Venerati Fratelli nell
Venerati Fratelli nell'Episcopato,
salute e Apostolica Benedizione!
La fede e la ragione sono come le due ali
con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità. E
Dio ad aver posto nel cuore dell'uomo il desiderio di conoscere la verità e, in
definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere
anche alla piena verità su se stesso (cfr Es 33, 18; Sal 27 [26],
8-9; 63 [62], 2-3; Gv 14, 8; 1 Gv 3, 2).
INTRODUZIONE
« CONOSCI
TE STESSO »
1. Sia in Oriente che
in Occidente, è possibile ravvisare un cammino che, nel corso dei secoli, ha
portato l'umanità a incontrarsi progressivamente con la verità e a confrontarsi
con essa. E un cammino che s'è svolto ? né poteva essere altrimenti ? entro
l'orizzonte dell'autocoscienza personale: più l'uomo conosce la realtà e il
mondo e più conosce se stesso nella sua unicità, mentre gli diventa sempre più
impellente la domanda sul senso delle cose e della sua stessa esistenza.
Quanto viene a porsi come oggetto della
nostra conoscenza diventa per ciò stesso parte della nostra vita. Il monito
Conosci te stesso era scolpito sull'architrave del tempio di Delfi, a
testimonianza di una verità basilare che deve essere assunta come regola minima
da ogni uomo desideroso di distinguersi, in mezzo a tutto il creato,
qualificandosi come « uomo » appunto in quanto « conoscitore di se stesso ».
Un semplice sguardo alla storia antica,
d'altronde, mostra con chiarezza come in diverse parti della terra, segnate da
culture differenti, sorgano nello stesso tempo le domande di fondo che
caratterizzano il percorso dell'esistenza umana: chi sono? da dove vengo e
dove vado? perché la presenza del male? cosa ci sarà dopo questa vita?
Questi interrogativi sono presenti negli scritti sacri di Israele, ma compaiono
anche nei Veda non meno che negli Avesta; li troviamo negli scritti di Confucio
e Lao-Tze come pure nella predicazione dei Tirthankara e di Buddha; sono ancora
essi ad affiorare nei poemi di Omero e nelle tragedie di Euripide e Sofocle come
pure nei trattati filosofici di Platone ed Aristotele. Sono domande che hanno la
loro comune scaturigine nella richiesta di senso che da sempre urge nel cuore
dell'uomo: dalla risposta a tali domande, infatti, dipende l'orientamento da
imprimere all'esistenza.
2. La Chiesa non è estranea,
né può esserlo, a questo cammino di ricerca. Da quando, nel Mistero pasquale,
ha ricevuto in dono la verità ultima sulla vita dell'uomo, essa s'è fatta pellegrina
per le strade del mondo per annunciare che Gesù Cristo è « la via, la verità
e la vita » (Gv 14, 6). Tra i diversi servizi che essa deve offrire all'umanità,
uno ve n'è che la vede responsabile in modo del tutto peculiare: è la diaconia
alla verità.(1) Questa missione, da una parte, rende la comunità credente
partecipe dello sforzo comune che l'umanità compie per raggiungere la verità;
(2) dall'altra, la obbliga a farsi carico dell'annuncio delle certezze acquisite,
pur nella consapevolezza che ogni verità raggiunta è sempre solo una tappa verso
quella piena verità che si manifesterà nella rivelazione ultima di Dio: « Ora
vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a
faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente »
(1 Cor 13, 12).
3. Molteplici sono le
risorse che l'uomo possiede per promuovere il progresso nella conoscenza della
verità, così da rendere la propria esistenza sempre più umana. Tra queste emerge
la filosofia, che contribuisce direttamente a porre la domanda circa
il senso della vita e ad abbozzarne la risposta: essa, pertanto, si configura
come uno dei compiti più nobili dell'umanità. Il termine filosofia, secondo
l'etimologia greca, significa « amore per la saggezza ». Di fatto, la filosofia
è nata e si è sviluppata nel momento in cui l'uomo ha iniziato a interrogarsi
sul perché delle cose e sul loro fine. In modi e forme differenti, essa mostra
che il desiderio di verità appartiene alla stessa natura dell'uomo. E una proprietà
nativa della sua ragione interrogarsi sul perché delle cose, anche se le risposte
via via date si inseriscono in un orizzonte che rende evidente la complementarità
delle differenti culture in cui l'uomo vive.
La forte incidenza che la filosofia ha
avuto nella formazione e nello sviluppo delle culture in Occidente non deve
farci dimenticare l'influsso che essa ha esercitato anche nei modi di concepire
l'esistenza di cui vive l'Oriente. Ogni popolo, infatti, possiede una sua
indigena e originaria saggezza che, quale autentica ricchezza delle culture,
tende a esprimersi e a maturare anche in forme prettamente filosofiche. Quanto
questo sia vero lo dimostra il fatto che una forma basilare di sapere
filosofico, presente fino ai nostri giorni, è verificabile perfino nei postulati
a cui le diverse legislazioni nazionali e internazionali si ispirano nel
regolare la vita sociale.
4. È, comunque, da rilevare
che dietro un unico termine si nascondono significati differenti. Un'esplicitazione
preliminare si rende pertanto necessaria. Spinto dal desiderio di scoprire la
verità ultima dell'esistenza, l'uomo cerca di acquisire quelle conoscenze universali
che gli consentono di comprendersi meglio e di progredire nella realizzazione
di sé. Le conoscenze fondamentali scaturiscono dalla meraviglia suscitata
in lui dalla contemplazione del creato: l'essere umano è colto dallo stupore
nello scoprirsi inserito nel mondo, in relazione con altri suoi simili dei quali
condivide il destino. Parte di qui il cammino che lo porterà poi alla scoperta
di orizzonti di conoscenza sempre nuovi. Senza meraviglia l'uomo cadrebbe nella
ripetitività e, poco alla volta, diventerebbe incapace di un'esistenza veramente
personale.
La capacità speculativa, che è propria
dell'intelletto umano, porta ad elaborare, mediante l'attività filosofica, una
forma di pensiero rigoroso e a costruire così, con la coerenza logica delle
affermazioni e l'organicità dei contenuti, un sapere sistematico. Grazie a
questo processo, in differenti contesti culturali e in diverse epoche, si sono
raggiunti risultati che hanno portato all'elaborazione di veri sistemi di
pensiero. Storicamente ciò ha spesso esposto alla tentazione di identificare una
sola corrente con l'intero pensiero filosofico. E però evidente che, in questi
casi, entra in gioco una certa « superbia filosofica » che pretende di erigere
la propria visione prospettica e imperfetta a lettura universale. In realtà,
ogni sistema filosofico, pur rispettato sempre nella sua interezza senza
strumentalizzazioni di sorta, deve riconoscere la priorità del pensare
filosofico, da cui trae origine e a cui deve servire in forma coerente.
In questo senso è possibile riconoscere,
nonostante il mutare dei tempi e i progressi del sapere, un nucleo di conoscenze
filosofiche la cui presenza è costante nella storia del pensiero. Si pensi, solo
come esempio, ai principi di non contraddizione, di finalità, di causalità, come
pure alla concezione della persona come soggetto libero e intelligente e alla
sua capacità di conoscere Dio, la verità, il bene; si pensi inoltre ad alcune
norme morali fondamentali che risultano comunemente condivise. Questi e altri
temi indicano che, a prescindere dalle correnti di pensiero, esiste un insieme
di conoscenze in cui è possibile ravvisare una sorta di patrimonio spirituale
dell'umanità. E come se ci trovassimo dinanzi a una filosofia implicita
per cui ciascuno sente di possedere questi principi, anche se in forma generica
e non riflessa. Queste conoscenze, proprio perché condivise in qualche misura da
tutti, dovrebbero costituire come un punto di riferimento delle diverse scuole
filosofiche. Quando la ragione riesce a intuire e a formulare i principi primi e
universali dell'essere e a far correttamente scaturire da questi conclusioni
coerenti di ordine logico e deontologico, allora può dirsi una ragione retta o,
come la chiamavano gli antichi, orthòs logos, recta ratio.
5. La Chiesa, da parte
sua, non può che apprezzare l'impegno della ragione per il raggiungimento di
obiettivi che rendano l'esistenza personale sempre più degna. Essa infatti vede
nella filosofia la via per conoscere fondamentali verità concernenti l'esistenza
dell'uomo. Al tempo stesso, considera la filosofia un aiuto indispensabile per
approfondire l'intelligenza della fede e per comunicare la verità del Vangelo
a quanti ancora non la conoscono.
Facendo pertanto seguito ad analoghe
iniziative dei miei Predecessori, desidero anch'io rivolgere lo sguardo a questa
peculiare attività della ragione. Mi ci spinge il rilievo che, soprattutto ai
nostri giorni, la ricerca della verità ultima appare spesso offuscata. Senza
dubbio la filosofia moderna ha il grande merito di aver concentrato la sua
attenzione sull'uomo. A partire da qui, una ragione carica di interrogativi ha
sviluppato ulteriormente il suo desiderio di conoscere sempre di più e sempre
più a fondo. Sono stati così costruiti sistemi di pensiero complessi, che hanno
dato i loro frutti nei diversi ambiti del sapere, favorendo lo sviluppo della
cultura e della storia. L'antropologia, la logica, le scienze della natura, la
storia, il linguaggio..., in qualche modo l'intero universo del sapere è stato
abbracciato. I positivi risultati raggiunti non devono, tuttavia, indurre a
trascurare il fatto che quella stessa ragione, intenta ad indagare in maniera
unilaterale sull'uomo come soggetto, sembra aver dimenticato che questi è pur
sempre chiamato ad indirizzarsi verso una verità che lo trascende. Senza il
riferimento ad essa, ciascuno resta in balia dell'arbitrio e la sua condizione
di persona finisce per essere valutata con criteri pragmatici basati
essenzialmente sul dato sperimentale, nell'errata convinzione che tutto deve
essere dominato dalla tecnica. E così accaduto che, invece di esprimere al
meglio la tensione verso la verità, la ragione sotto il peso di tanto sapere si
è curvata su se stessa diventando, giorno dopo giorno, incapace di sollevare lo
sguardo verso l'alto per osare di raggiungere la verità dell'essere. La
filosofia moderna, dimenticando di orientare la sua indagine sull'essere, ha
concentrato la propria ricerca sulla conoscenza umana. Invece di far leva sulla
capacità che l'uomo ha di conoscere la verità, ha preferito sottolinearne i
limiti e i condizionamenti.
Ne sono derivate varie forme di
agnosticismo e di relativismo, che hanno portato la ricerca filosofica a
smarrirsi nelle sabbie mobili di un generale scetticismo. Di recente, poi, hanno
assunto rilievo diverse dottrine che tendono a svalutare perfino quelle verità
che l'uomo era certo di aver raggiunte. La legittima pluralità di posizioni ha
ceduto il posto ad un indifferenziato pluralismo, fondato sull'assunto che tutte
le posizioni si equivalgono: è questo uno dei sintomi più diffusi della sfiducia
nella verità che è dato verificare nel contesto contemporaneo. A questa riserva
non sfuggono neppure alcune concezioni di vita che provengono dall'Oriente; in
esse, infatti, si nega alla verità il suo carattere esclusivo, partendo dal
presupposto che essa si manifesta in modo uguale in dottrine diverse, persino
contraddittorie tra di loro. In questo orizzonte, tutto è ridotto a opinione. Si
ha l'impressione di un movimento ondivago: la riflessione filosofica mentre, da
una parte, è riuscita a immettersi sulla strada che la rende sempre più vicina
all'esistenza umana e alle sue forme espressive, dall'altra, tende a sviluppare
considerazioni esistenziali, ermeneutiche o linguistiche che prescindono dalla
questione radicale circa la verità della vita personale, dell'essere e di Dio.
Di conseguenza, sono emersi nell'uomo contemporaneo, e non soltanto presso
alcuni filosofi, atteggiamenti di diffusa sfiducia nei confronti delle grandi
risorse conoscitive dell'essere umano. Con falsa modestia ci si accontenta di
verità parziali e provvisorie, senza più tentare di porre domande radicali sul
senso e sul fondamento ultimo della vita umana, personale e sociale. E venuta
meno, insomma, la speranza di poter ricevere dalla filosofia risposte definitive
a tali domande.
6. Forte della competenza
che le deriva dall'essere depositaria della Rivelazione di Gesù Cristo, la Chiesa
intende riaffermare la necessità della riflessione sulla verità. E per questo
motivo che ho deciso di rivolgermi a voi, Venerati Confratelli nell'Episcopato,
con i quali condivido la missione di annunziare « apertamente la verità » (2
Cor 4, 2), come pure ai teologi e ai filosofi a cui spetta il dovere di
indagare sui diversi aspetti della verità, ed anche alle persone che sono in
ricerca, per partecipare alcune riflessioni sul cammino che conduce alla vera
sapienza, affinché chiunque ha nel cuore l'amore per essa possa intraprendere
la giusta strada per raggiungerla e trovare in essa riposo alla sua fatica e
gaudio spirituale.
Mi spinge a questa iniziativa, anzitutto,
la consapevolezza che viene espressa dalle parole del Concilio Vaticano II,
quando afferma che i Vescovi sono « testimoni della divina e cattolica verità
».(3) Testimoniare la verità è, dunque, un compito che è stato affidato a noi
Vescovi; ad esso non possiamo rinunciare senza venir meno al ministero che
abbiamo ricevuto. Riaffermando la verità della fede, possiamo ridare all'uomo
del nostro tempo genuina fiducia nelle sue capacità conoscitive e offrire alla
filosofia una provocazione perché possa recuperare e sviluppare la sua piena
dignità.
Un ulteriore motivo mi induce a stendere
queste riflessioni. Nella Lettera enciclica
Veritatis splendor, ho richiamato l'attenzione su « alcune verità
fondamentali della dottrina cattolica che nell'attuale contesto rischiano di
essere deformate o negate ».(4) Con la presente Lettera, desidero continuare
quella riflessione concentrando l'attenzione sul tema stesso della verità
e sul suo fondamento in rapporto alla fede. Non si può negare,
infatti, che questo periodo di rapidi e complessi cambiamenti esponga
soprattutto le giovani generazioni, a cui appartiene e da cui dipende il futuro,
alla sensazione di essere prive di autentici punti di riferimento. L'esigenza di
un fondamento su cui costruire l'esistenza personale e sociale si fa sentire in
maniera pressante soprattutto quando si è costretti a costatare la
frammentarietà di proposte che elevano l'effimero al rango di valore, illudendo
sulla possibilità di raggiungere il vero senso dell'esistenza. Accade così che
molti trascinano la loro vita fin quasi sull'orlo del baratro, senza sapere a
che cosa vanno incontro. Ciò dipende anche dal fatto che talvolta chi era
chiamato per vocazione a esprimere in forme culturali il frutto della propria
speculazione, ha distolto lo sguardo dalla verità, preferendo il successo
nell'immediato alla fatica di una indagine paziente su ciò che merita di essere
vissuto. La filosofia, che ha la grande responsabilità di formare il pensiero e
la cultura attraverso il richiamo perenne alla ricerca del vero, deve recuperare
con forza la sua vocazione originaria. E per questo che ho sentito non solo
l'esigenza, ma anche il dovere di intervenire su questo tema, perché l'umanità,
alla soglia del terzo millennio dell'era cristiana, prenda più chiara coscienza
delle grandi risorse che le sono state concesse, e s'impegni con rinnovato
coraggio nell'attuazione del piano di salvezza nel quale è inserita la sua
storia.
CAPITOLO
I
LA
RIVELAZIONE DELLA SAPIENZA DI DIO
Gesù rivelatore del Padre
7. Alla base di ogni
riflessione che la Chiesa compie vi è la consapevolezza di essere depositaria
di un messaggio che ha la sua origine in Dio stesso (cfr 2 Cor 4, 1-2).
La conoscenza che essa propone all'uomo non le proviene da una sua propria speculazione,
fosse anche la più alta, ma dall'aver accolto nella fede la parola di Dio (cfr
1 Tess 2, 13). All'origine del nostro essere credenti vi è un incontro,
unico nel suo genere, che segna il dischiudersi di un mistero nascosto nei secoli
(cfr 1 Cor 2, 7; Rm 16, 25-26), ma ora rivelato: « Piacque a Dio
nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della
sua volontà (cfr Ef 1, 9), mediante il quale gli uomini per mezzo di
Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono
resi partecipi della divina natura ».(5) E, questa, un'iniziativa pienamente
gratuita, che parte da Dio per raggiungere l'umanità e salvarla. Dio, in quanto
fonte di amore, desidera farsi conoscere, e la conoscenza che l'uomo ha di lui
porta a compimento ogni altra vera conoscenza che la sua mente è in grado di
raggiungere circa il senso della propria esistenza.
8. Riprendendo quasi
alla lettera l'insegnamento offerto dalla Costituzione Dei Filius del
Concilio Vaticano I e tenendo conto dei principi proposti dal Concilio Tridentino,
la Costituzione
Dei Verbum del Vaticano II ha proseguito il secolare cammino di
intelligenza della fede, riflettendo sulla Rivelazione alla luce dell'insegnamento
biblico e dell'intera tradizione patristica. Nel primo Concilio Vaticano, i
Padri avevano sottolineato il carattere soprannaturale della rivelazione di
Dio. La critica razionalista, che in quel periodo veniva mossa contro la fede
sulla base di tesi errate e molto diffuse, verteva sulla negazione di ogni conoscenza
che non fosse frutto delle capacità naturali della ragione. Questo fatto aveva
obbligato il Concilio a ribadire con forza che, oltre alla conoscenza propria
della ragione umana, capace per sua natura di giungere fino al Creatore, esiste
una conoscenza che è peculiare della fede. Questa conoscenza esprime una verità
che si fonda sul fatto stesso di Dio che si rivela, ed è verità certissima perché
Dio non inganna né vuole ingannare.(6)
9. Il Concilio Vaticano
I, dunque, insegna che la verità raggiunta per via di riflessione filosofica
e la verità della Rivelazione non si confondono, né l'una rende superflua l'altra:
« Esistono due ordini di conoscenza, distinti non solo per il loro principio,
ma anche per il loro oggetto: per il loro principio, perché nell'uno conosciamo
con la ragione naturale, nell'altro con la fede divina; per l'oggetto, perché
oltre le verità che la ragione naturale può capire, ci è proposto di vedere
i misteri nascosti in Dio, che non possono essere conosciuti se non sono rivelati
dall'alto ».(7) La fede, che si fonda sulla testimonianza di Dio e si avvale
dell'aiuto soprannaturale della grazia, è effettivamente di un ordine diverso
da quello della conoscenza filosofica. Questa, infatti, poggia sulla percezione
dei sensi, sull'esperienza e si muove alla luce del solo intelletto. La filosofia
e le scienze spaziano nell'ordine della ragione naturale, mentre la fede, illuminata
e guidata dallo Spirito, riconosce nel messaggio della salvezza la « pienezza
di grazia e di verità » (cfr Gv 1, 14) che Dio ha voluto rivelare nella
storia e in maniera definitiva per mezzo di suo Figlio Gesù Cristo (cfr 1
Gv 5, 9; Gv 5, 31-32).
10. Al Concilio Vaticano
II i Padri, puntando lo sguardo su Gesù rivelatore, hanno illustrato il carattere
salvifico della rivelazione di Dio nella storia e ne hanno espresso la natura
nel modo seguente: « Con questa rivelazione, Dio invisibile (cfr Col 1,
15; 1 Tm 1, 17) nel suo immenso amore parla agli uomini come ad amici
(cfr Es 33, 11; Gv 15, 14-15) e si intrattiene con essi (cfr Bar
3, 38) per invitarli ed ammetterli alla comunione con sé. Questa economia
della Rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi tra loro,
in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano
e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, e le parole dichiarano
le opere e chiariscono il mistero in esse contenuto. La profonda verità, poi,
su Dio e sulla salvezza degli uomini, per mezzo di questa Rivelazione risplende
a noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione
».(8)
11. La rivelazione di
Dio, dunque, si inserisce nel tempo e nella storia. L'incarnazione di Gesù Cristo,
anzi, avviene nella « pienezza del tempo » (Gal 4, 4). A duemila anni
di distanza da quell'evento, sento il dovere di riaffermare con forza che «
nel cristianesimo il tempo ha un'importanza fondamentale ».(9) In esso, infatti,
viene alla luce l'intera opera della creazione e della salvezza e, soprattutto,
emerge il fatto che con l'incarnazione del Figlio di Dio noi viviamo e anticipiamo
fin da ora ciò che sarà il compimento del tempo (cfr Eb 1, 2).
La verità che Dio ha consegnato all'uomo
su se stesso e sulla sua vita si inserisce, quindi, nel tempo e nella storia.
Certo, essa è stata pronunciata una volta per tutte nel mistero di Gesù di
Nazareth. Lo dice con parole eloquenti la Costituzione
Dei Verbum: « Dio, dopo avere a più riprese e in più modi parlato per
mezzo dei Profeti, ?alla fine, nei nostri giorni, ha parlato a noi per mezzo del
Figlio? (Eb 1, 1-2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che
illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e ad essi spiegasse
i segreti di Dio (cfr Gv 1, 1-18). Gesù Cristo, Verbo fatto carne,
mandato come ?uomo agli uomini?, ?parla le parole di Dio? (Gv 3, 34) e
porta a compimento l'opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr Gv 5,
36; 17, 4). Perciò Egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr Gv
14, 9), con tutta la sua presenza e con la manifestazione di sé, con le parole e
con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la
gloriosa risurrezione di tra i morti, e infine con l'invio dello Spirito di
verità, compie e completa la Rivelazione ».(10)
La storia, pertanto, costituisce per il
Popolo di Dio un cammino da percorrere interamente, così che la verità rivelata
esprima in pienezza i suoi contenuti grazie all'azione incessante dello Spirito
Santo (cfr Gv 16, 13). Lo insegna, ancora una volta, la Costituzione
Dei Verbum quando afferma che « la Chiesa, nel corso dei secoli, tende
incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa giungano a
compimento le parole di Dio ».(11)
12. La storia, quindi,
diventa il luogo in cui possiamo costatare l'agire di Dio a favore dell'umanità.
Egli ci raggiunge in ciò che per noi è più familiare e facile da verificare,
perché costituisce il nostro contesto quotidiano, senza il quale non riusciremmo
a comprenderci.
L'incarnazione del Figlio di Dio permette
di vedere attuata la sintesi definitiva che la mente umana, partendo da sé, non
avrebbe neppure potuto immaginare: l'Eterno entra nel tempo, il Tutto si
nasconde nel frammento, Dio assume il volto dell'uomo. La verità espressa nella
Rivelazione di Cristo, dunque, non è più rinchiusa in un ristretto ambito
territoriale e culturale, ma si apre a ogni uomo e donna che voglia accoglierla
come parola definitivamente valida per dare senso all'esistenza. Ora, tutti
hanno in Cristo accesso al Padre; con la sua morte e risurrezione, infatti, Egli
ha donato la vita divina che il primo Adamo aveva rifiutato (cfr Rm 5,
12-15). Con questa Rivelazione viene offerta all'uomo la verità ultima sulla
propria vita e sul destino della storia: « In realtà solamente nel mistero del
Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo », afferma la Costituzione
Gaudium et spes.(12) Al di fuori di questa prospettiva il mistero
dell'esistenza personale rimane un enigma insolubile. Dove l'uomo potrebbe
cercare la risposta ad interrogativi drammatici come quelli del dolore, della
sofferenza dell'innocente e della morte, se non nella luce che promana dal
mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo?
La ragione dinanzi al mistero
13. Non sarà, comunque,
da dimenticare che la Rivelazione permane carica di mistero. Certo, con tutta
la sua vita Gesù rivela il volto del Padre, essendo Egli venuto per spiegare
i segreti di Dio; (13) eppure, la conoscenza che noi abbiamo di tale volto è
sempre segnata dalla frammentarietà e dal limite del nostro comprendere. Solo
la fede permette di entrare all'interno del mistero, favorendone la coerente
intelligenza.
Insegna il Concilio che « a Dio che si
rivela è dovuta l'obbedienza della fede ».(14) Con questa breve ma densa
affermazione, viene indicata una fondamentale verità del cristianesimo. Si dice,
anzitutto, che la fede è risposta di obbedienza a Dio. Ciò comporta che Egli
venga riconosciuto nella sua divinità, trascendenza e libertà suprema. Il Dio
che si fa conoscere, nell'autorità della sua assoluta trascendenza, porta anche
con sé la credibilità dei contenuti che rivela. Con la fede, l'uomo dona il suo
assenso a tale testimonianza divina. Ciò significa che riconosce pienamente e
integralmente la verità di quanto rivelato, perché è Dio stesso che se ne fa
garante. Questa verità, donata all'uomo e da lui non esigibile, si inserisce nel
contesto della comunicazione interpersonale e spinge la ragione ad aprirsi ad
essa e ad accoglierne il senso profondo. E per questo che l'atto con il quale ci
si affida a Dio è sempre stato considerato dalla Chiesa come un momento di
scelta fondamentale, in cui tutta la persona è coinvolta. Intelletto e volontà
esercitano al massimo la loro natura spirituale per consentire al soggetto di
compiere un atto in cui la libertà personale è vissuta in maniera piena.(15)
Nella fede, quindi, la libertà non è semplicemente presente: è esigita. E la
fede, anzi, che permette a ciascuno di esprimere al meglio la propria libertà.
