INTRODUZIONE
INTRODUZIONE
1. Il Vangelo della vita
sta al cuore del messaggio di Gesù. Accolto dalla Chiesa ogni giorno con amore,
esso va annunciato con coraggiosa fedeltà come buona novella agli uomini di
ogni epoca e cultura.
All'aurora della salvezza, è la nascita di
un bambino che viene proclamata come lieta notizia: « Vi annunzio una grande
gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un
salvatore, che è il Cristo Signore » (Lc 2, 10-11). A sprigionare questa
« grande gioia » è certamente la nascita del Salvatore; ma nel Natale è svelato
anche il senso pieno di ogni nascita umana, e la gioia messianica appare così
fondamento e compimento della gioia per ogni bimbo che nasce (cf. Gv 16,
21).
Presentando il nucleo centrale della sua
missione redentrice, Gesù dice: « Io sono venuto perché abbiano la vita e
l'abbiano in abbondanza » (Gv 10, 10). In verità, Egli si riferisce a
quella vita « nuova » ed « eterna », che consiste nella comunione con il Padre,
a cui ogni uomo è gratuitamente chiamato nel Figlio per opera dello Spirito
Santificatore. Ma proprio in tale « vita » acquistano pieno significato tutti
gli aspetti e i momenti della vita dell'uomo.
Il valore incomparabile della persona umana
2. L'uomo è chiamato
a una pienezza di vita che va ben oltre le dimensioni della sua esistenza terrena,
poiché consiste nella partecipazione alla vita stessa di Dio.
L'altezza di questa vocazione
soprannaturale rivela la grandezza e la preziosità della vita
umana anche nella sua fase temporale. La vita nel tempo, infatti, è condizione
basilare, momento iniziale e parte integrante dell'intero e unitario processo
dell'esistenza umana. Un processo che, inaspettatamente e immeritatamente, viene
illuminato dalla promessa e rinnovato dal dono della vita divina, che
raggiungerà il suo pieno compimento nell'eternità (cf. 1 Gv 3, 1-2).
Nello stesso tempo, proprio questa chiamata soprannaturale sottolinea la
relatività della vita terrena dell'uomo e della donna. Essa, in verità, non
è realtà « ultima », ma « penultima »; è comunque realtà sacra che ci
viene affidata perché la custodiamo con senso di responsabilità e la portiamo a
perfezione nell'amore e nel dono di noi stessi a Dio e ai fratelli.
La Chiesa sa che questo Vangelo della
vita, consegnatole dal suo Signore,(1) ha un'eco profonda e persuasiva nel
cuore di ogni persona, credente e anche non credente, perché esso, mentre ne
supera infinitamente le attese, vi corrisponde in modo sorprendente. Pur tra
difficoltà e incertezze, ogni uomo sinceramente aperto alla verità e al bene,
con la luce della ragione e non senza il segreto influsso della grazia, può
arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta nel cuore (cf. Rm 2,
14-15) il valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine, e
ad affermare il diritto di ogni essere umano a vedere sommamente rispettato
questo suo bene primario. Sul riconoscimento di tale diritto si fonda l'umana
convivenza e la stessa comunità politica.
Questo diritto devono, in modo
particolare, difendere e promuovere i credenti in Cristo, consapevoli della
meravigliosa verità ricordata dal Concilio Vaticano II: « Con l'incarnazione il
Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo ».(2) In questo evento di
salvezza, infatti, si rivela all'umanità non solo l'amore sconfinato di Dio che
« ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito » (Gv 3, 16),
ma anche il valore incomparabile di ogni persona umana.
E la Chiesa, scrutando
assiduamente il mistero della Redenzione, coglie questo valore con sempre
rinnovato stupore (3) e si sente chiamata ad annunciare agli uomini di tutti i
tempi questo « vangelo », fonte di speranza invincibile e di gioia vera per ogni
epoca della storia. Il Vangelo dell'amore di Dio per
l'uomo, il Vangelo della dignità della persona e il Vangelo della vita sono un
unico e indivisibile Vangelo.
È per questo che l'uomo, l'uomo vivente,
costituisce la prima e fondamentale via della Chiesa.(4)
Le nuove minacce alla vita umana
3. Ciascun uomo, proprio
a motivo del mistero del Verbo di Dio che si è fatto carne (cf. Gv 1,
14), è affidato alla sollecitudine materna della Chiesa. Perciò ogni minaccia
alla dignità e alla vita dell'uomo non può non ripercuotersi nel cuore stesso
della Chiesa, non può non toccarla al centro della propria fede nell'incarnazione
redentrice del Figlio di Dio, non può non coinvolgerla nella sua missione di
annunciare il Vangelo della vita in tutto il mondo e ad ogni creatura
(cf. Mc 16, 15).
Oggi questo annuncio si fa particolarmente
urgente per l'impressionante moltiplicarsi ed acutizzarsi delle minacce alla
vita delle persone e dei popoli, soprattutto quando essa è debole e indifesa.
Alle antiche dolorose piaghe della miseria, della fame, delle malattie
endemiche, della violenza e delle guerre, se ne aggiungono altre, dalle modalità
inedite e dalle dimensioni inquietanti.
Già il Concilio Vaticano II, in una pagina
di drammatica attualità, ha deplorato con forza molteplici delitti e attentati
contro la vita umana. A trent'anni di distanza, facendo mie le parole
dell'assise conciliare, ancora una volta e con identica forza li deploro a nome
della Chiesa intera, con la certezza di interpretare il sentimento autentico di
ogni coscienza retta: « Tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie
di omicidio, il genocidio, l'aborto, l'eutanasia e lo stesso suicidio
volontario; tutto ciò che viola l'integrità della persona umana, come le
mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, gli sforzi per
violentare l'intimo dello spirito; tutto ciò che offende la dignità umana, come
le condizioni infraumane di vita, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni,
la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora
le ignominiose condizioni di lavoro con le quali i lavoratori sono trattati come
semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili; tutte
queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose e, mentre guastano la
civiltà umana, inquinano coloro che così si comportano ancor più che non quelli
che le subiscono; e ledono grandemente l'onore del Creatore ».(5)
4. Purtroppo, questo
inquietante panorama, lungi dal restringersi, si va piuttosto dilatando: con
le nuove prospettive aperte dal progresso scientifico e tecnologico nascono
nuove forme di attentati alla dignità dell'essere umano, mentre si delinea e
consolida una nuova situazione culturale, che dà ai delitti contro la vita un
aspetto inedito e ? se possibile ? ancora più iniquo suscitando ulteriori
gravi preoccupazioni: larghi strati dell'opinione pubblica giustificano alcuni
delitti contro la vita in nome dei diritti della libertà individuale e, su tale
presupposto, ne pretendono non solo l'impunità, ma persino l'autorizzazione
da parte dello Stato, al fine di praticarli in assoluta libertà ed anzi con
l'intervento gratuito delle strutture sanitarie.
Ora, tutto questo provoca un cambiamento
profondo nel modo di considerare la vita e le relazioni tra gli uomini. Il fatto
che le legislazioni di molti Paesi, magari allontanandosi dagli stessi principi
basilari delle loro Costituzioni, abbiano acconsentito a non punire o
addirittura a riconoscere la piena legittimità di tali pratiche contro la vita è
insieme sintomo preoccupante e causa non marginale di un grave crollo morale:
scelte un tempo unanimemente considerate come delittuose e rifiutate dal comune
senso morale, diventano a poco a poco socialmente rispettabili. La stessa
medicina, che per sua vocazione è ordinata alla difesa e alla cura della vita
umana, in alcuni suoi settori si presta sempre più largamente a realizzare
questi atti contro la persona e in tal modo deforma il suo volto, contraddice sé
stessa e avvilisce la dignità di quanti la esercitano. In un simile contesto
culturale e legale, anche i gravi problemi demografici, sociali o familiari, che
pesano su numerosi popoli del mondo ed esigono un'attenzione responsabile ed
operosa delle comunità nazionali e di quelle internazionali, si trovano esposti
a soluzioni false e illusorie, in contrasto con la verità e il bene delle
persone e delle Nazioni.
L'esito al quale si perviene è drammatico:
se è quanto mai grave e inquietante il fenomeno dell'eliminazione di tante vite
umane nascenti o sulla via del tramonto, non meno grave e inquietante è il fatto
che la stessa coscienza, quasi ottenebrata da così vasti condizionamenti, fatica
sempre più a percepire la distinzione tra il bene e il male in ciò che tocca lo
stesso fondamentale valore della vita umana.
In comunione con tutti i Vescovi del mondo
5. Al problema delle
minacce alla vita umana nel nostro tempo è stato dedicato il Concistoro straordinario
dei Cardinali, svoltosi a Roma dal 4 al 7 aprile 1991. Dopo un'ampia e approfondita
discussione del problema e delle sfide poste all'intera famiglia umana e, in
particolare, alla comunità cristiana, i Cardinali, con voto unanime, mi hanno
chiesto di riaffermare con l'autorità del Successore di Pietro il valore della
vita umana e la sua inviolabilità, in riferimento alle attuali circostanze ed
agli attentati che oggi la minacciano.
Accogliendo tale richiesta, ho scritto
nella Pentecoste del 1991 una lettera personale a ciascun Confratello
perché, nello spirito della collegialità episcopale, mi offrisse la sua
collaborazione in vista della stesura di uno specifico documento.(6) Sono
profondamente grato a tutti i Vescovi che hanno risposto, fornendomi preziose
informazioni, suggerimenti e proposte. Essi hanno testimoniato anche così la
loro unanime e convinta partecipazione alla missione dottrinale e pastorale
della Chiesa circa il Vangelo della vita.
Nella medesima lettera, a pochi giorni
dalla celebrazione del centenario dell'Enciclica
Rerum novarum, attiravo l'attenzione di tutti su questa singolare
analogia: « Come un secolo fa ad essere oppressa nei suoi fondamentali diritti
era la classe operaia, e la Chiesa con grande coraggio ne prese le difese,
proclamando i sacrosanti diritti della persona del lavoratore, così ora, quando
un'altra categoria di persone è oppressa nel diritto fondamentale alla vita, la
Chiesa sente di dover dare voce con immutato coraggio a chi non ha voce. Il suo
è sempre il grido evangelico in difesa dei poveri del mondo, di quanti sono
minacciati, disprezzati e oppressi nei loro diritti umani ».(7)
Ad essere calpestata nel diritto
fondamentale alla vita è oggi una grande moltitudine di esseri umani deboli e
indifesi, come sono, in particolare, i bambini non ancora nati. Se alla Chiesa,
sul finire del secolo scorso, non era consentito tacere davanti alle ingiustizie
allora operanti, meno ancora essa può tacere oggi, quando alle ingiustizie
sociali del passato, purtroppo non ancora superate, in tante parti del mondo si
aggiungono ingiustizie ed oppressioni anche più gravi, magari scambiate per
elementi di progresso in vista dell'organizzazione di un nuovo ordine mondiale.
La presente Enciclica, frutto della
collaborazione dell'Episcopato di ogni Paese del mondo, vuole essere dunque una
riaffermazione precisa e ferma del valore della vita umana e della sua
inviolabilità, ed insieme un appassionato appello rivolto a tutti e a
ciascuno, in nome di Dio: rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita
umana! Solo su questa strada troverai giustizia, sviluppo, libertà vera,
pace e felicità!
Giungano queste parole a tutti i figli e
le figlie della Chiesa! Giungano a tutte le persone di buona volontà, sollecite
del bene di ogni uomo e donna e del destino dell'intera società!
