiche », si presentano attente alla conformità degli atti umani con
i fini perseguiti dall'agente e con i valori da lui intesi. I criteri per
valutare la giustezza morale di un'azione sono ricavati dalla ponderazione
dei beni non-morali o pre-morali da conseguire e dei rispettivi valori
non-morali o pre-morali da rispettare. Per taluni il comportamento concreto
sarebbe giusto, o sbagliato, a seconda che possa, o non possa, produrre uno
stato di cose migliore per tutte le persone interessate: sarebbe giusto il
comportamento in grado di « massimizzare » i beni e di « minimizzare » i mali.
Molti dei moralisti cattolici, che seguono
questo orientamento, intendono prendere le distanze dall'utilitarismo e dal
pragmatismo, per cui la moralità degli atti umani sarebbe giudicata senza far
riferimento al vero fine ultimo dell'uomo. Essi giustamente si rendono conto
della necessità di trovare argomentazioni razionali, sempre più consistenti, per
giustificare le esigenze e fondare le norme della vita morale. E tale ricerca è
legittima e necessaria, dal momento che l'ordine morale, stabilito dalla legge
naturale, è in linea di principio accessibile alla ragione umana. È ricerca, del
resto, che corrisponde alle esigenze del dialogo e della collaborazione con i
non-cattolici e i non-credenti, particolarmente nelle società pluralistiche.
75. Ma all'interno dello
sforzo di elaborare una simile morale razionale ? talvolta chiamata a questo
titolo « morale autonoma » ?, esistono false soluzioni, legate in particolare
ad una inadeguata comprensione dell'oggetto dell'agire morale. Alcuni non
tengono in sufficiente considerazione il fatto che la volontà è coinvolta nelle
scelte concrete che essa opera: queste sono condizione della sua bontà morale
e della sua ordinazione al fine ultimo della persona. Altri poi si ispirano
ad una concezione della libertà che prescinde dalle condizioni effettive del
suo esercizio, dal suo riferimento oggettivo alla verità sul bene, dalla sua
determinazione mediante scelte di comportamenti concreti. Così, secondo queste
teorie, la volontà libera non sarebbe né moralmente sottomessa a obbligazioni
determinate, né informata dalle sue scelte, pur rimanendo responsabile dei propri
atti e delle loro conseguenze. Questo « teleologismo », come metodo di
rinvenimento della norma morale, può allora ? secondo terminologie e approcci
mutuati da differenti correnti di pensiero ? chiamarsi « consequenzialismo
» o « proporzionalismo ». Il primo pretende di ricavare i criteri
della giustezza di un determinato agire solo dal calcolo delle conseguenze che
si prevedono derivare dall'esecuzione di una scelta. Il secondo, ponderando
tra loro valori e beni perseguiti, si focalizza piuttosto sulla proporzione
riconosciuta tra gli effetti buoni e cattivi, in vista del « più grande bene
» o del « minor male » effettivamente possibili in una situazione particolare.
Le teorie etiche teleologiche (proporzionalismo,
consequenzialismo),
pur riconoscendo che i valori morali sono indicati dalla ragione
e dalla Rivelazione, ritengono che non si possa mai formulare una proibizione
assoluta di determinati comportamenti, che sarebbero contrastanti, in ogni
circostanza e in ogni cultura, con quei valori. Il soggetto che agisce sarebbe
sì responsabile del raggiungimento dei valori perseguiti, ma secondo un duplice
aspetto: infatti, i valori o beni coinvolti in un atto umano sarebbero, per un
aspetto, di ordine morale (in rapporto a valori propriamente morali, come
l'amore di Dio, la benevolenza verso il prossimo, la giustizia, ecc.) e, per un
altro aspetto, di ordine pre-morale, detto anche non-morale o fisico o
ontico (in rapporto ai vantaggi e svantaggi recati sia a colui che agisce che ad
altre persone, prima o poi coinvolte, come, ad esempio, la salute o la sua
lesione, l'integrità fisica, la vita, la morte, la perdita di beni materiali,
ecc.). In un mondo in cui il bene sarebbe sempre mescolato al male ed ogni
effetto buono legato ad altri effetti cattivi, la moralità dell'atto si
giudicherebbe in modo differenziato: la sua « bontà » morale sulla base
dell'intenzione del soggetto riferita ai beni morali e la sua « giustezza »
sulla base della considerazione degli effetti o conseguenze prevedibili e della
loro proporzione. Di conseguenza, i comportamenti concreti sarebbero da
qualificarsi come « giusti » o « sbagliati », senza che per questo sia possibile
valutare come moralmente « buona » o « cattiva » la volontà della persona che li
sceglie. In questo modo, un atto, che ponendosi in contraddizione con una norma
universale negativa viola direttamente beni considerati come pre-morali,
potrebbe essere qualificato come moralmente ammissibile, se l'intenzione del
soggetto si concentra, secondo una « responsabile » ponderazione dei beni
coinvolti nell'azione concreta, sul valore morale giudicato decisivo nella
circostanza.
La valutazione delle conseguenze
dell'azione, in base alla proporzione dell'atto con i suoi effetti e degli
effetti tra di loro, riguarderebbe l'ordine solo pre-morale. Sulla specificità
morale degli atti, ossia sulla loro bontà o malizia, deciderebbe esclusivamente
la fedeltà della persona ai valori più alti della carità e della prudenza, senza
che questa fedeltà sia necessariamente incompatibile con scelte contrarie a
certi precetti morali particolari. Anche in materia grave, questi ultimi
dovrebbero essere considerati come norme operative sempre relative e
suscettibili di eccezioni.
In questa prospettiva il consenso
deliberato a certi comportamenti dichiarati illeciti dalla morale tradizionale
non implicherebbe una malizia morale oggettiva.
L'oggetto dell'atto deliberato
76. Queste teorie possono
acquistare una certa forza persuasiva dalla loro affinità con la mentalità scientifica,
giustamente preoccupata di ordinare le attività tecniche ed economiche in base
al calcolo delle risorse e dei profitti, dei procedimenti e degli effetti. Esse
vogliono liberare dalle costrizioni di una morale dell'obbligazione, volontarista
e arbitraria, che si rivelerebbe disumana.
Siffatte teorie non sono però fedeli alla
dottrina della Chiesa, allorché credono di poter giustificare, come moralmente
buone, scelte deliberate di comportamenti contrari ai comandamenti della legge
divina e naturale. Queste teorie non possono richiamarsi alla tradizione morale
cattolica: se è vero che in quest'ultima si è sviluppata una casistica attenta a
ponderare in alcune situazioni concrete le possibilità maggiori di bene, è
altrettanto vero che ciò riguardava solo i casi in cui la legge era incerta e,
pertanto, non metteva in discussione la validità assoluta dei precetti morali
negativi che obbliga senza eccezione. I fedeli sono tenuti a riconoscere e a
rispettare i precetti morali specifici, dichiarati e insegnati dalla Chiesa in
nome di Dio, Creatore e Signore.(125) Quando l'apostolo Paolo ricapitola nel
precetto di amare il prossimo come se stessi il compimento della legge (cf Rm
13,8-10), non attenua i comandamenti, ma piuttosto li conferma, dal momento
che ne rivela le esigenze e la gravità. L'amore di Dio e l'amore del prossimo
sono inseparabili dall'osservanza dei comandamenti dell'Alleanza, rinnovata
nel sangue di Gesù Cristo e nel dono dello Spirito. È onore proprio dei
cristiani obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (cf At 4,19; 5,29) ed
accettare per questo anche il martirio, come hanno fatto i santi e le sante
dell'Antico e del Nuovo Testamento, riconosciuti tali per aver dato la loro vita
piuttosto che compiere questo o quel gesto particolare contrario alla fede o
alla virtù.
77. Per offrire i criteri
razionali di una giusta decisione morale, le accennate teorie tengono conto
dell'intenzione e delle conseguenze dell'azione umana. Sono certamente
da prendere in grande considerazione sia l'intenzione ? come insiste con una
forza particolare Gesù in aperta contrapposizione agli scribi e farisei, che
minuziosamente prescrivevano certe opere esteriori senza badare al cuore (cf
Mc 7,20-21; Mt 15,19) ?, sia i beni ottenuti e i mali evitati,
a seguito di un atto particolare. Si tratta di un'esigenza di responsabilità.
Ma la considerazione di queste conseguenze ? nonché delle intenzioni ? non è
sufficiente a valutare la qualità morale di una scelta concreta. La ponderazione
dei beni e dei mali, prevedibili in conseguenza di un'azione, non è un metodo
adeguato per determinare se la scelta di quel comportamento concreto è « secondo
la sua specie », o « in se stessa », moralmente buona o cattiva, lecita o illecita.
Le conseguenze prevedibili appartengono a quelle circostanze dell'atto, che,
se possono modificare la gravità di un atto cattivo, non possono però cambiarne
la specie morale.
Ciascuno, del resto, conosce le difficoltà
? o meglio l'impossibilità ? di valutare tutte le conseguenze e tutti gli
effetti buoni o cattivi ? definiti pre-morali ? dei propri atti: un calcolo
razionale esaustivo non è possibile. Come fare allora per stabilire delle
proporzioni che dipendono da una valutazione, i cui criteri restano oscuri? In
che modo potrebbe giustificarsi un obbligo assoluto su calcoli tanto
discutibili?
78. La moralità dell'atto
umano dipende anzitutto e fondamentalmente dall'oggetto ragionevolmente scelto
dalla volontà deliberata, come prova anche la penetrante analisi, tuttora
valida, di san Tommaso.(126) Per poter cogliere l'oggetto di un atto che lo
specifica moralmente occorre quindi collocarsi nella prospettiva della persona
che agisce. Infatti, l'oggetto dell'atto del volere è un comportamento liberamente
scelto. In quanto conforme all'ordine della ragione, esso è causa della bontà
della volontà, ci perfeziona moralmente e ci dispone a riconoscere il nostro
fine ultimo nel bene perfetto, l'amore originario. Per oggetto di un determinato
atto morale non si può, dunque, intendere un processo o un evento di ordine
solamente fisico, da valutare in quanto provoca un determinato stato di cose
nel mondo esteriore. Esso è il fine prossimo di una scelta deliberata, che determina
l'atto del volere della persona che agisce. In tal senso, come insegna il
Catechismo della
Chiesa Cattolica, « vi sono comportamenti
concreti che è sempre sbagliato scegliere, perché la loro scelta comporta un
disordine della volontà, cioè un male morale ».(127) « Spesso infatti ? scrive
l'Aquinate ? qualcuno agisce con buona intenzione, ma inutilmente, in quanto
manca la buona volontà: come nel caso di uno che rubi per nutrire un povero,
c'è sì la retta intenzione, manca tuttavia la rettitudine della debita volontà.
Di conseguenza, nessun male compiuto con buona intenzione può essere scusato:
"Come coloro che dicono: Facciamo il male perché venga il bene; la condanna
dei quali è giusta" (Rm 3,8) ».(128)
La ragione per cui non basta la buona
intenzione ma occorre anche la retta scelta delle opere, sta nel fatto che
l'atto umano dipende dal suo oggetto, ossia se questo è ordinabile o meno
a Dio, a Colui che « solo è buono », e così realizza la perfezione della
persona. L'atto è buono, quindi, se il suo oggetto è conforme al bene della
persona nel rispetto dei beni per essa moralmente rilevanti. L'etica cristiana,
che privilegia l'attenzione all'oggetto morale, non rifiuta di considerare
l'interiore « teleologia » dell'agire, in quanto volto a promuovere il vero bene
della persona, ma riconosce che esso viene realmente perseguito solo quando si
rispettano gli elementi essenziali della natura umana. L'atto umano, buono
secondo il suo oggetto, è anche ordinabile al fine ultimo. Lo stesso atto
raggiunge poi la sua perfezione ultima e decisiva quando la volontà lo ordina
effettivamente a Dio mediante la carità. In tal senso, il Patrono dei
moralisti e dei confessori insegna: « Non basta fare opere buone, ma bisogna
farle bene. Acciocché le opere nostre siano buone e perfette, è necessario farle
col puro fine di piacere a Dio ».(129)
Il « male intrinseco »: non è
lecito fare il male a scopo di bene
(cf Rm 3,8)
79. È da
respingere quindi la tesi, propria delle teorie teleologiche e proporzionaliste,
secondo cui sarebbe impossibile qualificare come moralmente cattiva secondo
la sua specie ? il suo « oggetto » ? la scelta
deliberata di alcuni comportamenti o atti determinati prescindendo dall'intenzione
per cui la scelta viene fatta o dalla totalità delle conseguenze prevedibili
di quell'atto per tutte le persone interessate.