In altre parole, la libertà non si realizza nelle scelte contro Dio. Come
infatti potrebbe essere considerato un uso autentico della libertà il rifiuto di
aprirsi verso ciò che permette la realizzazione di se stessi? E nel credere che
la persona compie l'atto più significativo della propria esistenza; qui,
infatti, la libertà raggiunge la certezza della verità e decide di vivere in
essa.
In aiuto alla ragione, che cerca
l'intelligenza del mistero, vengono anche i segni presenti nella Rivelazione.
Essi servono a condurre più a fondo la ricerca della verità e a permettere che
la mente possa autonomamente indagare anche all'interno del mistero. Questi
segni, comunque, se da una parte danno maggior forza alla ragione, perché le
consentono di ricercare all'interno del mistero con i suoi propri mezzi di cui è
giustamente gelosa, dall'altra la spingono a trascendere la loro realtà di segni
per raccoglierne il significato ulteriore di cui sono portatori. In essi,
pertanto, è già presente una verità nascosta a cui la mente è rinviata e da cui
non può prescindere senza distruggere il segno stesso che le viene proposto.
Si è rimandati, in qualche modo,
all'orizzonte sacramentale della Rivelazione e, in particolare, al segno
eucaristico dove l'unità inscindibile tra la realtà e il suo significato
permette di cogliere la profondità del mistero. Cristo nell'Eucaristia è
veramente presente e vivo, opera con il suo Spirito, ma, come aveva ben detto
san Tommaso, « tu non vedi, non comprendi, ma la fede ti conferma, oltre la
natura. E un segno ciò che appare: nasconde nel mistero realtà sublimi ».(16)
Gli fa eco il filosofo Pascal: « Come Gesù Cristo è rimasto sconosciuto tra gli
uomini, così la sua verità resta, tra le opinioni comuni, senza differenza
esteriore. Così resta l'Eucaristia tra il pane comune ».(17)
La conoscenza di fede, insomma, non
annulla il mistero; solo lo rende più evidente e lo manifesta come fatto
essenziale per la vita dell'uomo: Cristo Signore « rivelando il mistero del
Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la
sua altissima vocazione »,(18) che è quella di partecipare al mistero della vita
trinitaria di Dio.(19)
14. L'insegnamento dei
due Concili Vaticani apre un vero orizzonte di novità anche per il sapere filosofico.
La Rivelazione immette nella storia un punto di riferimento da cui l'uomo non
può prescindere, se vuole arrivare a comprendere il mistero della sua esistenza;
dall'altra parte, però, questa conoscenza rinvia costantemente al mistero di
Dio che la mente non può esaurire, ma solo ricevere e accogliere nella fede.
All'interno di questi due momenti, la ragione possiede un suo spazio peculiare
che le permette di indagare e comprendere, senza essere limitata da null'altro
che dalla sua finitezza di fronte al mistero infinito di Dio.
La Rivelazione, pertanto, immette nella
nostra storia una verità universale e ultima che provoca la mente dell'uomo a
non fermarsi mai; la spinge, anzi, ad allargare continuamente gli spazi del
proprio sapere fino a quando non avverte di avere compiuto quanto era in suo
potere, senza nulla tralasciare. Ci viene in aiuto per questa riflessione una
delle intelligenze più feconde e significative della storia dell'umanità, a cui
fanno doveroso riferimento sia la filosofia che la teologia: sant'Anselmo. Nel
suo Proslogion, l'Arcivescovo di Canterbury così si esprime: « Volgendo
spesso e con impegno il mio pensiero a questo problema, a volte mi sembrava di
poter ormai afferrare ciò che cercavo, altre volte invece sfuggiva completamente
al mio pensiero; finché finalmente, disperando di poterlo trovare, volli
smettere di ricercare qualcosa che era impossibile trovare. Ma quando volli
scacciare da me quel pensiero perché, occupando la mia mente, non mi
distogliesse da altri problemi dai quali potevo ricavare qualche profitto,
allora cominciò a presentarsi con sempre maggior importunità [...]. Ma povero
me, uno dei poveri figli di Eva, lontani da Dio, che cosa ho cominciato a fare e
a che cosa sono riuscito? A che cosa tendevo e a che cosa sono giunto? A che
cosa aspiravo e di che sospiro? [...]. O Signore, tu non solo sei ciò di cui non
si può pensare nulla di più grande (non solum es quo maius cogitari nequit),
ma sei più grande di tutto ciò che si possa pensare (quiddam maius quam
cogitari possit) [...]. Se tu non fossi tale, si potrebbe pensare qualcosa
più grande di te, ma questo è impossibile ».(20)
15. La verità della Rivelazione
cristiana, che si incontra in Gesù di Nazareth, permette a chiunque di accogliere
il « mistero » della propria vita. Come verità suprema, essa, mentre rispetta
l'autonomia della creatura e la sua libertà, la impegna ad aprirsi alla trascendenza.
Qui il rapporto libertà e verità diventa sommo e si comprende in pienezza la
parola del Signore: « Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi » (Gv
8, 32).
La Rivelazione cristiana è la vera stella
di orientamento per l'uomo che avanza tra i condizionamenti della mentalità
immanentistica e le strettoie di una logica tecnocratica; è l'ultima possibilità
che viene offerta da Dio per ritrovare in pienezza il progetto originario di
amore, iniziato con la creazione. All'uomo desideroso di conoscere il vero, se
ancora è capace di guardare oltre se stesso e di innalzare lo sguardo al di là
dei propri progetti, è data la possibilità di recuperare il genuino rapporto con
la sua vita, seguendo la strada della verità. Le parole del Deuteronomio
bene si possono applicare a questa situazione: « Questo comando che oggi ti
ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo perché
tu dica: Chi salirà per noi in cielo per prendercelo e farcelo udire sì che lo
possiamo eseguire? Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per
noi il mare per prendercelo e farcelo udire sì che lo possiamo eseguire? Anzi,
questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu
la metta in pratica » (30,11-14). A questo testo fa eco il famoso pensiero del
santo filosofo e teologo Agostino: « Noli foras ire, in te ipsum redi. In
interiore homine habitat veritas ».(21)
Alla luce di queste considerazioni, una
prima conclusione si impone: la verità che la Rivelazione ci fa conoscere non è
il frutto maturo o il punto culminante di un pensiero elaborato dalla ragione.
Essa, invece, si presenta con la caratteristica della gratuità, produce pensiero
e chiede di essere accolta come espressione di amore. Questa verità rivelata è
anticipo, posto nella nostra storia, di quella visione ultima e definitiva di
Dio che è riservata a quanti credono in lui o lo ricercano con cuore sincero. Il
fine ultimo dell'esistenza personale, dunque, è oggetto di studio sia della
filosofia che della teologia. Ambedue, anche se con mezzi e contenuti diversi,
prospettano questo « sentiero della vita » (Sal 16 [15], 11) che, come la
fede ci dice, ha il suo sbocco ultimo nella gioia piena e duratura della
contemplazione del Dio Uno e Trino.
CAPITOLO
II
CREDO UT
INTELLEGAM
« La sapienza tutto conosce e tutto comprende »
(Sap 9, 11)
16. Quanto profondo sia
il legame tra la conoscenza di fede e quella di ragione è indicato già nella
Sacra Scrittura con spunti di sorprendente chiarezza. Lo documentano soprattutto
i Libri sapienziali. Ciò che colpisce nella lettura, fatta senza preconcetti,
di queste pagine della Scrittura è il fatto che in questi testi venga racchiusa
non soltanto la fede di Israele, ma anche il tesoro di civiltà e di culture
ormai scomparse. Quasi per un disegno particolare, l'Egitto e la Mesopotamia
fanno sentire di nuovo la loro voce ed alcuni tratti comuni delle culture dell'antico
Oriente vengono riportati in vita in queste pagine ricche di intuizioni singolarmente
profonde.
Non è un caso che, nel momento in cui
l'autore sacro vuole descrivere l'uomo saggio, lo dipinga come colui che ama e
ricerca la verità: « Beato l'uomo che medita sulla sapienza e ragiona con
l'intelligenza, considera nel cuore le sue vie, ne penetra con la mente i
segreti. La insegue come uno che segue una pista, si apposta sui suoi sentieri.
Egli spia alle sue finestre e sta ad ascoltare alla sua porta. Fa sosta vicino
alla sua casa e fissa un chiodo nelle sue pareti; alza la propria tenda presso
di essa e si ripara in un rifugio di benessere; mette i propri figli sotto la
sua protezione e sotto i suoi rami soggiorna; da essa sarà protetto contro il
caldo, egli abiterà all'ombra della sua gloria » (Sir 14, 20-27).
Per l'autore ispirato, come si vede, il
desiderio di conoscere è una caratteristica che accomuna tutti gli uomini.
Grazie all'intelligenza è data a tutti, sia credenti che non credenti, la
possibilità di « attingere alle acque profonde » della conoscenza (cfr Pro
20, 5). Certo, nell'antico Israele la conoscenza del mondo e dei suoi
fenomeni non avveniva per via di astrazione, come per il filosofo ionico o il
saggio egiziano. Ancor meno il buon israelita concepiva la conoscenza con i
parametri propri dell'epoca moderna, tesa maggiormente alla divisione del
sapere. Nonostante questo, il mondo biblico ha fatto confluire nel grande mare
della teoria della conoscenza il suo apporto originale.
Quale? La peculiarità che distingue il
testo biblico consiste nella convinzione che esista una profonda e inscindibile
unità tra la conoscenza della ragione e quella della fede. Il mondo e ciò che
accade in esso, come pure la storia e le diverse vicende del popolo, sono realtà
che vengono guardate, analizzate e giudicate con i mezzi propri della ragione,
ma senza che la fede resti estranea a questo processo. Essa non interviene per
umiliare l'autonomia della ragione o per ridurne lo spazio di azione, ma solo
per far comprendere all'uomo che in questi eventi si rende visibile e agisce il
Dio di Israele. Conoscere a fondo il mondo e gli avvenimenti della storia non è,
pertanto, possibile senza confessare al contempo la fede in Dio che in essi
opera. La fede affina lo sguardo interiore aprendo la mente a scoprire, nel
fluire degli eventi, la presenza operante della Provvidenza. Un'espressione del
libro dei Proverbi è significativa in proposito: « La mente dell'uomo pensa
molto alla sua via, ma il Signore dirige i suoi passi » (16, 9). Come dire,
l'uomo con la luce della ragione sa riconoscere la sua strada, ma la può
percorrere in maniera spedita, senza ostacoli e fino alla fine, se con animo
retto inserisce la sua ricerca nell'orizzonte della fede. La ragione e la fede,
pertanto, non possono essere separate senza che venga meno per l'uomo la
possibilità di conoscere in modo adeguato se stesso, il mondo e Dio.
17. Non ha dunque motivo
di esistere competitività alcuna tra la ragione e la fede: l'una è nell'altra,
e ciascuna ha un suo spazio proprio di realizzazione. E sempre il libro dei
Proverbi che orienta in questa direzione quando esclama: « E gloria di Dio nascondere
le cose, è gloria dei re investigarle » (Pro 25, 2). Dio e l'uomo, nel
loro rispettivo mondo, sono posti in un rapporto unico. In Dio risiede l'origine
di ogni cosa, in Lui si raccoglie la pienezza del mistero, e questo costituisce
la sua gloria; all'uomo spetta il compito di investigare con la sua ragione
la verità, e in ciò consiste la sua nobiltà. Un'ulteriore tessera a questo mosaico
è aggiunta dal Salmista quando prega dicendo: « Quanto profondi per me i tuoi
pensieri, quanto grande il loro numero, o Dio; se li conto sono più della sabbia,
se li credo finiti, con te sono ancora » (139 [138], 17-18). Il desiderio di
conoscere è così grande e comporta un tale dinamismo, che il cuore dell'uomo,
pur nell'esperienza del limite invalicabile, sospira verso l'infinita ricchezza
che sta oltre, perché intuisce che in essa è custodita la risposta appagante
per ogni questione ancora irrisolta.
18. Possiamo dire, pertanto,
che Israele con la sua riflessione ha saputo aprire alla ragione la via verso
il mistero. Nella rivelazione di Dio ha potuto scandagliare in profondità quanto
con la ragione cercava di raggiungere senza riuscirvi. A partire da questa più
profonda forma di conoscenza, il popolo eletto ha capito che la ragione deve
rispettare alcune regole di fondo per poter esprimere al meglio la propria natura.
Una prima regola consiste nel tener conto del fatto che la conoscenza dell'uomo
è un cammino che non ha sosta; la seconda nasce dalla consapevolezza che su
tale strada non ci si può porre con l'orgoglio di chi pensa che tutto sia frutto
di personale conquista; una terza si fonda nel « timore di Dio », del quale
la ragione deve riconoscere la sovrana trascendenza ed insieme il provvido amore
nel governo del mondo.
Quando s'allontana da queste regole,
l'uomo s'espone al rischio del fallimento e finisce per trovarsi nella
condizione dello « stolto ». Per la Bibbia, in questa stoltezza è insita una
minaccia per la vita. Lo stolto infatti si illude di conoscere molte cose, ma in
realtà non è capace di fissare lo sguardo su quelle essenziali. Ciò gli
impedisce di porre ordine nella sua mente (cfr Pro 1, 7) e di assumere un
atteggiamento adeguato nei confronti di se stesso e dell'ambiente circostante.
Quando poi giunge ad affermare « Dio non esiste » (cfr Sal 14 [13], 1),
rivela con definitiva chiarezza quanto la sua conoscenza sia carente e quanto
lontano egli sia dalla verità piena sulle cose, sulla loro origine e sul loro
destino.
19. Alcuni testi importanti,
che gettano ulteriore luce su questo argomento, sono contenuti nel Libro della
Sapienza. In essi l'Autore sacro parla di Dio che si fa conoscere anche attraverso
la natura. Per gli antichi lo studio delle scienze naturali coincideva in gran
parte con il sapere filosofico. Dopo aver affermato che con la sua intelligenza
l'uomo è in grado di « comprendere la struttura del mondo e la forza degli elementi
[...] il ciclo degli anni e la posizione degli astri, la natura degli animali
e l'istinto delle fiere » (Sap 7, 17.19-20), in una parola, che è capace
di filosofare, il testo sacro compie un passo in avanti di grande rilievo. Ricuperando
il pensiero della filosofia greca, a cui sembra riferirsi in questo contesto,
l'Autore afferma che, proprio ragionando sulla natura, si può risalire al Creatore:
« Dalla grandezza e bellezza delle creature, per analogia si conosce l'autore
» (Sap 13, 5). Viene quindi riconosciuto un primo stadio della Rivelazione
divina, costituito dal meraviglioso « libro della natura », leggendo il quale,
con gli strumenti propri della ragione umana, si può giungere alla conoscenza
del Creatore. Se l'uomo con la sua intelligenza non arriva a riconoscere Dio
creatore di tutto, ciò non è dovuto tanto alla mancanza di un mezzo adeguato,
quanto piuttosto all'impedimento frapposto dalla sua libera volontà e dal suo
peccato.
20. La ragione, in questa
prospettiva, viene valorizzata, ma non sopravvalutata. Quanto essa raggiunge,
infatti, può essere vero, ma acquista pieno significato solamente se il suo
contenuto viene posto in un orizzonte più ampio, quello della fede: « Dal Signore
sono diretti i passi dell'uomo e come può l'uomo comprendere la propria via?
» (Pro 20, 24). Per l'Antico Testamento, pertanto, la fede libera la
ragione in quanto le permette di raggiungere coerentemente il suo oggetto di
conoscenza e di collocarlo in quell'ordine supremo in cui tutto acquista senso.
In una parola, l'uomo con la ragione raggiunge la verità, perché illuminato
dalla fede scopre il senso profondo di ogni cosa e, in particolare, della propria
esistenza. Giustamente, dunque, l'autore sacro pone l'inizio della vera conoscenza
proprio nel timore di Dio: « Il timore del Signore è il principio della scienza
» (Pro 1, 7; cfr Sir 1, 14).
« Acquista la sapienza, acquista l'intelligenza »
(Pro 4, 5)
21. La conoscenza, per
l'Antico Testamento, non si fonda soltanto su una attenta osservazione dell'uomo,
del mondo e della storia, ma suppone anche un indispensabile rapporto con la
fede e con i contenuti della Rivelazione. Qui si trovano le sfide che il popolo
eletto ha dovuto affrontare e a cui ha dato risposta. Riflettendo su questa
sua condizione, l'uomo biblico ha scoperto di non potersi comprendere se non
come « essere in relazione »: con se stesso, con il popolo, con il mondo e con
Dio. Questa apertura al mistero, che gli veniva dalla Rivelazione, è stata alla
fine per lui la fonte di una vera conoscenza, che ha permesso alla sua ragione
di immettersi in spazi di infinito, ricevendone possibilità di comprensione
fino allora insperate.
Lo sforzo della ricerca non era esente,
per l'Autore sacro, dalla fatica derivante dallo scontro con i limiti della
ragione. Lo si avverte, ad esempio, nelle parole con cui il Libro dei Proverbi
denuncia la stanchezza dovuta al tentativo di comprendere i misteriosi disegni
di Dio (cfr 30, 1-6). Tuttavia, malgrado la fatica, il credente non si arrende.
La forza per continuare il suo cammino verso la verità gli viene dalla certezza
che Dio lo ha creato come un « esploratore » (cfr Qo 1, 13), la cui
missione è di non lasciare nulla di intentato nonostante il continuo ricatto del
dubbio. Poggiando su Dio, egli resta proteso, sempre e dovunque, verso ciò che è
bello, buono e vero.
22. San Paolo, nel primo
capitolo della sua Lettera ai Romani, ci aiuta a meglio apprezzare quanto penetrante
sia la riflessione dei Libri Sapienziali. Sviluppando un'argomentazione filosofica
con linguaggio popolare, l'Apostolo esprime una profonda verità: attraverso
il creato gli « occhi della mente » possono arrivare a conoscere Dio. Egli,
infatti, mediante le creature fa intuire alla ragione la sua « potenza » e la
sua « divinità » (cfr Rm 1, 20). Alla ragione dell'uomo, quindi, viene
riconosciuta una capacità che sembra quasi superare gli stessi suoi limiti naturali:
non solo essa non è confinata entro la conoscenza sensoriale, dal momento che
può riflettervi sopra criticamente, ma argomentando sui dati dei sensi può anche
raggiungere la causa che sta all'origine di ogni realtà sensibile. Con terminologia
filosofica potremmo dire che, nell'importante testo paolino, viene affermata
la capacità metafisica dell'uomo.
Secondo l'Apostolo, nel progetto
originario della creazione era prevista la capacità della ragione di
oltrepassare agevolmente il dato sensibile per raggiungere l'origine stessa di
tutto: il Creatore. A seguito della disobbedienza con la quale l'uomo scelse di
porre se stesso in piena e assoluta autonomia rispetto a Colui che lo aveva
creato, questa facilità di risalita a Dio creatore è venuta meno.
Il Libro della Genesi descrive in maniera
plastica questa condizione dell'uomo, quando narra che Dio lo pose nel giardino
dell'Eden, al cui centro era situato « l'albero della conoscenza del bene e del
male » (2, 17). Il simbolo è chiaro: l'uomo non era in grado di discernere e
decidere da sé ciò che era bene e ciò che era male, ma doveva richiamarsi a un
principio superiore. La cecità dell'orgoglio illuse i nostri progenitori di
essere sovrani e autonomi, e di poter prescindere dalla conoscenza derivante da
Dio. Nella loro originaria disobbedienza essi coinvolsero ogni uomo e ogni
donna, procurando alla ragione ferite che da allora in poi ne avrebbero
ostacolato il cammino verso la piena verità. Ormai la capacità umana di
conoscere la verità era offuscata dall'avversione verso Colui che della verità è
fonte e origine. E ancora l'Apostolo a rivelare quanto i pensieri degli uomini,
a causa del peccato, fossero diventati « vani » e i ragionamenti distorti e
orientati al falso (cfr Rm 1, 21-22). Gli occhi della mente non erano
ormai più capaci di vedere con chiarezza: progressivamente la ragione è rimasta
prigioniera di se stessa. La venuta di Cristo è stata l'evento di salvezza che
ha redento la ragione dalla sua debolezza, liberandola dai ceppi in cui essa
stessa s'era imprigionata.
23. Il rapporto del cristiano
con la filosofia, pertanto, richiede un discernimento radicale. Nel Nuovo Testamento,
soprattutto nelle Lettere di san Paolo, un dato emerge con grande chiarezza:
la contrapposizione tra « la sapienza di questo mondo » e quella di Dio rivelata
in Gesù Cristo. La profondità della sapienza rivelata spezza il cerchio dei
nostri abituali schemi di riflessione, che non sono affatto in grado di esprimerla
in maniera adeguata.
L'inizio della prima Lettera ai Corinzi
pone con radicalità questo dilemma. Il Figlio di Dio crocifisso è l'evento
storico contro cui s'infrange ogni tentativo della mente di costruire su
argomentazioni soltanto umane una giustificazione sufficiente del senso
dell'esistenza. Il vero punto nodale, che sfida ogni filosofia, è la morte in
croce di Gesù Cristo. Qui, infatti, ogni tentativo di ridurre il piano salvifico
del Padre a pura logica umana è destinato al fallimento. « Dov'è il sapiente?
Dov'è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse
Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? » (1 Cor 1, 20), si
domanda con enfasi l'Apostolo. Per ciò che Dio vuole realizzare non è più
possibile la sola sapienza dell'uomo saggio, ma è richiesto un passaggio
decisivo verso l'accoglienza di una novità radicale: « Dio ha scelto ciò che nel
mondo è stolto per confondere i sapienti [...]; Dio ha scelto ciò che nel mondo
è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono
» (1 Cor 1, 27-28). La sapienza dell'uomo rifiuta di vedere nella propria
debolezza il presupposto della sua forza; ma san Paolo non esita ad affermare: «
Quando sono debole, è allora che sono forte » (2 Cor 12, 10). L'uomo non
riesce a comprendere come la morte possa essere fonte di vita e di amore, ma Dio
ha scelto per rivelare il mistero del suo disegno di salvezza proprio ciò che la
ragione considera « follia » e « scandalo ». Parlando il linguaggio dei filosofi
suoi contemporanei, Paolo raggiunge il culmine del suo insegnamento e del
paradosso che vuole esprimere: « Dio ha scelto ciò che nel mondo [...] è nulla
per ridurre a nulla le cose che sono » (1 Cor 1, 28). Per esprimere la
natura della gratuità dell'amore rivelato nella croce di Cristo, l'Apostolo non
ha timore di usare il linguaggio più radicale che i filosofi impiegavano nelle
loro riflessioni su Dio. La ragione non può svuotare il mistero di amore che la
Croce rappresenta, mentre la Croce può dare alla ragione la risposta ultima che
essa cerca. Non la sapienza delle parole, ma la Parola della Sapienza è ciò che
san Paolo pone come criterio di verità e, insieme, di salvezza.
La sapienza della Croce, dunque, supera
ogni limite culturale che le si voglia imporre e obbliga ad aprirsi
all'universalità della verità di cui è portatrice. Quale sfida viene posta alla
nostra ragione e quale vantaggio essa ne ricava se vi si arrende! La filosofia,
che già da sé è in grado di riconoscere l'incessante trascendersi dell'uomo
verso la verità, aiutata dalla fede può aprirsi ad accogliere nella « follia »
della Croce la genuina critica a quanti si illudono di possedere la verità,
imbrigliandola nelle secche di un loro sistema. Il rapporto fede e filosofia
trova nella predicazione di Cristo crocifisso e risorto lo scoglio contro il
quale può naufragare, ma oltre il quale può sfociare nell'oceano sconfinato
della verità. Qui si mostra evidente il confine tra la ragione e la fede, ma
diventa anche chiaro lo spazio in cui ambedue si possono incontrare.
CAPITOLO
III
INTELLEGO
UT CREDAM
In cammino alla ricerca della verità
24. Racconta l'evangelista
Luca negli Atti degli Apostoli che, durante i suoi viaggi missionari, Paolo
arrivò ad Atene. La città dei filosofi era ricolma di statue rappresentanti
diversi idoli. Un altare colpì la sua attenzione ed egli ne trasse prontamente
lo spunto per individuare una base comune su cui avviare l'annuncio del kerigma:
« Cittadini ateniesi, ? disse ? vedo che in tutto siete molto timorati degli
dei. Passando, infatti, e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato
anche un'ara con l'iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere,
io ve lo annunzio » (At 17, 22-23). A partire da qui, san Paolo parla di Dio
come creatore, come di Colui che trascende ogni cosa e che a tutto dà vita.
Continua poi il suo discorso così: « Egli creò da uno solo tutte le nazioni
degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha
stabilito l'ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero
Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano
da ciascuno di noi » (At 17, 26-27).
L'Apostolo mette in luce una verità di cui
la Chiesa ha sempre fatto tesoro: nel più profondo del cuore dell'uomo è
seminato il desiderio e la nostalgia di Dio. Lo ricorda con forza anche la
liturgia del Venerdì Santo quando, invitando a pregare per quanti non credono,
ci fa dire: « O Dio onnipotente ed eterno, tu hai messo nel cuore degli uomini
una così profonda nostalgia di te, che solo quando ti trovano hanno pace ».(22)
Esiste quindi un cammino che l'uomo, se vuole, può percorrere; esso prende il
via dalla capacità della ragione di innalzarsi al di sopra del contingente per
spaziare verso l'infinito.