6. In profonda comunione
con ogni fratello e sorella nella fede e animato da sincera amicizia per tutti,
voglio rimeditare e annunciare il Vangelo della vita, splendore di verità
che illumina le coscienze, limpida luce che risana lo sguardo ottenebrato, fonte
inesauribile di costanza e coraggio per affrontare le sempre nuove sfide che
incontriamo sul nostro cammino.
E mentre ripenso alla ricca esperienza
vissuta durante l'Anno
della Famiglia, quasi completando idealmente la Lettera da me
indirizzata « ad ogni famiglia concreta di qualunque regione della terra »,(8)
guardo con rinnovata fiducia a tutte le comunità domestiche ed auspico che
rinasca o si rafforzi ad ogni livello l'impegno di tutti a sostenere la
famiglia, perché anche oggi ? pur in mezzo a numerose difficoltà e a pesanti
minacce ? essa si conservi sempre, secondo il disegno di Dio, come « santuario
della vita ».(9)
A tutti i membri della Chiesa, popolo
della vita e per la vita, rivolgo il più pressante invito perché, insieme,
possiamo dare a questo nostro mondo nuovi segni di speranza, operando affinché
crescano giustizia e solidarietà e si affermi una nuova cultura della vita
umana, per l'edificazione di un'autentica civiltà della verità e dell'amore.
CAPITOLO I
LA VOCE DEL SANGUE DI TUO
FRATELLO GRIDA A ME DAL SUOLO
LE ATTUALI
MINACCE ALLA VITA UMANA
« Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise »
(Gn 4,
8): alla radice della violenza contro la vita.
7. « Dio non ha creato
la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto
per l'esistenza... Sì, Dio ha creato l'uomo per l'incorruttibilità; lo
fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per
invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono » (Sap
1, 13-14; 2, 23-24).
Il Vangelo della vita, risuonato al
principio con la creazione dell'uomo a immagine di Dio per un destino di vita
piena e perfetta (cf. Gn 2, 7; Sap 9, 2-3), viene contraddetto
dall'esperienza lacerante della morte che entra nel mondo e getta l'ombra
del non senso sull'intera esistenza dell'uomo.
La morte vi entra a causa dell'invidia del
diavolo (cf. Gn 3, 1.4-5) e del peccato dei progenitori (cf. Gn 2,
17; 3, 17-19). E vi entra in modo violento, attraverso l'uccisione di Abele
da parte del fratello Caino: « Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano
contro il fratello Abele e lo uccise » (Gn 4, 8).
Questa prima uccisione è presentata con
una singolare eloquenza in una pagina paradigmatica del libro della Genesi: una
pagina ritrascritta ogni giorno, senza sosta e con avvilente ripetizione, nel
libro della storia dei popoli.
Vogliamo rileggere insieme questa pagina
biblica, che, pur nella sua arcaicità ed estrema semplicità, si presenta quanto
mai ricca di insegnamenti.
« Abele era pastore di greggi e Caino
lavoratore del suolo. Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in
sacrificio al Signore; anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro
grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua
offerta.
Caino ne fu molto irritato e il suo volto
era abbattuto. Il Signore disse allora a Caino: "Perché sei irritato e perché è
abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non
agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è la sua
bramosia, ma tu dominala".
Caino disse al fratello Abele: "Andiamo in
campagna!". Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello
Abele e lo uccise.
Allora il Signore disse a Caino: "Dov'è
Abele, tuo fratello?". Egli rispose: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio
fratello?". Riprese: "Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a
me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano
ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà
più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra".
Disse Caino al Signore: "Troppo grande è
la mia colpa per sopportarla! Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi
dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e
chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere".
Ma il Signore gli disse: "Però
chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!". Il Signore impose a
Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato. Caino si
allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden »
(Gn 4, 2-16).
8. Caino è « molto irritato
» e ha il volto « abbattuto » perché « il Signore gradì Abele e la sua offerta
» (Gn 4, 4). Il testo biblico non rivela il motivo per cui Dio preferisce
il sacrificio di Abele a quello di Caino; indica però con chiarezza che, pur
preferendo il dono di Abele, non interrompe il suo dialogo con Caino. Lo
ammonisce ricordandogli la sua libertà di fronte al male: l'uomo non
è per nulla un predestinato al male. Certo, come già Adamo, egli è tentato dalla
potenza malefica del peccato che, come bestia feroce, è appostata alla porta
del suo cuore, in attesa di avventarsi sulla preda. Ma Caino rimane libero di
fronte al peccato. Lo può e lo deve dominare: « Verso di te è la sua bramosia,
ma tu dominala! » (Gn 4, 7).
Sull'ammonimento del Signore hanno il
sopravvento la gelosia e l'ira, e così Caino s'avventa sul proprio fratello
e lo uccide. Come leggiamo nel
Catechismo della Chiesa Cattolica, « la Scrittura, nel racconto
dell'uccisione di Abele da parte del fratello Caino, rivela, fin dagli inizi
della storia umana, la presenza nell'uomo della collera e della cupidigia,
conseguenze del peccato originale. L'uomo è diventato il nemico del suo simile
».(10)
Il fratello uccide il fratello.
Come nel primo
fratricidio, in ogni omicidio viene violata la parentela « spirituale »,
che accomuna gli uomini in un'unica grande famiglia,(11) essendo tutti partecipi
dello stesso bene fondamentale: l'uguale dignità personale. Non poche volte
viene violata anche la parentela « della carne e del sangue », ad esempio
quando le minacce alla vita si sviluppano nel rapporto tra genitori e figli,
come avviene con l'aborto o quando, nel più vasto contesto familiare o parentale,
viene favorita o procurata l'eutanasia.
Alla radice di ogni violenza contro il
prossimo c'è un cedimento alla « logica » del maligno, cioè di colui che
« è stato omicida fin da principio » (Gv 8, 44), come ci ricorda
l'apostolo Giovanni: « Poiché questo è il messaggio che avete udito fin da
principio: che ci amiamo gli uni gli altri. Non come Caino, che era dal maligno
e uccise il suo fratello » (1 Gv 3, 11-12). Così l'uccisione del
fratello, fin dagli albori della storia, è la triste testimonianza di come il
male progredisca con rapidità impressionante: alla rivolta dell'uomo contro Dio
nel paradiso terrestre si accompagna la lotta mortale dell'uomo contro l'uomo.
Dopo il delitto, Dio interviene a
vendicare l'ucciso. Di fronte a Dio, che lo interroga sulla sorte di Abele,
Caino, anziché mostrarsi impacciato e scusarsi, elude la domanda con arroganza:
« Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello? » (Gn 4, 9). «
Non lo so »: con la menzogna Caino cerca di coprire il delitto. Così è
spesso avvenuto e avviene quando le più diverse ideologie servono a giustificare
e a mascherare i più atroci delitti verso la persona. « Sono forse io il
guardiano di mio fratello? »: Caino non vuole pensare al fratello e rifiuta
di vivere quella responsabilità che ogni uomo ha verso l'altro. Viene spontaneo
pensare alle odierne tendenze di deresponsabilizzazione dell'uomo verso il suo
simile, di cui sono sintomi, tra l'altro, il venir meno della solidarietà verso
i membri più deboli della società ? quali gli anziani, gli ammalati, gli
immigrati, i bambini ? e l'indifferenza che spesso si registra nei rapporti tra
i popoli anche quando sono in gioco valori fondamentali come la sussistenza, la
libertà e la pace.
9. Ma Dio
non può lasciare impunito il delitto: dal suolo su cui è stato versato,
il sangue dell'ucciso esige che Egli faccia giustizia (cf. Gn 37, 26;
Is 26, 21; Ez 24, 7-8). Da questo testo la Chiesa ha ricavato
la denominazione di « peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio » e vi
ha incluso, anzitutto, l'omicidio volontario.(12) Per gli ebrei, come per molti
popoli dell'antichità, il sangue è la sede della vita, anzi « il sangue è la
vita » (Dt 12, 23) e la vita, specie quella umana, appartiene solo a
Dio: per questo chi attenta alla vita dell'uomo, in
qualche modo attenta a Dio stesso.
Caino
è maledetto da Dio e anche dalla
terra, che gli rifiuterà i suoi frutti (cf. Gn 4, 11-12). Ed èpunito:
abiterà nella steppa e nel deserto. La violenza omicida cambia profondamente
l'ambiente di vita dell'uomo. La terra da « giardino di Eden » (Gn 2,
15), luogo di abbondanza, di serene relazioni interpersonali e di amicizia con
Dio, diventa « paese di Nod » (Gn 4, 16), luogo della « miseria », della
solitudine e della lontananza da Dio. Caino sarà « ramingo e fuggiasco sulla
terra » (Gn 4, 14): incertezza e instabilità lo accompagneranno sempre.
Dio, tuttavia, sempre misericordioso anche
quando punisce, « impose a Caino un segno, perché non lo colpisse
chiunque l'avesse incontrato » (Gn 4, 15): gli dà, dunque, un
contrassegno, che ha lo scopo non di condannarlo all'esecrazione degli altri
uomini, ma di proteggerlo e difenderlo da quanti vorranno ucciderlo fosse anche
per vendicare la morte di Abele. Neppure l'omicida perde la sua dignità
personale e Dio stesso se ne fa garante. Ed è proprio qui che si manifesta
il paradossale mistero della misericordiosa giustizia di Dio, come scrive
sant'Ambrogio: « Poiché era stato commesso un fratricidio, cioè il più grande
dei crimini, nel momento in cui si introdusse il peccato, subito dovette essere
estesa la legge della misericordia divina; perché, se il castigo avesse colpito
immediatamente il colpevole, non accadesse che gli uomini, nel punire, non
usassero alcuna tolleranza né mitezza, ma consegnassero immediatamente al
castigo i colpevoli. (...) Dio respinse Caino dal suo cospetto e, rinnegato dai
suoi genitori, lo relegò come nell'esilio di una abitazione separata, per il
fatto che era passato dall'umana mitezza alla ferocia belluina. Tuttavia Dio non
volle punire l'omicida con un omicidio, poiché vuole il pentimento del peccatore
più che la sua morte ».(13)
« Che hai fatto? »
(Gn 4, 10):
l'eclissi del valore della vita
10. Il Signore disse
a Caino: « Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal
suolo! » (Gn 4, 10). La voce del sangue versato dagli uomini non cessa
di gridare, di generazione in generazione, assumendo toni e accenti diversi
e sempre nuovi.
La domanda del Signore « Che hai fatto? »,
alla quale Caino non può sfuggire, è rivolta anche all'uomo contemporaneo perché
prenda coscienza dell'ampiezza e della gravità degli attentati alla vita da cui
continua ad essere segnata la storia dell'umanità; vada alla ricerca delle
molteplici cause che li generano e li alimentano; rifletta con estrema serietà
sulle conseguenze che derivano da questi stessi attentati per l'esistenza delle
persone e dei popoli.
Alcune minacce provengono dalla natura
stessa, ma sono aggravate dall'incuria colpevole e dalla negligenza degli uomini
che non raramente potrebbero porvi rimedio; altre invece sono il frutto di
situazioni di violenza, di odi, di contrapposti interessi, che inducono gli
uomini ad aggredire altri uomini con omicidi, guerre, stragi, genocidi.