L'elemento primario e decisivo per il
giudizio morale è l'oggetto dell'atto umano, il quale decide sulla sua
ordinabilità al bene e al fine ultimo, che è Dio. Tale ordinabilità viene
colta dalla ragione nell'essere stesso dell'uomo, considerato nella sua verità
integrale, dunque nelle sue inclinazioni naturali, nei suoi dinamismi e nelle
sue finalità che hanno sempre anche una dimensione spirituale: sono esattamente
questi i contenuti della legge naturale, e quindi il complesso ordinato dei «
beni per la persona » che si pongono al servizio del « bene della persona », di
quel bene che è essa stessa e la sua perfezione. Sono questi i beni tutelati dai
comandamenti, i quali, secondo san Tommaso, contengono tutta la legge
naturale.(130)
80. Ora la ragione attesta
che si danno degli oggetti dell'atto umano che si configurano come « non-ordinabili
» a Dio, perché contraddicono radicalmente il bene della persona, fatta a sua
immagine. Sono gli atti che, nella tradizione morale della Chiesa, sono stati
denominati « intrinsecamente cattivi » (intrinsece malum): lo sono sempre
e per sé, ossia per il loro stesso oggetto, indipendentemente dalle ulteriori
intenzioni di chi agisce e dalle circostanze. Per questo, senza minimamente
negare l'influsso che sulla moralità hanno le circostanze e soprattutto le intenzioni,
la Chiesa insegna che « esistono atti che, per se stessi e in se stessi, indipendentemente
dalle circostanze, sono sempre gravemente illeciti, in ragione del loro oggetto
».(131) Lo stesso Concilio Vaticano II, nel contesto del dovuto rispetto della
persona umana, offre un'ampia esemplificazione di tali atti: « Tutto ciò che
è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l'aborto,
l'eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l'integrità
della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla
mente, gli sforzi per violentare l'intimo dello spirito; tutto ciò che offende
la dignità umana, come le condizioni infraumane di vita, le incarcerazioni arbitrarie,
le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei
giovani, o ancora le ignominiose condizioni del lavoro con le quali i lavoratori
sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere
e responsabili; tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose
e, mentre guastano la civiltà umana, ancor più inquinano coloro che così si
comportano, che non quelli che le subiscono, e ledono grandemente l'onore del
Creatore ».(132)
Sugli atti intrinsecamente cattivi, e in
riferimento alle pratiche contraccettive mediante le quali l'atto coniugale è
reso intenzionalmente infecondo, Paolo VI insegna: « In verità, se è lecito,
talvolta, tollerare un minor male morale al fine di evitare un male maggiore o
di promuovere un bene più grande, non è lecito, neppure per ragioni gravissime,
fare il male, affinché ne venga il bene (cf Rm 3,8), cioè fare oggetto di
un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno
della persona umana, anche se nell'intento di salvaguardare o promuovere beni
individuali, familiari o sociali ».(133)
81. Insegnando l'esistenza
di atti intrinsecamente cattivi, la Chiesa accoglie la dottrina della Sacra
Scrittura. L'apostolo Paolo afferma in modo categorico: « Non illudetevi: né
immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né
ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il Regno di Dio » (1 Cor
6,9-10).
Se gli atti sono intrinsecamente cattivi,
un'intenzione buona o circostanze particolari possono attenuarne la malizia, ma
non possono sopprimerla: sono atti « irrimediabilmente » cattivi, per se stessi
e in se stessi non sono ordinabili a Dio e al bene della persona: « Quanto agli
atti che sono per se stessi dei peccati (cum iam opera ipsa peccata sunt)
? scrive sant'Agostino ?, come il furto, la fornicazione, la bestemmia, o altri
atti simili, chi oserebbe affermare che, compiendoli per buoni motivi (causis
bonis), non sarebbero più peccati o, conclusione ancora più assurda, che
sarebbero peccati giustificati? ».(134)
Per questo, le circostanze o le intenzioni
non potranno mai trasformare un atto intrinsecamente disonesto per il suo
oggetto in un atto « soggettivamente » onesto o difendibile come scelta.
82. Del resto, l'intenzione
è buona quando mira al vero bene della persona in vista del suo fine ultimo.
Ma gli atti, il cui oggetto è « non-ordinabile » a Dio e « indegno della persona
umana », si oppongono sempre e in ogni caso a questo bene. In tal senso il rispetto
delle norme che proibiscono tali atti e che obbligano semper et pro semper,
ossia senza alcuna eccezione, non solo non limita la buona intenzione,
ma costituisce addirittura la sua espressione fondamentale.
La dottrina dell'oggetto, quale fonte
della moralità, costituisce un'esplicitazione autentica della morale biblica
dell'Alleanza e dei comandamenti, della carità e delle virtù. La qualità morale
dell'agire umano dipende da questa fedeltà ai comandamenti, espressione di
obbedienza e di amore. È per questo ? lo ripetiamo ? che è da respingere come
erronea l'opinione che ritiene impossibile qualificare moralmente come cattiva
secondo la sua specie la scelta deliberata di alcuni comportamenti o atti
determinati, prescindendo dall'intenzione per cui la scelta viene fatta o dalla
totalità delle conseguenze prevedibili di quell'atto per tutte le persone
interessate. Senza questa determinazione razionale della moralità dell'agire
umano, sarebbe impossibile affermare un « ordine morale oggettivo » (135) e
stabilire una qualsiasi norma determinata dal punto di vista del contenuto, che
obblighi senza eccezioni; e ciò a scapito della fraternità umana e della verità
sul bene, e a detrimento altresì della comunione ecclesiale.
83. Come si vede, nella
questione della moralità degli atti umani, e in particolare in quella dell'esistenza
degli atti intrinsecamente cattivi, si concentra in un certo senso la questione
stessa dell'uomo, della sua verità e delle conseguenze morali che
ne derivano. Riconoscendo e insegnando l'esistenza del male intrinseco in determinati
atti umani, la Chiesa rimane fedele alla verità integrale dell'uomo, e quindi
lo rispetta e lo promuove nella sua dignità e vocazione. Essa, di conseguenza,
deve respingere le teorie sopra esposte che si pongono in contrasto con questa
verità.
Bisogna però che noi, Fratelli
nell'Episcopato, non ci fermiamo solo ad ammonire i fedeli circa gli errori e i
pericoli di alcune teorie etiche. Dobbiamo, prima di tutto, mostrare
l'affascinante splendore di quella verità che è Gesù Cristo stesso. In Lui, che
è la Verità (cf Gv 14,6), l'uomo può comprendere pienamente e vivere
perfettamente, mediante gli atti buoni, la sua vocazione alla libertà
nell'obbedienza alla legge divina, che si compendia nel comandamento dell'amore
di Dio e del prossimo. Ed è quanto avviene con il dono dello Spirito Santo,
Spirito di verità, di libertà e di amore: in Lui ci è dato di interiorizzare la
legge e di percepirla e viverla come il dinamismo della vera libertà personale:
« la legge perfetta, la legge della libertà » (Gc 1,25).
CAPITOLO III
« PERCHÉ
NON VENGA RESA VANA
LA CROCE DI CRISTO »
(1 Cor 1,17)
Il bene
morale per la vita della chiesa e del mondo
« Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi »
(Gal 5,1)
84. La questione
fondamentale che le teorie morali sopra ricordate pongono con particolare
forza è quella del rapporto tra la libertà dell'uomo e la legge di Dio, ultimamente
è la questione del rapporto tra la libertà e la verità.
Secondo la fede cristiana e la dottrina
della Chiesa, « solamente la libertà che si sottomette alla Verità conduce la
persona umana al suo vero bene. Il bene della persona è di essere nella Verità e
di fare la Verità ».(136)
Il confronto tra la posizione della Chiesa
e la situazione sociale e culturale d'oggi mette immediatamente in luce
l'urgenza che proprio su tale questione fondamentale si sviluppi
un'intensa opera pastorale da parte della Chiesa stessa: « Questo essenziale
legame di Verità-Bene-Libertà è stato smarrito in larga parte dalla cultura
contemporanea e, pertanto, ricondurre l'uomo a riscoprirlo è oggi una delle
esigenze proprie della missione della Chiesa, per la salvezza del mondo. La
domanda di Pilato: "Che cosa è la verità?" emerge anche dalla sconsolata
perplessità di un uomo che spesso non sa più chi è, donde viene e dove
va. E così assistiamo non di rado al pauroso precipitare della persona umana
in situazioni di autodistruzione progressiva. A voler ascoltare certe voci,
sembra di non doversi più riconoscere l'indistruttibile assolutezza di alcun
valore morale. Sono sotto gli occhi di tutti il disprezzo della vita umana già
concepita e non ancora nata; la violazione permanente di fondamentali diritti
della persona; l'iniqua distruzione dei beni necessari per una vita
semplicemente umana. Anzi, qualcosa di più grave è accaduto: l'uomo non è più
convinto che solo nella verità può trovare la salvezza. La forza salvifica del
vero è contestata, affidando alla sola libertà, sradicata da ogni obiettività,
il compito di decidere autonomamente ciò che è bene e ciò che è male. Questo
relativismo diviene, nel campo teologico, sfiducia nella sapienza di Dio, che
guida l'uomo con la legge morale. A ciò che la legge morale prescrive si
contrappongono le cosiddette situazioni concrete, non ritenendo più, in fondo,
che la legge di Dio sia sempre l'unico vero bene dell'uomo ».(137)
85. L'opera di discernimento
di queste teorie etiche da parte della Chiesa non si restringe alla loro denuncia
e al loro rifiuto, ma mira positivamente a sostenere con grande amore tutti
i fedeli nella formazione d'una coscienza morale che giudichi e conduca a decisioni
secondo verità, come esorta l'apostolo Paolo: « Non conformatevi alla mentalità
di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere
la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto » (Rm 12,
2). Quest'opera della Chiesa trova il suo punto di forza ? il suo « segreto
» formativo ? non tanto negli enunciati dottrinali e negli appelli pastorali
alla vigilanza, quanto nel tenere lo sguardo fisso sul Signore Gesù. La
Chiesa ogni giorno guarda con instancabile amore a Cristo, pienamente consapevole
che solo in lui sta la risposta vera e definitiva al problema morale.
In particolare, in Gesù crocifisso
essa trova la risposta alla questione che tormenta oggi tanti uomini:
come può l'obbedienza alle norme morali universali e immutabili rispettare
l'unicità e l'irripetibilità della persona e non attentare alla sua libertà e
dignità? La Chiesa fa sua la coscienza che l'apostolo Paolo aveva della missione
ricevuta: « Cristo... mi ha mandato... a predicare il vangelo; non però con un
discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo... Noi
predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma
per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza
di Dio e sapienza di Dio » (1 Cor 1,17.23-24).Cristo crocifisso rivela
il senso autentico della libertà, lo vive in pienezza nel dono totale di sé
e chiama i discepoli a prendere parte alla sua stessa libertà.