In differenti modi e in diversi tempi
l'uomo ha dimostrato di saper dare voce a questo suo intimo desiderio. La
letteratura, la musica, la pittura, la scultura, l'architettura ed ogni altro
prodotto della sua intelligenza creatrice sono diventati canali attraverso cui
esprimere l'ansia della sua ricerca. La filosofia in modo peculiare ha raccolto
in sé questo movimento ed ha espresso, con i suoi mezzi e secondo le modalità
scientifiche sue proprie, questo universale desiderio dell'uomo.
25. « Tutti gli uomini
desiderano sapere »,(23) e oggetto proprio di questo desiderio è la verità.
La stessa vita quotidiana mostra quanto ciascuno sia interessato a scoprire,
oltre il semplice sentito dire, come stanno veramente le cose. L'uomo è l'unico
essere in tutto il creato visibile che non solo è capace di sapere, ma sa anche
di sapere, e per questo si interessa alla verità reale di ciò che gli appare.
Nessuno può essere sinceramente indifferente alla verità del suo sapere. Se
scopre che è falso, lo rigetta; se può, invece, accertarne la verità, si sente
appagato. E la lezione di sant'Agostino quando scrive: « Molti ho incontrato
che volevano ingannare, ma che volesse farsi ingannare, nessuno ».(24) Giustamente
si ritiene che una persona abbia raggiunto l'età adulta quando può discernere,
con i propri mezzi, tra ciò che è vero e ciò che è falso, formandosi un suo
giudizio sulla realtà oggettiva delle cose. Sta qui il motivo di tante ricerche,
in particolare nel campo delle scienze, che hanno portato negli ultimi secoli
a così significativi risultati, favorendo un autentico progresso dell'umanità
intera.
Non meno importante della ricerca in
ambito teoretico è quella in ambito pratico: intendo alludere alla ricerca della
verità in rapporto al bene da compiere. Con il proprio agire etico, infatti, la
persona, operando secondo il suo libero e retto volere, si introduce nella
strada della felicità e tende verso la perfezione. Anche in questo caso si
tratta di verità. Ho ribadito questa convinzione nella Lettera enciclica
Veritatis splendor: « Non si dà morale senza libertà [...]. Se esiste il
diritto di essere rispettati nel proprio cammino di ricerca della verità, esiste
ancora prima l'obbligo morale grave per ciascuno di cercare la verità e di
aderirvi una volta conosciuta ».(25)
E necessario, dunque, che i valori scelti
e perseguiti con la propria vita siano veri, perché soltanto valori veri possono
perfezionare la persona realizzandone la natura. Questa verità dei valori,
l'uomo la trova non rinchiudendosi in se stesso ma aprendosi ad accoglierla
anche nelle dimensioni che lo trascendono. E questa una condizione necessaria
perché ognuno diventi se stesso e cresca come persona adulta e matura.
26. La verità inizialmente
si presenta all'uomo in forma interrogativa: ha un senso la vita? verso dove
è diretta? A prima vista, l'esistenza personale potrebbe presentarsi radicalmente
priva di senso. Non è necessario ricorrere ai filosofi dell'assurdo né alle
provocatorie domande che si ritrovano nel Libro di Giobbe per dubitare del senso
della vita. L'esperienza quotidiana della sofferenza, propria ed altrui, la
vista di tanti fatti che alla luce della ragione appaiono inspiegabili, bastano
a rendere ineludibile una questione così drammatica come quella sul senso.(26)
A ciò si aggiunga che la prima verità assolutamente certa della nostra esistenza,
oltre al fatto che esistiamo, è l'inevitabilità della nostra morte. Di fronte
a questo dato sconcertante s'impone la ricerca di una risposta esaustiva. Ognuno
vuole ? e deve ? conoscere la verità sulla propria fine. Vuole sapere se la
morte sarà il termine definitivo della sua esistenza o se vi è qualcosa che
oltrepassa la morte; se gli è consentito sperare in una vita ulteriore oppure
no. Non è senza significato che il pensiero filosofico abbia ricevuto un suo
decisivo orientamento dalla morte di Socrate e ne sia rimasto segnato da oltre
due millenni. Non è affatto casuale, quindi, che i filosofi dinanzi al fatto
della morte si siano riproposti sempre di nuovo questo problema insieme con
quello sul senso della vita e dell'immortalità.
27. A questi interrogativi
nessuno può sfuggire, né il filosofo né l'uomo comune. Dalla risposta ad essi
data dipende una tappa decisiva della ricerca: se sia possibile o meno raggiungere
una verità universale e assoluta. Di per sé, ogni verità anche parziale, se
è realmente verità, si presenta come universale. Ciò che è vero, deve essere
vero per tutti e per sempre. Oltre a questa universalità, tuttavia, l'uomo cerca
un assoluto che sia capace di dare risposta e senso a tutta la sua ricerca:
qualcosa di ultimo, che si ponga come fondamento di ogni cosa. In altre parole,
egli cerca una spiegazione definitiva, un valore supremo, oltre il quale non
vi siano né vi possano essere interrogativi o rimandi ulteriori. Le ipotesi
possono affascinare, ma non soddisfano. Viene per tutti il momento in cui, lo
si ammetta o no, si ha bisogno di ancorare la propria esistenza ad una verità
riconosciuta come definitiva, che dia certezza non più sottoposta al dubbio.
I filosofi, nel corso dei secoli, hanno
cercato di scoprire e di esprimere una simile verità, dando vita a un sistema o
una scuola di pensiero. Al di là dei sistemi filosofici, tuttavia, vi sono altre
espressioni in cui l'uomo cerca di dare forma a una sua « filosofia »: si tratta
di convinzioni o esperienze personali, di tradizioni familiari e culturali o di
itinerari esistenziali in cui ci si affida all'autorità di un maestro. In ognuna
di queste manifestazioni ciò che permane sempre vivo è il desiderio di
raggiungere la certezza della verità e del suo valore assoluto.
I differenti volti della verità dell'uomo
28. Non sempre, è doveroso
riconoscerlo, la ricerca della verità si presenta con una simile trasparenza
e consequenzialità. La nativa limitatezza della ragione e l'incostanza del cuore
oscurano e deviano spesso la ricerca personale. Altri interessi di vario ordine
possono sopraffare la verità. Succede anche che l'uomo addirittura la sfugga
non appena comincia ad intravederla, perché ne teme le esigenze. Nonostante
questo, anche quando la evita, è sempre la verità ad influenzarne l'esistenza.
Mai, infatti, egli potrebbe fondare la propria vita sul dubbio, sull'incertezza
o sulla menzogna; una simile esistenza sarebbe minacciata costantemente dalla
paura e dall'angoscia. Si può definire, dunque, l'uomo come colui che cerca
la verità.
29. Non è pensabile che
una ricerca così profondamente radicata nella natura umana possa essere del
tutto inutile e vana. La stessa capacità di cercare la verità e di porre domande
implica già una prima risposta. L'uomo non inizierebbe a cercare ciò che ignorasse
del tutto o stimasse assolutamente irraggiungibile. Solo la prospettiva di poter
arrivare ad una risposta può indurlo a muovere il primo passo. Di fatto, proprio
questo è ciò che normalmente accade nella ricerca scientifica. Quando uno scienziato,
a seguito di una sua intuizione, si pone alla ricerca della spiegazione logica
e verificabile di un determinato fenomeno, egli ha fiducia fin dall'inizio di
trovare una risposta, e non s'arrende davanti agli insuccessi. Egli non ritiene
inutile l'intuizione originaria solo perché non ha raggiunto l'obiettivo; con
ragione dirà piuttosto che non ha trovato ancora la risposta adeguata.
La stessa cosa deve valere anche per la
ricerca della verità nell'ambito delle questioni ultime. La sete di verità è
talmente radicata nel cuore dell'uomo che il doverne prescindere
comprometterebbe l'esistenza. E sufficiente, insomma, osservare la vita di tutti
i giorni per costatare come ciascuno di noi porti in sé l'assillo di alcune
domande essenziali ed insieme custodisca nel proprio animo almeno l'abbozzo
delle relative risposte. Sono risposte della cui verità si è convinti, anche
perché si sperimenta che, nella sostanza, non differiscono dalle risposte a cui
sono giunti tanti altri. Certo, non ogni verità che viene acquisita possiede lo
stesso valore. Dall'insieme dei risultati raggiunti, tuttavia, viene confermata
la capacità che l'essere umano ha di pervenire, in linea di massima, alla
verità.
30. Può essere utile,
ora, fare un rapido cenno a queste diverse forme di verità. Le più numerose
sono quelle che poggiano su evidenze immediate o trovano conferma per via di
esperimento. E questo l'ordine di verità proprio della vita quotidiana e della
ricerca scientifica. A un altro livello si trovano le verità di carattere filosofico,
a cui l'uomo giunge mediante la capacità speculativa del suo intelletto. Infine,
vi sono le verità religiose, che in qualche misura affondano le loro radici
anche nella filosofia. Esse sono contenute nelle risposte che le varie religioni
nelle loro tradizioni offrono alle domande ultime.(27)
Quanto alle verità filosofiche, occorre
precisare che esse non si limitano alle sole dottrine, talvolta effimere, dei
filosofi di professione. Ogni uomo, come già ho detto, è in certo qual modo un
filosofo e possiede proprie concezioni filosofiche con le quali orienta la sua
vita. In un modo o in un altro, egli si forma una visione globale e una risposta
sul senso della propria esistenza: in tale luce egli interpreta la propria
vicenda personale e regola il suo comportamento. E qui che dovrebbe porsi la
domanda sul rapporto tra le verità filosofico-religiose e la verità rivelata in
Gesù Cristo. Prima di rispondere a questo interrogativo è opportuno valutare un
ulteriore dato della filosofia.
31. L'uomo non è fatto
per vivere solo. Egli nasce e cresce in una famiglia, per inserirsi più tardi
con il suo lavoro nella società. Fin dalla nascita, quindi, si trova immerso
in varie tradizioni, dalle quali riceve non soltanto il linguaggio e la formazione
culturale, ma anche molteplici verità a cui, quasi istintivamente, crede. La
crescita e la maturazione personale, comunque, implicano che queste stesse verità
possano essere messe in dubbio e vagliate attraverso la peculiare attività critica
del pensiero. Ciò non toglie che, dopo questo passaggio, quelle stesse verità
siano « ricuperate » sulla base dell'esperienza che se ne è fatta, o in forza
del ragionamento successivo. Nonostante questo, nella vita di un uomo le verità
semplicemente credute rimangono molto più numerose di quelle che egli acquisisce
mediante la personale verifica. Chi, infatti, sarebbe in grado di vagliare criticamente
gli innumerevoli risultati delle scienze su cui la vita moderna si fonda? Chi
potrebbe controllare per conto proprio il flusso delle informazioni, che giorno
per giorno si ricevono da ogni parte del mondo e che pure si accettano, in linea
di massima, come vere? Chi, infine, potrebbe rifare i cammini di esperienza
e di pensiero per cui si sono accumulati i tesori di saggezza e di religiosità
dell'umanità? L'uomo, essere che cerca la verità, è dunque anche colui che
vive di credenza.
32. Nel credere, ciascuno
si affida alle conoscenze acquisite da altre persone. E ravvisabile in ciò una
tensione significativa: da una parte, la conoscenza per credenza appare come
una forma imperfetta di conoscenza, che deve perfezionarsi progressivamente
mediante l'evidenza raggiunta personalmente; dall'altra, la credenza risulta
spesso umanamente più ricca della semplice evidenza, perché include un rapporto
interpersonale e mette in gioco non solo le personali capacità conoscitive,
ma anche la capacità più radicale di affidarsi ad altre persone, entrando in
un rapporto più stabile ed intimo con loro.
E bene sottolineare che le verità
ricercate in questa relazione interpersonale non sono primariamente nell'ordine
fattuale o in quello filosofico. Ciò che viene richiesto, piuttosto, è la verità
stessa della persona: ciò che essa è e ciò che manifesta del proprio intimo. La
perfezione dell'uomo, infatti, non sta nella sola acquisizione della conoscenza
astratta della verità, ma consiste anche in un rapporto vivo di donazione e di
fedeltà verso l'altro. In questa fedeltà che sa donarsi, l'uomo trova piena
certezza e sicurezza. Al tempo stesso, però, la conoscenza per credenza, che si
fonda sulla fiducia interpersonale, non è senza riferimento alla verità: l'uomo,
credendo, si affida alla verità che l'altro gli manifesta.
Quanti esempi si potrebbero portare per
illustrare questo dato! Il mio pensiero, però, corre direttamente alla
testimonianza dei martiri. Il martire, in effetti, è il più genuino testimone
della verità sull'esistenza. Egli sa di avere trovato nell'incontro con Gesù
Cristo la verità sulla sua vita e niente e nessuno potrà mai strappargli questa
certezza. Né la sofferenza né la morte violenta lo potranno fare recedere
dall'adesione alla verità che ha scoperto nell'incontro con Cristo. Ecco perché
fino ad oggi la testimonianza dei martiri affascina, genera consenso, trova
ascolto e viene seguita. Questa è la ragione per cui ci si fida della loro
parola: si scopre in essi l'evidenza di un amore che non ha bisogno di lunghe
argomentazioni per essere convincente, dal momento che parla ad ognuno di ciò
che egli nel profondo già percepisce come vero e ricercato da tanto tempo. Il
martire, insomma, provoca in noi una profonda fiducia, perché dice ciò che noi
già sentiamo e rende evidente ciò che anche noi vorremmo trovare la forza di
esprimere.
33. Si può così vedere
che i termini del problema vanno progressivamente completandosi. L'uomo, per
natura, ricerca la verità. Questa ricerca non è destinata solo alla conquista
di verità parziali, fattuali o scientifiche; egli non cerca soltanto il vero
bene per ognuna delle sue decisioni. La sua ricerca tende verso una verità ulteriore
che sia in grado di spiegare il senso della vita; è perciò una ricerca che non
può trovare esito se non nell'assoluto.(28) Grazie alle capacità insite nel
pensiero, l'uomo è in grado di incontrare e riconoscere una simile verità. In
quanto vitale ed essenziale per la sua esistenza, tale verità viene raggiunta
non solo per via razionale, ma anche mediante l'abbandono fiducioso ad altre
persone, che possono garantire la certezza e l'autenticità della verità stessa.
La capacità e la scelta di affidare se stessi e la propria vita a un'altra persona
costituiscono certamente uno degli atti antropologicamente più significativi
ed espressivi.
Non si dimentichi che anche la ragione ha
bisogno di essere sostenuta nella sua ricerca da un dialogo fiducioso e da
un'amicizia sincera. Il clima di sospetto e di diffidenza, che a volte circonda
la ricerca speculativa, dimentica l'insegnamento dei filosofi antichi, i quali
ponevano l'amicizia come uno dei contesti più adeguati per il retto filosofare.
Da quanto ho fin qui detto, risulta che
l'uomo si trova in un cammino di ricerca, umanamente interminabile: ricerca di
verità e ricerca di una persona a cui affidarsi. La fede cristiana gli viene
incontro offrendogli la possibilità concreta di vedere realizzato lo scopo di
questa ricerca. Superando lo stadio della semplice credenza, infatti, essa
immette l'uomo in quell'ordine di grazia che gli consente di partecipare al
mistero di Cristo, nel quale gli è offerta la conoscenza vera e coerente del Dio
Uno e Trino. Così in Gesù Cristo, che è la Verità, la fede riconosce l'ultimo
appello che viene rivolto all'umanità, perché possa dare compimento a ciò che
sperimenta come desiderio e nostalgia.
34. Questa verità, che
Dio ci rivela in Gesù Cristo, non è in contrasto con le verità che si raggiungono
filosofando. I due ordini di conoscenza conducono anzi alla verità nella sua
pienezza. L'unità della verità è già un postulato fondamentale della ragione
umana, espresso nel principio di non-contraddizione. La Rivelazione dà la certezza
di questa unità, mostrando che il Dio creatore è anche il Dio della storia della
salvezza. Lo stesso e identico Dio, che fonda e garantisce l'intelligibilità
e la ragionevolezza dell'ordine naturale delle cose su cui gli scienziati si
appoggiano fiduciosi,(29) è il medesimo che si rivela Padre di nostro Signore
Gesù Cristo. Quest'unità della verità, naturale e rivelata, trova la sua identificazione
viva e personale in Cristo, così come ricorda l'Apostolo: « La verità che è
in Gesù » (Ef 4, 21; cfr Col 1, 15-20). Egli è la Parola eterna,
in cui tutto è stato creato, ed è insieme la Parola incarnata, che in
tutta la sua persona (30) rivela il Padre (cfr Gv 1, 14.18). Ciò che
la ragione umana cerca « senza conoscerlo » (cfr At 17, 23), può essere
trovato soltanto per mezzo di Cristo: ciò che in Lui si rivela, infatti, è la
« piena verità » (cfr Gv 1, 14-16) di ogni essere che in Lui e per Lui
è stato creato e quindi in Lui trova compimento (cfr Col 1, 17).
35. Sullo sfondo di queste
considerazioni generali, è necessario ora esaminare in maniera più diretta il
rapporto tra la verità rivelata e la filosofia. Questo rapporto impone una duplice
considerazione, in quanto la verità che ci proviene dalla Rivelazione è, nello
stesso tempo, una verità che va compresa alla luce della ragione. Solo in questa
duplice accezione, infatti, è possibile precisare la giusta relazione della
verità rivelata con il sapere filosofico. Consideriamo, pertanto, in primo luogo
i rapporti tra la fede e la filosofia nel corso della storia. Da qui sarà possibile
individuare alcuni principi, che costituiscono i punti di riferimento a cui
rifarsi per stabilire il corretto rapporto tra i due ordini di conoscenza.
CAPITOLO
IV
IL
RAPPORTO TRA LA FEDE E LA RAGIONE
Tappe significative dell'incontro tra fede e ragione
36. Secondo la testimonianza
degli Atti degli Apostoli, l'annuncio cristiano venne a confronto sin dagli
inizi con le correnti filosofiche del tempo. Lo stesso libro riferisce della
discussione che san Paolo ebbe ad Atene con « certi filosofi epicurei e stoici
» (17, 18). L'analisi esegetica di quel discorso all'Areopago ha posto in evidenza
le ripetute allusioni a convincimenti popolari di provenienza per lo più stoica.
Certamente ciò non era casuale. Per farsi comprendere dai pagani, i primi cristiani
non potevano nei loro discorsi rinviare soltanto « a Mosè e ai profeti »; dovevano
anche far leva sulla conoscenza naturale di Dio e sulla voce della coscienza
morale di ogni uomo (cfr Rm 1, 19-21; 2, 14-15; At 14, 16-17). Poiché
però tale conoscenza naturale, nella religione pagana, era scaduta in idolatria
(cfr Rm 1, 21-32), l'Apostolo ritenne più saggio collegare il suo discorso
al pensiero dei filosofi, i quali fin dagli inizi avevano opposto ai miti e
ai culti misterici concetti più rispettosi della trascendenza divina.
Uno degli sforzi maggiori che i filosofi
del pensiero classico operarono, infatti, fu quello di purificare la concezione
che gli uomini avevano di Dio da forme mitologiche. Come sappiamo, anche la
religione greca, non diversamente da gran parte delle religioni cosmiche, era
politeista, giungendo fino a divinizzare cose e fenomeni della natura. I
tentativi dell'uomo di comprendere l'origine degli dei e, in loro, dell'universo
trovarono la loro prima espressione nella poesia. Le teogonie rimangono, fino ad
oggi, la prima testimonianza di questa ricerca dell'uomo. Fu compito dei padri
della filosofia far emergere il legame tra la ragione e la religione. Allargando
lo sguardo verso i principi universali, essi non si accontentarono più dei miti
antichi, ma vollero giungere a dare fondamento razionale alla loro credenza
nella divinità. Si intraprese, così, una strada che, uscendo dalle tradizioni
antiche particolari, si immetteva in uno sviluppo che corrispondeva alle
esigenze della ragione universale. Il fine verso cui tale sviluppo tendeva era
la consapevolezza critica di ciò in cui si credeva. La prima a trarre vantaggio
da simile cammino fu la concezione della divinità. Le superstizioni vennero
riconosciute come tali e la religione fu, almeno in parte, purificata mediante
l'analisi razionale. Fu su questa base che i Padri della Chiesa avviarono un
dialogo fecondo con i filosofi antichi, aprendo la strada all'annuncio e alla
comprensione del Dio di Gesù Cristo.
37. Nell'accennare a
questo movimento di avvicinamento dei cristiani alla filosofia, è doveroso ricordare
anche l'atteggiamento di cautela che in essi suscitavano altri elementi del
mondo culturale pagano, quali ad esempio la gnosi. La filosofia, come saggezza
pratica e scuola di vita, poteva facilmente essere confusa con una conoscenza
di tipo superiore, esoterico, riservato a pochi perfetti. E senza dubbio a questo
genere di speculazioni esoteriche che san Paolo pensa, quando mette in guardia
i Colossesi: « Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti
raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non
secondo Cristo » (2, 8). Quanto mai attuali si presentano le parole dell'Apostolo,
se le riferiamo alle diverse forme di esoterismo che dilagano oggi anche presso
alcuni credenti, privi del dovuto senso critico. Sulle orme di san Paolo, altri
scrittori dei primi secoli, in particolare sant'Ireneo e Tertulliano, sollevano
a loro volta riserve nei confronti di un'impostazione culturale che pretendeva
di subordinare la verità della Rivelazione all'interpretazione dei filosofi.
38. L'incontro del cristianesimo
con la filosofia, dunque, non fu immediato né facile. La pratica di essa e la
frequentazione delle scuole apparve ai primi cristiani più come un disturbo
che come un'opportunità. Per loro, primo e urgente dovere era l'annuncio di
Cristo risorto da proporre in un incontro personale capace di condurre l'interlocutore
alla conversione del cuore e alla richiesta del Battesimo. Ciò non significa,
comunque, che essi ignorassero il compito di approfondire l'intelligenza della
fede e delle sue motivazioni. Tutt'altro. Ingiusta e pretestuosa, pertanto,
risulta la critica di Celso, che accusa i cristiani di essere gente « illetterata
e rozza ».(31) La spiegazione di questo loro iniziale disinteresse va ricercata
altrove. In realtà, l'incontro con il Vangelo offriva una risposta così appagante
alla questione, fino a quel momento ancora non risolta, circa il senso della
vita, che la frequentazione dei filosofi appariva loro come una cosa lontana
e, per alcuni versi, superata.
Ciò appare oggi ancora più chiaro, se si
pensa a quell'apporto del cristianesimo che consiste nell'affermazione
dell'universale diritto d'accesso alla verità. Abbattute le barriere razziali,
sociali e sessuali, il cristianesimo aveva annunciato fin dai suoi inizi
l'uguaglianza di tutti gli uomini dinanzi a Dio. La prima conseguenza di questa
concezione si applicava al tema della verità. Veniva decisamente superato il
carattere elitario che la sua ricerca aveva presso gli antichi: poiché l'accesso
alla verità è un bene che permette di giungere a Dio, tutti devono essere nella
condizione di poter percorrere questa strada. Le vie per raggiungere la verità
rimangono molteplici; tuttavia, poiché la verità cristiana ha un valore
salvifico, ciascuna di queste vie può essere percorsa, purché conduca alla meta
finale, ossia alla rivelazione di Gesù Cristo.
Quale pioniere di un incontro positivo col
pensiero filosofico, anche se nel segno di un cauto discernimento, va ricordato
san Giustino: questi, pur conservando anche dopo la conversione grande stima per
la filosofia greca, asseriva con forza e chiarezza di aver trovato nel
cristianesimo « l'unica sicura e proficua filosofia ».(32) Similmente, Clemente
Alessandrino chiamava il Vangelo « la vera filosofia »,(33) e interpretava la
filosofia in analogia alla legge mosaica come una istruzione propedeutica alla
fede cristiana (34) e una preparazione al Vangelo.(35) Poiché « la filosofia
brama quella sapienza che consiste nella rettitudine dell'anima e della parola e
nella purezza della vita, essa è ben disposta verso la sapienza e fa tutto il
possibile per raggiungerla. Presso di noi si dicono filosofi coloro che amano la
sapienza che è creatrice e maestra di ogni cosa, cioè la conoscenza del Figlio
di Dio ».(36) La filosofia greca, per l'Alessandrino, non ha come primo scopo
quello di completare o rafforzare la verità cristiana; suo compito è, piuttosto,
la difesa della fede: « La dottrina del Salvatore è perfetta in se stessa e non
ha bisogno di appoggio, perché essa è la forza e la sapienza di Dio. La
filosofia greca, col suo apporto, non rende più forte la verità, ma siccome
rende impotente l'attacco della sofistica e disarma gli attacchi proditori
contro la verità, la si è chiamata a ragione siepe e muro di cinta della vigna
».(37)
39. Nella storia di questo
sviluppo è possibile, comunque, verificare l'assunzione critica del pensiero
filosofico da parte dei pensatori cristiani. Tra i primi esempi che si possono
incontrare, quello di Origene è certamente significativo. Contro gli attacchi
che venivano mossi dal filosofo Celso, Origene assume la filosofia platonica
per argomentare e rispondergli. Riferendosi a non pochi elementi del pensiero
platonico, egli inizia a elaborare una prima forma di teologia cristiana. Il
nome stesso, infatti, insieme con l'idea di teologia come discorso razionale
su Dio, fino a quel momento era ancora legato alla sua origine greca. Nella
filosofia aristotelica, ad esempio, il nome designava la parte più nobile e
il vero apogeo del discorso filosofico. Alla luce della Rivelazione cristiana,
invece, ciò che in precedenza indicava una generica dottrina sulle divinità
venne ad assumere un significato del tutto nuovo, in quanto definiva la riflessione
che il credente compiva per esprimere la vera dottrina su Dio. Questo
nuovo pensiero cristiano che si andava sviluppando si avvaleva della filosofia,
ma nello stesso tempo tendeva a distinguersi nettamente da essa. La storia mostra
come lo stesso pensiero platonico assunto in teologia abbia subito profonde
trasformazioni, in particolare per quanto riguarda concetti quali l'immortalità
dell'anima, la divinizzazione dell'uomo e l'origine del male.