E come non pensare alla violenza che si fa
alla vita di milioni di esseri umani, specialmente bambini, costretti alla
miseria, alla sottonutrizione e alla fame, a causa di una iniqua distribuzione
delle ricchezze tra i popoli e le classi sociali? o alla violenza insita, prima
ancora che nelle guerre, in uno scandaloso commercio delle armi, che favorisce
la spirale dei tanti conflitti armati che insanguinano il mondo? o alla
seminagione di morte che si opera con l'inconsulto dissesto degli equilibri
ecologici, con la criminale diffusione della droga o col favorire modelli di
esercizio della sessualità che, oltre ad essere moralmente inaccettabili, sono
anche forieri di gravi rischi per la vita? È impossibile registrare in modo
completo la vasta gamma delle minacce alla vita umana, tante sono le forme,
aperte o subdole, che esse rivestono nel nostro tempo!
11. Ma la nostra attenzione
intende concentrarsi, in particolare, su un altro genere di attentati,
concernenti la vita nascente e terminale, che presentano caratteri nuovi
rispetto al passato e sollevano problemi di singolare gravità per il fatto
che tendono a perdere, nella coscienza collettiva, il carattere di « delitto
» e ad assumere paradossalmente quello del « diritto », al punto che se ne pretende
un vero e proprio riconoscimento legale da parte dello Stato e la successiva
esecuzione mediante l'intervento gratuito degli stessi operatori sanitari.
Tali attentati colpiscono la vita umana in situazioni di massima precarietà,
quando è priva di ogni capacità di difesa. Ancora più grave è il fatto che essi,
in larga parte, sono consumati proprio all'interno e ad opera di quella famiglia
che costitutivamente è invece chiamata ad essere « santuario della vita ».
Come s'è potuta determinare una simile
situazione? Occorre prendere in considerazione molteplici fattori. Sullo sfondo
c'è una profonda crisi della cultura, che ingenera scetticismo sui fondamenti
stessi del sapere e dell'etica e rende sempre più difficile cogliere con
chiarezza il senso dell'uomo, dei suoi diritti e dei suoi doveri. A ciò si
aggiungono le più diverse difficoltà esistenziali e relazionali, aggravate dalla
realtà di una società complessa, in cui le persone, le coppie, le famiglie
rimangono spesso sole con i loro problemi. Non mancano situazioni di particolare
povertà, angustia o esasperazione, in cui la fatica della sopravvivenza, il
dolore ai limiti della sopportabilità, le violenze subite, specialmente quelle
che investono le donne, rendono le scelte di difesa e di promozione della vita
esigenti a volte fino all'eroismo.
Tutto ciò spiega, almeno in parte, come il
valore della vita possa oggi subire una specie di « eclissi », per quanto la
coscienza non cessi di additarlo quale valore sacro e intangibile, come dimostra
il fatto stesso che si tende a coprire alcuni delitti contro la vita nascente o
terminale con locuzioni di tipo sanitario, che distolgono lo sguardo dal fatto
che è in gioco il diritto all'esistenza di una concreta persona umana.
12. In realtà, se molti
e gravi aspetti dell'odierna problematica sociale possono in qualche modo spiegare
il clima di diffusa incertezza morale e talvolta attenuare nei singoli la responsabilità
soggettiva, non è meno vero che siamo di fronte a una realtà più vasta, che
si può considerare come una vera e propria struttura di peccato, caratterizzata
dall'imporsi di una cultura anti-solidaristica, che si configura in molti casi
come vera « cultura di morte ». Essa è attivamente promossa da forti correnti
culturali, economiche e politiche, portatrici di una concezione efficientistica
della società.
Guardando le cose da tale punto di vista,
si può, in certo senso, parlare di una guerra dei potenti contro i deboli:
la vita che richiederebbe più accoglienza, amore e cura è ritenuta inutile,
o è considerata come un peso insopportabile e, quindi, è rifiutata in molte
maniere. Chi, con la sua malattia, con il suo handicap o, molto più
semplicemente, con la stessa sua presenza mette in discussione il benessere o le
abitudini di vita di quanti sono più avvantaggiati, tende ad essere visto come
un nemico da cui difendersi o da eliminare. Si scatena così una specie di «
congiura contro la vita ». Essa non coinvolge solo le singole persone nei
loro rapporti individuali, familiari o di gruppo, ma va ben oltre, sino ad
intaccare e stravolgere, a livello mondiale, i rapporti tra i popoli e gli
Stati.
13. Per facilitare la
diffusione dell'aborto, si sono investite e si continuano ad investire
somme ingenti destinate alla messa a punto di preparati farmaceutici, che rendono
possibile l'uccisione del feto nel grembo materno, senza la necessità di ricorrere
all'aiuto del medico. La stessa ricerca scientifica, su questo punto, sembra
quasi esclusivamente preoccupata di ottenere prodotti sempre più semplici ed
efficaci contro la vita e, nello stesso tempo, tali da sottrarre l'aborto ad
ogni forma di controllo e responsabilità sociale.
Si afferma frequentemente che la
contraccezione, resa sicura e accessibile a tutti, è il rimedio più efficace
contro l'aborto. Si accusa poi la Chiesa cattolica di favorire di fatto l'aborto
perché continua ostinatamente a insegnare l'illiceità morale della
contraccezione.
L'obiezione, a ben guardare, si rivela
speciosa. Può essere, infatti, che molti ricorrano ai contraccettivi anche
nell'intento di evitare successivamente la tentazione dell'aborto. Ma i
disvalori insiti nella « mentalità contraccettiva » ? ben diversa dall'esercizio
responsabile della paternità e maternità, attuato nel rispetto della piena
verità dell'atto coniugale ? sono tali da rendere più forte proprio questa
tentazione, di fronte all'eventuale concepimento di una vita non desiderata. Di
fatto la cultura abortista è particolarmente sviluppata proprio in ambienti che
rifiutano l'insegnamento della Chiesa sulla contraccezione. Certo,
contraccezione ed aborto, dal punto di vista morale, sono mali specificamente
diversi: l'una contraddice all'integra verità dell'atto sessuale come
espressione propria dell'amore coniugale, l'altro distrugge la vita di un essere
umano; la prima si oppone alla virtù della castità matrimoniale, il secondo si
oppone alla virtù della giustizia e viola direttamente il precetto divino « non
uccidere ».
Ma pur con questa diversa natura e peso
morale, essi sono molto spesso in intima relazione, come frutti di una medesima
pianta. È vero che non mancano casi in cui alla contraccezione e allo stesso
aborto si giunge sotto la spinta di molteplici difficoltà esistenziali, che
tuttavia non possono mai esonerare dallo sforzo di osservare pienamente la Legge
di Dio. Ma in moltissimi altri casi tali pratiche affondano le radici in una
mentalità edonistica e deresponsabilizzante nei confronti della sessualità e
suppongono un concetto egoistico di libertà che vede nella procreazione un
ostacolo al dispiegarsi della propria personalità. La vita che potrebbe
scaturire dall'incontro sessuale diventa così il nemico da evitare assolutamente
e l'aborto l'unica possibile risposta risolutiva di fronte ad una contraccezione
fallita.
Purtroppo la stretta connessione che, a
livello di mentalità, intercorre tra la pratica della contraccezione e quella
dell'aborto emerge sempre di più e lo dimostra in modo allarmante anche la messa
a punto di preparati chimici, di dispositivi intrauterini e di vaccini che,
distribuiti con la stessa facilità dei contraccettivi, agiscono in realtà come
abortivi nei primissimi stadi di sviluppo della vita del nuovo essere umano.
14. Anche le varie tecniche
di riproduzione artificiale, che sembrerebbero porsi a servizio della vita
e che sono praticate non poche volte con questa intenzione, in realtà aprono
la porta a nuovi attentati contro la vita. Al di là del fatto che esse sono
moralmente inaccettabili, dal momento che dissociano la procreazione dal contesto
integralmente umano dell'atto coniugale,(14) queste tecniche registrano alte
percentuali di insuccesso: esso riguarda non tanto la fecondazione, quanto il
successivo sviluppo dell'embrione, esposto al rischio di morte entro tempi in
genere brevissimi. Inoltre, vengono prodotti talvolta embrioni in numero superiore
a quello necessario per l'impianto nel grembo della donna e questi cosiddetti
« embrioni soprannumerari » vengono poi soppressi o utilizzati per ricerche
che, con il pretesto del progresso scientifico o medico, in realtà riducono
la vita umana a semplice « materiale biologico » di cui poter liberamente disporre.
Le diagnosi pre-natali, che non
presentano difficoltà morali se fatte per individuare eventuali cure necessarie
al bambino non ancora nato, diventano troppo spesso occasione per proporre e
procurare l'aborto. È l'aborto eugenetico, la cui legittimazione nell'opinione
pubblica nasce da una mentalità ? a torto ritenuta coerente con le esigenze
della « terapeuticità » ? che accoglie la vita solo a certe condizioni e che
rifiuta il limite, l'handicap, l'infermità.
Seguendo questa stessa logica, si è giunti
a negare le cure ordinarie più elementari, e perfino l'alimentazione, a bambini
nati con gravi handicap o malattie. Lo scenario contemporaneo, inoltre, si fa
ancora più sconcertante a motivo delle proposte, avanzate qua e là, di
legittimare, nella stessa linea del diritto all'aborto, persino
l'infanticidio, ritornando così ad uno stadio di barbarie che si sperava di
aver superato per sempre.
15. Minacce non meno
gravi incombono pure sui malati inguaribili e sui morenti, in
un contesto sociale e culturale che, rendendo più difficile affrontare e sopportare
la sofferenza, acuisce la tentazione di risolvere il problema del soffrire
eliminandolo alla radice con l'anticipare la morte al momento ritenuto più
opportuno.
In tale scelta confluiscono spesso
elementi di diverso segno, purtroppo convergenti a questo terribile esito. Può
essere decisivo, nel soggetto malato, il senso di angoscia, di esasperazione,
persino di disperazione, provocato da un'esperienza di dolore intenso e
prolungato. Ciò mette a dura prova gli equilibri a volte già instabili della
vita personale e familiare, sicché, da una parte, il malato, nonostante gli
aiuti sempre più efficaci dell'assistenza medica e sociale, rischia di sentirsi
schiacciato dalla propria fragilità; dall'altra, in coloro che gli sono
effettivamente legati, può operare un senso di comprensibile anche se malintesa
pietà. Tutto ciò è aggravato da un'atmosfera culturale che non coglie nella
sofferenza alcun significato o valore, anzi la considera il male per eccellenza,
da eliminare ad ogni costo; il che avviene specialmente quando non si ha una
visione religiosa che aiuti a decifrare positivamente il mistero del dolore.
Ma nell'orizzonte culturale complessivo
non manca di incidere anche una sorta di atteggiamento prometeico dell'uomo che,
in tal modo, si illude di potersi impadronire della vita e della morte perché
decide di esse, mentre in realtà viene sconfitto e schiacciato da una morte
irrimediabilmente chiusa ad ogni prospettiva di senso e ad ogni speranza.
Riscontriamo una tragica espressione di tutto ciò nella diffusione dell'eutanasia,
mascherata e strisciante o attuata apertamente e persino legalizzata. Essa,
oltre che per una presunta pietà di fronte al dolore del paziente, viene talora
giustificata con una ragione utilitaristica, volta ad evitare spese improduttive
troppo gravose per la società. Si propone così la soppressione dei neonati
malformati, degli handicappati gravi, degli inabili, degli anziani, soprattutto
se non autosufficienti, e dei malati terminali. Né ci è lecito tacere di fronte
ad altre forme più subdole, ma non meno gravi e reali, di eutanasia. Esse, ad
esempio, potrebbero verificarsi quando, per aumentare la disponibilità di organi
da trapiantare, si procedesse all'espianto degli stessi organi senza rispettare
i criteri oggettivi ed adeguati di accertamento della morte del donatore.