86. La riflessione razionale
e l'esperienza quotidiana dimostrano la debolezza, da cui è segnata la libertà
dell'uomo. È libertà reale, ma finita: non ha il suo punto di partenza assoluto
e incondizionato in se stessa, ma nell'esistenza dentro cui si trova e che rappresenta
per essa, nello stesso tempo, un limite e una possibilità. È la libertà di una
creatura, ossia una libertà donata, da accogliere come un germe e da far maturare
con responsabilità. È parte costitutiva di quell'immagine creaturale, che fonda
la dignità della persona: in essa risuona la vocazione originaria con cui il
Creatore chiama l'uomo al vero Bene, e ancora di più, con la rivelazione di
Cristo, a entrare in amicizia con lui, partecipando alla stessa vita divina.
È insieme inalienabile autopossesso e apertura universale ad ogni esistente,
nell'uscita da sé verso la conoscenza e l'amore dell'altro.(138) La libertà
si radica dunque nella verità dell'uomo ed è finalizzata alla comunione.
Ragione ed esperienza dicono non solo la
debolezza della libertà umana, ma anche il suo dramma. L'uomo scopre che la sua
libertà è misteriosamente inclinata a tradire questa apertura al Vero e al Bene
e che troppo spesso, di fatto, egli preferisce scegliere beni finiti, limitati
ed effimeri. Ancor più, dentro gli errori e le scelte negative, l'uomo avverte
l'origine di una ribellione radicale, che lo porta a rifiutare la Verità e il
Bene per erigersi a principio assoluto di se stesso: « Voi diventerete come Dio
» (Gn 3,5). La libertà, quindi, ha bisogno di essere liberata.
Cristo ne è il liberatore: egli « ci ha liberati perché restassimo liberi »
(Gal 5,1).
87. Cristo rivela, anzitutto,
che il riconoscimento onesto e aperto della verità è condizione di autentica
libertà: « Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi » (Gv 8,32).(139)
È la verità che rende liberi davanti al potere e dà la forza del martirio. Così
è di Gesù davanti a Pilato: « Per questo io sono nato e per questo sono venuto
nel mondo: per rendere testimonianza alla verità » (Gv 18,37). Così
i veri adoratori di Dio devono adorarlo « in spirito e verità » (Gv 4,23):
in questa adorazione diventano liberi. Il legame con la verità e l'adorazione
di Dio si manifestano in Gesù Cristo come la più intima radice della libertà.
Gesù rivela, inoltre, con la sua stessa
esistenza e non solo con le parole, che la libertà si realizza nell'amore,
cioè neldono di sé. Lui che dice: « Nessuno ha un amore più grande di
questo: dare la vita per i propri amici » (Gv 15,13), va incontro
liberamente alla Passione (cf Mt 26,46) e nella sua obbedienza al Padre
sulla Croce dà la vita per tutti gli uomini (cf Fil 2, 6-11). In tal modo
la contemplazione di Gesù crocifisso è la via maestra sulla quale la Chiesa deve
camminare ogni giorno se vuole comprendere l'intero senso della libertà: il dono
di sé nel servizio a Dio e ai fratelli. La comunione poi con il Signore
crocifisso e risorto è la sorgente inesauribile alla quale la Chiesa attinge
senza sosta per vivere nella libertà, donarsi e servire. Commentando il versetto
del Salmo 99 (100) « Servite il Signore nella gioia », sant'Agostino dice: «
Nella casa del Signore libera è la schiavitù. Libera, poiché il servizio non
l'impone la necessità, ma la carità... La carità ti renda servo, come la verità
ti ha fatto libero... Allo stesso tempo tu sei servo e libero: servo, perché ci
diventasti; libero, perché sei amato da Dio, tuo creatore; anzi, libero anche
perché ti è dato di amare il tuo creatore... Sei servo del Signore e sei libero
del Signore. Non cercare una liberazione che ti porti lontano dalla casa del tuo
liberatore! ».(140)
In tal modo la Chiesa, e ciascun cristiano
in essa, è chiamata a partecipare al munus regale di Cristo in croce (cf
Gv 12,32), alla grazia e alla responsabilità del Figlio dell'uomo, che «
non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto
per molti » (Mt 20,28).(141)
Gesù, dunque, è la sintesi viva e
personale della perfetta libertà nell'obbedienza totale alla volontà di Dio. La
sua carne crocifissa è la piena Rivelazione del vincolo indissolubile tra
libertà e verità, così come la sua risurrezione da morte è l'esaltazione suprema
della fecondità e della forza salvifica di una libertà vissuta nella verità.
Camminare nella luce
(cf 1 Gv 1,7)
88. La contrapposizione,
anzi la radicale dissociazione tra libertà e verità è conseguenza, manifestazione
e compimento di un'altra più grave e deleteria dicotomia,
quella che separa la fede dalla morale.
Questa separazione costituisce una delle
più acute preoccupazioni pastorali della Chiesa nell'attuale processo di
secolarismo, nel quale tanti, troppi uomini pensano e vivono « come se Dio non
esistesse ». Siamo di fronte ad una mentalità che coinvolge, spesso in modo
profondo, vasto e capillare, gli atteggiamenti e i comportamenti degli stessi
cristiani, la cui fede viene svigorita e perde la propria originalità di nuovo
criterio interpretativo e operativo per l'esistenza personale, familiare e
sociale. In realtà, i criteri di giudizio e di scelta assunti dagli stessi
credenti si presentano spesso, nel contesto di una cultura ampiamente
scristianizzata, estranei o persino contrapposti a quelli del Vangelo.
Urge allora che i cristiani riscoprano
la novità della loro fede e la sua forza di giudizio di fronte alla cultura
dominante e invadente: « Se un tempo eravate tenebra ? ci ammonisce l'apostolo
Paolo ?, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della
luce; il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate
ciò che è gradito al Signore, e non partecipate alle opere infruttuose delle
tenebre, ma piuttosto condannatele apertamente... Vigilate dunque attentamente
sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi;
profittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi » (Ef 5,
8-11.15-16; cf 1 Ts 5,4-8).
Urge ricuperare e riproporre il vero volto
della fede cristiana, che non è semplicemente un insieme di proposizioni da
accogliere e ratificare con la mente. È invece una conoscenza vissuta di Cristo,
una memoria vivente dei suoi comandamenti, una verità da vivere. Del
resto, una parola non è veramente accolta se non quando passa negli atti, se non
quando viene messa in pratica. La fede è una decisione che impegna tutta
l'esistenza. È incontro, dialogo, comunione di amore e di vita del credente con
Gesù Cristo, Via, Verità e Vita (cf Gv 14,6). Comporta un atto di
confidenza e di abbandono a Cristo, e ci dona di vivere come lui ha vissuto (cf
Gal 2,20), ossia nel più grande amore a Dio e ai fratelli.
89. La fede possiede
anche un contenuto morale: origina ed esige un impegno coerente di vita, comporta
e perfeziona l'accoglienza e l'osservanza dei comandamenti divini. Come scrive
l'evangelista Giovanni, « Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo
che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo
in pratica la verità... Da questo sappiamo d'averlo conosciuto: se osserviamo
i suoi comandamenti. Chi dice: "Lo conosco" e non osserva i suoi comandamenti,
è bugiardo e la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l'amore
di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui. Chi dice
di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato » (1 Gv
1,5-6; 2,3-6).
Mediante la vita morale la fede diventa «
confessione », non solo davanti a Dio, ma anche davanti agli uomini: si fa
testimonianza. « Voi siete la luce del mondo ? ha detto Gesù ?; non può
restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna
per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti
quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini,
perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei
cieli » (Mt 5,14-16). Queste opere sono soprattutto quelle della carità (cf
Mt 25,31-46) e dell'autentica libertà che si manifesta e vive nel dono di
sé. Sino al dono totale di sé, come ha fatto Gesù che sulla croce « ha
amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei » (Ef 5,25). La testimonianza
di Cristo è fonte, paradigma e risorsa per la testimonianza del discepolo,
chiamato a porsi sulla stessa strada: « Se qualcuno vuole venire dietro a me,
rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua » (Lc
9,23). La carità, secondo le esigenze del radicalismo evangelico, può portare il
credente alla testimonianza suprema del martirio. Sempre sull'esempio di
Gesù che muore in croce: « Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli
carissimi, ? scrive Paolo ai cristiani di Efeso ? e camminate nella carità, nel
modo che anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio
in sacrificio di soave odore » (Ef 5,1-2).
Il martirio, esaltazione della santità
inviolabile della legge di Dio
90. Il rapporto tra fede
e morale splende in tutto il suo fulgore nel rispetto incondizionato che
si deve alle esigenze insopprimibili della dignità personale di ogni uomo, a
quelle esigenze difese dalle norme morali che proibiscono senza eccezioni gli
atti intrinsecamente cattivi. L'universalità e l'immutabilità della norma morale
manifestano e, nello stesso tempo, si pongono a tutela della dignità personale,
ossia dell'inviolabilità dell'uomo, sul cui volto brilla lo splendore di Dio
(cf Gn 9,5-6).
L'inaccettabilità delle teorie etiche «
teleologiche », « consequenzia- liste » e « proporzionaliste », che negano
l'esistenza di norme morali negative riguardanti comportamenti determinati e
valide senza eccezioni, trova una conferma particolarmente eloquente nel fatto
del martirio cristiano, che ha sempre accompagnato e accompagna tuttora la vita
della Chiesa.
91. Già nell'Antica Alleanza
incontriamo ammirevoli testimonianze di una fedeltà alla legge santa di Dio
spinta fino alla volontaria accettazione della morte. Emblematica è la storia
di Susanna: ai due giudici ingiusti, che minacciavano di farla morire
se si fosse rifiutata di cedere alla loro passione impura, così rispose: « Sono
alle strette da ogni parte. Se cedo, è la morte per me, se rifiuto, non potrò
scampare dalle vostre mani. Meglio però per me cadere innocente nelle vostre
mani che peccare davanti al Signore! » (Dn 13,22-23). Susanna, preferendo
« cadere innocente » nelle mani dei giudici, testimonia non solo la sua fede
e fiducia in Dio, ma anche la sua obbedienza alla verità e all'assolutezza dell'ordine
morale: con la sua disponibilità al martirio, proclama che non è giusto fare
ciò che la legge di Dio qualifica come male per trarre da esso un qualche bene.
Essa sceglie per sé la « parte migliore »: una limpidissima testimonianza, senza
nessun compromesso, alla verità circa il bene e al Dio di Israele; manifesta
così, nei suoi atti, la santità di Dio.
Alle soglie del Nuovo Testamento
Giovanni Battista, rifiutandosi di tacere la legge del Signore e di venire a
compromesso col male, « immolò la sua vita per la verità e la giustizia » (142)
e fu così precursore del Messia anche nel martirio (cf Mc 6,17-29). Per
questo, « fu rinchiuso nell'oscurità del carcere colui che venne a rendere
testimonianza alla luce e che dalla stessa luce, che è Cristo, meritò di essere
chiamato lampada che arde e illumina... E fu battezzato nel proprio sangue colui
al quale era stato concesso di battezzare il Redentore del mondo ».(143)
Nella Nuova Alleanza si incontrano
numerose testimonianze di seguaci di Cristo ? a cominciare dal diacono
Stefano (cf At 6,8?7,60) e dall'apostolo Giacomo (cf At 12,1-2) ?
che sono morti martiri per confessare la loro fede e il loro amore al Maestro e
per non rinnegarlo. In ciò essi hanno seguito il Signore Gesù, che davanti a
Caifa e a Pilato « ha dato la sua bella testimonianza » (1 Tm 6,13),
confermando la verità del suo messaggio con il dono della vita. Innumerevoli
altri martiri accettarono le persecuzioni e la morte piuttosto che porre il
gesto idolatrico di bruciare l'incenso davanti alla statua dell'Imperatore (cf
Ap 13, 7-10). Rifiutarono persino di simulare un simile culto, dando così
l'esempio del dovere di astenersi anche da un solo comportamento concreto
contrario all'amore di Dio e alla testimonianza della fede. Nell'obbedienza,
essi affidarono e consegnarono, come Cristo stesso, la loro vita al Padre, a
colui che poteva liberarli dalla morte (cf Eb 5,7).