40. In quest'opera di
cristianizzazione del pensiero platonico e neoplatonico, meritano particolare
menzione i Padri Cappadoci, Dionigi detto l'Areopagita e soprattutto sant'Agostino.
Il grande Dottore occidentale era venuto a contatto con diverse scuole filosofiche,
ma tutte lo avevano deluso. Quando davanti a lui si affacciò la verità della
fede cristiana, allora ebbe la forza di compiere quella radicale conversione
a cui i filosofi precedentemente frequentati non erano riusciti ad indurlo.
Il motivo lo racconta lui stesso: « Dal quel momento però cominciai a rendermi
conto che una preferenza per l'insegnamento cattolico mi avrebbe imposto di
credere a cose non dimostrate (sia che una dimostrazione ci fosse ma non apparisse
convincente, sia che non ci fosse del tutto) in misura minore e con rischio
d'errore trascurabile in confronto all'insegnamento manicheo. Il quale prima
si prendeva gioco della credulità con temerarie promesse di conoscenza, e poi
imponeva di credere a tante fantasie favolose ed assurde, dato che non poteva
dimostrarle ».(38) Agli stessi platonici, a cui si faceva riferimento in modo
privilegiato, Agostino rimproverava che, pur avendo conosciuto il fine verso
cui tendere, avevano ignorato però la via che vi conduce: il Verbo incarnato.(39)
Il Vescovo di Ippona riuscì a produrre la prima grande sintesi del pensiero
filosofico e teologico nella quale confluivano correnti del pensiero greco e
latino. Anche in lui, la grande unità del sapere, che trovava il suo fondamento
nel pensiero biblico, venne ad essere confermata e sostenuta dalla profondità
del pensiero speculativo. La sintesi compiuta da sant'Agostino rimarrà per secoli
come la forma più alta della speculazione filosofica e teologica che l'Occidente
abbia conosciuto. Forte della sua storia personale e aiutato da una mirabile
santità di vita, egli fu anche in grado di introdurre nelle sue opere molteplici
dati che, facendo riferimento all'esperienza, preludevano a futuri sviluppi
di alcune correnti filosofiche.
41. Diverse, dunque,
sono state le forme con cui i Padri d'Oriente e d'Occidente sono entrati in
rapporto con le scuole filosofiche. Ciò non significa che essi abbiano identificato
il contenuto del loro messaggio con i sistemi a cui facevano riferimento. La
domanda di Tertulliano: « Che cosa hanno in comune Atene e Gerusalemme? Che
cosa l'Accademia e la Chiesa? »,(40) è chiaro sintomo della coscienza critica
con cui i pensatori cristiani, fin dalle origini, affrontarono il problema del
rapporto tra la fede e la filosofia, vedendolo globalmente nei suoi aspetti
positivi e nei suoi limiti. Non erano pensatori ingenui. Proprio perché vivevano
intensamente il contenuto della fede, essi sapevano raggiungere le forme più
profonde della speculazione. E pertanto ingiusto e riduttivo limitare la loro
opera alla sola trasposizione delle verità di fede in categorie filosofiche.
Fecero molto di più. Riuscirono, infatti, a far emergere in pienezza quanto
risultava ancora implicito e propedeutico nel pensiero dei grandi filosofi antichi.(41)
Costoro, come ho detto, avevano avuto il compito di mostrare in quale modo la
ragione, liberata dai vincoli esterni, potesse uscire dal vicolo cieco dei miti,
per aprirsi in modo più adeguato alla trascendenza. Una ragione purificata e
retta, quindi, era in grado di elevarsi ai livelli più alti della riflessione,
dando fondamento solido alla percezione dell'essere, del trascendente e dell'assoluto.
Proprio qui si inserisce la novità operata
dai Padri. Essi accolsero in pieno la ragione aperta all'assoluto e in essa
innestarono la ricchezza proveniente dalla Rivelazione. L'incontro non fu solo a
livello di culture, delle quali l'una succube forse del fascino dell'altra; esso
avvenne nell'intimo degli animi e fu incontro tra la creatura e il suo Creatore.
Oltrepassando il fine stesso verso cui inconsapevolmente tendeva in forza della
sua natura, la ragione poté raggiungere il sommo bene e la somma verità nella
persona del Verbo incarnato. Dinanzi alle filosofie, i Padri non ebbero tuttavia
timore di riconoscere tanto gli elementi comuni quanto le diversità che esse
presentavano rispetto alla Rivelazione. La coscienza delle convergenze non
offuscava in loro il riconoscimento delle differenze.
42. Nella teologia scolastica
il ruolo della ragione filosoficamente educata diventa ancora più cospicuo sotto
la spinta dell'interpretazione anselmiana dell'intellectus fidei. Per
il santo Arcivescovo di Canterbury la priorità della fede non è competitiva
con la ricerca propria della ragione. Questa, infatti, non è chiamata a esprimere
un giudizio sui contenuti della fede; ne sarebbe incapace, perché a ciò non
idonea. Suo compito, piuttosto, è quello di saper trovare un senso, di scoprire
delle ragioni che permettano a tutti di raggiungere una qualche intelligenza
dei contenuti di fede. Sant'Anselmo sottolinea il fatto che l'intelletto deve
porsi in ricerca di ciò che ama: più ama, più desidera conoscere. Chi vive per
la verità è proteso verso una forma di conoscenza che si infiamma sempre più
di amore per ciò che conosce, pur dovendo ammettere di non aver ancora fatto
tutto ciò che sarebbe nel suo desiderio: « Ad te videndum factus sum; et
nondum feci propter quod factus sum ».(42) Il desiderio di verità spinge,
dunque, la ragione ad andare sempre oltre; essa, anzi, viene come sopraffatta
dalla costatazione della sua capacità sempre più grande di ciò che raggiunge.
A questo punto, però, la ragione è in grado di scoprire ove stia il compimento
del suo cammino: « Penso infatti che chi investiga una cosa incomprensibile
debba accontentarsi di giungere con il ragionamento a riconoscerne con somma
certezza la realtà, anche se non è in grado di penetrare con l'intelletto il
suo modo di essere [...]. Che cosa c'è peraltro di tanto incomprensibile ed
inesprimibile quanto ciò che è al di sopra di ogni cosa? Se dunque ciò di cui
finora si è disputato intorno alla somma essenza è stato stabilito su ragioni
necessarie, quantunque non possa essere penetrato con l'intelletto in modo da
potersi chiarire anche verbalmente, non per questo vacilla minimamente il fondamento
della sua certezza. Se, infatti, una precedente riflessione ha compreso in modo
razionale che è incomprensibile (rationabiliter comprehendit incomprehensibile
esse) il modo in cui la sapienza superna sa ciò che ha fatto [...], chi
spiegherà come essa stessa si conosce e si dice, essa di cui l'uomo nulla o
pressoché nulla può sapere? ».(43)
L'armonia fondamentale della conoscenza
filosofica e della conoscenza di fede è ancora una volta confermata: la fede
chiede che il suo oggetto venga compreso con l'aiuto della ragione; la ragione,
al culmine della sua ricerca, ammette come necessario ciò che la fede presenta.
La novità perenne del pensiero di san
Tommaso d'Aquino
43. Un posto tutto particolare
in questo lungo cammino spetta a san Tommaso, non solo per il contenuto della
sua dottrina, ma anche per il rapporto dialogico che egli seppe instaurare con
il pensiero arabo ed ebreo del suo tempo. In un'epoca in cui i pensatori cristiani
riscoprivano i tesori della filosofia antica, e più direttamente aristotelica,
egli ebbe il grande merito di porre in primo piano l'armonia che intercorre
tra la ragione e la fede. La luce della ragione e quella della fede provengono
entrambe da Dio, egli argomentava; perciò non possono contraddirsi tra loro.(44)
Più radicalmente, Tommaso riconosce che la
natura, oggetto proprio della filosofia, può contribuire alla comprensione della
rivelazione divina. La fede, dunque, non teme la ragione, ma la ricerca e in
essa confida. Come la grazia suppone la natura e la porta a compimento,(45) così
la fede suppone e perfeziona la ragione. Quest'ultima, illuminata dalla fede,
viene liberata dalle fragilità e dai limiti derivanti dalla disobbedienza del
peccato e trova la forza necessaria per elevarsi alla conoscenza del mistero di
Dio Uno e Trino. Pur sottolineando con forza il carattere soprannaturale della
fede, il Dottore Angelico non ha dimenticato il valore della sua ragionevolezza;
ha saputo, anzi, scendere in profondità e precisare il senso di tale
ragionevolezza. La fede, infatti, è in qualche modo « esercizio del pensiero »;
la ragione dell'uomo non si annulla né si avvilisce dando l'assenso ai contenuti
di fede; questi sono in ogni caso raggiunti con scelta libera e consapevole.(46)
E per questo motivo che, giustamente, san
Tommaso è sempre stato proposto dalla Chiesa come maestro di pensiero e modello
del retto modo di fare teologia. Mi piace ricordare, in questo contesto, quanto
ha scritto il mio Predecessore, il Servo di Dio Paolo VI, in occasione del
settimo centenario della morte del Dottore Angelico: « Senza dubbio, Tommaso
possedette al massimo grado il coraggio della verità, la libertà di spirito
nell'affrontare i nuovi problemi, l'onestà intellettuale di chi non ammette la
contaminazione del cristianesimo con la filosofia profana, ma nemmeno il rifiuto
aprioristico di questa. Perciò, egli passò alla storia del pensiero cristiano
come un pioniere sul nuovo cammino della filosofia e della cultura universale.
Il punto centrale e quasi il nocciolo della soluzione che egli diede al problema
del nuovo confronto tra la ragione e la fede con la genialità del suo intuito
profetico, è stato quello della conciliazione tra la secolarità del mondo e la
radicalità del Vangelo, sfuggendo così alla innaturale tendenza negatrice del
mondo e dei suoi valori, senza peraltro venire meno alle supreme e inflessibili
esigenze dell'ordine soprannaturale ».(47)
44. Tra le grandi intuizioni
di san Tommaso vi è anche quella relativa al ruolo che lo Spirito Santo svolge
nel far maturare in sapienza la scienza umana. Fin dalle prime pagine della
sua Summa Theologiae (48) l'Aquinate volle mostrare il primato di quella
sapienza che è dono dello Spirito Santo ed introduce alla conoscenza delle realtà
divine. La sua teologia permette di comprendere la peculiarità della sapienza
nel suo stretto legame con la fede e la conoscenza divina. Essa conosce per
connaturalità, presuppone la fede e arriva a formulare il suo retto giudizio
a partire dalla verità della fede stessa: « La sapienza elencata tra i doni
dello Spirito Santo è distinta da quella che è posta tra le virtù intellettuali.
Infatti quest'ultima si acquista con lo studio: quella invece ?viene dall'alto?,
come si esprime san Giacomo. Così pure è distinta dalla fede. Poiché la fede
accetta la verità divina così com'è, invece è proprio del dono di sapienza giudicare
secondo la verità divina ».(49)
La priorità riconosciuta a questa
sapienza, tuttavia, non fa dimenticare al Dottore Angelico la presenza di altre
due complementari forme di sapienza: quella filosofica, che si fonda
sulla capacità che l'intelletto ha, entro i limiti che gli sono connaturali, di
indagare la realtà; e quella teologica, che si fonda sulla Rivelazione ed
esamina i contenuti della fede, raggiungendo il mistero stesso di Dio.
Intimamente convinto che « omne verum a
quocumque dicatur a Spiritu Sancto est »,(50) san Tommaso amò in maniera
disinteressata la verità. Egli la cercò dovunque essa si potesse manifestare,
evidenziando al massimo la sua universalità. In lui, il Magistero della Chiesa
ha visto ed apprezzato la passione per la verità; il suo pensiero, proprio
perché si mantenne sempre nell'orizzonte della verità universale, oggettiva e
trascendente, raggiunse « vette che l'intelligenza umana non avrebbe mai potuto
pensare ».(51) Con ragione, quindi, egli può essere definito « apostolo della
verità ».(52) Proprio perché alla verità mirava senza riserve, nel suo realismo
egli seppe riconoscerne l'oggettività. La sua è veramente la filosofia
dell'essere e non del semplice apparire.
Il dramma della separazione tra fede e
ragione
45. Con il sorgere delle
prime università, la teologia veniva a confrontarsi più direttamente con altre
forme della ricerca e del sapere scientifico. Sant'Alberto Magno e san Tommaso,
pur mantenendo un legame organico tra la teologia e la filosofia, furono i primi
a riconoscere la necessaria autonomia di cui la filosofia e le scienze avevano
bisogno, per applicarsi efficacemente ai rispettivi campi di ricerca. A partire
dal tardo Medio Evo, tuttavia, la legittima distinzione tra i due saperi si
trasformò progressivamente in una nefasta separazione. A seguito di un eccessivo
spirito razionalista, presente in alcuni pensatori, si radicalizzarono le posizioni,
giungendo di fatto a una filosofia separata e assolutamente autonoma nei confronti
dei contenuti della fede. Tra le altre conseguenze di tale separazione vi fu
anche quella di una diffidenza sempre più forte nei confronti della stessa ragione.
Alcuni iniziarono a professare una sfiducia generale, scettica e agnostica,
o per riservare più spazio alla fede o per screditarne ogni possibile riferimento
razionale.
Insomma, ciò che il pensiero patristico e
medievale aveva concepito e attuato come unità profonda, generatrice di una
conoscenza capace di arrivare alle forme più alte della speculazione, venne di
fatto distrutto dai sistemi che sposarono la causa di una conoscenza razionale
separata dalla fede e alternativa ad essa.
46. Le radicalizzazioni
più influenti sono note e ben visibili, soprattutto nella storia dell'Occidente.
Non è esagerato affermare che buona parte del pensiero filosofico moderno si
è sviluppato allontanandosi progressivamente dalla Rivelazione cristiana, fino
a raggiungere contrapposizioni esplicite. Nel secolo scorso, questo movimento
ha toccato il suo apogeo. Alcuni rappresentanti dell'idealismo hanno cercato
in diversi modi di trasformare la fede e i suoi contenuti, perfino il mistero
della morte e risurrezione di Gesù Cristo, in strutture dialettiche razionalmente
concepibili. A questo pensiero si sono opposte diverse forme di umanesimo ateo,
elaborate filosoficamente, che hanno prospettato la fede come dannosa e alienante
per lo sviluppo della piena razionalità. Non hanno avuto timore di presentarsi
come nuove religioni formando la base di progetti che, sul piano politico e
sociale, sono sfociati in sistemi totalitari traumatici per l'umanità.
Nell'ambito della ricerca scientifica si è
venuta imponendo una mentalità positivista che non soltanto si è allontanata da
ogni riferimento alla visione cristiana del mondo, ma ha anche, e soprattutto,
lasciato cadere ogni richiamo alla visione metafisica e morale. La conseguenza
di ciò è che certi scienziati, privi di ogni riferimento etico, rischiano di non
avere più al centro del loro interesse la persona e la globalità della sua vita.
Di più: alcuni di essi, consapevoli delle potenzialità insite nel progresso
tecnologico, sembrano cedere, oltre che alla logica del mercato, alla tentazione
di un potere demiurgico sulla natura e sullo stesso essere umano.
Come conseguenza della crisi del
razionalismo ha preso corpo, infine, il nichilismo. Quale filosofia del
nulla, esso riesce ad esercitare un suo fascino sui nostri contemporanei. I suoi
seguaci teorizzano la ricerca come fine a se stessa, senza speranza né
possibilità alcuna di raggiungere la meta della verità. Nell'interpretazione
nichilista, l'esistenza è solo un'opportunità per sensazioni ed esperienze in
cui l'effimero ha il primato. Il nichilismo è all'origine di quella diffusa
mentalità secondo cui non si deve assumere più nessun impegno definitivo, perché
tutto è fugace e provvisorio.
47. Non è da dimenticare,
d'altra parte, che nella cultura moderna è venuto a cambiare il ruolo stesso
della filosofia. Da saggezza e sapere universale, essa si è ridotta progressivamente
a una delle tante province del sapere umano; per alcuni aspetti, anzi, è stata
limitata a un ruolo del tutto marginale. Altre forme di razionalità si sono
nel frattempo affermate con sempre maggior rilievo, ponendo in evidenza la marginalità
del sapere filosofico. Invece che verso la contemplazione della verità e la
ricerca del fine ultimo e del senso della vita, queste forme di razionalità
sono orientate ? o almeno orientabili ? come « ragione strumentale » al servizio
di fini utilitaristici, di fruizione o di potere.
Quanto sia pericoloso assolutizzare questa
strada l'ho fatto osservare fin dalla mia prima Lettera enciclica quando
scrivevo: « L'uomo di oggi sembra essere sempre minacciato da ciò che produce,
cioè dal risultato del lavoro delle sue mani e, ancor più, del lavoro del suo
intelletto, delle tendenze della sua volontà. I frutti di questa multiforme
attività dell'uomo, troppo presto e in modo spesso imprevedibile, sono non
soltanto e non tanto oggetto di 'alienazione', nel senso che vengono
semplicemente tolti a colui che li ha prodotti; quanto, almeno parzialmente, in
una cerchia conseguente e indiretta dei loro effetti, questi frutti si rivolgono
contro l'uomo stesso. Essi sono, infatti, diretti, o possono essere diretti
contro di lui. In questo sembra consistere l'atto principale del dramma
dell'esistenza umana contemporanea, nella sua più larga e universale dimensione.
L'uomo, pertanto, vive sempre più nella paura. Egli teme che i suoi prodotti,
naturalmente non tutti e non nella maggior parte, ma alcuni e proprio quelli che
contengono una speciale porzione della sua genialità e della sua iniziativa,
possano essere rivolti in modo radicale contro lui stesso ».(53)
Sulla scia di queste trasformazioni
culturali, alcuni filosofi, abbandonando la ricerca della verità per se stessa,
hanno assunto come loro unico scopo il raggiungimento della certezza soggettiva
o dell'utilità pratica. Conseguenza di ciò è stato l'offuscamento della vera
dignità della ragione, non più messa nella condizione di conoscere il vero e di
ricercare l'assoluto.
48. Ciò che emerge da
questo ultimo scorcio di storia della filosofia è, dunque, la constatazione
di una progressiva separazione tra la fede e la ragione filosofica. E ben vero
che, ad una attenta osservazione, anche nella riflessione filosofica di coloro
che contribuirono ad allargare la distanza tra fede e ragione si manifestano
talvolta germi preziosi di pensiero, che, se approfonditi e sviluppati con rettitudine
di mente e di cuore, possono far scoprire il cammino della verità. Questi germi
di pensiero si trovano, ad esempio, nelle approfondite analisi sulla percezione
e l'esperienza, sull'immaginario e l'inconscio, sulla personalità e l'intersoggettività,
sulla libertà ed i valori, sul tempo e la storia. Anche il tema della morte
può diventare severo richiamo, per ogni pensatore, a ricercare dentro di sé
il senso autentico della propria esistenza. Questo tuttavia non toglie che l'attuale
rapporto tra fede e ragione richieda un attento sforzo di discernimento, perché
sia la ragione che la fede si sono impoverite e sono divenute deboli l'una di
fronte all'altra. La ragione, privata dell'apporto della Rivelazione, ha percorso
sentieri laterali che rischiano di farle perdere di vista la sua meta finale.
La fede, privata della ragione, ha sottolineato il sentimento e l'esperienza,
correndo il rischio di non essere più una proposta universale. E illusorio pensare
che la fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggior incisività; essa, al
contrario, cade nel grave pericolo di essere ridotta a mito o superstizione.
Alla stessa stregua, una ragione che non abbia dinanzi una fede adulta non è
provocata a puntare lo sguardo sulla novità e radicalità dell'essere.
Non sembri fuori luogo, pertanto, il mio
richiamo forte e incisivo, perché la fede e la filosofia recuperino l'unità
profonda che le rende capaci di essere coerenti con la loro natura nel rispetto
della reciproca autonomia. Alla parresia della fede deve corrispondere
l'audacia della ragione.
CAPITOLO
V
GLI
INTERVENTI DEL MAGISTERO IN MATERIA FILOSOFICA
Il discernimento del Magistero come diaconia alla verità
49. La Chiesa non propone
una propria filosofia né canonizza una qualsiasi filosofia particolare a scapito
di altre.(54) La ragione profonda di questa riservatezza sta nel fatto che la
filosofia, anche quando entra in rapporto con la teologia, deve procedere secondo
i suoi metodi e le sue regole; non vi sarebbe altrimenti garanzia che essa rimanga
orientata verso la verità e ad essa tenda con un processo razionalmente controllabile.
Di poco aiuto sarebbe una filosofia che non procedesse alla luce della ragione
secondo propri principi e specifiche metodologie. In fondo, la radice della
autonomia di cui gode la filosofia è da individuare nel fatto che la ragione
è per sua natura orientata alla verità ed è inoltre in se stessa fornita dei
mezzi necessari per raggiungerla. Una filosofia consapevole di questo suo «
statuto costitutivo » non può non rispettare anche le esigenze e le evidenze
proprie della verità rivelata.
La storia, tuttavia, ha mostrato le
deviazioni e gli errori in cui non di rado il pensiero filosofico, soprattutto
moderno, è incorso. Non è compito né competenza del Magistero intervenire per
colmare le lacune di un discorso filosofico carente. E suo obbligo, invece,
reagire in maniera chiara e forte quando tesi filosofiche discutibili minacciano
la retta comprensione del dato rivelato e quando si diffondono teorie false e di
parte che seminano gravi errori, confondendo la semplicità e la purezza della
fede del popolo di Dio.
50. Il Magistero ecclesiastico,
quindi, può e deve esercitare autoritativamente, alla luce della fede, il proprio
discernimento critico nei confronti delle filosofie e delle affermazioni che
si scontrano con la dottrina cristiana.(55) Al Magistero spetta di indicare,
anzitutto, quali presupposti e conclusioni filosofiche sarebbero incompatibili
con la verità rivelata, formulando con ciò stesso le esigenze che si impongono
alla filosofia dal punto di vista della fede. Nello sviluppo del sapere filosofico,
inoltre, sono sorte diverse scuole di pensiero. Anche questo pluralismo pone
il Magistero di fronte alla responsabilità di esprimere il suo giudizio circa
la compatibilità o meno delle concezioni di fondo, a cui queste scuole si attengono,
con le esigenze proprie della Parola di Dio e della riflessione teologica.
La Chiesa ha il dovere di indicare ciò che
in un sistema filosofico può risultare incompatibile con la sua fede. Molti
contenuti filosofici, infatti, quali i temi di Dio, dell'uomo, della sua libertà
e del suo agire etico, la chiamano in causa direttamente, perché toccano la
verità rivelata che essa custodisce. Quando esercitiamo questo discernimento,
noi Vescovi abbiamo il compito di essere « testimoni della verità »
nell'adempimento di una diaconia umile ma tenace, quale ogni filosofo dovrebbe
apprezzare, a vantaggio della recta ratio, ossia della ragione che riflette
correttamente sul vero.
51. Questo discernimento,
comunque, non deve essere inteso primariamente in forma negativa, come se intenzione
del Magistero fosse di eliminare o ridurre ogni possibile mediazione. Al contrario,
i suoi interventi sono tesi in primo luogo a provocare, promuovere e incoraggiare
il pensiero filosofico. I filosofi per primi, d'altronde, comprendono l'esigenza
dell'autocritica, della correzione di eventuali errori e la necessità di oltrepassare
i limiti troppo ristretti in cui la loro riflessione è concepita. Si deve considerare,
in modo particolare, che una è la verità, benché le sue espressioni portino
l'impronta della storia e, per di più, siano opera di una ragione umana ferita
e indebolita dal peccato. Da ciò risulta che nessuna forma storica della filosofia
può legittimamente pretendere di abbracciare la totalità della verità, né di
essere la spiegazione piena dell'essere umano, del mondo e del rapporto dell'uomo
con Dio.
Oggi poi, col moltiplicarsi dei sistemi,
dei metodi, dei concetti e argomenti filosofici, spesso estremamente
particolareggiati, un discernimento critico alla luce della fede si impone con
maggiore urgenza. Discernimento non facile, perché se è già laborioso
riconoscere le capacità congenite e inalienabili della ragione, con i suoi
limiti costitutivi e storici, ancora più problematico qualche volta può
risultare il discernimento, nelle singole proposte filosofiche, di ciò che, dal
punto di vista della fede, esse offrono di valido e di fecondo rispetto a ciò
che, invece, presentano di erroneo o di pericoloso. La Chiesa, comunque, sa che
i « tesori della sapienza e della scienza » sono nascosti in Cristo (Col
2, 3); per questo interviene stimolando la riflessione filosofica, perché non si
precluda la strada che conduce al riconoscimento del mistero.