16. Un altro fenomeno
attuale, al quale si accompagnano frequentemente minacce e attentati alla
vita, è quello demografico. Esso si presenta in modo differente nelle
diverse parti del mondo: nei Paesi ricchi e sviluppati si registra un preoccupante
calo o crollo delle nascite; i Paesi poveri, invece, presentano in genere un
tasso elevato di aumento della popolazione, difficilmente sopportabile in un
contesto di minore sviluppo economico e sociale, o addirittura di grave sottosviluppo.
Di fronte alla sovrapopolazione dei Paesi poveri mancano, a livello internazionale,
interventi globali ? serie politiche familiari e sociali, programmi di crescita
culturale e di giusta produzione e distribuzione delle risorse ? mentre si continua
a mettere in atto politiche antinataliste.
Contraccezione, sterilizzazione e aborto
vanno certamente annoverati tra le cause che contribuiscono a determinare le
situazioni di forte denatalità. Può essere facile la tentazione di ricorrere
agli stessi metodi e attentati contro la vita anche nelle situazioni di «
esplosione demografica ».
L'antico faraone, sentendo come un incubo
la presenza e il moltiplicarsi dei figli di Israele, li sottopose ad ogni forma
di oppressione e ordinò che venisse fatto morire ogni neonato maschio delle
donne ebree (cf. Es 1, 7-22). Allo stesso modo si comportano oggi non
pochi potenti della terra.
Essi pure avvertono come un incubo lo
sviluppo demografico in atto e temono che i popoli più prolifici e più poveri
rappresentino una minaccia per il benessere e la tranquillità dei loro Paesi. Di
conseguenza, piuttosto che voler affrontare e risolvere questi gravi problemi
nel rispetto della dignità delle persone e delle famiglie e dell'inviolabile
diritto alla vita di ogni uomo, preferiscono promuovere e imporre con qualsiasi
mezzo una massiccia pianificazione delle nascite. Gli stessi aiuti economici,
che sarebbero disposti a dare, vengono ingiustamente condizionati
all'accettazione di una politica antinatalista.
17. L'umanità di oggi
ci offre uno spettacolo davvero allarmante, se pensiamo non solo ai diversi
ambiti nei quali si sviluppano gli attentati alla vita, ma anche alla loro singolare
proporzione numerica, nonché al molteplice e potente sostegno che viene loro
dato dall'ampio consenso sociale, dal frequente riconoscimento legale, dal coinvolgimento
di parte del personale sanitario.
Come ebbi a dire con forza a Denver, in
occasione dell'VIII Giornata Mondiale della Gioventù, « con il tempo, le minacce
contro la vita non vengono meno. Esse, al contrario, assumono dimensioni enormi.
Non si tratta soltanto di minacce provenienti dall'esterno, di forze della
natura o dei "Caino" che assassinano gli "Abele"; no, si tratta di minacce
programmate in maniera scientifica e sistematica. Il ventesimo secolo verrà
considerato un'epoca di attacchi massicci contro la vita, un'interminabile serie
di guerre e un massacro permanente di vite umane innocenti. I falsi profeti e i
falsi maestri hanno conosciuto il maggior successo possibile ».(15) Al di là
delle intenzioni, che possono essere varie e magari assumere forme suadenti
persino in nome della solidarietà, siamo in realtà di fronte a una oggettiva
« congiura contro la vita » che vede implicate anche Istituzioni
internazionali, impegnate a incoraggiare e programmare vere e proprie campagne
per diffondere la contraccezione, la sterilizzazione e l'aborto. Non si può,
infine, negare che i mass media sono spesso complici di questa congiura,
accreditando nell'opinione pubblica quella cultura che presenta il ricorso alla
contraccezione, alla sterilizzazione, all'aborto e alla stessa eutanasia come
segno di progresso e conquista di libertà, mentre dipinge come nemiche della
libertà e del progresso le posizioni incondizionatamente a favore della vita.
« Sono forse il guardiano di mio
fratello? » (Gn
4, 9): un'idea perversa di libertà
18. Il panorama descritto
chiede di essere conosciuto non soltanto nei fenomeni di morte che lo caratterizzano,
ma anche nelle molteplici cause che lo determinano. La domanda del Signore
« Che hai fatto? » (Gn 4, 10) sembra essere quasi un invito rivolto a
Caino ad andare oltre la materialità del suo gesto omicida, per coglierne tutta
la gravità nelle motivazioni che ne sono all'origine e nelle conseguenze
che ne derivano.
Le scelte contro la vita
nascono, talvolta, da situazioni difficili o addirittura drammatiche di profonda
sofferenza, di solitudine, di totale mancanza di prospettive economiche, di
depressione e di angoscia per il futuro. Tali circostanze possono attenuare
anche notevolmente la responsabilità soggettiva e la conseguente colpevolezza di
quanti compiono queste scelte in sé criminose. Tuttavia oggi il problema va ben
al di là del pur doveroso riconoscimento di queste situazioni personali. Esso si
pone anche sul piano culturale, sociale e politico, dove presenta il suo aspetto
più sovversivo e conturbante nella tendenza, sempre più largamente condivisa, a
interpretare i menzionati delitti contro la vita come
legittime espressioni della libertà individuale, da riconoscere e proteggere
come veri e propri diritti.
In questo modo giunge ad una svolta dalle
tragiche conseguenze un lungo processo storico, che dopo aver scoperto l'idea
dei « diritti umani » ? come diritti inerenti a ogni persona e precedenti ogni
Costituzione e legislazione degli Stati ? incorre oggi in una sorprendente
contraddizione: proprio in un'epoca in cui si proclamano solennemente i
diritti inviolabili della persona e si afferma pubblicamente il valore della
vita, lo stesso diritto alla vita viene praticamente negato e conculcato, in
particolare nei momenti più emblematici dell'esistenza, quali sono il nascere e
il morire.
Da un lato, le varie dichiarazioni dei
diritti dell'uomo e le molteplici iniziative che ad esse si ispirano dicono
l'affermarsi a livello mondiale di una sensibilità morale più attenta a
riconoscere il valore e la dignità di ogni essere umano in quanto tale, senza
alcuna distinzione di razza, nazionalità, religione, opinione politica, ceto
sociale.
Dall'altro lato, a queste nobili
proclamazioni si contrappone purtroppo, nei fatti, una loro tragica negazione.
Questa è ancora più sconcertante, anzi più scandalosa, proprio perché si
realizza in una società che fa dell'affermazione e della tutela dei diritti
umani il suo obiettivo principale e insieme il suo vanto. Come mettere d'accordo
queste ripetute affermazioni di principio con il continuo moltiplicarsi e la
diffusa legittimazione degli attentati alla vita umana? Come conciliare queste
dichiarazioni col rifiuto del più debole, del più bisognoso, dell'anziano,
dell'appena concepito? Questi attentati vanno in direzione esattamente contraria
al rispetto della vita e rappresentano una minaccia frontale a tutta la
cultura dei diritti dell'uomo. È una minaccia capace, al limite, di mettere
a repentaglio lo stesso significato della convivenza democratica: da società
di « con- viventi », le nostre città rischiano di diventare società di esclusi,
di emarginati, di rimossi e soppressi. Se poi lo sguardo si allarga ad un
orizzonte planetario, come non pensare che la stessa affermazione dei diritti
delle persone e dei popoli, quale avviene in alti consessi internazionali, si
riduce a sterile esercizio retorico, se non si smaschera l'egoismo dei Paesi
ricchi che chiudono l'accesso allo sviluppo dei Paesi poveri o lo condizionano
ad assurdi divieti di procreazione, contrapponendo lo sviluppo all'uomo? Non
occorre forse mettere in discussione gli stessi modelli economici, adottati
sovente dagli Stati anche per spinte e condizionamenti di carattere
internazionale, che generano ed alimentano situazioni di ingiustizia e violenza
nelle quali la vita umana di intere popolazioni viene avvilita e conculcata?
19.
Dove stanno le radici di una contraddizione tanto paradossale?
Le possiamo riscontrare in complessive
valutazioni di ordine culturale e morale, a iniziare da quella mentalità che,
esasperando e persino deformando il concetto di soggettività, riconosce come
titolare di diritti solo chi si presenta con piena o almeno incipiente autonomia
ed esce da condizioni di totale dipendenza dagli altri. Ma come conciliare tale
impostazione con l'esaltazione dell'uomo quale essere « indisponibile »?
La teoria dei diritti umani si fonda proprio sulla considerazione del fatto che
l'uomo, diversamente dagli animali e dalle cose, non può essere sottomesso al
dominio di nessuno. Si deve pure accennare a quella logica che tende a
identificare la dignità personale con la capacità di comunicazione verbale ed
esplicita e, in ogni caso, sperimentabile. È chiaro che, con tali
presupposti, non c'è spazio nel mondo per chi, come il nascituro o il morente, è
un soggetto strutturalmente debole, sembra totalmente assoggettato alla mercé di
altre persone e da loro radicalmente dipendente e sa comunicare solo mediante il
muto linguaggio di una profonda simbiosi di affetti. È, quindi, la forza a farsi
criterio di scelta e di azione nei rapporti interpersonali e nella convivenza
sociale. Ma questo è l'esatto contrario di quanto ha voluto storicamente
affermare lo Stato di diritto, come comunità nella quale alle « ragioni della
forza » si sostituisce la « forza della ragione ».
Ad un altro livello, le radici della
contraddizione che intercorre tra la solenne affermazione dei diritti dell'uomo
e la loro tragica negazione nella pratica risiedono in una concezione della
libertà che esalta in modo assoluto il singolo individuo, e non lo dispone
alla solidarietà, alla piena accoglienza e al servizio dell'altro. Se è vero che
talvolta la soppressione della vita nascente o terminale si colora anche di un
malinteso senso di altruismo e di umana pietà, non si può negare che una tale
cultura di morte, nel suo insieme, tradisce una concezione della libertà del
tutto individualistica che finisce per essere la libertà dei « più forti »
contro i deboli destinati a soccombere.
Proprio in questo senso si può
interpretare la risposta di Caino alla domanda del Signore « Dov'è Abele, tuo
fratello? »: « Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello? » (Gn
4, 9). Sì, ogni uomo è « guardiano di suo fratello », perché Dio affida
l'uomo all'uomo. Ed è anche in vista di tale affidamento che Dio dona a ogni
uomo la libertà, che possiede un'essenziale dimensione relazionale. Essa
è grande dono del Creatore, posta com'è al servizio della persona e della sua
realizzazione mediante il dono di sé e l'accoglienza dell'altro; quando invece
viene assolutizzata in chiave individualistica, la libertà è svuotata del suo
contenuto originario ed è contraddetta nella sua stessa vocazione e dignità.
C'è un aspetto ancora più profondo da
sottolineare: la libertà rinnega sé stessa, si autodistrugge e si dispone
all'eliminazione dell'altro quando non riconosce e non rispetta più il suo
costitutivo legame con la verità. Ogni volta che la libertà, volendo
emanciparsi da qualsiasi tradizione e autorità, si chiude persino alle evidenze
primarie di una verità oggettiva e comune, fondamento della vita personale e
sociale, la persona finisce con l'assumere come unico e indiscutibile
riferimento per le proprie scelte non più la verità sul bene e sul male, ma solo
la sua soggettiva e mutevole opinione o, addirittura, il suo egoistico interesse
e il suo capriccio.