La Chiesa propone l'esempio di numerosi
santi e sante, che hanno testimoniato e difeso la verità morale fino al
martirio o hanno preferito la morte ad un solo peccato mortale. Elevandoli
all'onore degli altari, la Chiesa ha canonizzato la loro testimonianza e
dichiarato vero il loro giudizio, secondo cui l'amore di Dio implica
obbligatoriamente il rispetto dei suoi comandamenti, anche nelle circostanze più
gravi, e il rifiuto di tradirli, anche con l'intenzione di salvare la propria
vita.
92. Nel martirio come
affermazione dell'inviolabilità dell'ordine morale risplendono la santità della
legge di Dio e insieme l'intangibilità della dignità personale dell'uomo, creato
a immagine e somiglianza di Dio: è una dignità che non è mai permesso di svilire
o di contrastare, sia pure con buone intenzioni, qualunque siano le difficoltà.
Gesù ci ammonisce con la massima severità: « Che giova all'uomo guadagnare il
mondo intero, se poi perde la propria anima? » (Mc 8,36).
Il martirio sconfessa come illusorio e
falso ogni « significato umano » che si pretendesse di attribuire, pur in
condizioni « eccezionali », all'atto in se stesso moralmente cattivo; ancor più
ne rivela apertamente il vero volto: quello di una violazione dell'« umanità
» dell'uomo, prima ancora in chi lo compie che non in chi lo subisce.(144)
Il martirio è quindi anche esaltazione della perfetta « umanità » e della vera «
vita » della persona, come testimonia sant'Ignazio di Antiochia rivolgendosi ai
cristiani di Roma, luogo del suo martirio: « Abbiate compassione di me,
fratelli: non impeditemi di vivere, non vogliate che io muoia... Lasciate che io
raggiunga la pura luce; giunto là, sarò veramente uomo. Lasciate che io
imiti la passione del mio Dio ».(145)
93. Il martirio è infine
un segno preclaro della santità della Chiesa: la fedeltà alla legge santa
di Dio, testimoniata con la morte, è annuncio solenne e impegno missionario
usque ad sanguinem perché lo splendore della verità morale non sia offuscato
nel costume e nella mentalità delle persone e della società. Una simile testimonianza
offre un contributo di straordinario valore perché, non solo nella società civile
ma anche all'interno delle stesse comunità ecclesiali, non si precipiti nella
crisi più pericolosa che può affliggere l'uomo: la confusione del bene e
del male, che rende impossibile costruire e conservare l'ordine morale dei
singoli e delle comunità. I martiri, e più ampiamente tutti i santi nella Chiesa,
con l'esempio eloquente e affascinante di una vita totalmente trasfigurata dallo
splendore della verità morale, illuminano ogni epoca della storia risvegliandone
il senso morale. Dando piena testimonianza al bene, essi sono un vivente rimprovero
a quanti trasgrediscono la legge (cf Sap 2, 12) e fanno risuonare con
permanente attualità le parole del profeta: « Guai a coloro che chiamano bene
il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre,
che cambiano l'amaro in dolce e il dolce in amaro » (Is 5,20).
Se il martirio rappresenta il vertice
della testimonianza alla verità morale, a cui relativamente pochi possono essere
chiamati, vi è nondimento una coerente testimonianza che tutti i cristiani
devono esser pronti a dare ogni giorno anche a costo di sofferenze e di gravi
sacrifici. Infatti di fronte alle molteplici difficoltà che anche nelle
circostanze più ordinarie la fedeltà all'ordine morale può esigere, il cristiano
è chiamato, con la grazia di Dio invocata nella preghiera, ad un impegno
talvolta eroico, sostenuto dalla virtù della fortezza, mediante la quale ? come
insegna san Gregorio Magno ? egli può perfino « amare le difficoltà di questo
mondo in vista del premio eterno ».(146)
94. In questa testimonianza
all'assolutezza del bene morale i cristiani non sono soli: essi trovano
conferme nel senso morale dei popoli e nelle grandi tradizioni religiose e sapienziali
dell'Occidente e dell'Oriente, non senza un'interiore e misteriosa azione dello
Spirito di Dio. Valga per tutti l'espressione del poeta latino Giovenale: «
Considera il più grande dei crimini preferire la sopravvivenza all'onore e,
per amore della vita fisica, perdere le ragioni del vivere ».(147) La voce della
coscienza ha sempre richiamato senza ambiguità che ci sono verità e valori morali
per i quali si deve essere disposti anche a dare la vita. Nella parola e soprattutto
nel sacrificio della vita per il valore morale la Chiesa riconosce la medesima
testimonianza a quella verità che, già presente nella creazione, risplende pienamente
sul volto di Cristo: « Sappiamo ? scrive san Giustino ? che i seguaci delle
dottrine degli stoici sono stati odiati ed uccisi quando hanno dato prova di
saggezza nel loro discorso morale ... a motivo del seme del Verbo insito in
tutto il genere umano ».(148)
Le norme morali universali e immutabili al
servizio della persona e della società
95. La dottrina della
Chiesa e in particolare la sua fermezza nel difendere la validità universale
e permanente dei precetti che proibiscono gli atti intrinsecamente cattivi è
giudicata non poche volte come il segno di un'intransigenza intollerabile, soprattutto
nelle situazioni enormemente complesse e conflittuali della vita morale dell'uomo
e della società d'oggi: un'intransigenza che contrasterebbe col senso materno
della Chiesa. Questa, si dice, manca di comprensione e di compassione. Ma, in
realtà, la maternità della Chiesa non può mai essere separata dalla sua missione
di insegnamento, che essa deve compiere sempre come Sposa fedele di Cristo,
la Verità in persona: « Come Maestra, essa non si stanca di proclamare la norma
morale... Di tale norma la Chiesa non è affatto né l'autrice né l'arbitra. In
obbedienza alla verità, che è Cristo, la cui immagine si riflette nella natura
e nella dignità della persona umana, la Chiesa interpreta la norma morale e
la propone a tutti gli uomini di buona volontà, senza nasconderne le esigenze
di radicalità e di perfezione ».(149)
In realtà, la vera comprensione e la
genuina compassione devono significare amore alla persona, al suo vero bene,
alla sua libertà autentica. E questo non avviene, certo, nascondendo o
indebolendo la verità morale, bensì proponendola nel suo intimo significato di
irradiazione della Sapienza eterna di Dio, giunta a noi in Cristo, e di servizio
all'uomo, alla crescita della sua libertà e al perseguimento della sua
felicità.(150)
Nello stesso tempo la presentazione
limpida e vigorosa della verità morale non può mai prescindere da un profondo e
sincero rispetto, animato da amore paziente e fiducioso, di cui ha sempre
bisogno l'uomo nel suo cammino morale, spesso reso faticoso da difficoltà,
debolezze e situazioni dolorose. La Chiesa che non può mai rinunciare al «
principio della verità e della coerenza, per cui non accetta di chiamare bene il
male e male il bene »,(151) deve essere sempre attenta a non spezzare la canna
incrinata e a non spegnere il lucignolo che fumiga ancora (cf Is 42,3).
Paolo VI ha scritto: « Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo è
eminente forma di carità verso le anime. Ma ciò deve sempre accompagnarsi con la
pazienza e la bontà di cui il Signore stesso ha dato l'esempio nel trattare con
gli uomini. Venuto non per giudicare ma per salvare (cf Gv 3,17), Egli fu
certo intransigente con il male, ma misericordioso verso le persone ».(152)
96. La fermezza della
Chiesa, nel difendere le norme morali universali e immutabili, non ha nulla
di mortificante. È solo al servizio della vera libertà dell'uomo: dal momento
che non c'è libertà al di fuori o contro la verità, la difesa categorica, ossia
senza cedimenti e compromessi, delle esigenze assolutamente irrinunciabili della
dignità personale dell'uomo, deve dirsi via e condizione per l'esistere stesso
della libertà.
Questo servizio è rivolto a ogni uomo,
considerato nell'unicità e nell'irripetibilità del suo essere ed esistere:
solo nell'obbedienza alle norme morali universali l'uomo trova piena conferma
della sua unicità di persona e possibilità di vera crescita morale. E, proprio
per questo, tale servizio è rivolto a tutti gli uomini: non solo ai
singoli, ma anche alla comunità, alla società come tale. Queste norme
costituiscono, infatti, il fondamento incrollabile e la solida garanzia di una
giusta e pacifica convivenza umana, e quindi di una vera democrazia, che può
nascere e crescere solo sull'uguaglianza di tutti i suoi membri, accomunati nei
diritti e doveri. Di fronte alle norme morali che proibiscono il male
intrinseco non ci sono privilegi né eccezioni per nessuno. Essere il padrone
del mondo o l'ultimo « miserabile » sulla faccia della terra non fa alcuna
differenza: davanti alle esigenze morali siamo tutti assolutamente uguali.
97. Così le norme morali,
e in primo luogo quelle negative che proibiscono il male, manifestano il loro
significato e la loro forza insieme personale e sociale: proteggendo
l'inviolabile dignità personale di ogni uomo, esse servono alla conservazione
stessa del tessuto sociale umano e al suo retto e fecondo sviluppo. In particolare,
i comandamenti della seconda tavola del Decalogo, ricordati anche da Gesù al
giovane del Vangelo (cf Mt 19,18), costituiscono le regole primordiali
di ogni vita sociale.
Questi comandamenti sono formulati in
termini generali. Ma, il fatto che « principio, soggetto e fine di tutte le
istituzioni sociali è e deve essere la persona umana »,(153) permette di
precisarli e di esplicitarli in un codice di comportamento più dettagliato. In
tal senso le regole morali fondamentali della vita sociale comportano delle
esigenze determinate alle quali devono attenersi sia i poteri pubblici sia i
cittadini. Al di là delle intenzioni, talvolta buone, e delle circostanze,
spesso difficili, le autorità civili e i soggetti particolari non sono mai
autorizzati a trasgredire i diritti fondamentali e inalienabili della persona
umana. Così, solo una morale che riconosce delle norme valide sempre e per
tutti, senza alcuna eccezione, può garantire il fondamento etico della
convivenza sociale, sia nazionale che internazionale.
La morale e il rinnovamento della vita
sociale e politica
98. Di fronte alle gravi
forme di ingiustizia sociale ed economica e di corruzione politica di cui sono
investiti interi popoli e nazioni, cresce l'indignata reazione di moltissime
persone calpestate e umiliate nei loro fondamentali diritti umani e si fa sempre
più diffuso e acuto il bisogno di un radicale rinnovamento personale
e sociale capace di assicurare giustizia, solidarietà, onestà, trasparenza.