52. Non è solo di recente
che il Magistero della Chiesa è intervenuto per manifestare il suo pensiero
nei confronti di determinate dottrine filosofiche. A titolo esemplificativo
basti ricordare, nel corso dei secoli, i pronunciamenti circa le teorie che
sostenevano la preesistenza delle anime,(56) come pure circa le diverse forme
di idolatria e di esoterismo superstizioso, contenute in tesi astrologiche;
(57) per non dimenticare i testi più sistematici contro alcune tesi dell'averroismo
latino, incompatibili con la fede cristiana.(58)
Se la parola del Magistero si è fatta
udire più spesso a partire dalla metà del secolo scorso è perché in quel periodo
non pochi cattolici sentirono il dovere di opporre una loro filosofia alle varie
correnti del pensiero moderno. A questo punto, diventava obbligatorio per il
Magistero della Chiesa vegliare perché queste filosofie non deviassero, a loro
volta, in forme erronee e negative. Furono così censurati simmetricamente: da
una parte, il fideismo (59) e il tradizionalismo radicale,(60) per
la loro sfiducia nelle capacità naturali della ragione; dall'altra parte, il
razionalismo (61) e l'ontologismo,(62) perché attribuivano alla
ragione naturale ciò che è conoscibile solo alla luce della fede. I contenuti
positivi di questo dibattito furono formalizzati nella Costituzione dogmatica
Dei Filius, con la quale per la prima volta un Concilio ecumenico, il
Vaticano I, interveniva in maniera solenne sui rapporti tra ragione e fede.
L'insegnamento contenuto in quel testo caratterizzò fortemente e in maniera
positiva la ricerca filosofica di molti credenti e costituisce ancora oggi un
punto di riferimento normativo per una corretta e coerente riflessione cristiana
in questo particolare ambito.
53. Più che di singole
tesi filosofiche, i pronunciamenti del Magistero si sono occupati della necessità
della conoscenza razionale e, dunque, ultimamente filosofica per l'intelligenza
della fede. Il Concilio Vaticano I, sintetizzando e riaffermando in modo solenne
gli insegnamenti che in maniera ordinaria e costante il Magistero pontificio
aveva proposto per i fedeli, mise in evidenza quanto fossero inseparabili e
insieme irriducibili la conoscenza naturale di Dio e la Rivelazione, la ragione
e la fede. Il Concilio partiva dall'esigenza fondamentale, presupposta dalla
Rivelazione stessa, della conoscibilità naturale dell'esistenza di Dio, principio
e fine di ogni cosa,(63) e concludeva con l'asserzione solenne già citata: «
esistono due ordini di conoscenza, distinti non solo per il loro principio,
ma anche per il loro oggetto ».(64) Bisognava affermare, dunque, contro ogni
forma di razionalismo, la distinzione dei misteri della fede dai ritrovati filosofici
e la trascendenza e precedenza di quelli rispetto a questi; d'altra parte, contro
le tentazioni fideistiche, era necessario che si ribadisse l'unità della verità
e, quindi, anche l'apporto positivo che la conoscenza razionale può e deve dare
alla conoscenza di fede: « Ma anche se la fede è sopra la ragione, non vi potrà
mai essere una vera divergenza tra fede e ragione: poiché lo stesso Dio, che
rivela i misteri e comunica la fede, ha anche deposto nello spirito umano il
lume della ragione, questo Dio non potrebbe negare se stesso, né il vero contraddire
il vero ».(65)
54. Anche nel nostro
secolo, il Magistero è ritornato più volte sull'argomento mettendo in guardia
contro la tentazione razionalistica. E su questo scenario che si devono collocare
gli interventi del Papa san Pio X, il quale rilevava come alla base del modernismo
vi fossero asserti filosofici di indirizzo fenomenista, agnostico e immanentista.(66)
Non si può neppure dimenticare l'importanza che ebbe il rifiuto cattolico della
filosofia marxista e del comunismo ateo.(67)
Successivamente, il Papa Pio XII fece
sentire la sua voce quando, nella Lettera enciclica
Humani generis, mise in guardia contro interpretazioni erronee,
collegate con le tesi dell'evoluzionismo, dell'esistenzialismo e dello
storicismo. Egli precisava che queste tesi erano state elaborate e venivano
proposte non da teologi, avendo la loro origine « fuori dall'ovile di Cristo »;
(68) aggiungeva, comunque, che tali deviazioni non erano semplicemente da
rigettare, ma da esaminare criticamente: « Ora queste tendenze, che più o meno
deviano dalla retta strada, non possono essere ignorate o trascurate dai
filosofi o dai teologi cattolici, che hanno il grave compito di difendere la
verità divina ed umana e di farla penetrare nelle menti degli uomini. Anzi, essi
devono conoscere bene queste opinioni, sia perché le malattie non si possono
curare se prima non sono ben conosciute, sia perché qualche volta nelle stesse
false affermazioni si nasconde un po' di verità, sia, infine, perché gli stessi
errori spingono la mente nostra a investigare e a scrutare con più diligenza
alcune verità sia filosofiche sia teologiche ».(69)
Da ultimo, anche la Congregazione per la
Dottrina della Fede, in adempimento del suo specifico compito a servizio del
magistero universale del Romano Pontefice,(70) ha dovuto intervenire per
ribadire il pericolo che comporta l'assunzione acritica, da parte di alcuni
teologi della liberazione, di tesi e metodologie derivanti dal marxismo.(71)
Nel passato il Magistero ha dunque
esercitato ripetutamente e sotto diverse modalità il discernimento in materia
filosofica. Quanto i miei Venerati Predecessori hanno apportato costituisce un
prezioso contributo che non può essere dimenticato.
55. Se guardiamo alla
nostra condizione odierna, vediamo che i problemi di un tempo ritornano, ma
con peculiarità nuove. Non si tratta più solamente di questioni che interessano
singole persone o gruppi, ma di convinzioni diffuse nell'ambiente al punto da
divenire in qualche misura mentalità comune. Tale è, ad esempio, la radicale
sfiducia nella ragione che rivelano i più recenti sviluppi di molti studi filosofici.
Da più parti si è sentito parlare, a questo riguardo, di « fine della metafisica
»: si vuole che la filosofia si accontenti di compiti più modesti, quali la
sola interpretazione del fattuale o la sola indagine su campi determinati del
sapere umano o sulle sue strutture.
Nella stessa teologia tornano ad
affacciarsi le tentazioni di un tempo. In alcune teologie contemporanee, ad
esempio, si fa nuovamente strada un certo razionalismo, soprattutto
quando asserti ritenuti filosoficamente fondati sono assunti come normativi per
la ricerca teologica. Ciò accade soprattutto quando il teologo, per mancanza di
competenza filosofica, si lascia condizionare in modo acritico da affermazioni
entrate ormai nel linguaggio e nella cultura corrente, ma prive di sufficiente
base razionale.(72)
Non mancano neppure pericolosi
ripiegamenti sul fideismo, che non riconosce l'importanza della
conoscenza razionale e del discorso filosofico per l'intelligenza della fede,
anzi per la stessa possibilità di credere in Dio. Un'espressione oggi diffusa di
tale tendenza fideistica è il « biblicismo », che tende a fare della lettura
della Sacra Scrittura o della sua esegesi l'unico punto di riferimento
veritativo. Accade così che si identifichi la parola di Dio con la sola Sacra
Scrittura, vanificando in tal modo la dottrina della Chiesa che il Concilio
Ecumenico Vaticano II ha ribadito espressamente. La Costituzione
Dei Verbum, dopo aver ricordato che la parola di Dio è presente sia nei
testi sacri che nella Tradizione,(73) afferma con forza: « La Sacra Tradizione e
la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio
affidato alla Chiesa. Aderendo ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi
Pastori, persevera costantemente nell'insegnamento degli Apostoli ».(74) La
Sacra Scrittura, pertanto, non è il solo riferimento per la Chiesa. La « regola
suprema della propria fede »,(75) infatti, le proviene dall'unità che lo Spirito
ha posto tra la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa
in una reciprocità tale per cui i tre non possono sussistere in maniera
indipendente.(76)
Non è da sottovalutare, inoltre, il
pericolo insito nel voler derivare la verità della Sacra Scrittura
dall'applicazione di una sola metodologia, dimenticando la necessità di una
esegesi più ampia che consenta di accedere, insieme con tutta la Chiesa, al
senso pieno dei testi. Quanti si dedicano allo studio delle Sacre Scritture
devono sempre tener presente che le diverse metodologie ermeneutiche hanno
anch'esse alla base una concezione filosofica: occorre vagliarla con
discernimento prima di applicarla ai testi sacri.
Altre forme di latente fideismo sono
riconoscibili nella poca considerazione che viene riservata alla teologia
speculativa, come pure nel disprezzo per la filosofia classica, alle cui nozioni
sia l'intelligenza della fede sia le stesse formulazioni dogmatiche hanno
attinto i loro termini. Il Papa Pio XII, di venerata memoria, ha messo in
guardia contro tale oblio della tradizione filosofica e contro l'abbandono delle
terminologie tradizionali.(77)
56. Si nota, insomma,
una diffusa diffidenza verso gli asserti globali e assoluti, soprattutto da
parte di chi ritiene che la verità sia il risultato del consenso e non dell'adeguamento
dell'intelletto alla realtà oggettiva. E certo comprensibile che, in un mondo
suddiviso in molti campi specialistici, diventi difficile riconoscere quel senso
totale e ultimo della vita che la filosofia tradizionalmente ha cercato. Nondimeno
alla luce della fede che riconosce in Gesù Cristo tale senso ultimo, non posso
non incoraggiare i filosofi, cristiani o meno, ad avere fiducia nelle capacità
della ragione umana e a non prefiggersi mete troppo modeste nel loro filosofare.
La lezione della storia di questo millennio, che stiamo per concludere, testimonia
che questa è la strada da seguire: bisogna non perdere la passione per la verità
ultima e l'ansia per la ricerca, unite all'audacia di scoprire nuovi percorsi.
E la fede che provoca la ragione a uscire da ogni isolamento e a rischiare volentieri
per tutto ciò che è bello, buono e vero. La fede si fa così avvocato convinto
e convincente della ragione.
L'interesse della Chiesa per la filosofia
57. Il Magistero, comunque,
non si è limitato solo a rilevare gli errori e le deviazioni delle dottrine
filosofiche. Con altrettanta attenzione ha voluto ribadire i principi fondamentali
per un genuino rinnovamento del pensiero filosofico, indicando anche concreti
percorsi da seguire. In questo senso, il Papa Leone XIII con la sua Lettera
enciclica
Æterni Patris compì un passo di autentica portata storica per la vita
della Chiesa. Quel testo è stato, fino ad oggi, l'unico documento pontificio
di quel livello dedicato interamente alla filosofia. Il grande Pontefice riprese
e sviluppò l'insegnamento del Concilio Vaticano I sul rapporto tra fede e ragione,
mostrando come il pensare filosofico sia un contributo fondamentale per la fede
e la scienza teologica.(78) A più di un secolo di distanza, molte indicazioni
contenute in quel testo non hanno perduto nulla del loro interesse dal punto
di vista sia pratico che pedagogico; primo fra tutti, quello relativo all'incomparabile
valore della filosofia di san Tommaso. La riproposizione del pensiero del Dottore
Angelico appariva a Papa Leone XIII come la strada migliore per ricuperare un
uso della filosofia conforme alle esigenze della fede. San Tommaso, egli scriveva,
« nel momento stesso in cui, come conviene, distingue perfettamente la fede
dalla ragione, le unisce ambedue con legami di amicizia reciproca: conserva
ad ognuna i propri diritti e ne salvaguarda la dignità ».(79)
58. Si sa quante felici
conseguenze abbia avuto quell'invito pontificio. Gli studi sul pensiero di san
Tommaso e di altri autori scolastici ricevettero nuovo slancio. Fu dato vigoroso
impulso agli studi storici, con la conseguente riscoperta delle ricchezze del
pensiero medievale, fino a quel momento largamente sconosciute, e si costituirono
nuove scuole tomistiche. Con l'applicazione della metodologia storica, la conoscenza
dell'opera di san Tommaso fece grandi progressi e numerosi furono gli studiosi
che con coraggio introdussero la tradizione tomista nelle discussioni sui problemi
filosofici e teologici di quel momento. I teologi cattolici più influenti di
questo secolo, alla cui riflessione e ricerca molto deve il Concilio Vaticano
II, sono figli di tale rinnovamento della filosofia tomista. La Chiesa ha potuto
così disporre, nel corso del XX secolo, di una vigorosa schiera di pensatori
formati alla scuola dell'Angelico Dottore.
59. Il rinnovamento tomista
e neotomista, comunque, non è stato l'unico segno di ripresa del pensiero filosofico
nella cultura di ispirazione cristiana. Già prima, e in parallelo con l'invito
leoniano, erano emersi non pochi filosofi cattolici che, ricollegandosi a correnti
di pensiero più recenti, secondo una propria metodologia, avevano prodotto opere
filosofiche di grande influsso e di valore durevole. Ci fu chi organizzò sintesi
di così alto profilo che nulla hanno da invidiare ai grandi sistemi dell'idealismo;
chi, inoltre, pose le basi epistemologiche per una nuova trattazione della fede
alla luce di una rinnovata comprensione della coscienza morale; chi, ancora,
produsse una filosofia che, partendo dall'analisi dell'immanenza, apriva il
cammino verso il trascendente; e chi, infine, tentò di coniugare le esigenze
della fede nell'orizzonte della metodologia fenomenologica. Da diverse prospettive,
insomma, si è continuato a produrre forme di speculazione filosofica che hanno
inteso mantenere viva la grande tradizione del pensiero cristiano nell'unità
di fede e ragione.
60. Il Concilio Ecumenico
Vaticano II, per parte sua, presenta un insegnamento molto ricco e fecondo nei
confronti della filosofia. Non posso dimenticare, soprattutto nel contesto di
questa Lettera enciclica, che un intero capitolo della Costituzione
Gaudium et spes costituisce quasi un compendio di antropologia biblica,
fonte di ispirazione anche per la filosofia. In quelle pagine si tratta del
valore della persona umana creata a immagine di Dio, si motiva la sua dignità
e superiorità sul resto del creato e si mostra la capacità trascendente della
sua ragione.(80) Anche il problema dell'ateismo viene considerato nella
Gaudium et spes e ben si motivano gli errori di quella visione filosofica,
soprattutto nei confronti dell'inalienabile dignità della persona e della sua
libertà.(81) Certamente possiede anche un profondo significato filosofico l'espressione
culminante di quelle pagine, che ho ripreso nella mia prima Lettera enciclica
Redemptor hominis e che costituisce uno dei punti di riferimento costante
del mio insegnamento: « In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato
trova vera luce il mistero dell'uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era figura
di quello futuro e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio
rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo
all'uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione ».(82)
Il Concilio si è occupato anche dello
studio della filosofia, a cui devono dedicarsi i candidati al sacerdozio; sono
raccomandazioni estensibili più in generale all'insegnamento cristiano nel suo
insieme. Afferma il Concilio: « Le discipline filosofiche si insegnino in
maniera che gli alunni siano anzitutto guidati all'acquisto di una solida e
armonica conoscenza dell'uomo, del mondo e di Dio, basandosi sul patrimonio
filosofico perennemente valido, tenuto conto anche delle correnti filosofiche
moderne ».(83)
Queste direttive sono state a più riprese
ribadite e specificate in altri documenti magisteriali con lo scopo di garantire
una solida formazione filosofica, soprattutto per coloro che si preparano agli
studi teologici. Da parte mia, più volte ho sottolineato l'importanza di questa
formazione filosofica per quanti dovranno un giorno, nella vita pastorale,
confrontarsi con le istanze del mondo contemporaneo e cogliere le cause di
alcuni comportamenti per darvi pronta risposta.(84)
61. Se in diverse circostanze
è stato necessario intervenire su questo tema, ribadendo anche il valore delle
intuizioni del Dottore Angelico e insistendo per l'acquisizione del suo pensiero,
ciò è dipeso dal fatto che le direttive del Magistero non sono state sempre
osservate con la desiderabile disponibilità. In molte scuole cattoliche, negli
anni che seguirono il Concilio Vaticano II, si è potuto osservare, in materia,
un certo decadimento dovuto ad una minore stima, non solo della filosofia scolastica,
ma più in generale dello stesso studio della filosofia. Con meraviglia e dispiacere
devo costatare che non pochi teologi condividono questo disinteresse per lo
studio della filosofia.
Diverse sono le ragioni che stanno alla
base di questa disaffezione. In primo luogo, è da registrare la sfiducia nella
ragione che gran parte della filosofia contemporanea manifesta, abbandonando
largamente la ricerca metafisica sulle domande ultime dell'uomo, per concentrare
la propria attenzione su problemi particolari e regionali, talvolta anche
puramente formali. Si deve aggiungere, inoltre, il fraintendimento che si è
creato soprattutto in rapporto alle « scienze umane ». Il Concilio Vaticano II
ha più volte ribadito il valore positivo della ricerca scientifica in ordine a
una conoscenza più profonda del mistero dell'uomo.(85) L'invito fatto ai teologi
perché conoscano queste scienze e, all'occorrenza, le applichino correttamente
nella loro indagine non deve, tuttavia, essere interpretato come un'implicita
autorizzazione ad emarginare la filosofia o a sostituirla nella formazione
pastorale e nella praeparatio fidei. Non si può dimenticare, infine, il
ritrovato interesse per l'inculturazione della fede. In modo particolare la vita
delle giovani Chiese ha permesso di scoprire, accanto ad elevate forme di
pensiero, la presenza di molteplici espressioni di saggezza popolare. Ciò
costituisce un reale patrimonio di cultura e di tradizioni. Lo studio, tuttavia,
delle usanze tradizionali deve andare di pari passo con la ricerca filosofica.
Sarà questa a permettere di far emergere i tratti positivi della saggezza
popolare, creando il necessario collegamento con l'annuncio del Vangelo.(86)
62. Desidero ribadire
con vigore che lo studio della filosofia riveste un carattere fondamentale e
ineliminabile nella struttura degli studi teologici e nella formazione dei candidati
al sacerdozio. Non è un caso che il curriculum di studi teologici sia
preceduto da un periodo di tempo nel quale è previsto uno speciale impegno nello
studio della filosofia. Questa scelta, confermata dal Concilio Lateranense V,(87)
affonda le sue radici nell'esperienza maturata durante il Medio Evo, quando
è stata posta in evidenza l'importanza di una costruttiva armonia tra il sapere
filosofico e quello teologico. Questo ordinamento degli studi ha influenzato,
facilitato e promosso, anche se in maniera indiretta, una buona parte dello
sviluppo della filosofia moderna. Un esempio significativo è dato dall'influsso
esercitato dalle Disputationes metaphysicae di Francesco Suárez, le quali
trovavano spazio perfino nelle università luterane tedesche. Il venire meno
di questa metodologia, invece, fu causa di gravi carenze sia nella formazione
sacerdotale che nella ricerca teologica. Si consideri, ad esempio, la disattenzione
nei confronti del pensiero e della cultura moderna, che ha portato alla chiusura
ad ogni forma di dialogo o alla indiscriminata accoglienza di ogni filosofia.
Confido vivamente che queste difficoltà
siano superate da un'intelligente formazione filosofica e teologica, che non
deve mai venire meno nella Chiesa.
63. In forza delle ragioni
espresse, mi è sembrato urgente ribadire, con questa Lettera enciclica, il forte
interesse che la Chiesa dedica alla filosofia; anzi, il legame intimo che unisce
il lavoro teologico alla ricerca filosofica della verità. Di qui deriva il dovere
che il Magistero ha di discernere e stimolare un pensiero filosofico che non
sia in dissonanza con la fede. Mio compito è di proporre alcuni principi e punti
di riferimento che ritengo necessari per poter instaurare una relazione armoniosa
ed efficace tra la teologia e la filosofia. Alla loro luce sarà possibile discernere
con maggior chiarezza se e quale rapporto la teologia debba intraprendere con
i diversi sistemi o asserti filosofici, che il mondo attuale presenta.
CAPITOLO
VI
INTERAZIONE
TRA TEOLOGIA E FILOSOFIA
La scienza della fede e le esigenze della ragione filosofica
64. La parola di Dio
si indirizza a ogni uomo, in ogni tempo e in ogni parte della terra; e l'uomo
è naturalmente filosofo. La teologia, da parte sua, in quanto elaborazione riflessa
e scientifica dell'intelligenza di questa parola alla luce della fede, sia per
alcuni suoi procedimenti come anche per adempiere a specifici compiti, non può
fare a meno di entrare in rapporto con le filosofie di fatto elaborate nel corso
della storia. Senza voler indicare ai teologi particolari metodologie, cosa
che non compete al Magistero, desidero piuttosto richiamare alla mente alcuni
compiti propri della teologia, nei quali il ricorso al pensiero filosofico si
impone in forza della natura stessa della Parola rivelata.
65. La teologia si organizza
come scienza della fede alla luce di un duplice principio metodologico: l'auditus
fidei e l'intellectus fidei. Con il primo, essa entra in possesso dei
contenuti della Rivelazione così come sono stati esplicitati progressivamente
nella Sacra Tradizione, nella Sacra Scrittura e nel Magistero vivo della Chiesa.(88)
Con il secondo, la teologia vuole rispondere alle esigenze proprie del pensiero
mediante la riflessione speculativa.
Per quanto concerne la preparazione ad un
corretto auditus fidei, la filosofia reca alla teologia il suo peculiare
contributo nel momento in cui considera la struttura della conoscenza e della
comunicazione personale e, in particolare, le varie forme e funzioni del
linguaggio. Ugualmente importante è l'apporto della filosofia per una più
coerente comprensione della Tradizione ecclesiale, dei pronunciamenti del
Magistero e delle sentenze dei grandi maestri della teologia: questi infatti si
esprimono spesso in concetti e forme di pensiero mutuati da una determinata
tradizione filosofica. In questo caso, è richiesto al teologo non solo di
esporre concetti e termini con i quali la Chiesa riflette ed elabora il suo
insegnamento, ma anche di conoscere a fondo i sistemi filosofici che hanno
eventualmente influito sia sulle nozioni che sulla terminologia, per giungere a
interpretazioni corrette e coerenti.
66. Per quanto riguarda
l'intellectus fidei, si deve considerare, anzitutto, che la Verità divina,
« a noi proposta nelle Sacre Scritture, interpretate rettamente dalla dottrina
della Chiesa »,(89) gode di una propria intelligibilità così logicamente coerente
da proporsi come un autentico sapere. L'intellectus fidei esplicita questa
verità, non solo cogliendo le strutture logiche e concettuali delle proposizioni
nelle quali si articola l'insegnamento della Chiesa, ma anche, e primariamente,
nel far emergere il significato di salvezza che tali proposizioni contengono
per il singolo e per l'umanità. E dall'insieme di queste proposizioni che il
credente arriva a conoscere la storia della salvezza, la quale culmina nella
persona di Gesù Cristo e nel suo mistero pasquale. A questo mistero egli partecipa
con il suo assenso di fede.
La teologia dogmatica, per parte
sua, deve essere in grado di articolare il senso universale del mistero del Dio
Uno e Trino e dell'economia della salvezza sia in maniera narrativa sia,
soprattutto, in forma argomentativa. Lo deve fare, cioè, mediante espressioni
concettuali, formulate in modo critico e universalmente comunicabile. Senza
l'apporto della filosofia, infatti, non si potrebbero illustrare contenuti
teologici quali, ad esempio, il linguaggio su Dio, le relazioni personali
all'interno della Trinità, l'azione creatrice di Dio nel mondo, il rapporto tra
Dio e l'uomo, l'identità di Cristo che è vero Dio e vero uomo. Le stesse
considerazioni valgono per diversi temi della teologia morale, dove è immediato
il ricorso a concetti quali: legge morale, coscienza, libertà, responsabilità
personale, colpa ecc., che ricevono una loro definizione a livello di etica
filosofica.
E necessario, dunque, che la ragione del
credente abbia una conoscenza naturale, vera e coerente delle cose create, del
mondo e dell'uomo, che sono anche oggetto della rivelazione divina; ancora di
più, essa deve essere in grado di articolare tale conoscenza in modo concettuale
e argomentativo. La teologia dogmatica speculativa, pertanto, presuppone ed
implica una filosofia dell'uomo, del mondo e, più radicalmente, dell'essere,
fondata sulla verità oggettiva.
67. La teologia fondamentale,
per il suo carattere proprio di disciplina che ha il compito di rendere ragione
della fede (cfr 1 Pt 3, 15), dovrà farsi carico di giustificare ed esplicitare
la relazione tra la fede e la riflessione filosofica. Già il Concilio Vaticano
I, recuperando l'insegnamento paolino (cfr Rm 1, 19-20), aveva richiamato
l'attenzione sul fatto che esistono verità conoscibili naturalmente, e quindi
filosoficamente. La loro conoscenza costituisce un presupposto necessario per
accogliere la rivelazione di Dio. Nello studiare la Rivelazione e la sua credibilità
insieme con il corrispondente atto di fede, la teologia fondamentale dovrà mostrare
come, alla luce della conoscenza per fede, emergano alcune verità che la ragione
già coglie nel suo autonomo cammino di ricerca. A queste la Rivelazione conferisce
pienezza di senso, orientandole verso la ricchezza del mistero rivelato, nel
quale trovano il loro ultimo fine. Si pensi, ad esempio, alla conoscenza naturale
di Dio, alla possibilità di discernere la rivelazione divina da altri fenomeni
o al riconoscimento della sua credibilità, all'attitudine del linguaggio umano
a parlare in modo significativo e vero anche di ciò che eccede ogni esperienza
umana. Da tutte queste verità, la mente è condotta a riconoscere l'esistenza
di una via realmente propedeutica alla fede, che può sfociare nell'accoglienza
della rivelazione, senza in nulla venire meno ai propri principi e alla propria
autonomia.(90)
Alla stessa stregua, la teologia
fondamentale dovrà mostrare l'intima compatibilità tra la fede e la sua esigenza
essenziale di esplicitarsi mediante una ragione in grado di dare in piena
libertà il proprio assenso. La fede saprà così « mostrare in pienezza il cammino
ad una ragione in ricerca sincera della verità. In tal modo la fede, dono di
Dio, pur non fondandosi sulla ragione, non può certamente fare a meno di essa;
al tempo stesso, appare la necessità per la ragione di farsi forte della fede,
per scoprire gli orizzonti ai quali da sola non potrebbe giungere ».(91)
68. La teologia morale
ha forse un bisogno ancor maggiore dell'apporto filosofico. Nella Nuova Alleanza,
infatti, la vita umana è molto meno regolamentata da prescrizioni che nell'Antica.