20. In questa concezione
della libertà, la convivenza sociale viene profondamente deformata. Se
la promozione del proprio io è intesa in termini di autonomia assoluta, inevitabilmente
si giunge alla negazione dell'altro, sentito come un nemico da cui difendersi.
In questo modo la società diventa un insieme di individui posti l'uno accanto
all'altro, ma senza legami reciproci: ciascuno vuole affermarsi indipendentemente
dall'altro, anzi vuol far prevalere i suoi interessi. Tuttavia, di fronte ad
analoghi interessi dell'altro, ci si deve arrendere a cercare qualche forma
di compromesso, se si vuole che nella società sia garantito a ciascuno il massimo
di libertà possibile. Viene meno così ogni riferimento a valori comuni e a una
verità assoluta per tutti: la vita sociale si avventura nelle sabbie mobili
di un relativismo totale. Allora tutto è convenzionabile, tutto è negoziabile:
anche il primo dei diritti fondamentali, quello alla vita.
È quanto di fatto accade anche in ambito
più propriamente politico e statale: l'originario e inalienabile diritto alla
vita è messo in discussione o negato sulla base di un voto parlamentare o della
volontà di una parte ? sia pure maggioritaria ? della popolazione. È l'esito
nefasto di un relativismo che regna incontrastato: il « diritto » cessa di
essere tale, perché non è più solidamente fondato sull'inviolabile dignità della
persona, ma viene assoggettato alla volontà del più forte. In questo modo la
democrazia, ad onta delle sue regole, cammina sulla strada di un sostanziale
totalitarismo. Lo Stato non è più la « casa comune » dove tutti possono vivere
secondo principi di uguaglianza sostanziale, ma si trasforma in Stato
tiranno, che presume di poter disporre della vita dei più deboli e indifesi,
dal bambino non ancora nato al vecchio, in nome di una utilità pubblica che non
è altro, in realtà, che l'interesse di alcuni.
Tutto sembra avvenire nel più saldo
rispetto della legalità, almeno quando le leggi che permettono l'aborto o
l'eutanasia vengono votate secondo le cosiddette regole democratiche. In verità,
siamo di fronte solo a una tragica parvenza di legalità e l'ideale democratico,
che è davvero tale quando riconosce e tutela la dignità di ogni persona umana,
è tradito nelle sue stesse basi: « Come è possibile parlare ancora di
dignità di ogni persona umana, quando si permette che si uccida la più debole e
la più innocente? In nome di quale giustizia si opera fra le persone la più
ingiusta delle discriminazioni, dichiarandone alcune degne di essere difese,
mentre ad altre questa dignità è negata? ».(16) Quando si verificano queste
condizioni si sono già innescati quei dinamismi che portano alla dissoluzione di
un'autentica convivenza umana e alla disgregazione della stessa realtà statuale.
Rivendicare il diritto all'aborto,
all'infanticidio, all'eutanasia e riconoscerlo legalmente, equivale ad
attribuire alla libertà umana un significato perverso e iniquo: quello di
un potere assoluto sugli altri e contro gli altri. Ma questa è la morte
della vera libertà: « In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato
è schiavo del peccato » (Gv 8, 34).
« Mi dovrò nascondere lontano da
te » (Gn 4, 14):
l'eclissi del senso di Dio e dell'uomo
21. Nel ricercare le
radici più profonde della lotta tra la « cultura della vita » e la « cultura
della morte », non ci si può fermare all'idea perversa di libertà sopra ricordata.
Occorre giungere al cuore del dramma vissuto dall'uomo contemporaneo:l'eclissi
del senso di Dio e dell'uomo, tipica del contesto sociale e culturale dominato
dal secolarismo, che coi suoi tentacoli pervasivi non manca talvolta di mettere
alla prova le stesse comunità cristiane. Chi si lascia contagiare da questa
atmosfera, entra facilmente nel vortice di un terribile circolo vizioso: smarrendo
il senso di Dio, si tende a smarrire anche il senso dell'uomo, della
sua dignità e della sua vita; a sua volta, la sistematica violazione della legge
morale, specie nella grave materia del rispetto della vita umana e della sua
dignità, produce una sorta di progressivo oscuramento della capacità di percepire
la presenza vivificante e salvante di Dio.
Ancora una volta possiamo ispirarci al
racconto dell'uccisione di Abele da parte del fratello. Dopo la maledizione
inflittagli da Dio, Caino così si rivolge al Signore: « Troppo grande è la mia
colpa per sopportarla! Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò
nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque
mi incontrerà mi potrà uccidere » (Gn 4, 13-14).
Caino ritiene che il suo peccato non potrà
ottenere perdono dal Signore e che il suo destino inevitabile sarà di doversi «
nascondere lontano » da lui. Se Caino riesce a confessare che la sua colpa è «
troppo grande », è perché egli sa di trovarsi di fronte a Dio e al suo giusto
giudizio. In realtà, solo davanti al Signore l'uomo può riconoscere il suo
peccato e percepirne tutta la gravità. È questa l'esperienza di Davide, che dopo
« aver fatto male agli occhi del Signore », rimproverato dal profeta Natan (cf.
2 Sam 11-12), esclama: « Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta
sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai
tuoi occhi, io l'ho fatto » (Sal 511, 5-6).
22. Per questo, quando
viene meno il senso di Dio, anche il senso dell'uomo viene minacciato e inquinato,
come lapidariamente afferma il Concilio Vaticano II: « La creatura senza il
Creatore svanisce... Anzi, l'oblio di Dio priva di luce la creatura stessa ».(17)
L'uomo non riesce più a percepirsi come « misteriosamente altro » rispetto alle
diverse creature terrene; egli si considera come uno dei tanti esseri viventi,
come un organismo che, tutt'al più, ha raggiunto uno stadio molto elevato di
perfezione. Chiuso nel ristretto orizzonte della sua fisicità, si riduce in
qualche modo a « una cosa » e non coglie più il carattere « trascendente » del
suo « esistere come uomo ». Non considera più la vita come uno splendido dono
di Dio, una realtà « sacra » affidata alla sua responsabilità e quindi alla
sua amorevole custodia, alla sua « venerazione ». Essa diventa semplicemente
« una cosa », che egli rivendica come sua esclusiva proprietà, totalmente dominabile
e manipolabile.
Così, di fronte alla vita che nasce e alla
vita che muore, non è più capace di lasciarsi interrogare sul senso più
autentico della sua esistenza, assumendo con vera libertà questi momenti
cruciali del proprio « essere ». Egli si preoccupa solo del « fare » e,
ricorrendo ad ogni forma di tecnologia, si affanna a programmare, controllare e
dominare la nascita e la morte. Queste, da esperienze originarie che chiedono di
essere « vissute », diventano cose che si pretende semplicemente di « possedere
» o di « rifiutare ».
Del resto, una volta escluso il
riferimento a Dio, non sorprende che il senso di tutte le cose ne esca
profondamente deformato, e la stessa natura, non più « mater », sia ridotta a «
materiale » aperto a tutte le manipolazioni. A ciò sembra condurre una certa
razionalità tecnico-scientifica, dominante nella cultura contemporanea, che nega
l'idea stessa di una verità del creato da riconoscere o di un disegno di Dio
sulla vita da rispettare. E ciò non è meno vero, quando l'angoscia per gli esiti
di tale « libertà senza legge » induce alcuni all'opposta istanza di una « legge
senza libertà », come avviene, ad esempio, in ideologie che contestano la
legittimità di qualunque intervento sulla natura, quasi in nome di una sua «
divinizzazione », che ancora una volta ne misconosce la dipendenza dal disegno
del Creatore. In realtà, vivendo « come se Dio non esistesse », l'uomo smarrisce
non solo il mistero di Dio, ma anche quello del mondo e il mistero del suo
stesso essere.
23. L'eclissi
del senso di Dio e dell'uomo conduce inevitabilmente al materialismo pratico,
nel quale proliferano l'individualismo, l'utilitarismo e l'edonismo. Si
manifesta anche qui la perenne validità di quanto scrive l'Apostolo: « Poiché
hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d'una
intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno » (Rm 1,
28). Così i valori dell'essere sono sostituiti da quelli dell'avere.
L'unico fine che conta è il perseguimento
del proprio benessere materiale. La cosiddetta « qualità della vita » è
interpretata in modo prevalente o esclusivo come efficienza economica,
consumismo disordinato, bellezza e godibilità della vita fisica, dimenticando le
dimensioni più profonde ? relazionali, spirituali e religiose ? dell'esistenza.
In un simile contesto la sofferenza,
inevitabile peso dell'esistenza umana ma anche fattore di possibile crescita
personale, viene « censurata », respinta come inutile, anzi combattuta come male
da evitare sempre e comunque. Quando non la si può superare e la prospettiva di
un benessere almeno futuro svanisce, allora pare che la vita abbia perso ogni
significato e cresce nell'uomo la tentazione di rivendicare il diritto alla sua
soppressione.
Sempre nel medesimo orizzonte culturale,
il corpo non viene più percepito come realtà tipicamente personale, segno
e luogo della relazione con gli altri, con Dio e con il mondo. Esso è ridotto a
pura materialità: è semplice complesso di organi, funzioni ed energie da usare
secondo criteri di mera godibilità ed efficienza. Conseguentemente, anche la
sessualità è depersonalizzata e strumentalizzata: da segno, luogo e
linguaggio dell'amore, ossia del dono di sé e dell'accoglienza dell'altro
secondo l'intera ricchezza della persona, diventa sempre più occasione e
strumento di affermazione del proprio io e di soddisfazione egoistica dei propri
desideri e istinti. Così si deforma e falsifica il contenuto originario della
sessualità umana e i due significati, unitivo e procreativo, insiti nella natura
stessa dell'atto coniugale, vengono artificialmente separati: in questo modo
l'unione è tradita e la fecondità è sottomessa all'arbitrio dell'uomo e della
donna. La procreazione allora diventa il « nemico » da evitare
nell'esercizio della sessualità: se viene accettata, è solo perché esprime il
proprio desiderio, o addirittura la propria volontà, di avere il figlio « ad
ogni costo » e non, invece, perché dice totale accoglienza dell'altro e, quindi,
apertura alla ricchezza di vita di cui il figlio è portatore.
Nella prospettiva materialistica fin qui
descritta, le relazioni interpersonali conoscono un grave impoverimento.
I primi a subirne i danni sono la donna, il bambino, il malato o sofferente,
l'anziano. Il criterio proprio della dignità personale ? quello cioè del
rispetto, della gratuità e del servizio ? viene sostituito dal criterio
dell'efficienza, della funzionalità e dell'utilità: l'altro è apprezzato non per
quello che « è », ma per quello che « ha, fa e rende ». È la supremazia del più
forte sul più debole.
24. È nell'intimo
della coscienza morale che l'eclissi del senso di Dio e dell'uomo, con tutte
le sue molteplici e funeste conseguenze sulla vita, si consuma. È in questione,
anzitutto, la coscienza di ciascuna persona, che nella sua unicità e
irripetibilità si trova sola di fronte a Dio.(18) Ma è pure in questione, in
un certo senso, la « coscienza morale » della società: essa è in qualche
modo responsabile non solo perché tollera o favorisce comportamenti contrari
alla vita, ma anche perché alimenta la « cultura della morte », giungendo a
creare e a consolidare vere e proprie « strutture di peccato » contro la vita.