Certamente lunga e faticosa è la strada da
percorrere; numerosi e ingenti sono gli sforzi da compiere perché si possa
attuare un simile rinnovamento, anche per la molteplicità e la gravità delle
cause che generano e alimentano le situazioni di ingiustizia oggi presenti nel
mondo. Ma, come la storia e l'esperienza di ciascuno insegnano, non è difficile
ritrovare alla base di queste situazioni cause propriamente « culturali »,
collegate cioè con determinate visioni dell'uomo, della società e del mondo. In
realtà, al cuore della questione culturale sta il senso morale,
che a sua volta si fonda e si compie nel senso religioso.(154)
99. Solo Dio, il Bene
supremo, costituisce la base irremovibile e la condizione insostituibile della
moralità, dunque dei comandamenti, in particolare di quelli negativi che proibiscono
sempre e in ogni caso il comportamento e gli atti incompatibili con la dignità
personale di ogni uomo. Così il Bene supremo e il bene morale si incontrano
nella verità: la verità di Dio Creatore e Redentore e la verità dell'uomo
da Lui creato e redento. Solo su questa verità è possibile costruire una società
rinnovata e risolvere i complessi e pesanti problemi che la scuotono, primo
fra tutti quello di vincere le più diverse forme di totalitarismo per
aprire la via all'autentica libertà della persona. « Il totalitarismo
nasce dalla negazione della verità in senso oggettivo: se non esiste una verità
trascendente, obbedendo alla quale l'uomo acquista la sua piena identità, allora
non esiste nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini.
Il loro interesse di classe, di gruppo, di Nazione li oppone inevitabilmente
gli uni agli altri. Se non si riconosce la verità trascendente, allora trionfa
la forza del potere, e ciascuno tende a realizzare fino in fondo i mezzi di
cui dispone per imporre il proprio interesse o la propria opinione, senza riguardo
ai diritti dell'altro... La radice del moderno totalitarismo, dunque, è da individuare
nella negazione della trascendente dignità della persona umana, immagine visibile
del Dio invisibile e, proprio per questo, per sua natura stessa, soggetto di
diritti che nessuno può violare: né l'individuo, né il gruppo, né la classe,
né la Nazione o lo Stato. Non può farlo nemmeno la maggioranza di un corpo sociale,
ponendosi contro la minoranza, emarginandola, opprimendola, sfruttandola o tentando
di annientarla ».(155)
Per questo la connessione inscindibile tra
verità e libertà ? che esprime il vincolo essenziale tra la sapienza e la
volontà di Dio ? possiede un significato d'estrema importanza per la vita delle
persone nell'ambito socio-economico e socio-politico, come emerge dalla dottrina
sociale della Chiesa ? la quale « appartiene... al campo della teologia e,
specialmente, della teologia morale »,(156) ? e dalla sua presentazione di
comandamenti che regolano, in riferimento non solo ad atteggiamenti generali ma
anche a precisi e determinati comportamenti e atti concreti, la vita sociale,
economica e politica.
100. Così il Catechismo
della Chiesa Cattolica, dopo aver affermato che « in materia economica,
il rispetto della dignità umana esige la pratica della virtù della temperanza,
per moderare l'attaccamento ai beni di questo mondo; della virtù della
giustizia, per rispettare i diritti del prossimo e dargli ciò che gli è
dovuto; e della solidarietà, seguendo la regola aurea e secondo la liberalità
del Signore, il quale "da ricco che era, si è fatto povero" per noi,
perché noi diventassimo "ricchi per mezzo della sua povertà" (2
Cor 8,9) »,(157) presenta una serie di comportamenti e di atti che contrastano
la dignità umana: il furto, il tenere deliberatamente cose avute in prestito
o oggetti smarriti, la frode nel commercio (cf Dt 25, 13-16), i salari
ingiusti (cf Dt 24,14-15; Gc 5,4), il rialzo dei prezzi speculando
sull'ignoranza e sul bisogno altrui (cf Am 8,4-6), l'appropriazione e
l'uso privato dei beni sociali di un'impresa, i lavori eseguiti male, la frode
fiscale, la contraffazione di assegni e di fatture, le spese eccessive, lo sperpero,
ecc.(158) Ed ancora: « Il settimo comandamento proibisce gli atti o le iniziative
che, per qualsiasi ragione, egoistica o ideologica, mercantile o totalitaria,
portano all'asservimento di esseri umani, a misconoscere la loro dignità
personale, ad acquistarli, a venderli e a scambiarli come fossero merci. Ridurre
le persone, con la violenza, ad un valore d'uso oppure ad una fonte di guadagno,
è un peccato contro la loro dignità e i loro diritti fondamentali. San Paolo
ordinava ad un padrone cristiano di trattare il suo schiavo cristiano "non
più come uno schiavo, ma... come un fratello... come uomo..., nel Signore"
(Fm 16) ».(159)
101. Nell'ambito politico
si deve rilevare che la veridicità nei rapporti tra governanti e governati,
la trasparenza nella pubblica amministrazione, l'imparzialità nel servizio della
cosa pubblica, il rispetto dei diritti degli avversari politici, la tutela dei
diritti degli accusati contro processi e condanne sommarie, l'uso giusto e onesto
del pubblico denaro, il rifiuto di mezzi equivoci o illeciti per conquistare,
mantenere e aumentare ad ogni costo il potere, sono principi che trovano la
loro radice prima ? come pure la loro singolare urgenza ? nel valore trascendente
della persona e nelle esigenze morali oggettive di funzionamento degli Stati.(160)
Quando essi non vengono osservati, viene meno il fondamento stesso della convivenza
politica e tutta la vita sociale ne risulta progressivamente compromessa, minacciata
e votata alla sua dissoluzione (cf Sal 131, 3-4; Ap 18,2-3.9-24).
Dopo la caduta, in molti Paesi, delle ideologie che legavano la politica ad
una concezione totalitaria del mondo ? e prima fra esse il marxismo ?, si profila
oggi un rischio non meno grave per la negazione dei fondamentali diritti della
persona umana e per il riassorbimento nella politica della stessa domanda religiosa
che abita nel cuore di ogni essere umano: è il rischio dell'alleanza fra
democrazia e relativismo etico, che toglie alla convivenza civile ogni sicuro
punto di riferimento morale e la priva, più radicalmente, del riconoscimento
della verità. Infatti, « se non esiste nessuna verità ultima la quale guida
e orienta l'azione politica, allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente
strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte
facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia
».(161)
Così in ogni campo della vita personale,
familiare, sociale e politica, la morale ? che si fonda sulla verità e che nella
verità si apre all'autentica libertà ? rende un servizio originale,
insostituibile e di enorme valore non solo per la singola persona e per la sua
crescita nel bene, ma anche per la società e per il suo vero sviluppo.
Grazia e obbedienza alla legge di Dio
102. Anche nelle situazioni
più difficili l'uomo deve osservare la norma morale per essere obbediente al
santo comandamento di Dio e coerente con la propria dignità personale. Certamente
l'armonia tra libertà e verità domanda, alcune volte, sacrifici non comuni e
va conquistata ad alto prezzo: può comportare anche il martirio. Ma, come l'esperienza
universale e quotidiana mostra, l'uomo è tentato di rompere tale armonia: «
Non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto... Io non compio il bene
che voglio, ma il male che non voglio » (Rm 7, 15.19).
Donde deriva, ultimamente, questa
scissione interiore dell'uomo? Egli incomincia la sua storia di peccato quando
non riconosce più il Signore come suo Creatore, e vuole essere lui stesso a
decidere, in totale indipendenza, ciò che è bene e ciò che è male. « Voi
diventerete come Dio, conoscendo il bene e il male » (Gn 3,5): questa è
la prima tentazione, a cui fanno eco tutte le altre tentazioni, alle quali
l'uomo è più facilmente inclinato a cedere per le ferite della caduta originale.
Ma le tentazioni si possono vincere, i
peccati si possono evitare, perché con i comandamenti il Signore ci dona la
possibilità di osservarli: « I suoi occhi su coloro che lo temono, egli conosce
ogni azione degli uomini. Egli non ha comandato a nessuno di essere empio e non
ha dato a nessuno il permesso di peccare » (Sir 15,19-20). L'osservanza
della legge di Dio, in determinate situazioni, può essere difficile,
difficilissima: non è mai però impossibile. È questo un insegnamento costante
della tradizione della Chiesa, così espresso dal Concilio di Trento: « Nessuno
poi, benché giustificato, deve ritenersi libero dall'osservanza dei
comandamenti; nessuno deve far propria quell'espressione temeraria e condannata
con la scomunica dei Padri, secondo la quale è impossibile all'uomo giustificato
osservare i comandamenti di Dio. Dio infatti non comanda ciò che è impossibile,
ma nel comandare ti esorta a fare tutto quello che puoi, a chiedere ciò che non
puoi e ti aiuta perché tu possa; infatti "i comandamenti di Dio non sono
gravosi" (cf 1 Gv 5,3) e "il suo giogo è soave e il suo peso è leggero" (cf
Mt 11,30) ».(162)
103. All'uomo
è sempre aperto lo spazio spirituale della speranza, con l'aiuto della grazia
divina e con la collaborazione della libertà umana.
È nella Croce salvifica di Gesù, nel dono
dello Spirito Santo, nei Sacramenti che scaturiscono dal costato trafitto del
Redentore (cf Gv 19, 34), che il credente trova la grazia e la forza per
osservare sempre la legge santa di Dio, anche in mezzo alle difficoltà più
gravi. Come dice sant'Andrea di Creta, la legge stessa « fu vivificata dalla
grazia e fu posta al suo servizio in una composizione armonica e feconda. Ognuna
delle due conservò le sue caratteristiche senza alterazioni e confusioni.
Tuttavia la legge, che prima costituiva un onere gravoso e una tirannia, diventò
per opera di Dio peso leggero e fonte di libertà ».(163)
Solo nel mistero della
Redenzione di Cristo stanno le « concrete » possibilità dell'uomo.
« Sarebbe un errore
gravissimo concludere... che la norma insegnata dalla Chiesa è in se stessa solo
un "ideale" che deve poi essere adattato, proporzionato, graduato alle, si dice,
concrete possibilità dell'uomo: secondo un "bilanciamento dei vari beni in
questione". Ma quali sono le "concrete possibilità dell'uomo"? E di quale
uomo si parla? Dell'uomo dominato dalla concupiscenza o dell'uomo
redento da Cristo? Poiché è di questo che si tratta: della realtà
della redenzione di Cristo. Cristo ci ha redenti! Ciò significa: Egli ci
ha donato la possibilità di realizzare l'intera verità del nostro
essere; Egli ha liberato la nostra libertà dal dominio della
concupiscenza. E se l'uomo redento ancora pecca, ciò non è dovuto
all'imperfezione dell'atto redentore di Cristo, ma alla volontà dell'uomo
di sottrarsi alla grazia che sgorga da quell'atto. Il comandamento di Dio è
certamente proporzionato alle capacità dell'uomo: ma alle capacità dell'uomo a
cui è donato lo Spirito Santo; dell'uomo che, se caduto nel peccato, può sempre
ottenere il perdono e godere della presenza dello Spirito ».(164)
104. In questo contesto
si apre il giusto spazio alla misericordia di Dio per il peccato dell'uomo
che si converte e alla comprensione per l'umana debolezza. Questa comprensione
non significa mai compromettere e falsificare la misura del bene e del male
per adattarla alle circostanze. Mentre è umano che l'uomo, avendo peccato, riconosca
la sua debolezza e chieda misericordia per la propria colpa, è invece inaccettabile
l'atteggiamento di chi fa della propria debolezza il criterio della verità sul
bene, in modo da potersi sentire giustificato da solo, anche senza bisogno di
ricorrere a Dio e alla sua misericordia. Un simile atteggiamento corrompe la
moralità dell'intera società, perché insegna a dubitare dell'oggettività della
legge morale in generale e a rifiutare l'assolutezza dei divieti morali circa
determinati atti umani, e finisce con il confondere tutti i giudizi di valore.
Dobbiamo, invece, raccogliere il
messaggio che ci viene dalla parabola evangelica del fariseo e del pubblicano
(cf Lc 18,9-14). Il pubblicano poteva forse avere qualche
giustificazione per i peccati commessi, tale da diminuire la sua responsabilità.