La vita nello Spirito conduce i credenti ad una libertà e responsabilità che
vanno oltre la Legge stessa. Il Vangelo e gli scritti apostolici, comunque,
propongono sia principi generali di condotta cristiana sia insegnamenti e precetti
puntuali. Per applicarli alle circostanze particolari della vita individuale
e sociale, il cristiano deve essere in grado di impegnare a fondo la sua coscienza
e la forza del suo ragionamento. In altre parole, ciò significa che la teologia
morale deve ricorrere ad una visione filosofica corretta sia della natura umana
e della società che dei principi generali di una decisione etica.
69. Si può forse obiettare
che nella situazione attuale il teologo, piuttosto che alla filosofia, dovrebbe
ricorrere all'aiuto di altre forme del sapere umano, quali la storia e soprattutto
le scienze, di cui tutti ammirano i recenti straordinari sviluppi. Altri poi,
a seguito di una cresciuta sensibilità nei confronti della relazione tra fede
e culture, sostengono che la teologia dovrebbe rivolgersi, di preferenza, alle
saggezze tradizionali, piuttosto che a una filosofia di origine greca ed eurocentrica.
Altri ancora, a partire da una concezione errata del pluralismo delle culture,
negano semplicemente il valore universale del patrimonio filosofico accolto
dalla Chiesa.
Queste sottolineature, tra l'altro già
presenti nell'insegnamento conciliare,(92) contengono una parte di verità. Il
riferimento alle scienze, utile in molti casi perché permette una conoscenza più
completa dell'oggetto di studio, non deve tuttavia far dimenticare la necessaria
mediazione di una riflessione tipicamente filosofica, critica e tesa
all'universale, richiesta peraltro da uno scambio fecondo tra le culture. Ciò
che mi preme sottolineare è il dovere di non fermarsi al solo caso singolo e
concreto, tralasciando il compito primario che è quello di manifestare il
carattere universale del contenuto di fede. Non si deve, inoltre, dimenticare
che l'apporto peculiare del pensiero filosofico permette di discernere, sia
nelle diverse concezioni di vita che nelle culture, « non che cosa gli uomini
pensino, ma quale sia la verità oggettiva ».(93) Non le varie opinioni umane, ma
solamente la verità può essere di aiuto alla teologia.
70. Il tema, poi, del
rapporto con le culture merita una riflessione specifica, anche se necessariamente
non esaustiva, per le implicanze che ne derivano sia sul versante filosofico
che su quello teologico. Il processo di incontro e confronto con le culture
è un'esperienza che la Chiesa ha vissuto fin dagli inizi della predicazione
del Vangelo. Il comando di Cristo ai discepoli di andare in ogni luogo, « fino
agli estremi confini della terra » (At 1, 8), per trasmettere la verità
da Lui rivelata, ha posto la comunità cristiana nella condizione di verificare
ben presto l'universalità dell'annuncio e gli ostacoli derivanti dalla diversità
delle culture. Un brano della lettera di san Paolo ai cristiani di Efeso offre
un valido aiuto per comprendere come la comunità primitiva abbia affrontato
questo problema. Scrive l'Apostolo: « Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un
tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo.
Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo
il muro di separazione che era frammezzo » (2, 13-14).
Alla luce di questo testo la nostra
riflessione s'allarga alla trasformazione che si è venuta a creare nei Gentili
una volta arrivati alla fede. Davanti alla ricchezza della salvezza operata da
Cristo, cadono le barriere che separano le diverse culture. La promessa di Dio
in Cristo diventa, adesso, un'offerta universale: non più limitata alla
particolarità di un popolo, della sua lingua e dei suoi costumi, ma estesa a
tutti come patrimonio a cui ciascuno può attingere liberamente. Da diversi
luoghi e tradizioni tutti sono chiamati in Cristo a partecipare all'unità della
famiglia dei figli di Dio. E Cristo che permette ai due popoli di diventare «
uno ». Coloro che erano « i lontani » diventano « i vicini » grazie alla novità
operata dal mistero pasquale. Gesù abbatte i muri di divisione e realizza
l'unificazione in modo originale e supremo mediante la partecipazione al suo
mistero. Questa unità è talmente profonda che la Chiesa può dire con san Paolo:
« Non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari
di Dio » (Ef 2, 19).
In una così semplice annotazione è
descritta una grande verità: l'incontro della fede con le diverse culture ha
dato vita di fatto a una realtà nuova. Le culture, quando sono profondamente
radicate nell'umano, portano in sé la testimonianza dell'apertura tipica
dell'uomo all'universale e alla trascendenza. Esse presentano, pertanto,
approcci diversi alla verità, che si rivelano di indubbia utilità per l'uomo, a
cui prospettano valori capaci di rendere sempre più umana la sua esistenza.(94)
In quanto poi le culture si richiamano ai valori delle tradizioni antiche,
portano con sé ? anche se in maniera implicita, ma non per questo meno reale ?
il riferimento al manifestarsi di Dio nella natura, come si è visto
precedentemente parlando dei testi sapienziali e dell'insegnamento di san Paolo.
71. Essendo in stretto
rapporto con gli uomini e con la loro storia, le culture condividono le stesse
dinamiche secondo cui il tempo umano si esprime. Si registrano di conseguenza
trasformazioni e progressi dovuti agli incontri che gli uomini sviluppano e
alle comunicazioni che reciprocamente si fanno dei loro modelli di vita. Le
culture traggono alimento dalla comunicazione di valori, e la loro vitalità
e sussistenza è data dalla capacità di rimanere aperte all'accoglienza del nuovo.
Qual è la spiegazione di queste dinamiche? Ogni uomo è inserito in una cultura,
da essa dipende, su di essa influisce. Egli è insieme figlio e padre della cultura
in cui è immerso. In ogni espressione della sua vita, egli porta con sé qualcosa
che lo contraddistingue in mezzo al creato: la sua apertura costante al mistero
ed il suo inesauribile desiderio di conoscenza. Ogni cultura, di conseguenza,
porta impressa in sé e lascia trasparire la tensione verso un compimento. Si
può dire, quindi, che la cultura ha in sé la possibilità di accogliere la rivelazione
divina.
Il modo in cui i cristiani vivono la fede
è anch'esso permeato dalla cultura dell'ambiente circostante e contribuisce, a
sua volta, a modellarne progressivamente le caratteristiche. Ad ogni cultura i
cristiani recano la verità immutabile di Dio, da Lui rivelata nella storia e
nella cultura di un popolo. Nel corso dei secoli continua così a riprodursi
l'evento di cui furono testimoni i pellegrini presenti a Gerusalemme nel giorno
di Pentecoste. Ascoltando gli Apostoli, si domandavano: « Costoro che parlano
non sono forse tutti Galilei? E com'è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra
lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della
Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia,
dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, stranieri di Roma, Ebrei
e proseliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le
grandi opere di Dio » (At 2, 7-11). L'annuncio del Vangelo nelle diverse
culture, mentre esige dai singoli destinatari l'adesione della fede, non
impedisce loro di conservare una propria identità culturale. Ciò non crea
divisione alcuna, perché il popolo dei battezzati si distingue per una
universalità che sa accogliere ogni cultura, favorendo il progresso di ciò che
in essa vi è di implicito verso la sua piena esplicazione nella verità.
Conseguenza di ciò è che una cultura non
può mai diventare criterio di giudizio ed ancor meno criterio ultimo di verità
nei confronti della rivelazione di Dio. Il Vangelo non è contrario a questa od a
quella cultura come se, incontrandosi con essa, volesse privarla di ciò che le
appartiene e la obbligasse ad assumere forme estrinseche che non le sono
conformi. Al contrario, l'annuncio che il credente porta nel mondo e nelle
culture è forma reale di liberazione da ogni disordine introdotto dal peccato e,
nello stesso tempo, è chiamata alla verità piena. In questo incontro, le culture
non solo non vengono private di nulla, ma sono anzi stimolate ad aprirsi al
nuovo della verità evangelica per trarne incentivo verso ulteriori sviluppi.
72. Il fatto che la missione
evangelizzatrice abbia incontrato sulla sua strada per prima la filosofia greca,
non costituisce indicazione in alcun modo preclusiva per altri approcci. Oggi,
via via che il Vangelo entra in contatto con aree culturali rimaste finora al
di fuori dell'ambito di irradiazione del cristianesimo, nuovi compiti si aprono
all'inculturazione. Problemi analoghi a quelli che la Chiesa dovette affrontare
nei primi secoli si pongono alla nostra generazione.
Il mio pensiero va spontaneamente alle
terre d'Oriente, così ricche di tradizioni religiose e filosofiche molto
antiche. Tra esse, l'India occupa un posto particolare. Un grande slancio
spirituale porta il pensiero indiano alla ricerca di un'esperienza che,
liberando lo spirito dai condizionamenti del tempo e dello spazio, abbia valore
di assoluto. Nel dinamismo di questa ricerca di liberazione si situano grandi
sistemi metafisici.
Spetta ai cristiani di oggi, innanzitutto
a quelli dell'India, il compito di estrarre da questo ricco patrimonio gli
elementi compatibili con la loro fede così che ne derivi un arricchimento del
pensiero cristiano. Per questa opera di discernimento, che trova la sua
ispirazione nella Dichiarazione conciliare
Nostra aetate, essi terranno conto di un certo numero di criteri. Il
primo è quello dell'universalità dello spirito umano, le cui esigenze
fondamentali si ritrovano identiche nelle culture più diverse. Il secondo,
derivante dal primo, consiste in questo: quando la Chiesa entra in contatto con
grandi culture precedentemente non ancora raggiunte, non può lasciarsi alle
spalle ciò che ha acquisito dall'inculturazione nel pensiero greco-latino.
Rifiutare una simile eredità sarebbe andare contro il disegno provvidenziale di
Dio, che conduce la sua Chiesa lungo le strade del tempo e della storia. Questo
criterio, del resto, vale per la Chiesa di ogni epoca, anche per quella di
domani, che si sentirà arricchita dalle acquisizioni realizzate nell'odierno
approccio con le culture orientali e troverà in questa eredità nuove indicazioni
per entrare fruttuosamente in dialogo con quelle culture che l'umanità saprà far
fiorire nel suo cammino incontro al futuro. In terzo luogo, ci si guarderà dal
confondere la legittima rivendicazione della specificità e dell'originalità del
pensiero indiano con l'idea che una tradizione culturale debba rinchiudersi
nella sua differenza ed affermarsi nella sua opposizione alle altre tradizioni,
ciò che sarebbe contrario alla natura stessa dello spirito umano.
Quanto è qui detto per l'India vale anche
per l'eredità delle grandi culture della Cina, del Giappone e degli altri Paesi
dell'Asia, come pure delle ricchezze delle culture tradizionali dell'Africa,
trasmesse soprattutto per via orale.
73. Alla luce di queste
considerazioni, il rapporto che deve opportunamente instaurarsi tra la teologia
e la filosofia sarà all'insegna della circolarità. Per la teologia, punto di
partenza e fonte originaria dovrà essere sempre la parola di Dio rivelata nella
storia, mentre obiettivo finale non potrà che essere l'intelligenza di essa
via via approfondita nel susseguirsi delle generazioni. Poiché, d'altra parte,
la parola di Dio è Verità (cfr Gv 17, 17), alla sua migliore comprensione
non può non giovare la ricerca umana della verità, ossia il filosofare, sviluppato
nel rispetto delle leggi che gli sono proprie. Non si tratta semplicemente di
utilizzare, nel discorso teologico, l'uno o l'altro concetto o frammento di
un impianto filosofico; decisivo è che la ragione del credente eserciti le sue
capacità di riflessione nella ricerca del vero all'interno di un movimento che,
partendo dalla parola di Dio, si sforza di raggiungere una migliore comprensione
di essa. E chiaro, peraltro, che, muovendosi entro questi due poli ? parola
di Dio e migliore sua conoscenza ?, la ragione è come avvertita, e in qualche
modo guidata, ad evitare sentieri che la porterebbero fuori della Verità rivelata
e, in definitiva, fuori della verità pura e semplice; essa viene anzi stimolata
ad esplorare vie che da sola non avrebbe nemmeno sospettato di poter percorrere.
Da questo rapporto di circolarità con la parola di Dio la filosofia esce arricchita,
perché la ragione scopre nuovi e insospettati orizzonti.
74. La conferma della
fecondità di un simile rapporto è offerta dalla vicenda personale di grandi
teologi cristiani che si segnalarono anche come grandi filosofi, lasciando scritti
di così alto valore speculativo, da giustificarne l'affiancamento ai maestri
della filosofia antica. Ciò vale sia per i Padri della Chiesa, tra i quali bisogna
citare almeno i nomi di san Gregorio Nazianzeno e sant'Agostino, sia per i Dottori
medievali, tra i quali emerge la grande triade di sant'Anselmo, san Bonaventura
e san Tommaso d'Aquino. Il fecondo rapporto tra filosofia e parola di Dio si
manifesta anche nella ricerca coraggiosa condotta da pensatori più recenti,
tra i quali mi piace menzionare, per l'ambito occidentale, personalità come
John Henry Newman, Antonio Rosmini, Jacques Maritain, Étienne Gilson, Edith
Stein e, per quello orientale, studiosi della statura di Vladimir S. Solov'ev,
Pavel A. Florenskij, Petr J. Caadaev, Vladimir N. Lossky. Ovviamente, nel fare
riferimento a questi autori, accanto ai quali altri nomi potrebbero essere citati,
non intendo avallare ogni aspetto del loro pensiero, ma solo proporre esempi
significativi di un cammino di ricerca filosofica che ha tratto considerevoli
vantaggi dal confronto con i dati della fede. Una cosa è certa: l'attenzione
all'itinerario spirituale di questi maestri non potrà che giovare al progresso
nella ricerca della verità e nell'utilizzo a servizio dell'uomo dei risultati
conseguiti. C'è da sperare che questa grande tradizione filosofico-teologica
trovi oggi e nel futuro i suoi continuatori e i suoi cultori per il bene della
Chiesa e dell'umanità.
Differenti stati della filosofia
75. Come risulta dalla
storia dei rapporti tra fede e filosofia, sopra brevemente accennata, si possono
distinguere diversi stati della filosofia rispetto alla fede cristiana. Un primo
è quello della filosofia totalmente indipendente dalla Rivelazione evangelica:
è lo stato della filosofia quale si è storicamente concretizzata nelle epoche
che hanno preceduto la nascita del Redentore e, dopo di essa, nelle regioni
non ancora raggiunte dal Vangelo. In questa situazione, la filosofia manifesta
la legittima aspirazione ad essere un'impresa autonoma, che procede cioè
secondo le leggi sue proprie, avvalendosi delle sole forze della ragione. Pur
nella consapevolezza dei gravi limiti dovuti alla congenita debolezza dell'umana
ragione, questa aspirazione va sostenuta e rafforzata. L'impegno filosofico,
infatti, quale ricerca della verità nell'ambito naturale, rimane almeno implicitamente
aperto al soprannaturale.
Di più: anche quando è lo stesso discorso
teologico ad avvalersi di concetti e argomenti filosofici, l'esigenza di
corretta autonomia del pensiero va rispettata. L'argomentazione sviluppata
secondo rigorosi criteri razionali, infatti, è garanzia del raggiungimento di
risultati universalmente validi. Si verifica anche qui il principio secondo cui
la grazia non distrugge, ma perfeziona la natura: l'assenso di fede, che impegna
l'intelletto e la volontà, non distrugge ma perfeziona il libero arbitrio di
ogni credente che accoglie in sé il dato rivelato.
Da questa corretta istanza si allontana in
modo netto la teoria della cosiddetta filosofia « separata », perseguita da
parecchi filosofi moderni. Più che l'affermazione della giusta autonomia del
filosofare, essa costituisce la rivendicazione di una autosufficienza del
pensiero che si rivela chiaramente illegittima: rifiutare gli apporti di verità
derivanti dalla rivelazione divina significa infatti precludersi l'accesso a una
più profonda conoscenza della verità, a danno della stessa filosofia.
76. Un secondo stato
della filosofia è quello che molti designano con l'espressione filosofia
cristiana. La denominazione è di per sé legittima, ma non deve essere equivocata:
non si intende con essa alludere ad una filosofia ufficiale della Chiesa, giacché
la fede non è come tale una filosofia. Con questo appellativo si vuole piuttosto
indicare un filosofare cristiano, una speculazione filosofica concepita in unione
vitale con la fede. Non ci si riferisce quindi semplicemente ad una filosofia
elaborata da filosofi cristiani, i quali nella loro ricerca non hanno voluto
contraddire la fede. Parlando di filosofia cristiana si intendono abbracciare
tutti quegli importanti sviluppi del pensiero filosofico che non si sarebbero
realizzati senza l'apporto, diretto o indiretto, della fede cristiana.
Due sono, pertanto, gli aspetti della
filosofia cristiana: uno soggettivo, che consiste nella purificazione della
ragione da parte della fede. Come virtù teologale, essa libera la ragione dalla
presunzione, tipica tentazione a cui i filosofi sono facilmente soggetti. Già
san Paolo e i Padri della Chiesa e, più vicino a noi, filosofi come Pascal e
Kierkegaard l'hanno stigmatizzata. Con l'umiltà, il filosofo acquista anche il
coraggio di affrontare alcune questioni che difficilmente potrebbe risolvere
senza prendere in considerazione i dati ricevuti dalla Rivelazione. Si pensi, ad
esempio, ai problemi del male e della sofferenza, all'identità personale di Dio
e alla domanda sul senso della vita o, più direttamente, alla domanda metafisica
radicale: « Perché vi è qualcosa? ».
Vi è poi l'aspetto oggettivo, riguardante
i contenuti: la Rivelazione propone chiaramente alcune verità che, pur non
essendo naturalmente inaccessibili alla ragione, forse non sarebbero mai state
da essa scoperte, se fosse stata abbandonata a sé stessa. In questo orizzonte si
situano questioni come il concetto di un Dio personale, libero e creatore, che
tanto rilievo ha avuto per lo sviluppo del pensiero filosofico e, in
particolare, per la filosofia dell'essere. A quest'ambito appartiene pure la
realtà del peccato, così com'essa appare alla luce della fede, la quale aiuta a
impostare filosoficamente in modo adeguato il problema del male. Anche la
concezione della persona come essere spirituale è una peculiare originalità
della fede: l'annuncio cristiano della dignità, dell'uguaglianza e della libertà
degli uomini ha certamente influito sulla riflessione filosofica che i moderni
hanno condotto. Più vicino a noi, si può menzionare la scoperta dell'importanza
che ha anche per la filosofia l'evento storico, centro della Rivelazione
cristiana. Non a caso, esso è diventato perno di una filosofia della storia, che
si presenta come un nuovo capitolo della ricerca umana della verità.
Tra gli elementi oggettivi della filosofia
cristiana rientra anche la necessità di esplorare la razionalità di alcune
verità espresse dalla Sacra Scrittura, come la possibilità di una vocazione
soprannaturale dell'uomo ed anche lo stesso peccato originale. Sono compiti che
provocano la ragione a riconoscere che vi è del vero e del razionale ben oltre
gli stretti confini entro i quali essa sarebbe portata a rinchiudersi. Queste
tematiche allargano di fatto l'ambito del razionale.
Speculando su questi contenuti, i filosofi
non sono diventati teologi, in quanto non hanno cercato di comprendere e di
illustrare le verità della fede a partire dalla Rivelazione. Hanno continuato a
lavorare sul loro proprio terreno e con la propria metodologia puramente
razionale, ma allargando la loro indagine a nuovi ambiti del vero. Si può dire
che, senza questo influsso stimolante della parola di Dio, buona parte della
filosofia moderna e contemporanea non esisterebbe. Il dato conserva tutta la sua
rilevanza, pur di fronte alla deludente costatazione dell'abbandono
dell'ortodossia cristiana da parte di non pochi pensatori di questi ultimi
secoli.
77. Un altro stato significativo
della filosofia si ha quando è la stessa teologia a chiamare in causa la
filosofia. In realtà, la teologia ha sempre avuto e continua ad avere bisogno
dell'apporto filosofico. Essendo opera della ragione critica alla luce della
fede, il lavoro teologico presuppone ed esige in tutto il suo indagare una ragione
concettualmente e argomentativamente educata e formata. La teologia, inoltre,
ha bisogno della filosofia come interlocutrice per verificare l'intelligibilità
e la verità universale dei suoi asserti. Non a caso furono filosofie non cristiane
ad essere assunte dai Padri della Chiesa e dai teologi medievali a tale funzione
esplicativa. Questo fatto storico indica il valore dell'autonomia che
la filosofia conserva anche in questo suo terzo stato, ma insieme mostra le
trasformazioni necessarie e profonde che essa deve subire.
E proprio nel senso di un apporto
indispensabile e nobile che la filosofia fu chiamata fin dall'età patristica
ancilla theologiae. Il titolo non fu applicato per indicare una servile
sottomissione o un ruolo puramente funzionale della filosofia nei confronti
della teologia. Fu utilizzato piuttosto nel senso in cui Aristotele parlava
delle scienze esperienziali quali « ancelle » della « filosofia prima ».
L'espressione, oggi difficilmente utilizzabile in forza dei principi di
autonomia a cui si è fatto cenno, è servita nel corso della storia per indicare
la necessità del rapporto tra le due scienze e l'impossibilità di una loro
separazione.
Se il teologo si rifiutasse di avvalersi
della filosofia, rischierebbe di far filosofia a sua insaputa e di rinchiudersi
in strutture di pensiero poco adatte all'intelligenza della fede. Il filosofo,
da parte sua, se escludesse ogni contatto con la teologia, si sentirebbe in
dovere di impadronirsi per conto proprio dei contenuti della fede cristiana,
come è avvenuto con alcuni filosofi moderni. In un caso come nell'altro, si
profilerebbe il pericolo della distruzione dei principi basilari di autonomia
che ogni scienza giustamente vuole garantiti.
Lo stato della filosofia qui considerato,
per le implicanze che comporta nell'intelligenza della Rivelazione, si colloca
insieme alla teologia più direttamente sotto l'autorità del Magistero e del suo
discernimento, come ho precedentemente esposto. Dalle verità di fede, infatti,
derivano determinate esigenze che la filosofia deve rispettare nel momento in
cui entra in rapporto con la teologia.
78. Alla luce di queste
riflessioni, ben si comprende perché il Magistero abbia ripetutamente lodato
i meriti del pensiero di san Tommaso e lo abbia posto come guida e modello degli
studi teologici. Ciò che interessava non era prendere posizione su questioni
propriamente filosofiche, né imporre l'adesione a tesi particolari. L'intento
del Magistero era, e continua ad essere, quello di mostrare come san Tommaso
sia un autentico modello per quanti ricercano la verità. Nella sua riflessione,
infatti, l'esigenza della ragione e la forza della fede hanno trovato la sintesi
più alta che il pensiero abbia mai raggiunto, in quanto egli ha saputo difendere
la radicale novità portata dalla Rivelazione senza mai umiliare il cammino proprio
della ragione.
79. Esplicitando ulteriormente i contenuti
del Magistero precedente, intendo in questa ultima parte indicare alcune
esigenze che la teologia ? anzi, prima ancora la parola di Dio ? pone oggi al
pensiero filosofico e alle filosofie odierne. Come già ho rilevato, il filosofo
deve procedere secondo le proprie regole e fondarsi sui propri principi; la
verità, tuttavia, non può essere che una sola. La Rivelazione, con i suoi
contenuti, non potrà mai umiliare la ragione nelle sue scoperte e nella sua
legittima autonomia; per parte sua, però, la ragione non dovrà mai perdere la
sua capacità d'interrogarsi e di interrogare, nella consapevolezza di non
potersi ergere a valore assoluto ed esclusivo. La verità rivelata, offrendo
pienezza di luce sull'essere a partire dallo splendore che proviene dallo stesso
Essere sussistente, illuminerà il cammino della riflessione filosofica. La
Rivelazione cristiana, insomma, diventa il vero punto di aggancio e di confronto
tra il pensare filosofico e quello teologico nel loro reciproco rapportarsi. E
auspicabile, quindi, che teologi e filosofi si lascino guidare dall'unica
autorità della verità così che venga elaborata una filosofia in consonanza con
la parola di Dio. Questa filosofia sarà il terreno d'incontro tra le culture e
la fede cristiana, il luogo d'intesa tra credenti e non credenti. Sarà di aiuto
perché i credenti si convincano più da vicino che la profondità e genuinità
della fede è favorita quando è unita al pensiero e ad esso non rinuncia. Ancora
una volta, è la lezione dei Padri che ci guida in questa convinzione: « Lo
stesso credere null'altro è che pensare assentendo [...]. Chiunque crede pensa,
e credendo pensa e pensando crede [...]. La fede se non è pensata è nulla ».(95)
Ed ancora: « Se si toglie l'assenso, si toglie la fede, perché senza assenso non
si crede affatto ».(96)
CAPITOLO
VII
ESIGENZE
E COMPITI ATTUALI
Le esigenze irrinunciabili della parola di Dio
80. La Sacra Scrittura
contiene, in maniera sia esplicita che implicita, una serie di elementi che
consentono di raggiungere una visione dell'uomo e del mondo di notevole spessore
filosofico. I cristiani hanno preso progressivamente coscienza della ricchezza
racchiusa in quelle pagine sacre. Da esse risulta che la realtà di cui facciamo
esperienza non è l'assoluto: non è increata, né si è autogenerata. Dio soltanto
è l'Assoluto. Dalle pagine della Bibbia emerge inoltre una visione dell'uomo
come imago Dei, che contiene precise indicazioni circa il suo essere,
la sua libertà e l'immortalità del suo spirito. Non essendo il mondo creato
autosufficiente, ogni illusione di autonomia, che ignori la essenziale dipendenza
da Dio di ogni creatura ? uomo compreso ? porta a drammi che distruggono la
ricerca razionale dell'armonia e del senso dell'esistenza umana.