La coscienza morale, sia individuale che sociale, è oggi sottoposta, anche per
l'influsso invadente di molti strumenti della comunicazione sociale, a un
pericolo gravissimo e mortale: quello della confusione tra il bene e
il male in riferimento allo stesso fondamentale diritto alla vita. Tanta
parte dell'attuale società si rivela tristemente simile a quell'umanità che
Paolo descrive nella Lettera ai Romani. È fatta « di uomini che soffocano la
verità nell'ingiustizia » (1, 18): avendo rinnegato Dio e credendo di poter
costruire la città terrena senza di lui, « hanno vaneggiato nei loro ragionamenti
» sicché « si è ottenebrata la loro mente ottusa » (1, 21); « mentre si dichiaravano
sapienti sono diventati stolti » (1, 22), sono diventati autori di opere degne
di morte e « non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa » (1,
32). Quando la coscienza, questo luminoso occhio dell'anima (cf. Mt 6,
22-23), chiama « bene il male e male il bene » (Is 5, 20), è ormai sulla
strada della sua degenerazione più inquietante e della più tenebrosa cecità
morale.
Eppure tutti i condizionamenti e gli
sforzi per imporre il silenzio non riescono a soffocare la voce del Signore che
risuona nella coscienza di ogni uomo: è sempre da questo intimo sacrario della
coscienza che può ripartire un nuovo cammino di amore, di accoglienza e di
servizio alla vita umana.
« Vi siete accostati al sangue
dell'aspersione »
(cf. Eb 12, 22.24): segni di
speranza e invito all'impegno
25. « La voce del sangue
di tuo fratello grida a me dal suolo! » (Gn 4, 10). Non è solo la voce
del sangue di Abele, il primo innocente ucciso, a gridare verso Dio, sorgente
e difensore della vita. Anche il sangue di ogni altro uomo ucciso dopo Abele
è voce che si leva al Signore. In una forma assolutamente unica, grida a Dio
la voce del sangue di Cristo, di cui Abele nella sua innocenza è figura
profetica, come ci ricorda l'autore della Lettera agli Ebrei: « Voi vi siete
invece accostati al monte Sion e alla città del Dio vivente... al Mediatore
della Nuova Alleanza e al sangue dell'aspersione dalla voce più eloquente di
quello di Abele » (12, 22.24).
È il sangue dell'aspersione. Ne era
stato simbolo e segno anticipatore il sangue dei sacrifici dell'Antica Alleanza,
con i quali Dio esprimeva la volontà di comunicare la sua vita agli uomini,
purificandoli e consacrandoli (cf. Es 24, 8; Lv 17, 11). Ora,
tutto questo in Cristo si compie e si avvera: il suo è il sangue dell'aspersione
che redime, purifica e salva; è il sangue del Mediatore della Nuova Alleanza «
versato per molti, in remissione dei peccati » (Mt 26, 28). Questo
sangue, che fluisce dal fianco trafitto di Cristo sulla croce (cf. Gv 19,
34), ha la « voce più eloquente » del sangue di Abele; esso infatti esprime ed
esige una più profonda « giustizia », ma soprattutto implora misericordia,(19)
si fa presso il Padre intercessione per i fratelli (cf. Eb 7, 25), è
fonte di redenzione perfetta e dono di vita nuova.
Il sangue di Cristo, mentre rivela la
grandezza dell'amore del Padre, manifesta come l'uomo sia prezioso agli occhi
di Dio e come sia inestimabile il valore della sua vita. Ce lo ricorda
l'apostolo Pietro: « Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come
l'argento e l'oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai
vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti
e senza macchia » (1 Pt 1, 18-19). Proprio contemplando il sangue
prezioso di Cristo, segno della sua donazione d'amore (cf. Gv 13, 1), il
credente impara a riconoscere e ad apprezzare la dignità quasi divina di ogni
uomo e può esclamare con sempre rinnovato e grato stupore: « Quale valore deve
avere l'uomo davanti agli occhi del Creatore se "ha meritato di avere un tanto
nobile e grande Redentore" (Exultet della Veglia pasquale), se "Dio ha
dato il suo Figlio", affinché egli, l'uomo, "non muoia, ma abbia la vita eterna"
(cf. Gv 3, 16)! ».(20)
Il sangue di Cristo, inoltre, rivela
all'uomo che la sua grandezza, e quindi la sua vocazione, consiste nel dono
sincero di sé. Proprio perché viene versato come dono di vita, il sangue di
Gesù non è più segno di morte, di separazione definitiva dai fratelli, ma
strumento di una comunione che è ricchezza di vita per tutti. Chi nel sacramento
dell'Eucaristia beve questo sangue e dimora in Gesù (cf. Gv 6, 56) è
coinvolto nel suo stesso dinamismo di amore e di donazione di vita, per portare
a pienezza l'originaria vocazione all'amore che è propria di ogni uomo (cf.
Gn 1, 27; 2, 18-24).
È ancora nel sangue di Cristo che tutti
gli uomini attingono la forza per impegnarsi a favore della vita. Proprio
questo sangue è il motivo più forte di speranza, anzi è il fondamento
dell'assoluta certezza che secondo il disegno di Dio la vittoria sarà della
vita. « Non ci sarà più la morte », esclama la voce potente che esce dal
trono di Dio nella Gerusalemme celeste (Ap 21, 4). E san Paolo ci
assicura che la vittoria attuale sul peccato è segno e anticipazione della
vittoria definitiva sulla morte, quando « si compirà la parola della Scrittura:
"La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov'è, o morte, la tua vittoria?
Dov'è, o morte, il tuo pungiglione?" » (1 Cor 15, 54-55).
26. In realtà, segni
anticipatori di questa vittoria non mancano nelle nostre società e culture,
pur così fortemente segnate dalla « cultura della morte ». Si darebbe dunque
un'immagine unilaterale, che potrebbe indurre a uno sterile scoraggiamento,
se alla denuncia delle minacce alla vita non si accompagnasse la presentazione
dei segni positivi operanti nell'attuale situazione dell'umanità.
Purtroppo tali segni positivi faticano
spesso a manifestarsi e ad essere riconosciuti, forse anche perché non trovano
adeguata attenzione nei mezzi della comunicazione sociale. Ma quante iniziative
di aiuto e di sostegno alle persone più deboli e indifese sono sorte e
continuano a sorgere, nella comunità cristiana e nella società civile, a livello
locale, nazionale e internazionale, ad opera di singoli, gruppi, movimenti ed
organizzazioni di vario genere!
Sono ancora molti gli sposi che,
con generosa responsabilità, sanno accogliere i figli come « il preziosissimo
dono del matrimonio ».(21) Né mancano famiglie che, al di là del loro
quotidiano servizio alla vita, sanno aprirsi all'accoglienza di bambini
abbandonati, di ragazzi e giovani in difficoltà, di persone portatrici di
handicap, di anziani rimasti soli. Non pochi centri di aiuto alla vita, o
istituzioni analoghe, sono promossi da persone e gruppi che, con ammirevole
dedizione e sacrificio, offrono un sostegno morale e materiale a mamme in
difficoltà, tentate di ricorrere all'aborto. Sorgono pure e si diffondono
gruppi di volontari impegnati a dare ospitalità a chi è senza famiglia, si
trova in condizioni di particolare disagio o ha bisogno di ritrovare un ambiente
educativo che lo aiuti a superare abitudini distruttive e a ricuperare il senso
della vita.
La medicina, promossa con grande
impegno da ricercatori e professionisti, prosegue nel suo sforzo per trovare
rimedi sempre più efficaci: risultati un tempo del tutto impensabili e tali da
aprire promettenti prospettive sono oggi ottenuti a favore della vita nascente,
delle persone sofferenti e dei malati in fase acuta o terminale. Enti e
organizzazioni varie si mobilitano per portare, anche nei Paesi più colpiti
dalla miseria e da malattie endemiche, i benefici della medicina più avanzata.
Così pure associazioni nazionali e internazionali di medici si attivano
tempestivamente per recare soccorso alle popolazioni provate da calamità
naturali, da epidemie o da guerre. Anche se una vera giustizia internazionale
nella ripartizione delle risorse mediche è ancora lontana dalla sua piena
realizzazione, come non riconoscere nei passi sinora compiuti il segno di una
crescente solidarietà tra i popoli, di un'apprezzabile sensibilità umana e
morale e di un maggiore rispetto per la vita?
27. Di fronte a legislazioni
che hanno permesso l'aborto e a tentativi, qua e là riusciti, di legalizzare
l'eutanasia, sono sorti in tutto il mondo movimenti e iniziative di sensibilizzazione
sociale in favore della vita. Quando, in conformità alla loro ispirazione
autentica, agiscono con determinata fermezza ma senza ricorrere alla violenza,
tali movimenti favoriscono una più diffusa presa di coscienza del valore della
vita e sollecitano e realizzano un più deciso impegno per la sua difesa.
Come non ricordare, inoltre, tutti quei
gesti quotidiani di accoglienza, di sacrificio, di cura disinteressata che
un numero incalcolabile di persone compie con amore nelle famiglie, negli
ospedali, negli orfanotrofi, nelle case di riposo per anziani e in altri centri
o comunità a difesa della vita? Lasciandosi guidare dall'esempio di Gesù « buon
samaritano » (cf. Lc 10, 29-37) e sostenuta dalla sua forza, la Chiesa è
sempre stata in prima linea su queste frontiere della carità: tanti suoi figli e
figlie, specialmente religiose e religiosi, in forme antiche e sempre nuove,
hanno consacrato e continuano a consacrare la loro vita a Dio donandola per
amore del prossimo più debole e bisognoso.
Questi gesti costruiscono nel profondo
quella « civiltà dell'amore e della vita », senza la quale l'esistenza delle
persone e della società smarrisce il suo significato più autenticamente umano.
Anche se nessuno li notasse e rimanessero nascosti ai più, la fede assicura che
il Padre, « che vede nel segreto » (Mt 6, 4), non solo saprà
ricompensarli, ma già fin d'ora li rende fecondi di frutti duraturi per tutti.
Tra i segni di speranza va pure annoverata
la crescita, in molti strati dell'opinione pubblica, di una nuova sensibilità
sempre più contraria alla guerra come strumento di soluzione dei conflitti
tra i popoli e sempre più orientata alla ricerca di strumenti efficaci ma « non
violenti » per bloccare l'aggressore armato. Nel medesimo orizzonte si pone
altresì la sempre più diffusa avversione dell'opinione pubblica alla pena di
morte anche solo come strumento di « legittima difesa » sociale, in
considerazione delle possibilità di cui dispone una moderna società di reprimere
efficacemente il crimine in modi che, mentre rendono inoffensivo colui che l'ha
commesso, non gli tolgono definitivamente la possibilità di redimersi.
È da salutare con favore anche
l'accresciuta attenzione allaqualità della vita e all'ecologia,
che si registra soprattutto nelle società a sviluppo avanzato, nelle quali le
attese delle persone non sono più concentrate tanto sui problemi della
sopravvivenza quanto piuttosto sulla ricerca di un miglioramento globale delle
condizioni di vita. Particolarmente significativo è il risveglio di una
riflessione etica attorno alla vita: con la nascita e lo sviluppo sempre più
diffuso della bioetica vengono favoriti la riflessione e il dialogo ? tra
credenti e non credenti, come pure tra credenti di diverse religioni ? su
problemi etici, anche fondamentali, che interessano la vita dell'uomo.