Non è però su queste giustificazioni che si sofferma la sua preghiera, ma sulla
propria indegnità davanti all'infinita santità di Dio: « O Dio, abbi pietà di me
peccatore » (Lc 18,13). Il fariseo, invece, si è giustificato da solo,
trovando forse per ognuna delle sue mancanze una scusa. Siamo così messi a
confronto con due diversi atteggiamenti della coscienza morale dell'uomo di
tutti i tempi. Il pubblicano ci presenta una coscienza « penitente », che è
pienamente consapevole della fragilità della propria natura e che vede nelle
proprie mancanze, quali che ne siano le giustificazioni soggettive, una conferma
del proprio essere bisognoso di redenzione. Il fariseo ci presenta una coscienza
« soddisfatta di se stessa », che si illude di poter osservare la legge senza
l'aiuto della grazia ed è convinta di non aver bisogno della misericordia.
105. A tutti è chiesta
grande vigilanza per non lasciarsi contagiare dall'atteggiamento farisaico,
che pretende di eliminare la coscienza del proprio limite e del proprio peccato,
e che oggi si esprime in particolare nel tentativo di adattare la norma morale
alle proprie capacità e ai propri interessi e persino nel rifiuto del concetto
stesso di norma. Al contrario, accettare la « sproporzione » tra la legge e
la capacità umana, ossia la capacità delle sole forze morali dell'uomo lasciato
a se stesso, accende il desiderio della grazia e predispone a riceverla. « Chi
mi libererà da questo corpo votato alla morte? », si domanda l'apostolo Paolo.
E con una confessione gioiosa e riconoscente risponde: « Siano rese grazie a
Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! » (Rm 7,24-25).
La stessa coscienza troviamo in questa
preghiera di sant'Ambrogio di Milano: « Che cos'è, infatti, l'uomo se tu non lo
visiti? Non dimenticare pertanto il debole. Ricordati, o Signore, che mi hai
fatto debole, che mi hai plasmato di polvere. Come potrò stare ritto, se tu non
ti volgi continuamente per rendere salda questa argilla, di modo che la mia
solidità promani dal tuo volto? "Appena nascondi il viso, tutte le cose vengono
meno" (Sal 1032,29): se ti volgi, guai a me! Non hai da guardare in me
nient'altro che contagi di delitti: non è utile né essere abbandonati, né esser
visti perché, mentre siam visti, provochiamo disgusto. Possiamo tuttavia pensare
che non respinge quelli che vede, perché purifica quelli che guarda. Lo divora
un fuoco, capace di bruciare la colpa (cf Gl 2,3) ».(165)
Morale e nuova evangelizzazione
106. L'evangelizzazione
è la sfida più forte ed esaltante che la Chiesa è chiamata ad affrontare sin
dalla sua origine. In realtà, a porre questa sfida non sono tanto le situazioni
sociali e culturali che essa incontra lungo la storia, quanto il mandato di
Gesù Cristo risorto, che definisce la ragione stessa dell'esistenza della Chiesa:
« Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura » (Mc
16,15).
Il momento però che stiamo vivendo, almeno
presso numerose popolazioni, è piuttosto quello di una formidabile provocazione
alla « nuova evangelizzazione », ossia all'annuncio del Vangelo sempre nuovo e
sempre portatore di novità, una evangelizzazione che dev'essere « nuova nel suo
ardore, nei suoi metodi e nella sua espressione ».(166) La scristianizzazione,
che pesa su interi popoli e comunità un tempo già ricchi di fede e di vita
cristiana, comporta non solo la perdita della fede o comunque la sua
insignificanza per la vita, ma anche, e necessariamente, un declino o un
oscuramento del senso morale: e questo sia per il dissolversi della
consapevolezza dell'originalità della morale evangelica, sia per l'eclissi degli
stessi principi e valori etici fondamentali. Le tendenze soggettiviste,
relativiste e utilitariste, oggi ampiamente diffuse, si presentano non
semplicemente come posizioni pragmatiche, come dati di costume, ma come
concezioni consolidate dal punto di vista teoretico che rivendicano una loro
piena legittimità culturale e sociale.
107. L'evangelizzazione
? e pertanto la « nuova evangelizzazione » ? comporta anche l'annuncio
e la proposta morale. Gesù stesso, proprio predicando il Regno di Dio e
il suo amore salvifico, ha rivolto l'appello alla fede e alla conversione (cf
Mc 1,15). E Pietro, con gli altri Apostoli, annunciando la risurrezione
di Gesù di Nazaret dai morti, propone una vita nuova da vivere, una « via »
da seguire per essere discepoli del Risorto (cf At 2,37- 41; 3,17-20).
Come e ancor più che per le verità di
fede, la nuova evangelizzazione che propone i fondamenti e i contenuti della
morale cristiana manifesta la sua autenticità, e nello stesso tempo sprigiona
tutta la sua forza missionaria, quando si compie attraverso il dono non solo
della parola annunciata, ma anche di quella vissuta. In
particolare è la vita di santità, che risplende in tanti membri del
Popolo di Dio, umili e spesso nascosti agli occhi degli uomini, a costituire la
via più semplice e affascinante sulla quale è dato di percepire immediatamente
la bellezza della verità, la forza liberante dell'amore di Dio, il valore della
fedeltà incondizionata a tutte le esigenze della legge del Signore, anche nelle
circostanze più difficili. Per questo la Chiesa, nella sua sapiente pedagogia
morale, ha sempre invitato i credenti a cercare e a trovare nei santi e nelle
sante, e in primo luogo nella Vergine Madre di Dio « piena di grazia » e « tutta
santa », il modello, la forza e la gioia per vivere una vita secondo i
comandamenti di Dio e le Beatitudini del Vangelo.
La vita dei santi, riflesso della bontà di
Dio ? di Colui che « solo è buono » ?, costituisce non solo una vera confessione
di fede e un impulso alla sua comunicazione agli altri, ma anche una
glorificazione di Dio e della sua infinita santità. La vita santa porta così a
pienezza di espressione e di attuazione il triplice e unitario munus
propheticum, sacerdotale et regale che ogni cristiano riceve in dono nella
rinascita battesimale « da acqua e da Spirito » (Gv 3,5). La sua vita
morale possiede il valore di un « culto spirituale » (Rm 12,1; cf Fil
3,3), attinto e alimentato da quella inesauribile sorgente di santità e di
glorificazione di Dio che sono i Sacramenti, in specie l'Eucaristia: infatti,
partecipando al sacrificio della Croce, il cristiano comunica con l'amore di
donazione di Cristo ed è abilitato e impegnato a vivere questa stessa carità in
tutti i suoi atteggiamenti e comportamenti di vita. Nell'esistenza morale si
rivela e si attua anche il servizio regale del cristiano: quanto più, con
l'aiuto della grazia, egli obbedisce alla legge nuova dello Spirito Santo, tanto
più cresce nella libertà alla quale è chiamato mediante il servizio della
verità, della carità e della giustizia.
108. Alla radice della
nuova evangelizzazione e della vita morale nuova, che essa propone e suscita
nei suoi frutti di santità e di missionarietà, sta lo Spirito di Cristo,
principio e forza della fecondità della santa Madre Chiesa, come ci ricorda
Paolo VI: « L'evangelizzazione non sarà mai possibile senza l'azione dello Spirito
Santo ».(167) Allo Spirito di Gesù, accolto dal cuore umile e docile del credente,
si devono dunque il fiorire della vita morale cristiana e la testimonianza della
santità nella grande varietà delle vocazioni, dei doni, delle responsabilità
e delle condizioni e situazioni di vita: è lo Spirito Santo ? rilevava già Novaziano,
in questo esprimendo l'autentica fede della Chiesa ? « Colui che ha dato fermezza
agli animi ed alle menti dei discepoli, che ha dischiuso i misteri evangelici,
che ha illuminato in loro le cose divine; da Lui rinvigoriti, essi non ebbero
timore né delle carceri né delle catene per il nome del Signore; anzi calpestarono
gli stessi poteri e i tormenti del mondo, armati ormai e rafforzati per mezzo
suo, avendo in sé i doni che questo stesso Spirito elargisce ed invia come gioielli
alla Chiesa sposa di Cristo. È Lui, infatti, che nella Chiesa suscita i profeti,
istruisce i maestri, guida le lingue, compie prodigi e guarigioni, produce opere
mirabili, concede il discernimento degli spiriti, assegna i compiti di governo,
suggerisce i consigli, ripartisce ed armonizza ogni altro dono carismatico,
e perciò rende dappertutto ed in tutto compiutamente perfetta la Chiesa del
Signore ».(168)
Nel contesto vivo di questa nuova
evangelizzazione, destinata a generare e a nutrire « la fede che opera per mezzo
della carità » (Gal 5,6) e in rapporto all'opera dello Spirito Santo
possiamo ora comprendere il posto che nella Chiesa, comunità dei credenti,
spetta alla riflessione che la teologia deve sviluppare sulla vita morale,
così come possiamo presentare la missione e la responsabilità propria dei
teologi moralisti.
Il servizio dei teologi moralisti
109. Chiamata all'evangelizzazione
e alla testimonianza di una vita di fede è tutta la Chiesa, resa partecipe del
munus propheticum del Signore Gesù mediante il dono del suo Spirito. Grazie
alla presenza permanente in essa dello Spirito di verità (cf Gv 14,16-17)
« la totalità dei fedeli che hanno ricevuto l'unzione dello Spirito Santo (cf
1 Gv 2,20. 27) non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua
proprietà peculiare mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il
popolo, quando "dai Vescovi fino agli ultimi fedeli laici" esprime
l'universale suo consenso in materia di fede e di costumi ».(169)
Per compiere la sua missione profetica, la
Chiesa deve continuamente risvegliare o « ravvivare » la propria vita di fede (cf
2 Tm 1,6), in particolare mediante una riflessione sempre più
approfondita, sotto la guida dello Spirito Santo, sul contenuto della fede
stessa. È al servizio di questa « ricerca credente dell'intelligenza della fede
» che si pone, in modo specifico, la « vocazione » del teologo nella Chiesa:
« Fra le vocazioni suscitate dallo Spirito nella Chiesa ? leggiamo
nell'Istruzione Donum veritatis ? si distingue quella del teologo, che in
modo particolare ha la funzione di acquisire, in comunione con il Magistero,
un'intelligenza sempre più profonda della Parola di Dio contenuta nella
Scrittura ispirata e trasmessa dalla Tradizione viva della Chiesa. Di sua natura
la fede fa appello all'intelligenza, perché svela all'uomo la verità sul suo
destino e la via per raggiungerlo. Anche se la verità rivelata è superiore ad
ogni nostro dire ed i nostri concetti sono imperfetti di fronte alla sua
grandezza ultimamente insondabile (cf Ef 3,19), essa invita tuttavia la
ragione ? dono di Dio fatto per cogliere la verità ? ad entrare nella sua luce,
diventando così capace di comprendere in una certa misura quanto ha creduto. La
scienza teologica, che, rispondendo all'invito della voce della verità, cerca
l'intelligenza della fede, aiuta il Popolo di Dio, secondo il comandamento
dell'Apostolo (cf 1 Pt 3,15), a rendere conto della sua speranza a coloro
che lo richiedono ».(170)
È fondamentale per definire l'identità
stessa e, di conseguenza, per attuare la missione propria della teologia
riconoscerne l'intimo e vivo nesso con la Chiesa, il suo mistero, la sua vita
e missione: « La teologia è scienza ecclesiale, perché cresce nella Chiesa e
agisce sulla Chiesa... Essa è a servizio della Chiesa e deve quindi sentirsi
dinamicamente inserita nella missione della Chiesa, particolarmente nella sua
missione profetica ».(171) Per sua natura e dinamismo la teologia autentica può
fiorire e svilupparsi solo mediante una convinta e responsabile partecipazione e
« appartenenza » alla Chiesa quale « comunità di fede », così come a questa
stessa Chiesa e alla sua vita di fede torna il frutto della ricerca e
dell'approfondimento teologico.