Anche il problema del male morale ? la
forma di male più tragica ? è affrontato nella Bibbia, la quale ci dice che esso
non è riconducibile ad una qualche deficienza dovuta alla materia, ma è una
ferita che proviene dall'esprimersi disordinato della libertà umana. La parola
di Dio, infine, prospetta il problema del senso dell'esistenza e rivela la sua
risposta indirizzando l'uomo a Gesù Cristo, il Verbo di Dio incarnato, che
realizza in pienezza l'esistenza umana. Altri aspetti si potrebbero esplicitare
dalla lettura del testo sacro; ciò che emerge, comunque, è il rifiuto di ogni
forma di relativismo, di materialismo, di panteismo.
La convinzione fondamentale di questa «
filosofia » racchiusa nella Bibbia è che la vita umana e il mondo hanno un senso
e sono diretti verso il loro compimento, che si attua in Gesù Cristo. Il mistero
dell'Incarnazione resterà sempre il centro a cui riferirsi per poter comprendere
l'enigma dell'esistenza umana, del mondo creato e di Dio stesso. In questo
mistero le sfide per la filosofia si fanno estreme, perché la ragione è chiamata
a far sua una logica che abbatte le barriere in cui essa stessa rischia di
rinchiudersi. Solo qui, però, il senso dell'esistenza raggiunge il suo culmine.
Si rende intelligibile, infatti, l'intima essenza di Dio e dell'uomo: nel
mistero del Verbo incarnato, natura divina e natura umana, con la rispettiva
autonomia, vengono salvaguardate e insieme si manifesta il vincolo unico che le
pone in reciproco rapporto senza confusione.(97)
81. E da osservare che
uno dei dati più rilevanti della nostra condizione attuale consiste nella «
crisi del senso ». I punti di vista, spesso di carattere scientifico, sulla
vita e sul mondo si sono talmente moltiplicati che, di fatto, assistiamo all'affermarsi
del fenomeno della frammentarietà del sapere. Proprio questo rende difficile
e spesso vana la ricerca di un senso. Anzi ? cosa anche più drammatica ? in
questo groviglio di dati e di fatti tra cui si vive e che sembrano costituire
la trama stessa dell'esistenza, non pochi si chiedono se abbia ancora senso
porsi una domanda sul senso. La pluralità delle teorie che si contendono la
risposta, o i diversi modi di vedere e di interpretare il mondo e la vita dell'uomo,
non fanno che acuire questo dubbio radicale, che facilmente sfocia in uno stato
di scetticismo e di indifferenza o nelle diverse espressioni del nichilismo.
La conseguenza di ciò è che spesso lo
spirito umano è occupato da una forma di pensiero ambiguo, che lo porta a
rinchiudersi ancora di più in se stesso, entro i limiti della propria immanenza,
senza alcun riferimento al trascendente. Una filosofia priva della domanda sul
senso dell'esistenza incorrerebbe nel grave pericolo di degradare la ragione a
funzioni soltanto strumentali, senza alcuna autentica passione per la ricerca
della verità.
Per essere in consonanza con la parola di
Dio è necessario, anzitutto, che la filosofia ritrovi la sua dimensione
sapienziale di ricerca del senso ultimo e globale della vita. Questa prima
esigenza, a ben guardare, costituisce per la filosofia uno stimolo utilissimo ad
adeguarsi alla sua stessa natura. Ciò facendo, infatti, essa non sarà soltanto
l'istanza critica decisiva, che indica alle varie parti del sapere scientifico
la loro fondatezza e il loro limite, ma si porrà anche come istanza ultima di
unificazione del sapere e dell'agire umano, inducendoli a convergere verso uno
scopo ed un senso definitivi. Questa dimensione sapienziale è oggi tanto più
indispensabile in quanto l'immensa crescita del potere tecnico dell'umanità
richiede una rinnovata e acuta coscienza dei valori ultimi. Se questi mezzi
tecnici dovessero mancare dell'ordinamento ad un fine non meramente
utilitaristico, potrebbero presto rivelarsi disumani, ed anzi trasformarsi in
potenziali distruttori del genere umano.(98)
La parola di Dio rivela il fine ultimo
dell'uomo e dà un senso globale al suo agire nel mondo. E per questo che essa
invita la filosofia ad impegnarsi nella ricerca del fondamento naturale di
questo senso, che è la religiosità costitutiva di ogni persona. Una filosofia
che volesse negare la possibilità di un senso ultimo e globale sarebbe non
soltanto inadeguata, ma erronea.
82. Questo ruolo sapienziale
non potrebbe, peraltro, essere svolto da una filosofia che non fosse essa stessa
un sapere autentico e vero, cioè rivolto non soltanto ad aspetti particolari
e relativi ? siano essi funzionali, formali o utili ? del reale, ma alla sua
verità totale e definitiva, ossia all'essere stesso dell'oggetto di conoscenza.
Ecco, dunque, una seconda esigenza: appurare la capacità dell'uomo di giungere
alla conoscenza della verità; una conoscenza, peraltro, che attinga
la verità oggettiva, mediante quella adaequatio rei et intellectus a
cui si riferiscono i Dottori della Scolastica.(99) Questa esigenza, propria
della fede, è stata esplicitamente riaffermata dal Concilio Vaticano II: « L'intelligenza,
infatti, non si restringe all'ambito dei fenomeni soltanto, ma può conquistare
la realtà intelligibile con vera certezza, anche se, per conseguenza del peccato,
si trova in parte oscurata e debilitata ». (100)
Una filosofia radicalmente fenomenista o
relativista risulterebbe inadeguata a recare questo aiuto nell'approfondimento
della ricchezza contenuta nella parola di Dio. La Sacra Scrittura, infatti,
presuppone sempre che l'uomo, anche se colpevole di doppiezza e di menzogna, sia
capace di conoscere e di afferrare la verità limpida e semplice. Nei Libri
Sacri, e in particolare nel Nuovo Testamento, si trovano testi e affermazioni di
portata propriamente ontologica. Gli autori ispirati, infatti, hanno inteso
formulare affermazioni vere, tali cioè da esprimere la realtà oggettiva. Non si
può dire che la tradizione cattolica abbia commesso un errore quando ha compreso
alcuni testi di san Giovanni e di san Paolo come affermazioni sull'essere stesso
di Cristo. La teologia, quando si applica a comprendere e spiegare queste
affermazioni, ha bisogno pertanto dell'apporto di una filosofia che non rinneghi
la possibilità di una conoscenza oggettivamente vera, per quanto sempre
perfezionabile. Quanto detto vale anche per i giudizi della coscienza morale,
che la Sacra Scrittura suppone poter essere oggettivamente veri. (101)
83. Le due suddette esigenze
ne comportano una terza: è necessaria una filosofia di portata autenticamente
metafisica, capace cioè di trascendere i dati empirici per giungere, nella
sua ricerca della verità, a qualcosa di assoluto, di ultimo, di fondante. E
un'esigenza, questa, implicita sia nella conoscenza a carattere sapienziale
che in quella a carattere analitico; in particolare, è un'esigenza propria della
conoscenza del bene morale, il cui fondamento ultimo è il Bene sommo, Dio stesso.
Non intendo qui parlare della metafisica come di una scuola specifica o di una
particolare corrente storica. Desidero solo affermare che la realtà e la verità
trascendono il fattuale e l'empirico, e voglio rivendicare la capacità che l'uomo
possiede di conoscere questa dimensione trascendente e metafisica in modo vero
e certo, benché imperfetto ed analogico. In questo senso, la metafisica non
va vista in alternativa all'antropologia, giacché è proprio la metafisica che
consente di dare fondamento al concetto di dignità della persona in forza della
sua condizione spirituale. La persona, in particolare, costituisce un ambito
privilegiato per l'incontro con l'essere e, dunque, con la riflessione metafisica.
Ovunque l'uomo scopre la presenza di un
richiamo all'assoluto e al trascendente, lì gli si apre uno spiraglio verso la
dimensione metafisica del reale: nella verità, nella bellezza, nei valori
morali, nella persona altrui, nell'essere stesso, in Dio. Una grande sfida che
ci aspetta al termine di questo millennio è quella di saper compiere il
passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento.
Non è possibile fermarsi alla sola esperienza; anche quando questa esprime e
rende manifesta l'interiorità dell'uomo e la sua spiritualità, è necessario che
la riflessione speculativa raggiunga la sostanza spirituale e il fondamento che
la sorregge. Un pensiero filosofico che rifiutasse ogni apertura metafisica,
pertanto, sarebbe radicalmente inadeguato a svolgere una funzione mediatrice
nella comprensione della Rivelazione.
La parola di Dio fa continui riferimenti a
ciò che oltrepassa l'esperienza e persino il pensiero dell'uomo; ma questo «
mistero » non potrebbe essere rivelato, né la teologia potrebbe renderlo in
qualche modo intelligibile, (102) se la conoscenza umana fosse rigorosamente
limitata al mondo dell'esperienza sensibile. La metafisica, pertanto, si pone
come mediazione privilegiata nella ricerca teologica. Una teologia priva
dell'orizzonte metafisico non riuscirebbe ad approdare oltre l'analisi
dell'esperienza religiosa e non permetterebbe all'intellectus fidei di
esprimere con coerenza il valore universale e trascendente della verità
rivelata.
Se tanto insisto sulla componente
metafisica, è perché sono convinto che questa è la strada obbligata per superare
la situazione di crisi che pervade oggi grandi settori della filosofia e per
correggere così alcuni comportamenti erronei diffusi nella nostra società.
84. L'importanza dell'istanza
metafisica diventa ancora più evidente se si considera lo sviluppo che oggi
hanno le scienze ermeneutiche e le diverse analisi del linguaggio. I risultati
a cui questi studi giungono possono essere molto utili per l'intelligenza della
fede, in quanto rendono manifesti la struttura del nostro pensare e parlare
e il senso racchiuso nel linguaggio. Vi sono cultori di tali scienze, però,
che nelle loro indagini tendono ad arrestarsi al come si comprende e come si
dice la realtà, prescindendo dal verificare le possibilità della ragione di
scoprirne l'essenza. Come non vedere in tale atteggiamento una conferma della
crisi di fiducia, che il nostro tempo sta attraversando, circa le capacità della
ragione? Quando poi, in forza di assunti aprioristici, queste tesi tendono ad
offuscare i contenuti della fede o a negarne la validità universale, allora
non solo umiliano la ragione, ma si pongono da se stesse fuori gioco. La fede,
infatti, presuppone con chiarezza che il linguaggio umano sia capace di esprimere
in modo universale ? anche se in termini analogici, ma non per questo meno significativi
? la realtà divina e trascendente. (103) Se non fosse così, la parola di Dio,
che è sempre parola divina in linguaggio umano, non sarebbe capace di esprimere
nulla su Dio. L'interpretazione di questa Parola non può rimandarci soltanto
da interpretazione a interpretazione, senza mai portarci ad attingere un'affermazione
semplicemente vera; altrimenti non vi sarebbe rivelazione di Dio, ma soltanto
l'espressione di concezioni umane su di Lui e su ciò che presumibilmente Egli
pensa di noi.
85. So bene che queste
esigenze, poste alla filosofia dalla parola di Dio, possono sembrare ardue a
molti che vivono l'odierna situazione della ricerca filosofica. Proprio per
questo, facendo mio ciò che i Sommi Pontefici da qualche generazione non cessano
di insegnare e che lo stesso Concilio Vaticano II ha ribadito, voglio esprimere
con forza la convinzione che l'uomo è capace di giungere a una visione unitaria
e organica del sapere. Questo è uno dei compiti di cui il pensiero cristiano
dovrà farsi carico nel corso del prossimo millennio dell'era cristiana. La settorialità
del sapere, in quanto comporta un approccio parziale alla verità con la conseguente
frammentazione del senso, impedisce l'unità interiore dell'uomo contemporaneo.
Come potrebbe la Chiesa non preoccuparsene? Questo compito sapienziale deriva
ai suoi Pastori direttamente dal Vangelo ed essi non possono sottrarsi al dovere
di perseguirlo.
Ritengo che quanti oggi intendono
rispondere come filosofi alle esigenze che la parola di Dio pone al pensiero
umano dovrebbero elaborare il loro discorso sulla base di questi postulati e in
coerente continuità con quella grande tradizione che, iniziando con gli antichi,
passa per i Padri della Chiesa e i maestri della scolastica, per giungere fino a
comprendere le acquisizioni fondamentali del pensiero moderno e contemporaneo.
Se saprà attingere a questa tradizione ed ispirarsi ad essa, il filosofo non
mancherà di mostrarsi fedele all'esigenza di autonomia del pensare filosofico.
In questo senso, è quanto mai
significativo che, nel contesto attuale, alcuni filosofi si facciano promotori
della riscoperta del ruolo determinante della tradizione per una corretta forma
di conoscenza. Il richiamo alla tradizione, infatti, non è un mero ricordo del
passato; esso costituisce piuttosto il riconoscimento di un patrimonio culturale
che appartiene a tutta l'umanità. Si potrebbe, anzi, dire che siamo noi ad
appartenere alla tradizione e non possiamo disporre di essa come vogliamo.
Proprio questo affondare le radici nella tradizione è ciò che permette a noi,
oggi, di poter esprimere un pensiero originale, nuovo e progettuale per il
futuro. Questo stesso richiamo vale anche maggiormente per la teologia. Non solo
perché essa possiede la Tradizione viva della Chiesa come fonte originaria,
(104) ma anche perché, in forza di questo, deve essere capace di recuperare sia
la profonda tradizione teologica che ha segnato le epoche precedenti, sia la
tradizione perenne di quella filosofia che ha saputo superare per la sua reale
saggezza i confini dello spazio e del tempo.
86. L'insistenza sulla
necessità di uno stretto rapporto di continuità della riflessione filosofica
contemporanea con quella elaborata nella tradizione cristiana intende prevenire
il pericolo che si nasconde in alcune linee di pensiero, oggi particolarmente
diffuse. Anche se brevemente, ritengo opportuno soffermarmi su di esse per rilevarne
gli errori ed i conseguenti rischi per l'attività filosofica.
La prima è quella che va sotto il nome di
eclettismo, termine col quale si designa l'atteggiamento di chi, nella
ricerca, nell'insegnamento e nell'argomentazione, anche teologica, è solito
assumere singole idee derivate da differenti filosofie, senza badare né alla
loro coerenza e connessione sistematica né al loro inserimento storico. In
questo modo, egli si pone in condizione di non poter discernere la parte di
verità di un pensiero da quello che vi può essere di erroneo o di inadeguato.
Una forma estrema di eclettismo è ravvisabile anche nell'abuso retorico dei
termini filosofici a cui a volte qualche teologo s'abbandona. Una simile
strumentalizzazione non serve alla ricerca della verità e non educa la ragione ?
sia teologica che filosofica ? ad argomentare in maniera seria e scientifica. Lo
studio rigoroso e approfondito delle dottrine filosofiche, del linguaggio loro
peculiare e del contesto in cui sono sorte aiuta a superare i rischi
dell'eclettismo e permette una loro adeguata integrazione nell'argomentazione
teologica.
87. L'eclettismo è un
errore di metodo, ma potrebbe anche nascondere in sé le tesi proprie dello storicismo.
Per comprendere in maniera corretta una dottrina del passato, è necessario che
questa sia inserita nel suo contesto storico e culturale. La tesi fondamentale
dello storicismo, invece, consiste nello stabilire la verità di una filosofia
sulla base della sua adeguatezza ad un determinato periodo e ad un determinato
compito storico. In questo modo, almeno implicitamente, si nega la validità
perenne del vero. Ciò che era vero in un'epoca, sostiene lo storicista, può
non esserlo più in un'altra. La storia del pensiero, insomma, diventa per lui
poco più di un reperto archeologico a cui attingere per evidenziare posizioni
del passato ormai in gran parte superate e prive di significato per il presente.
Si deve considerare, al contrario, che anche se la formulazione è in certo modo
legata al tempo e alla cultura, la verità o l'errore in esse espressi si possono
in ogni caso, nonostante la distanza spazio-temporale, riconoscere e come tali
valutare.
Nella riflessione teologica, lo storicismo
tende a presentarsi per lo più sotto una forma di « modernismo ». Con la giusta
preoccupazione di rendere il discorso teologico attuale e assimilabile per il
contemporaneo, ci si avvale soltanto degli asserti e del gergo filosofico più
recenti, trascurando le istanze critiche che, alla luce della tradizione, si
dovrebbero eventualmente sollevare. Questa forma di modernismo, per il fatto di
scambiare l'attualità per la verità, si rivela incapace di soddisfare le
esigenze di verità a cui la teologia è chiamata a dare risposta.
88. Un altro pericolo da considerare
è lo scientismo. Questa concezione filosofica si rifiuta di
ammettere come valide forme di conoscenza diverse da quelle che sono proprie
delle scienze positive, relegando nei confini della mera immaginazione sia la
conoscenza religiosa e teologica, sia il sapere etico ed estetico. Nel passato,
la stessa idea si esprimeva nel positivismo e nel neopositivismo, che ritenevano
prive di senso le affermazioni di carattere metafisico. La critica epistemologica
ha screditato questa posizione, ed ecco che essa rinasce sotto le nuove vesti
dello scientismo. In questa prospettiva, i valori sono relegati a semplici prodotti
dell'emotività e la nozione di essere è accantonata per fare spazio alla pura
e semplice fattualità. La scienza, quindi, si prepara a dominare tutti gli aspetti
dell'esistenza umana attraverso il progresso tecnologico. Gli innegabili successi
della ricerca scientifica e della tecnologia contemporanea hanno contribuito
a diffondere la mentalità scientista, che sembra non avere più confini, visto
come è penetrata nelle diverse culture e quali cambiamenti radicali vi ha apportato.
Si deve costatare, purtroppo, che quanto
attiene alla domanda circa il senso della vita viene dallo scientismo
considerato come appartenente al dominio dell'irrazionale o dell'immaginario.
Non meno deludente è l'approccio di questa corrente di pensiero agli altri
grandi problemi della filosofia, che, quando non vengono ignorati, sono
affrontati con analisi poggianti su analogie superficiali, prive di fondamento
razionale. Ciò porta all'impoverimento della riflessione umana, alla quale
vengono sottratti quei problemi di fondo che l'animal rationale, fin
dagli inizi della sua esistenza sulla terra, costantemente si è posto.
Accantonata, in questa prospettiva, la critica proveniente dalla valutazione
etica, la mentalità scientista è riuscita a fare accettare da molti l'idea
secondo cui ciò che è tecnicamente fattibile diventa per ciò stesso anche
moralmente ammissibile.
89. Foriero di non minori
pericoli è il pragmatismo, atteggiamento mentale che è proprio di chi,
nel fare le sue scelte, esclude il ricorso a riflessioni teoretiche o a valutazioni
fondate su principi etici. Notevoli sono le conseguenze pratiche derivanti da
questa linea di pensiero. In particolare, vi si è venuta affermando una concezione
della democrazia che non contempla il riferimento a fondamenti di ordine assiologico
e perciò immutabili: la ammissibilità o meno di un determinato comportamento
si decide sulla base del voto della maggioranza parlamentare. (105) E chiara
la conseguenza di una simile impostazione: le grandi decisioni morali dell'uomo
vengono di fatto subordinate alle deliberazioni via via assunte dagli organi
istituzionali. Di più: è la stessa antropologia ad essere fortemente condizionata,
mediante la proposta di una visione unidimensionale dell'essere umano, dalla
quale esulano i grandi dilemmi etici, le analisi esistenziali sul senso della
sofferenza e del sacrificio, della vita e della morte.
90. Le tesi fin qui esaminate
conducono, a loro volta, a una più generale concezione, che sembra oggi costituire
l'orizzonte comune a molte filosofie che hanno preso congedo dal senso dell'essere.
Intendo riferirmi alla lettura nichilista, che è insieme il rifiuto di ogni
fondamento e la negazione di ogni verità oggettiva. Il nichilismo, prima
ancora di essere in contrasto con le esigenze e i contenuti propri della parola
di Dio, è negazione dell'umanità dell'uomo e della sua stessa identità. Non
si può dimenticare, infatti, che l'oblio dell'essere comporta inevitabilmente
la perdita di contatto con la verità oggettiva e, conseguentemente, col fondamento
su cui poggia la dignità dell'uomo. Si fa così spazio alla possibilità di cancellare
dal volto dell'uomo i tratti che ne rivelano la somiglianza con Dio, per condurlo
progressivamente o a una distruttiva volontà di potenza o alla disperazione
della solitudine. Una volta che si è tolta la verità all'uomo, è pura illusione
pretendere di renderlo libero. Verità e libertà, infatti, o si coniugano insieme
o insieme miseramente periscono. (106)
91. Nel commentare le
linee di pensiero appena ricordate non è stata mia intenzione presentare un
quadro completo della situazione attuale della filosofia: essa, del resto, sarebbe
difficilmente riconducibile ad una visione unitaria. Mi preme sottolineare che
l'eredità del sapere e della sapienza si è, di fatto, arricchita in diversi
campi. Basti citare la logica, la filosofia del linguaggio, l'epistemologia,
la filosofia della natura, l'antropologia, l'analisi approfondita delle vie
affettive della conoscenza, l'approccio esistenziale all'analisi della libertà.
D'altro canto, l'affermazione del principio d'immanenza, che sta al centro della
pretesa razionalista, ha suscitato, a partire dal secolo scorso, reazioni che
hanno portato ad una radicale rimessa in questione di postulati ritenuti indiscutibili.
Sono nate così correnti irrazionaliste, mentre la critica metteva in evidenza
l'inanità dell'esigenza di autofondazione assoluta della ragione.
La nostra epoca è stata qualificata da
certi pensatori come l'epoca della « post-modernità ». Questo termine,
utilizzato non di rado in contesti tra loro molto distanti, designa l'emergere
di un insieme di fattori nuovi, che quanto ad estensione ed efficacia si sono
rivelati capaci di determinare cambiamenti significativi e durevoli. Così il
termine è stato dapprima impiegato a proposito di fenomeni d'ordine estetico,
sociale, tecnologico. Successivamente è stato trasferito in ambito filosofico,
restando però segnato da una certa ambiguità, sia perché il giudizio su ciò che
è qualificato come « post-moderno » è a volte positivo ed a volte negativo, sia
perché non vi è consenso sul delicato problema della delimitazione delle varie
epoche storiche. Una cosa tuttavia è fuori dubbio: le correnti di pensiero che
si richiamano alla post-modernità meritano un'adeguata attenzione. Secondo
alcune di esse, infatti, il tempo delle certezze sarebbe irrimediabilmente
passato, l'uomo dovrebbe ormai imparare a vivere in un orizzonte di totale
assenza di senso, all'insegna del provvisorio e del fuggevole. Parecchi autori,
nella loro critica demolitrice di ogni certezza, ignorando le necessarie
distinzioni, contestano anche le certezze della fede.
Questo nichilismo trova in qualche modo
una conferma nella terribile esperienza del male che ha segnato la nostra epoca.
Dinanzi alla drammaticità di questa esperienza, l'ottimismo razionalista che
vedeva nella storia l'avanzata vittoriosa della ragione, fonte di felicità e di
libertà, non ha resistito, al punto che una delle maggiori minacce, in questa
fine di secolo, è la tentazione della disperazione.
Resta tuttavia vero che una certa
mentalità positivista continua ad accreditare l'illusione che, grazie alle
conquiste scientifiche e tecniche, l'uomo, quale demiurgo, possa giungere da
solo ad assicurarsi il pieno dominio del suo destino.