28. Questo
orizzonte di luci ed ombre deve renderci tutti pienamente consapevoli che ci
troviamo di fronte ad uno scontro immane e drammatico tra il male e il bene,
la morte e la vita, la « cultura della morte » e la « cultura della vita ».
Ci troviamo non solo « di fronte », ma necessariamente « in mezzo » a tale conflitto:
tutti siamo coinvolti e partecipi, con l'ineludibile responsabilità di
scegliere incondizionatamente a favore della vita.
Anche per noi risuona chiaro e forte
l'invito di Mosè: « Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte
e il male...; io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la
maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza »
(Dt 30, 15.19). È un invito che ben si addice anche a noi, chiamati ogni
giorno a dover decidere tra la « cultura della vita » e la « cultura della morte
». Ma l'appello del Deuteronomio è ancora più profondo, perché ci sollecita ad
una scelta propriamente religiosa e morale. Si tratta di dare alla propria
esistenza un orientamento fondamentale e di vivere in fedeltà e coerenza con la
legge del Signore: « Io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di
camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue
leggi e le sue norme...; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua
discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti
unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità » (30,
16.19-20).
La scelta incondizionata a favore della
vita raggiunge in pienezza il suo significato religioso e morale quando
scaturisce, viene plasmata ed è alimentata dalla fede in Cristo. Nulla
aiuta ad affrontare positivamente il conflitto tra la morte e la vita, nel quale
siamo immersi, come la fede nel Figlio di Dio che si è fatto uomo ed è venuto
tra gli uomini « perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza » (Gv
10, 10): è la fede nel Risorto, che ha vinto la morte; è la fede nel
sangue di Cristo « dalla voce più eloquente di quello di Abele » (Eb 12,
24).
Con la luce e la forza di tale fede, quindi, di fronte alle sfide dell'attuale
situazione, la Chiesa prende più viva coscienza della grazia e della
responsabilità che le vengono dal suo Signore per annunciare, celebrare e
servire il Vangelo della vita.
CAPITOLO II
SONO VENUTO PERCHÈ ABBIANO LA
VITA
IL MESSAGGIO CRISTIANO SULLA VITA
« La vita si è fatta visibile,
noi l'abbiamo veduta »
(1 Gv 1, 2): lo sguardo rivolto a
Cristo, « il Verbo della vita »
29. Di fronte alle innumerevoli
e gravi minacce alla vita presenti nel mondo contemporaneo, si potrebbe rimanere
come sopraffatti dal senso di un'impotenza insuperabile: il bene non potrà mai
avere la forza di vincere il male!
È questo il momento nel quale il Popolo di
Dio, e in esso ciascun credente, è chiamato a professare, con umiltà e coraggio,
la propria fede in Gesù Cristo « il Verbo della vita » (1 Gv 1, 1). Il
Vangelo della vita non è una semplice riflessione, anche se originale e
profonda, sulla vita umana; neppure è soltanto un comandamento destinato a
sensibilizzare la coscienza e a provocare significativi cambiamenti nella
società; tanto meno è un'illusoria promessa di un futuro migliore. Il Vangelo
della vita è una realtà concreta e personale, perché consiste nell'annuncio
della persona stessa di Gesù. All'apostolo Tommaso, e in lui a ogni uomo,
Gesù si presenta con queste parole: « Io sono la via, la verità e la vita » (Gv
14, 6). È la stessa identità indicata a Marta, la sorella di Lazzaro: « Io
sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque
vive e crede in me, non morrà in eterno » (Gv 11, 25-26). Gesù è il
Figlio che dall'eternità riceve la vita dal Padre (cf. Gv 5, 26) ed è
venuto tra gli uomini per farli partecipi di questo dono: « Io sono venuto
perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza » (Gv 10, 10).
È allora dalla parola, dall'azione, dalla
persona stessa di Gesù che all'uomo è data la possibilità di « conoscere » la
verità intera circa il valore della vita umana; è da quella « fonte » che
gli viene, in particolare, la capacità di « fare » perfettamente tale verità (cf.
Gv 3, 21), ossia di assumere e realizzare in pienezza la responsabilità
di amare e servire, di difendere e promuovere la vita umana.
In Cristo, infatti, è annunciato
definitivamente ed è pienamente donato quel Vangelo della vita che,
offerto già nella Rivelazione dell'Antico Testamento, ed anzi scritto in qualche
modo nel cuore stesso di ogni uomo e donna, risuona in ogni coscienza « dal
principio », ossia dalla creazione stessa, così che, nonostante i
condizionamenti negativi del peccato, può essere conosciuto nei suoi tratti
essenziali anche dalla ragione umana. Come scrive il Concilio Vaticano II,
Cristo « con tutta la sua presenza e con la manifestazione di sé, con le parole
e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e
la gloriosa risurrezione di tra i morti, e infine con l'invio dello Spirito di
verità, compie e completa la rivelazione e la corrobora con la testimonianza
divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della
morte e risuscitarci per la vita eterna ».(22)
30. È dunque con lo sguardo
fisso al Signore Gesù che intendiamo riascoltare da lui « le parole di Dio »
(Gv 3, 34) e rimeditare il Vangelo della vita. Il senso più profondo
e originale di questa meditazione sul messaggio rivelato circa la vita umana
è stato colto dall'apostolo Giovanni, quando scrive, all'inizio della sua Prima
Lettera: « Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che
noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò
che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita
si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e
vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a
noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché
anche voi siate in comunione con noi » (1, 1-3).
In Gesù, « Verbo della vita », viene
quindi annunciata e comunicata la vita divina ed eterna. Grazie a tale annuncio
e a tale dono, la vita fisica e spirituale dell'uomo, anche nella sua fase
terrena, acquista pienezza di valore e di significato: la vita divina ed eterna,
infatti, è il fine a cui l'uomo che vive in questo mondo è orientato e chiamato.
Il Vangelo della vita racchiude così quanto la stessa esperienza e
ragione umana dicono circa il valore della vita, lo accoglie, lo eleva e lo
porta a compimento.
« Mia forza e mio canto è il
Signore, egli mi ha salvato »
(Es 15, 2):
la vita è sempre un bene
31. In verità,
la pienezza evangelica dell'annuncio sulla vita è preparata già nell'Antico
Testamento. È soprattutto nella vicenda dell'Esodo, fulcro dell'esperienza di
fede dell'Antico Testamento, che Israele scopre quanto la sua vita sia preziosa
agli occhi di Dio. Quando sembra ormai votato allo sterminio, perché su tutti
i suoi neonati maschi incombe la minaccia di morte (cf. Es 1, 15-22),
il Signore gli si rivela come salvatore, capace di assicurare un futuro a chi
è senza speranza. Nasce così in Israele una precisa consapevolezza: la sua
vita non si trova alla mercé di un faraone che può usarne con dispotico
arbitrio; al contrario, essa è l'oggetto di un tenero
e forte amore da parte di Dio.
La liberazione dalla schiavitù è il dono
di una identità, il riconoscimento di una dignità indelebile e l'inizio di
una storia nuova, in cui la scoperta di Dio e la scoperta di sé vanno di
pari passo. È una esperienza, quella dell'Esodo, fondante ed esemplare. Israele
vi apprende che, ogni volta in cui è minacciato nella sua esistenza, non ha che
da ricorrere a Dio con rinnovata fiducia per trovare in lui efficace assistenza:
« Io ti ho formato, mio servo sei tu; Israele, non sarai dimenticato da me » (Is
44, 21).
Così, mentre riconosce il valore della
propria esistenza come popolo, Israele progredisce anche nella percezione del
senso e del valore della vita in quanto tale. È una riflessione che si
sviluppa in modo particolare nei libri sapienziali, muovendo dalla quotidiana
esperienza della precarietà della vita e dalla consapevolezza delle
minacce che la insidiano. Di fronte alle contraddizioni dell'esistenza, la fede
è provocata ad offrire una risposta.
È soprattutto il problema del dolore ad
incalzare la fede e a metterla alla prova. Come non cogliere il gemito
universale dell'uomo nella meditazione del libro di Giobbe? L'innocente
schiacciato dalla sofferenza è, comprensibilmente, portato a chiedersi: « Perché
dare la luce ad un infelice e la vita a chi ha l'amarezza nel cuore, a quelli
che aspettano la morte e non viene, che la cercano più di un tesoro? » (3,
20-21). Ma anche nella più fitta oscurità la fede orienta al riconoscimento
fiducioso e adorante del « mistero »: « Comprendo che puoi tutto e che nessuna
cosa è impossibile per te » (Gb 42, 2).
Progressivamente la Rivelazione fa
cogliere con sempre maggiore chiarezza il germe di vita immortale posto dal
Creatore nel cuore degli uomini: « Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma
egli ha messo la nozione dell'eternità nel loro cuore » (Qo 3, 11).
Questo germe di totalità e di pienezza attende di manifestarsi nell'amore
e di compiersi, per dono gratuito di Dio, nella partecipazione alla sua vita
eterna.
« Il nome di Gesù ha dato vigore
a questo uomo »
(At 3, 16): nella precarietà
dell'esistenza umana Gesù porta a compimento il senso della vita
32. L'esperienza del
popolo dell'Alleanza si rinnova in quella di tutti i « poveri » che incontrano
Gesù di Nazaret. Come già il Dio « amante della vita » (Sap 11, 26) aveva
rassicurato Israele in mezzo ai pericoli, così ora il Figlio di Dio, a quanti
si sentono minacciati e impediti nella loro esistenza, annuncia che anche la
loro vita è un bene, al quale l'amore del Padre dà senso e valore.
« I ciechi riacquistano la vista, gli
zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano,
ai poveri è annunziata la buona novella » (Lc 7, 22). Con queste parole
del profeta Isaia (35, 5-6; 61, 1), Gesù presenta il significato della propria
missione: così quanti soffrono per un'esistenza in qualche modo « diminuita »,
ascoltano da lui la buona novella dell'interesse di Dio nei loro
confronti ed hanno la conferma che anche la loro vita è un dono gelosamente
custodito nelle mani del Padre (cf. Mt 6, 25-34).
Sono i « poveri » ad essere interpellati
particolarmente dalla predicazione e dall'azione di Gesù. Le folle di malati e
di emarginati, che lo seguono e lo cercano (cf. Mt 4, 23-25), trovano
nella sua parola e nei suoi gesti la rivelazione di quale grande valore abbia la
loro vita e di come siano fondate le loro attese di salvezza.
Non diversamente accade nella missione
della Chiesa, fin dalle sue origini. Essa, che annuncia Gesù come colui che «
passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del
diavolo, perché Dio era con lui » (At 10, 38), sa di essere portatrice di
un messaggio di salvezza che risuona in tutta la sua novità proprio nelle
situazioni di miseria e di povertà della vita dell'uomo. Così fa Pietro con la
guarigione dello storpio, posto ogni giorno presso la porta « Bella » del tempio
di Gerusalemme a chiedere l'elemosina: « Non possiedo né argento né oro, ma
quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina! » (At
3, 6). Nella fede in Gesù, « autore della vita » (At 3, 15), la vita
che giace abbandonata e implorante ritrova consapevolezza di sé e dignità piena.