110. Quanto si è detto
circa la teologia in genere può e dev'essere riproposto per la teologia morale,
colta nella sua specificità di riflessione scientifica sul Vangelo come
dono e comandamento di vita nuova, sulla vita « secondo la verità nella
carità » (Ef 4,15), sulla vita di santità della Chiesa, nella quale risplende
la verità del bene portato sino alla sua perfezione. Non solo nell'ambito della
fede, ma anche e in modo indivisibile nell'ambito della morale, interviene il
Magistero della Chiesa, il cui compito è « di discernere, mediante giudizi
normativi per la coscienza dei fedeli, gli atti che sono in se stessi conformi
alle esigenze della fede e ne promuovono l'espressione nella vita, e quelli
che al contrario, per la loro malizia intrinseca, sono incompatibili con queste
esigenze ».(172) Predicando i comandamenti di Dio e la carità di Cristo, il
Magistero della Chiesa insegna ai fedeli anche i precetti particolari e determinati
e chiede loro di considerarli in coscienza come moralmente obbligatori. Svolge,
inoltre, un importante compito di vigilanza, avvertendo i fedeli della presenza
di eventuali errori, anche solo impliciti, quando la loro coscienza non giunge
a riconoscere la giustezza e la verità delle regole morali che il Magistero
insegna.
S'inserisce qui il compito specifico di
quanti per mandato dei legittimi Pastori insegnano teologia morale nei Seminari
e nelle Facoltà Teologiche. Essi hanno il grave dovere di istruire i fedeli ?
specialmente i futuri Pastori ? su tutti i comandamenti e le norme pratiche che
la Chiesa dichiara con autorità.(173) Nonostante gli eventuali limiti delle
argomentazioni umane presentate dal Magistero, i teologi moralisti sono chiamati
ad approfondire le ragioni dei suoi insegnamenti, ad illustrare la fondatezza
dei suoi precetti e la loro obbligatorietà, mostrandone la mutua connessione e
il rapporto con il fine ultimo dell'uomo.(174) Spetta ai teologi moralisti
esporre la dottrina della Chiesa e dare, nell'esercizio del loro ministero,
l'esempio di un assenso leale, interno ed esterno, all'insegnamento del
Magistero sia nel campo del dogma che in quello della morale.(175) Unendo le
loro forze per collaborare col Magistero gerarchico, i teologi avranno a cuore
di mettere sempre meglio in luce i fondamenti biblici, le significazioni etiche
e le motivazioni antropologiche che sostengono la dottrina morale e la visione
dell'uomo proposte dalla Chiesa.
111. Il servizio che
nell'ora attuale i teologi moralisti sono chiamati a dare è di primaria importanza,
non solo per la vita e la missione della Chiesa, ma anche per la società e la
cultura umana. Tocca a loro, in intima e vitale connessione con la teologia
biblica e dogmatica, sottolineare nella riflessione scientifica « l'aspetto
dinamico che fa risaltare la risposta, che l'uomo deve dare all'appello divino
nel processo della sua crescita nell'amore, nell'ambito di una comunità salvifica.
In tal modo la teologia morale acquisterà una dimensione spirituale interna,
rispondendo alle esigenze di sviluppo pieno della imago Dei, che è nell'uomo,
e alle leggi del processo spirituale descritto nell'ascetica e mistica cristiane
».(176)
Certamente oggi la teologia
morale e il suo insegnamento si trovano di fronte a una particolare difficoltà.
Poiché la morale della Chiesa implica necessariamente una dimensione
normativa, la teologia morale non può ridursi a un sapere elaborato solo nel
contesto delle cosiddette scienze umane. Mentre queste si occupano del
fenomeno della moralità come fatto storico e sociale, la teologia morale, che
pur deve servirsi delle scienze dell'uomo e della natura, non è però subordinata
ai risultati dell'osservazione empirico-formale o della comprensione
fenomenologica. In realtà, la pertinenza delle scienze umane in teologia morale
è sempre da commisurare alla domanda originaria: Che
cosa è il bene o il male? Che cosa fare per ottenere la vita eterna?
112. Il teologo
moralista deve pertanto esercitare un accurato discernimento nel contesto dell'odierna
cultura prevalentemente scientifica e tecnica, esposta ai pericoli del relativismo,
del pragmatismo e del positivismo. Dal punto di vista teologico, i principi
morali non sono dipendenti dal momento storico nel quale sono scoperti. Il fatto
poi che taluni credenti agiscano senza seguire gli insegnamenti del Magistero
o considerino a torto come moralmente giusta una condotta dichiarata dai loro
Pastori come contraria alla legge di Dio, non può costituire argomento valido
per rifiutare la verità delle norme morali insegnate dalla Chiesa. L'affermazione
dei principi morali non è di competenza dei metodi empirico-formali. Senza negare
la validità di tali metodi, ma anche senza restringere ad essi la sua prospettiva,
la teologia morale, fedele al senso soprannaturale della fede, prende in considerazione
soprattutto la dimensione spirituale del cuore umano
e la sua vocazione all'amore divino.
Infatti, mentre le scienze umane, come
tutte le scienze sperimentali, sviluppano un concetto empirico e statistico di «
normalità », la fede insegna che una simile normalità porta in sé le tracce di
una caduta dell'uomo dalla sua situazione originaria, ossia è intaccata dal
peccato. Solo la fede cristiana indica all'uomo la via del ritorno al «
principio » (cf Mt 19,8), una via che spesso è ben diversa da quella
della normalità empirica. In tal senso le scienze umane, nonostante il grande
valore delle conoscenze che offrono, non possono essere assunte come indicatori
decisivi delle norme morali. È il Vangelo che svela la verità integrale
sull'uomo e sul suo cammino morale, e così illumina e ammonisce i peccatori
annunciando loro la misericordia di Dio, il quale incessantemente opera per
preservarli tanto dalla disperazione di non poter conoscere ed osservare la
legge divina quanto dalla presunzione di potersi salvare senza merito. Egli
inoltre ricorda loro la gioia del perdono, che solo concede la forza di
riconoscere nella legge morale una verità liberatrice, una grazia di speranza,
un cammino di vita.
113. L'insegnamento della
dottrina morale implica l'assunzione consapevole di queste responsabilità intellettuali,
spirituali e pastorali. Perciò, i teologi moralisti, che accettano l'incarico
di insegnare la dottrina della Chiesa, hanno il grave dovere di educare i fedeli
a questo discernimento morale, all'impegno per il vero bene e al ricorso fiducioso
alla grazia divina.
Se gli incontri e i conflitti di opinione
possono costituire espressioni normali della vita pubblica nel contesto di una
democrazia rappresentativa, la dottrina morale non può certo dipendere dal
semplice rispetto di una procedura; essa infatti non viene minimamente stabilita
seguendo le regole e le forme di una deliberazione di tipo democratico. Il
dissenso, fatto di calcolate contestazioni e di polemiche attraverso i mezzi
della comunicazione sociale, è contrario alla comunione ecclesiale e alla
retta comprensione della costituzione gerarchica del Popolo di Dio.
Nell'opposizione all'insegnamento dei Pastori non si può riconoscere una
legittima espressione né della libertà cristiana né delle diversità dei doni
dello Spirito. In questo caso, i Pastori hanno il dovere di agire in conformità
con la loro missione apostolica, esigendo che sia sempre rispettato il
diritto dei fedeli a ricevere la dottrina cattolica nella sua purezza e
integrità: « Il teologo, non dimenticando mai di essere anch'egli membro del
Popolo di Dio, deve nutrire rispetto nei suoi confronti e impegnarsi nel
dispensargli un insegnamento che non leda in alcun modo la dottrina della fede
».(177)
Le nostre responsabilità di Pastori
114. La responsabilità
verso la fede e la vita di fede del Popolo di Dio grava in una forma peculiare
e propria sui Pastori, come ci ricorda il Concilio Vaticano II: « Tra le funzioni
principali dei Vescovi eccelle la predicazione del Vangelo. I Vescovi, infatti,
sono gli araldi della fede, che portano a Cristo nuovi discepoli, sono i Dottori
autentici, cioè rivestiti dell'autorità di Cristo, che predicano al popolo loro
affidato la fede da credere e da applicare nella pratica della vita, che illustrano
questa fede alla luce dello Spirito Santo, traendo fuori dal tesoro della Rivelazione
cose nuove e vecchie (cf Mt 13,52), la fanno fruttificare e vegliano
per tener lontano dal loro gregge gli errori che lo minacciano (cf 2 Tm 4,1-4)
».(178)
È nostro comune dovere, e prima ancora
nostra comune grazia, insegnare ai fedeli come Pastori e Vescovi della Chiesa,
ciò che li conduce sulla via di Dio, così come fece un giorno il Signore Gesù
con il giovane del Vangelo. Rispondendo alla sua domanda: « Che cosa devo fare
di buono per ottenere la vita eterna? », Gesù ha rimandato a Dio, Signore della
creazione e dell'Alleanza; ha ricordato i comandamenti morali, già rivelati
nell'Antico Testamento; ne ha indicato lo spirito e la radicalità invitando alla
sua sequela nella povertà, nell'umiltà e nell'amore: « Vieni e seguimi! ». La
verità di questa dottrina ha avuto il suo sigillo sulla Croce nel sangue di
Cristo: essa è divenuta, nello Spirito Santo, la legge nuova della Chiesa e di
ogni cristiano.
Questa « risposta » alla domanda
morale è affidata da Gesù Cristo in un modo particolare a noi Pastori della
Chiesa, chiamati a renderla oggetto del nostro insegnamento, nell'adempimento
dunque del nostro munus propheticum. Nello stesso tempo la nostra
responsabilità di Pastori, nei riguardi della dottrina morale cristiana, deve
attuarsi anche nella forma del munus sacerdotale: ciò avviene quando
dispensiamo ai fedeli i doni di grazia e di santificazione come risorsa per
obbedire alla legge santa di Dio, e quando con la nostra costante e fiduciosa
preghiera sosteniamo i credenti perché siano fedeli alle esigenze della fede e
vivano secondo il Vangelo (cf Col 1,9-12). La dottrina morale cristiana
deve costituire, oggi soprattutto, uno degli ambiti privilegiati della nostra
vigilanza pastorale, dell'esercizio del nostro munus
regale.
115. È la prima volta,
infatti, che il Magistero della Chiesa espone con una certa ampiezza gli elementi
fondamentali di tale dottrina, e presenta le ragioni del discernimento pastorale
necessario in situazioni pratiche e culturali complesse e talvolta critiche.
Alla luce della Rivelazione e
dell'insegnamento costante della Chiesa e specialmente del Concilio Vaticano II,
ho brevemente richiamato i tratti essenziali della libertà, i valori
fondamentali connessi con la dignità della persona e con la verità dei suoi
atti, così da poter riconoscere, nell'obbedienza alla legge morale, una grazia e
un segno della nostra adozione nel Figlio unico (cf Ef 1,4-6). In
particolare, con questa Enciclica, vengono proposte valutazioni su alcune
tendenze attuali nella teologia morale. Le comunico ora, in obbedienza alla
parola del Signore che a Pietro ha affidato l'incarico di confermare i suoi
fratelli (cf Lc 22,32), per illuminare e aiutare il nostro comune
discernimento.