Compiti attuali per la teologia
92. In quanto intelligenza
della Rivelazione, la teologia nelle diverse epoche storiche si è sempre trovata
a dover recepire le istanze delle varie culture per poi mediare in esse, con
una concettualizzazione coerente, il contenuto della fede. Anche oggi un duplice
compito le spetta. Da una parte, infatti, essa deve sviluppare l'impegno che
il Concilio Vaticano II, a suo tempo, le ha affidato: rinnovare le proprie metodologie
in vista di un servizio più efficace all'evangelizzazione. Come non pensare,
in questa prospettiva, alle parole pronunciate dal Sommo Pontefice Giovanni
XXIII in apertura del Concilio? Egli disse allora: « E necessario che, aderendo
alla viva attesa di quanti amano sinceramente la religione cristiana, cattolica,
apostolica, questa dottrina sia più largamente e più profondamente conosciuta,
e che gli spiriti ne siano più pienamente istruiti e formati; è necessario che
questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata,
sia approfondita e presentata in modo che corrisponda alle esigenze del nostro
tempo ». (107)
Dall'altra parte, la teologia deve puntare
gli occhi sulla verità ultima che le viene consegnata con la Rivelazione, senza
accontentarsi di fermarsi a stadi intermedi. E bene per il teologo ricordare che
il suo lavoro corrisponde « al dinamismo insito nella fede stessa » e che
oggetto proprio della sua ricerca è « la Verità, il Dio vivo e il suo disegno di
salvezza rivelato in Gesù Cristo ». (108) Questo compito, che tocca in prima
istanza la teologia, provoca nello stesso tempo la filosofia. La mole dei
problemi che oggi si impongono, infatti, richiede un lavoro comune, anche se
condotto con metodologie differenti, perché la verità sia di nuovo conosciuta ed
espressa. La Verità, che è Cristo, si impone come autorità universale che regge,
stimola e fa crescere (cfr Ef 4, 15) sia la teologia che la filosofia.
Credere nella possibilità di conoscere una
verità universalmente valida non è minimamente fonte di intolleranza; al
contrario, è condizione necessaria per un sincero e autentico dialogo tra le
persone. Solamente a questa condizione è possibile superare le divisioni e
percorrere insieme il cammino verso la verità tutta intera, seguendo quei
sentieri che solo lo Spirito del Signore risorto conosce. (109) Come l'esigenza
di unità si configuri concretamente oggi, in vista dei compiti attuali della
teologia, è quanto desidero ora indicare.
93. Lo scopo fondamentale
a cui mira la teologia consiste nel presentare l'intelligenza della Rivelazione
ed il contenuto della fede. Il vero centro della sua riflessione sarà, pertanto,
la contemplazione del mistero stesso del Dio Uno e Trino. A questi si accede
riflettendo sul mistero dell'incarnazione del Figlio di Dio: sul suo farsi uomo
e sul conseguente suo andare incontro alla passione e alla morte, mistero che
sfocerà nella sua gloriosa risurrezione e ascensione alla destra del Padre,
da dove invierà lo Spirito di verità a costituire e ad animare la sua Chiesa.
Impegno primario della teologia, in questo orizzonte, diventa l'intelligenza
della kenosi di Dio, vero grande mistero per la mente umana, alla quale
appare insostenibile che la sofferenza e la morte possano esprimere l'amore
che si dona senza nulla chiedere in cambio. In questa prospettiva si impone
come esigenza di fondo ed urgente una attenta analisi dei testi: in primo luogo,
dei testi scritturistici, poi di quelli in cui si esprime la viva Tradizione
della Chiesa. A questo riguardo si propongono oggi alcuni problemi, solo parzialmente
nuovi, la cui coerente soluzione non potrà essere trovata prescindendo dall'apporto
della filosofia.
94. Un primo aspetto
problematico riguarda il rapporto tra il significato e la verità. Come ogni
altro testo, così anche le fonti che il teologo interpreta trasmettono innanzitutto
un significato, che va rilevato ed esposto. Ora, questo significato si presenta
come la verità su Dio, che da Dio stesso viene comunicata mediante il testo
sacro. Nel linguaggio umano, quindi, prende corpo il linguaggio di Dio, che
comunica la propria verità con la mirabile « condiscendenza » che rispecchia
la logica dell'Incarnazione. (110) Nell'interpretare le fonti della Rivelazione,
pertanto, è necessario che il teologo si domandi quale sia la verità profonda
e genuina che i testi vogliono comunicare, pur nei limiti del linguaggio.
Quanto ai testi biblici, e in particolare
ai Vangeli, la loro verità non si riduce certo alla narrazione di semplici
avvenimenti storici o alla rilevazione di fatti neutrali, come vorrebbe il
positivismo storicista. (111) Questi testi, al contrario, espongono eventi la
cui verità sta oltre il semplice accadere storico: sta nel loro significato
nella e per la storia della salvezza. Questa verità trova piena
esplicitazione nella lettura perenne che la Chiesa compie di tali testi nel
corso dei secoli, mantenendone immutato il significato originario. E urgente,
pertanto, che anche filosoficamente ci si interroghi sul rapporto che intercorre
tra il fatto e il suo significato; rapporto che costituisce il senso specifico
della storia.
95. La parola di Dio
non si indirizza ad un solo popolo o a una sola epoca. Ugualmente, gli enunciati
dogmatici, pur risentendo a volte della cultura del periodo in cui vengono definiti,
formulano una verità stabile e definitiva. Sorge quindi la domanda di come si
possa conciliare l'assolutezza e l'universalità della verità con l'inevitabile
condizionamento storico e culturale delle formule che la esprimono. Come ho
detto precedentemente, le tesi dello storicismo non sono difendibili. L'applicazione
di un'ermeneutica aperta all'istanza metafisica, invece, è in grado di mostrare
come, dalle circostanze storiche e contingenti in cui i testi sono maturati,
si compia il passaggio alla verità da essi espressa, che va oltre questi condizionamenti.
Con il suo linguaggio storico e
circoscritto l'uomo può esprimere verità che trascendono l'evento linguistico.
La verità, infatti, non può mai essere limitata al tempo e alla cultura; si
conosce nella storia, ma supera la storia stessa.
96. Questa considerazione
permette di intravedere la soluzione di un altro problema: quello della perenne
validità del linguaggio concettuale usato nelle definizioni conciliari. Già
il mio venerato Predecessore Pio XII nella sua Lettera enciclica Humani generis
affrontava la questione. (112)
Riflettere su questo argomento non è
facile, perché si deve tenere seriamente conto del senso che le parole
acquistano nelle diverse culture e in epoche differenti. La storia del pensiero,
comunque, mostra che attraverso l'evoluzione e la varietà delle culture certi
concetti di base mantengono il loro valore conoscitivo universale e perciò la
verità delle proposizioni che li esprimono. (113) Se così non fosse, la
filosofia e le scienze non potrebbero comunicare tra loro né potrebbero essere
recepite da culture diverse da quelle in cui sono state pensate ed elaborate. Il
problema ermeneutico, dunque, esiste, ma è risolvibile. Il valore realistico di
molti concetti, d'altronde, non esclude che spesso il loro significato sia
imperfetto. La speculazione filosofica molto potrebbe aiutare in questo campo. E
auspicabile, pertanto, un suo particolare impegno nell'approfondimento del
rapporto tra linguaggio concettuale e verità, e nella proposta di vie adeguate
per una sua corretta comprensione.
97. Se compito importante
della teologia è l'interpretazione delle fonti, impegno ulteriore e anche più
delicato ed esigente è la comprensione della verità rivelata, o l'elaborazione
dell'intellectus fidei. Come già ho accennato, l'intellectus fidei
richiede l'apporto di una filosofia dell'essere, che consenta innanzitutto
alla teologia dogmatica di svolgere in modo adeguato le sue funzioni.
Il pragmatismo dogmatico degli inizi di questo secolo, secondo cui le verità
di fede non sarebbero altro che regole di comportamento, è già stato rifiutato
e rigettato; (114) ciò nonostante, rimane sempre la tentazione di comprendere
queste verità in maniera puramente funzionale. In questo caso, si cadrebbe in
uno schema inadeguato, riduttivo, e sprovvisto dell'incisività speculativa necessaria.
Una cristologia, ad esempio, che procedesse unilateralmente « dal basso », come
oggi si suole dire, o una ecclesiologia, elaborata unicamente sul modello delle
società civili, difficilmente potrebbero evitare il pericolo di tale riduzionismo.
Se l'intellectus fidei vuole
integrare tutta la ricchezza della tradizione teologica, deve ricorrere alla
filosofia dell'essere. Questa dovrà essere in grado di riproporre il problema
dell'essere secondo le esigenze e gli apporti di tutta la tradizione filosofica,
anche quella più recente, evitando di cadere in sterili ripetizioni di schemi
antiquati. La filosofia dell'essere, nel quadro della tradizione metafisica
cristiana, è una filosofia dinamica che vede la realtà nelle sue strutture
ontologiche, causali e comunicative. Essa trova la sua forza e perennità nel
fatto di fondarsi sull'atto stesso dell'essere, che permette l'apertura piena e
globale verso tutta la realtà, oltrepassando ogni limite fino a raggiungere
Colui che a tutto dona compimento. (115) Nella teologia, che riceve i suoi
principi dalla Rivelazione quale nuova fonte di conoscenza, questa prospettiva
trova conferma secondo l'intimo rapporto tra fede e razionalità metafisica.
98. Considerazioni analoghe
si possono fare anche in riferimento alla teologia morale. Il recupero
della filosofia è urgente anche nell'ordine della comprensione della fede che
riguarda l'agire dei credenti. Di fronte alle sfide contemporanee nel campo
sociale, economico, politico e scientifico la coscienza etica dell'uomo è disorientata.
Nella Lettera enciclica
Veritatis splendor ho rilevato che molti problemi presenti nel mondo
contemporaneo derivano da una « crisi intorno alla verità. Persa l'idea di una
verità universale sul bene, conoscibile dalla ragione umana, è inevitabilmente
cambiata anche la concezione della coscienza: questa non è più considerata nella
sua realtà originaria, ossia un atto dell'intelligenza della persona, cui spetta
di applicare la conoscenza universale del bene in una determinata situazione
e di esprimere così un giudizio sulla condotta giusta da scegliere qui e ora;
ci si è orientati a concedere alla coscienza dell'individuo il privilegio di
fissare, in modo autonomo, i criteri del bene e del male e agire di conseguenza.
Tale visione fa tutt'uno con un'etica individualistica, per la quale ciascuno
si trova confrontato con la sua verità, differente dalla verità degli altri
». (116)
Nell'intera Enciclica ho sottolineato
chiaramente il fondamentale ruolo spettante alla verità nel campo della morale.
Questa verità, riguardo alla maggior parte dei problemi etici più urgenti,
richiede, da parte della teologia morale, un'attenta riflessione che sappia
mettere in evidenza le sue radici nella parola di Dio. Per poter adempiere a
questa sua missione, la teologia morale deve far ricorso a un'etica filosofica
rivolta alla verità del bene; a un'etica, dunque, né soggettivista né
utilitarista. L'etica richiesta implica e presuppone un'antropologia filosofica
e una metafisica del bene. Avvalendosi di questa visione unitaria, che è
necessariamente collegata alla santità cristiana e all'esercizio delle virtù
umane e soprannaturali, la teologia morale sarà capace di affrontare i vari
problemi di sua competenza ? quali la pace, la giustizia sociale, la famiglia,
la difesa della vita e dell'ambiente naturale ? in maniera più adeguata ed
efficace.
99. Il lavoro teologico
nella Chiesa è in primo luogo al servizio dell'annuncio della fede e della catechesi.
(117) L'annuncio o il kerigma chiama alla conversione, proponendo la verità
di Cristo che culmina nel suo Mistero pasquale: solo in Cristo, infatti, è possibile
conoscere la pienezza della verità che salva (cfr At 4, 12; 1 Tm
2, 4-6).
In questo contesto, si capisce bene
perché, oltre alla teologia, assuma notevole rilievo anche il riferimento alla
catechesi: questa possiede, infatti, delle implicazioni filosofiche che
vanno approfondite alla luce della fede. L'insegnamento impartito nella
catechesi ha un effetto formativo per la persona. La catechesi, che è anche
comunicazione linguistica, deve presentare la dottrina della Chiesa nella sua
integrità, (118) mostrandone l'aggancio con la vita dei credenti. (119) Si
realizza così una singolare unione tra insegnamento e vita che è impossibile
raggiungere altrimenti. Ciò che si comunica nella catechesi, infatti, non è un
corpo di verità concettuali, ma il mistero del Dio vivente. (120)
La riflessione filosofica molto può
contribuire nel chiarificare il rapporto tra verità e vita, tra evento e verità
dottrinale e, soprattutto, la relazione tra verità trascendente e linguaggio
umanamente intelligibile. (121) La reciprocità che si crea tra le discipline
teologiche e i risultati raggiunti dalle differenti correnti filosofiche può
esprimere, dunque, una reale fecondità in vista della comunicazione della fede e
di una sua più profonda comprensione.
CONCLUSIONE
100. A più di cento anni
dalla pubblicazione dell'Enciclica
Æterni Patris di Leone XIII, a cui mi sono più volte richiamato in queste
pagine, mi è sembrato doveroso riprendere di nuovo e in maniera più sistematica
il discorso sul tema del rapporto tra la fede e la filosofia. L'importanza che
il pensiero filosofico riveste nello sviluppo delle culture e nell'orientamento
dei comportamenti personali e sociali è evidente. Esso esercita una forte influenza,
non sempre percepita in maniera esplicita, anche sulla teologia e le sue diverse
discipline. Per questi motivi, ho ritenuto giusto e necessario sottolineare
il valore che la filosofia possiede nei confronti dell'intelligenza della fede
e i limiti a cui essa va incontro quando dimentica o rifiuta le verità della
Rivelazione. La Chiesa, infatti, permane nella più profonda convinzione che
fede e ragione « si recano un aiuto scambievole », (122) esercitando l'una per
l'altra una funzione sia di vaglio critico e purificatore, sia di stimolo a
progredire nella ricerca e nell'approfondimento.
101. Se il nostro sguardo si volge alla
storia del pensiero, soprattutto nell'Occidente, è facile vedere la ricchezza
che è scaturita per il progresso dell'umanità dall'incontro tra filosofia e
teologia e dallo scambio delle loro rispettive conquiste. La teologia, che ha
ricevuto in dono un'apertura e una originalità che le permettono di esistere
come scienza della fede, ha certamente provocato la ragione a rimanere aperta
davanti alla novità radicale che la rivelazione di Dio porta con sé. E questo è
stato un indubbio vantaggio per la filosofia, che ha visto così schiudersi nuovi
orizzonti su ulteriori significati che la ragione è chiamata ad approfondire.
E proprio alla luce di questa costatazione
che, come ho ribadito il dovere della teologia di recuperare il suo genuino
rapporto con la filosofia, così mi sento in dovere di sottolineare l'opportunità
che anche la filosofia, per il bene e il progresso del pensiero, recuperi la sua
relazione con la teologia. Troverà in essa non la riflessione del singolo
individuo che, anche se profonda e ricca, porta pur sempre con sé i limiti
prospettici propri del pensiero di uno solo, ma la ricchezza di una riflessione
comune. La teologia, infatti, nell'indagine sulla verità è sostenuta, per sua
stessa natura, dalla nota dell'ecclesialità (123) e dalla tradizione del
Popolo di Dio con la sua multiformità di saperi e culture nell'unità della fede.
102. Insistendo in tal
modo sull'importanza e sulle vere dimensioni del pensiero filosofico, la Chiesa
promuove insieme sia la difesa della dignità dell'uomo sia l'annuncio del messaggio
evangelico. Per tali compiti non vi è oggi, infatti, preparazione più urgente
di questa: portare gli uomini alla scoperta della loro capacità di conoscere
il vero (124) e del loro anelito verso un senso ultimo e definitivo dell'esistenza.
Nella prospettiva di queste esigenze profonde, iscritte da Dio nella natura
umana, appare anche più chiaro il significato umano e umanizzante della parola
di Dio. Grazie alla mediazione di una filosofia divenuta anche vera saggezza,
l'uomo contemporaneo giungerà così a riconoscere che egli sarà tanto più uomo
quanto più, affidandosi al Vangelo, aprirà se stesso a Cristo.
103. La filosofia, inoltre,
è come lo specchio in cui si riflette la cultura dei popoli. Una filosofia,
che, sotto la provocazione delle esigenze teologiche, si sviluppa in consonanza
con la fede, fa parte di quella « evangelizzazione della cultura » che Paolo
VI ha proposto come uno degli scopi fondamentali dell'evangelizzazione. (125)
Mentre non mi stanco di richiamare l'urgenza di una nuova evangelizzazione,
mi appello ai filosofi perché sappiano approfondire le dimensioni del vero,
del buono e del bello, a cui la parola di Dio dà accesso. Ciò diventa tanto
più urgente, se si considerano le sfide che il nuovo millennio sembra portare
con sé: esse investono in modo particolare le regioni e le culture di antica
tradizione cristiana. Anche questa attenzione deve considerarsi come un apporto
fondamentale e originale sulla strada della nuova evangelizzazione.
104. Il pensiero filosofico
è spesso l'unico terreno d'intesa e di dialogo con chi non condivide la nostra
fede. Il movimento filosofico contemporaneo esige l'impegno attento e competente
di filosofi credenti capaci di recepire le aspettative, le aperture e le problematiche
di questo momento storico. Argomentando alla luce della ragione e secondo le
sue regole, il filosofo cristiano, pur sempre guidato dall'intelligenza ulteriore
che gli dà la parola di Dio, può sviluppare una riflessione che sarà comprensibile
e sensata anche per chi non afferra ancora la verità piena che la Rivelazione
divina manifesta. Tale terreno d'intesa e di dialogo è oggi tanto più importante
in quanto i problemi che si pongono con più urgenza all'umanità ? si pensi al
problema ecologico, al problema della pace o della convivenza delle razze e
delle culture ? trovano una possibile soluzione alla luce di una chiara e onesta
collaborazione dei cristiani con i fedeli di altre religioni e con quanti, pur
non condividendo una credenza religiosa, hanno a cuore il rinnovamento dell'umanità.
Lo ha affermato il Concilio Vaticano II: « Per quanto ci riguarda, il desiderio
di stabilire un dialogo che sia ispirato dal solo amore della verità e condotto
con la opportuna prudenza, non esclude nessuno: né coloro che hanno il culto
di alti valori umani, benché non ne riconoscano ancora la Sorgente, né coloro
che si oppongono alla Chiesa e la perseguitano in diverse maniere ». (126) Una
filosofia, nella quale risplenda anche qualcosa della verità di Cristo, unica
risposta definitiva ai problemi dell'uomo, (127) sarà un sostegno efficace per
quell'etica vera e insieme planetaria di cui oggi l'umanità ha bisogno.
105. Mi preme concludere
questa Lettera enciclica rivolgendo un ultimo pensiero anzitutto ai teologi,
affinché prestino particolare attenzione alle implicazioni filosofiche della
parola di Dio e compiano una riflessione da cui emerga lo spessore speculativo
e pratico della scienza teologica. Desidero ringraziarli per il loro servizio
ecclesiale. Il legame intimo tra la sapienza teologica e il sapere filosofico
è una delle ricchezze più originali della tradizione cristiana nell'approfondimento
della verità rivelata. Per questo, li esorto a recuperare ed evidenziare al
meglio la dimensione metafisica della verità per entrare così in un dialogo
critico ed esigente tanto con il pensiero filosofico contemporaneo quanto con
tutta la tradizione filosofica, sia questa in sintonia o invece in contrapposizione
con la parola di Dio. Tengano sempre presente l'indicazione di un grande maestro
del pensiero e della spiritualità, san Bonaventura, il quale introducendo il
lettore al suo Itinerarium mentis in Deum lo invitava a rendersi conto
che « non è sufficiente la lettura senza la compunzione, la conoscenza senza
la devozione, la ricerca senza lo slancio della meraviglia, la prudenza senza
la capacità di abbandonarsi alla gioia, l'attività disgiunta dalla religiosità,
il sapere separato dalla carità, l'intelligenza senza l'umiltà, lo studio non
sorretto dalla grazia divina, la riflessione senza la sapienza ispirata da Dio
». (128)
Il mio pensiero è rivolto pure a quanti
hanno la responsabilità della formazione sacerdotale, sia accademica che
pastorale, perché curino con particolare attenzione la preparazione filosofica
di chi dovrà annunciare il Vangelo all'uomo di oggi e, più ancora, di chi dovrà
dedicarsi alla ricerca e all'insegnamento della teologia. Si sforzino di
condurre il loro lavoro alla luce delle prescrizioni del Concilio Vaticano II
(129) e delle disposizioni successive, dalle quali emerge l'inderogabile e
urgente compito, a cui tutti siamo chiamati, di contribuire a una genuina e
profonda comunicazione delle verità di fede. Non si dimentichi la grave
responsabilità di una previa e adeguata preparazione del corpo docente destinato
all'insegnamento della filosofia sia nei Seminari che nelle Facoltà
ecclesiastiche. (130) E necessario che questa docenza comporti la conveniente
preparazione scientifica, si presenti in maniera sistematica proponendo il
grande patrimonio della tradizione cristiana e si compia con il dovuto
discernimento dinanzi alle esigenze attuali della Chiesa e del mondo.
106. Il mio appello,
inoltre, va ai filosofi e a quanti insegnano la filosofia, perché
abbiano il coraggio di ricuperare, sulla scia di una tradizione filosofica perennemente
valida, le dimensioni di autentica saggezza e di verità, anche metafisica, del
pensiero filosofico. Si lascino interpellare dalle esigenze che scaturiscono
dalla parola di Dio ed abbiano la forza di condurre il loro discorso razionale
ed argomentativo in risposta a tale interpellanza. Siano sempre protesi verso
la verità e attenti al bene che il vero contiene. Potranno in questo modo formulare
quell'etica genuina di cui l'umanità ha urgente bisogno, particolarmente in
questi anni. La Chiesa segue con attenzione e simpatia le loro ricerche; siano
pertanto sicuri del rispetto che essa conserva per la giusta autonomia della
loro scienza. Vorrei incoraggiare, in particolare, i credenti che operano nel
campo della filosofia, perché illuminino i diversi ambiti dell'attività umana
con l'esercizio di una ragione che si fa più sicura e acuta per il sostegno
che riceve dalla fede.
Non posso non rivolgere, infine, una
parola anche agli scienziati, che con le loro ricerche ci forniscono una
crescente conoscenza dell'universo nel suo insieme e della varietà
incredibilmente ricca delle sue componenti, animate ed inanimate, con le loro
complesse strutture atomiche e molecolari. Il cammino da essi compiuto ha
raggiunto, specialmente in questo secolo, traguardi che continuano a stupirci.
Nell'esprimere la mia ammirazione ed il mio incoraggiamento a questi valorosi
pionieri della ricerca scientifica, ai quali l'umanità tanto deve del suo
presente sviluppo, sento il dovere di esortarli a proseguire nei loro sforzi
restando sempre in quell'orizzonte sapienziale, in cui alle acquisizioni
scientifiche e tecnologiche s'affiancano i valori filosofici ed etici, che sono
manifestazione caratteristica ed imprescindibile della persona umana. Lo
scienziato è ben consapevole che « la ricerca della verità, anche quando
riguarda una realtà limitata del mondo o dell'uomo, non termina mai; rinvia
sempre verso qualcosa che è al di sopra dell'immediato oggetto degli studi,
verso gli interrogativi che aprono l'accesso al Mistero ». (131)
107. A tutti chiedo
di guardare in profondità all'uomo, che Cristo ha salvato nel mistero del suo
amore, e alla sua costante ricerca di verità e di senso. Diversi sistemi filosofici,
illudendolo, lo hanno convinto che egli è assoluto padrone di sé, che può decidere
autonomamente del proprio destino e del proprio futuro confidando solo in se
stesso e sulle proprie forze. La grandezza dell'uomo non potrà mai essere questa.
Determinante per la sua realizzazione sarà soltanto la scelta di inserirsi nella
verità, costruendo la propria abitazione all'ombra della Sapienza e abitando
in essa. Solo in questo orizzonte veritativo comprenderà il pieno esplicitarsi
della sua libertà e la sua chiamata all'amore e alla conoscenza di Dio come
attuazione suprema di sé.
108. Il mio ultimo pensiero
è rivolto a Colei che la preghiera della Chiesa invoca come Sede della Sapienza.
La sua stessa vita è una vera parabola capace di irradiare luce sulla riflessione
che ho svolto. Si può intravedere, infatti, una profonda consonanza tra la vocazione
della Beata Vergine e quella della genuina filosofia. Come la Vergine fu chiamata
ad offrire tutta la sua umanità e femminilità affinché il Verbo di Dio potesse
prendere carne e farsi uno di noi, così la filosofia è chiamata a prestare la
sua opera, razionale e critica, affinché la teologia come comprensione della
fede sia feconda ed efficace. E come Maria, nell'assenso dato all'annuncio di
Gabriele, nulla perse della sua vera umanità e libertà, così il pensiero filosofico,
nell'accogliere l'interpellanza che gli viene dalla verità del Vangelo, nulla
perde della sua autonomia, ma vede sospinta ogni sua ricerca alla più alta realizzazione.
Questa verità l'avevano ben compresa i santi monaci dell'antichità cristiana,
quando chiamavano Maria « la mensa intellettuale della fede ». (132) In lei
vedevano l'immagine coerente della vera filosofia ed erano convinti di dover
philosophari in Maria.
Possa, la Sede della Sapienza, essere il
porto sicuro per quanti fanno della loro vita la ricerca della saggezza. Il
cammino verso la sapienza, ultimo e autentico fine di ogni vero sapere, possa
essere liberato da ogni ostacolo per l'intercessione di Colei che, generando la
Verità e conservandola nel suo cuore, l'ha partecipata all'umanità intera per
sempre.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 14
settembre, festa della Esaltazione della Santa Croce, dell'anno 1998, ventesimo
del mio Pontificato.