Ciascuno di noi conosce
l'importanza della dottrina che rappresenta il nucleo dell'insegnamento di
questa Enciclica e che oggi viene richiamata con l'autorità del successore di
Pietro. Ciascuno di noi può avvertire la gravità di quanto è in causa, non solo
per le singole persone ma anche per l'intera società, con la riaffermazione
dell'universalità e della immutabilità dei comandamenti morali, e in
particolare di quelli che proibiscono sempre e senza eccezioni gli
atti intrinsecamente cattivi.
Nel riconoscere tali comandamenti il cuore
cristiano e la nostra carità pastorale ascoltano l'appello di Colui che « ci ha
amati per primo » (1 Gv 4,19). Dio ci chiede di essere santi come egli è
santo (cf Lv 19,2), di essere ? in Cristo ? perfetti come egli è perfetto
(cf Mt 5,48): l'esigente fermezza del comandamento si fonda
sull'inesauribile amore misericordioso di Dio (cf Lc 6, 36), e il fine
del comandamento è di condurci, con la grazia di Cristo, sulla via della
pienezza della vita propria dei figli di Dio.
116. Abbiamo il dovere,
come Vescovi, di vigilare perché la Parola di Dio sia fedelmente insegnata.
Miei Confratelli nell'Episcopato, fa parte del nostro ministero pastorale
vegliare sulla trasmissione fedele di questo insegnamento morale e ricorrere
alle misure opportune perché i fedeli siano custoditi da ogni dottrina e teoria
ad esso contraria. In questo compito siamo tutti aiutati dai teologi; tuttavia,
le opinioni teologiche non costituiscono né la regola né la norma del nostro
insegnamento. La sua autorità deriva, con l'assistenza dello Spirito Santo e
nella comunione cum Petro et sub Petro, dalla nostra fedeltà alla fede
cattolica ricevuta dagli Apostoli. Come Vescovi, abbiamo l'obbligo grave di
vigilare personalmente perché la « sana dottrina » (1 Tm 1,10)
della fede e della morale sia insegnata nelle nostre diocesi.
Una particolare responsabilità si impone
ai Vescovi per quanto riguarda le istituzioni cattoliche. Si tratti di
organismi per la pastorale familiare o sociale, oppure di istituzioni dedicate
all'insegnamento o alle cure sanitarie, i Vescovi possono erigere e riconoscere
queste strutture e delegare loro alcune responsabilità; tuttavia non sono mai
esonerati dai loro propri obblighi. Spetta a loro, in comunione con la Santa
Sede, il compito di riconoscere, o di ritirare in casi di grave incoerenza,
l'appellativo di « cattolico » a scuole,(179) università,(180) cliniche e
servizi socio-sanitari, che si richiamano alla Chiesa.
117. Nel cuore del cristiano,
nel nucleo più segreto del- l'uomo, risuona sempre la domanda che un giorno
il giovane del Vangelo rivolse a Gesù: « Maestro, che cosa devo fare di buono
per ottenere la vita eterna? » (Mt 19,16). Occorre però che ciascuno
la rivolga al Maestro « buono », perché è l'unico che possa rispondere nella
pienezza della verità, in ogni situazione, nelle più diverse circostanze. E
quando i cristiani gli rivolgono la domanda che sale dalla loro coscienza, il
Signore risponde con le parole dell'Alleanza Nuova affidate alla sua Chiesa.
Ora, come dice di sé l'Apostolo, noi siamo mandati « a predicare il vangelo;
non però con un discorso sapiente, perché non sia resa vana la croce di Cristo
» (1 Cor 1,17). Per questo la risposta della Chiesa alla domanda dell'uomo
ha la saggezza e la potenza di Cristo crocifisso, la Verità che si dona.
Quando gli uomini pongono alla
Chiesa le domande della loro coscienza,
quando nella Chiesa i fedeli si
rivolgono ai Vescovi e ai Pastori, nella risposta della Chiesa c'è la voce di
Gesù Cristo, la voce della verità circa il bene e il male. Nella parola
pronunciata dalla Chiesa risuona, nell'intimo delle persone, la voce di Dio, che
« solo è buono » (Mt 19,17), che solo « è amore » (1 Gv 4,8.16).
Nell'unzione dello Spirito questa
parola dolce ed esigente si fa luce e vita per l'uomo. È ancora l'apostolo Paolo
ad invitarci alla fiducia, perché « la nostra capacità viene da Dio, che ci ha
resi ministri adatti di una Nuova Alleanza, non della lettera ma dello
Spirito... Il Signore è lo Spirito e dove c'è lo Spirito del Signore c'è
libertà. E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la
gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria
in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore » (2 Cor
3,5-6.17-18).
CONCLUSIONE
Maria Madre di misericordia
118. Affidiamo, al termine
di queste considerazioni, noi stessi, le sofferenze e le gioie della nostra
esistenza, la vita morale dei credenti e degli uomini di buona volontà, le ricerche
degli studiosi di morale a Maria, Madre di Dio e Madre di misericordia.
Maria è Madre di misericordia perché Gesù
Cristo, suo Figlio, è mandato dal Padre come Rivelazione della misericordia di
Dio (cf Gv 3, 16-18). Egli è venuto non per condannare ma per perdonare,
per usare misericordia (cf Mt 9,13). E la misericordia più grande sta nel
suo essere in mezzo a noi e nella chiamata che ci è rivolta ad incontrare Lui e
a confessarlo, insieme con Pietro, come « il Figlio del Dio vivente » (Mt
16,16). Nessun peccato dell'uomo può cancellare la misericordia di Dio, può
impedirle di sprigionare tutta la sua forza vittoriosa, se appena la invochiamo.
Anzi, lo stesso peccato fa risplendere ancora di più l'amore del Padre che, per
riscattare lo schiavo, ha sacrificato il suo Figlio: (181) la sua misericordia
per noi è redenzione. Questa misericordia giunge a pienezza con il dono dello
Spirito, che genera ed esige la vita nuova. Per quanto numerosi e grandi siano
gli ostacoli opposti dalla fragilità e dal peccato dell'uomo, lo Spirito, che
rinnova la faccia della terra (cf Sal 1031,30), rende possibile il
miracolo del compimento perfetto del bene. Questo rinnovamento, che dà la
capacità di fare ciò che è buono, nobile, bello, gradito a Dio e conforme alla
sua volontà, è in un certo senso la fioritura del dono della misericordia, che
libera dalla schiavitù del male e dà la forza di non peccare più. Attraverso il
dono della vita nuova Gesù ci rende partecipi del suo amore e ci conduce al
Padre nello Spirito.
119. È questa la consolante
certezza della fede cristiana, alla quale essa deve la sua profonda umanità
e la sua straordinaria semplicità. Talvolta, nelle discussioni sui nuovi
complessi problemi morali, può sembrare che la morale cristiana sia in se stessa
troppo difficile, ardua da comprendere e quasi impossibile da praticare. Ciò
è falso, perché essa consiste, in termini di semplicità evangelica, nel seguire
Gesù Cristo, nell'abbandonarsi a Lui, nel lasciarsi trasformare dalla sua
grazia e rinnovare dalla sua misericordia, che ci raggiungono nella vita di
comunione della sua Chiesa. « Chi vuole vivere ? ci ricorda sant'Agostino ?,
ha dove vivere, ha donde vivere. Si avvicini, creda, si lasci incorporare per
essere vivificato. Non rifugga dalla compagine delle membra ».(182) Può capire
dunque l'essenza vitale della morale cristiana, con la luce dello Spirito, ogni
uomo, anche il meno dotto, anzi soprattutto chi sa conservare un « cuore semplice
» (Sal 852,11). D'altra parte, questa semplicità evangelica non esime
dall'affrontare la complessità del reale, ma può introdurre alla sua più vera
comprensione, perché la sequela di Cristo metterà progressivamente in luce i
caratteri dell'autentica moralità cristiana e darà, al tempo stesso, l'energia
di vita per la sua realizzazione. È compito del Magistero della Chiesa vegliare
perché il dinamismo della sequela di Cristo si sviluppi in modo organico, senza
che ne vengano falsate o occultate le esigenze morali, con tutte le loro conseguenze.
Chi ama Cristo osserva i suoi comandamenti (cf Gv 14,15).
120. Maria è Madre di
misericordia anche perché a lei Gesù affida la sua Chiesa e l'intera umanità.
Ai piedi della Croce, quando accetta Giovanni come figlio, quando chiede, insieme
con Cristo, il perdono al Padre per coloro che non sanno quello che fanno (cf
Lc 23,34), Maria in perfetta docilità allo Spirito sperimenta la ricchezza
e l'universalità dell'amore di Dio, che le dilata il cuore e la fa capace di
abbracciare l'intero genere umano. È resa, in tal modo, Madre di tutti noi,
e di ciascuno di noi, Madre che ci ottiene la misericordia divina.
Maria è segno luminoso ed esempio
affascinante di vita morale: « la vita di lei sola è insegnamento per tutti »,
scrive sant'Ambrogio,(183) che rivolgendosi in particolare alle vergini ma in un
orizzonte aperto a tutti così afferma: « Il primo ardente desiderio di imparare
lo dà la nobiltà del maestro. E chi è più nobile della Madre di Dio? o più
splendida di Colei che fu eletta dallo stesso Splendore? ».(184) Maria vive e
realizza la propria libertà donando se stessa a Dio ed accogliendo in sé il dono
di Dio. Custodisce nel suo grembo verginale il Figlio di Dio fatto uomo fino al
tempo della nascita, lo alleva, lo fa crescere e lo accompagna in quel gesto
supremo di libertà, che è il sacrificio totale della propria vita. Con il dono
di se stessa, Maria entra pienamente nel disegno di Dio, che si dona al mondo.
Accogliendo e meditando nel suo cuore avvenimenti che non sempre comprende (cf
Lc 2,19), diventa il modello di tutti coloro che ascoltano la parola di
Dio e la osservano (cf Lc 11, 28) e merita il titolo di « Sede della
Sapienza ». Questa Sapienza è Gesù Cristo stesso, il Verbo eterno di Dio, che
rivela e compie perfettamente la volontà del Padre (cf Eb 10,5-10). Maria
invita ogni uomo ad accogliere questa Sapienza. Anche a noi rivolge l'ordine
dato ai servi, a Cana in Galilea durante il banchetto di nozze: « Fate quello
che egli vi dirà » (Gv 2,5).
Maria condivide la nostra condizione
umana, ma in una totale trasparenza alla grazia di Dio. Non avendo conosciuto il
peccato, ella è in grado di compatire ogni debolezza. Comprende l'uomo peccatore
e lo ama con amore di Madre. Proprio per questo sta dalla parte della verità e
condivide il peso della Chiesa nel richiamare a tutti e sempre le esigenze
morali. Per lo stesso motivo non accetta che l'uomo peccatore venga ingannato da
chi pretenderebbe di amarlo giustificandone il peccato, perché sa che in tal
modo sarebbe reso vano il sacrificio di Cristo, suo Figlio. Nessuna assoluzione,
offerta da compiacenti dottrine anche filosofiche o teologiche, può rendere
l'uomo veramente felice: solo la Croce e la gloria di Cristo risorto possono
donare pace alla sua coscienza e salvezza alla sua vita.
O
Maria,
Madre di misericordia,
veglia su tutti
perché non venga resa vana la croce di Cristo,
perché l'uomo non smarrisca la via del bene,perché l'uomo non smarrisca la via
del bene,
non perda la coscienza del peccato,non perda la coscienza del peccato,
cresca nella speranza in Dio
« ricco di misericordia » (Ef 2,4),
compia liberamente le opere buone
da Lui predisposte (cf Ef 2,10)
e sia così con tutta la vita
« a lode della sua gloria » (Ef 1,12).
Dato a Roma, presso San Pietro, il 6 agosto, festa della Trasfigurazione del
Signore, dell'anno 1993, decimoquinto del mio Pontificato.