La parola e i gesti di Gesù e della sua
Chiesa non riguardano solo chi è nella malattia, nella sofferenza o nelle varie
forme di emarginazione sociale. Più profondamente toccano il senso stesso
della vita di ogni uomo nelle sue dimensioni morali e spirituali. Solo chi
riconosce che la propria vita è segnata dalla malattia del peccato,
nell'incontro con Gesù Salvatore può ritrovare la verità e l'autenticità della
propria esistenza, secondo le sue stesse parole: « Non sono i sani che hanno
bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i
peccatori a convertirsi » (Lc 5, 31-32).
Chi, invece, come il ricco agricoltore
della parabola evangelica, pensa di poter assicurare la propria vita mediante il
possesso dei soli beni materiali, in realtà si illude: essa gli sta sfuggendo,
ed egli ne resterà ben presto privo, senza essere arrivato a percepirne il vero
significato: « Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E
quello che hai preparato di chi sarà? » (Lc 12, 20).
33. È nella vita stessa
di Gesù, dall'inizio alla fine, che si ritrova questa singolare « dialettica
» tra l'esperienza della precarietà della vita umana e l'affermazione del suo
valore. Infatti, la precarietà segna la vita di Gesù fin dalla sua nascita.
Egli trova certamente l'accoglienza dei giusti, che si uniscono al «
sì » pronto e gioioso di Maria (cf. Lc 1, 38). Ma c'è anche, da subito,
il rifiuto di un mondo che si fa ostile e cerca il bambino « per ucciderlo
» (Mt 2, 13), oppure resta indifferente e disattento al compiersi del
mistero di questa vita che entra nel mondo: « non c'era posto per loro nell'albergo
» (Lc 2, 7). Proprio dal contrasto tra le minacce e le insicurezze da
una parte e la potenza del dono di Dio dall'altra, risplende con maggior forza
la gloria che si sprigiona dalla casa di Nazaret e dalla mangiatoia di Betlemme:
questa vita che nasce è salvezza per l'intera umanità (cf. Lc 2, 11).
Contraddizioni e rischi della vita vengono
assunti pienamente da Gesù: « da ricco che era, si è fatto povero per voi,
perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà » (2 Cor 8, 9).
La povertà, di cui parla Paolo, non è solo spogliamento dei privilegi divini, ma
anche condivisione delle condizioni più umili e precarie della vita umana (cf.
Fil 2, 6-7). Gesù vive questa povertà lungo tutto il corso della sua
vita, fino al momento culminante della Croce: « umiliò se stesso facendosi
obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e
gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome » (Fil 2, 8-9).
È proprio nella sua morte che Gesù rivela tutta la grandezza e il
valore della vita, in quanto il suo donarsi in croce diventa fonte di vita
nuova per tutti gli uomini (cf. Gv 12, 32). In questo peregrinare nelle
contraddizioni e nella stessa perdita della vita, Gesù è guidato dalla certezza
che essa è nelle mani del Padre. Per questo sulla Croce può dirgli: « Padre
nelle tue mani consegno il mio spirito » (Lc 23, 46), cioè la mia vita.
Davvero grande è il valore della vita umana se il Figlio di Dio l'ha assunta e
l'ha resa luogo nel quale la salvezza si attua per l'intera umanità!
« Chiamati... ad essere conformi
all'immagine del Figlio suo »
(Rm 8, 28-29):
la gloria di Dio risplende sul volto dell'uomo
34. La vita è sempre
un bene. È, questa, una intuizione o addirittura un dato di esperienza, di cui
l'uomo è chiamato a cogliere la ragione profonda.
Perché la vita è un bene?
L'interrogativo
attraversa tutta la Bibbia e fin dalle sue prime pagine trova una risposta
efficace e mirabile. La vita che Dio dona all'uomo è diversa e originale di
fronte a quella di ogni altra creatura vivente, in quanto egli, pur imparentato
con la polvere della terra (cf. Gn 2, 7; 3, 19; Gb 34, 15; Sal
103/102, 14; 104/103, 29), è nel mondo manifestazione di Dio, segno della
sua presenza, orma della sua gloria (cf. Gn 1, 26-27; Sal 8,
6). È quanto ha voluto sottolineare anche sant'Ireneo di Lione con la sua
celebre definizione: « l'uomo che vive è la gloria di Dio ».(23) All'uomo è
donata un'altissima dignità, che ha le sue radici nell'intimo legame che
lo unisce al suo Creatore: nell'uomo risplende un riflesso della stessa realtà
di Dio.
Lo afferma il libro della Genesi nel primo
racconto delle origini, ponendo l'uomo al vertice dell'attività creatrice di
Dio, come suo coronamento, al termine di un processo che dall'indistinto caos
porta alla creatura più perfetta. Tutto nel creato è ordinato all'uomo e
tutto è a lui sottomesso: « Riempite la terra; soggiogatela e dominate... su
ogni essere vivente » (1, 28), comanda Dio all'uomo e alla donna. Un messaggio
simile viene anche dall'altro racconto delle origini: « Il Signore Dio prese
l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse » (Gn
2, 15). Si riafferma così il primato dell'uomo sulle cose: esse sono
finalizzate a lui e affidate alla sua responsabilità, mentre per nessuna ragione
egli può essere asservito ai suoi simili e quasi ridotto al rango di cosa.
Nella narrazione biblica la
distinzione dell'uomo dalle altre creature è evidenziata soprattutto dal fatto
che solo la sua creazione è presentata come frutto di una speciale decisione da
parte di Dio, di una deliberazione che consiste nello stabilire un legame
particolare e specifico con il Creatore: « Facciamo l'uomo a nostra
immagine, a nostra somiglianza » (Gn 1, 26). La vita che Dio offre
all'uomo è un dono con cui Dio partecipa qualcosa di sé
alla sua creatura.
Israele si interrogherà a lungo sul senso
di questo legame particolare e specifico dell'uomo con Dio. Anche il libro del
Siracide riconosce che Dio nel creare gli uomini « secondo la sua natura li
rivestì di forza, e a sua immagine li formò » (17, 3). A ciò l'autore sacro
riconduce non solo il loro dominio sul mondo, ma anche le facoltà spirituali
più proprie dell'uomo, come la ragione, il discernimento del bene e del
male, la volontà libera: « Li riempì di dottrina e d'intelligenza, e indicò loro
anche il bene e il male » (Sir 17, 6). La capacità di attingere la
verità e la libertà sono prerogative dell'uomo in quanto creato ad immagine
del suo Creatore, il Dio vero e giusto (cf. Dt 32, 4). Soltanto l'uomo,
fra tutte le creature visibili, è « capa- ce di conoscere e di amare il proprio
Creatore ».(24) La vita che Dio dona all'uomo è ben più di un esistere nel
tempo. È tensione verso una pienezza di vita; è germe di una esistenza che va
oltre i limiti stessi del tempo: « Sì, Dio ha creato l'uomo per
l'incorruttibilità; lo fece a immagine della propria natura » (Sap 2,
23).
35. Anche il racconto
jahvista delle origini esprime la stessa convinzione. L'antica narrazione, infatti,
parla di un soffio divino che viene inalato nell'uomo perché questi
entri nella vita: « Il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò
nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente » (Gn
2, 7).
L'origine divina di questo spirito di vita
spiega la perenne insoddisfazione che accompagna l'uomo nei suoi giorni. Fatto
da Dio, portando in sé una traccia indelebile di Dio, l'uomo tende naturalmente
a lui. Quando ascolta l'aspirazione profonda del suo cuore, ogni uomo non può
non fare propria la parola di verità espressa da sant'Agostino: « Tu ci hai
fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto sino a quando non riposa
in Te ».(25)
Quanto mai eloquente è l'insoddisfazione
di cui è preda la vita dell'uomo nell'Eden fin quando il suo unico riferimento
rimane il mondo vegetale e animale (cf. Gn 2, 20). Solo l'apparizione
della donna, di un essere cioè che è carne dalla sua carne e osso dalle sue ossa
(cf. Gn 2, 23), e in cui ugualmente vive lo spirito di Dio Creatore, può
soddisfare l'esigenza di dialogo inter-personale che è così vitale per
l'esistenza umana. Nell'altro, uomo o donna, si riflette Dio stesso, approdo
definitivo e appagante di ogni persona.
« Che cosa è l'uomo perché te ne ricordi,
il figlio dell'uomo perché te ne curi? », si chiede il Salmista (Sal 8,
5). Di fronte all'immensità dell'universo, egli è ben piccola cosa; ma proprio
questo contrasto fa emergere la sua grandezza: « Lo hai fatto poco meno degli
angeli (ma si potrebbe tradurre anche: « poco meno di Dio »), di gloria e di
onore lo hai coronato » (Sal 8, 6). La gloria di Dio risplende sul
volto dell'uomo. In lui il Creatore trova il suo riposo, come commenta
stupito e commosso sant'Ambrogio: « È finito il sesto giorno e si è conclusa la
creazione del mondo con la formazione di quel capolavoro che è l'uomo, il quale
esercita il dominio su tutti gli esseri viventi ed è come il culmine
dell'universo e la suprema bellezza di ogni essere creato. Veramente dovremmo
mantenere un reverente silenzio, poiché il Signore si riposò da ogni opera del
mondo. Si riposò poi nell'intimo dell'uomo, si riposò nella sua mente e nel suo
pensiero; infatti aveva creato l'uomo dotato di ragione, capace d'imitarlo,
emulo delle sue virtù, bramoso delle grazie celesti. In queste sue doti riposa
Iddio che ha detto: "O su chi riposerò, se non su chi è umile, tranquillo e teme
le mie parole?" (Is 66, 1-2). Ringrazio il Signore Dio nostro che ha
creato un'opera così meravigliosa nella quale trovare il suo riposo ».(26)
36. Purtroppo lo stupendo
progetto di Dio viene offuscato dalla irruzione del peccato nella storia. Con
il peccato l'uomo si ribella al Creatore, finendo con l'idolatrare le creature:
« Hanno venerato e adorato la creatura al posto del Creatore » (Rm
1, 25). In questo modo l'essere umano non solo deturpa in se stesso l'immagine
di Dio, ma è tentato di offenderla anche negli altri, sostituendo ai rapporti
di comunione atteggiamenti di diffidenza, di indifferenza, di inimicizia, fino
all'odio omicida. Quando non si riconosce Dio come Dio, si tradisce il
senso profondo dell'uomo e si pregiudica la comunione tra gli uomini.
Nella vita dell'uomo, l'immagine di Dio
torna a risplendere e si manifesta in tutta la sua pienezza con la venuta nella
carne umana del Figlio di Dio: « Egli è immagine del Dio invisibile » (Col
1, 15), « irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza » (Eb
1, 3). Egli è l'immagine perfetta del Padre.
Il progetto di vita consegnato al primo
Adamo trova finalmente in Cristo il suo compimento. Mentre la disobbedienza di
Adamo rovina e deturpa il disegno di Dio sulla vita dell'uomo e introduce la
morte nel mondo, l'obbedienza redentrice di Cristo è fonte di grazia che si
riversa sugli uomini spalancando a tutti le porte del regno della vita (cf.
Rm 5, 12-21). Afferma l'apostolo Paolo: « Il primo uomo, Adamo, divenne un
essere vivente, ma l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita » (1 Cor
15, 45).
A quanti accettano di porsi alla sequela
di Cristo viene donata la pienezza della vita: in loro l'immagine divina viene
restaurata, rinnovata e condotta alla perfezione. Questo è il disegno di Dio
sugli esseri umani: che divengano « conformi all'immagine del Figlio suo » (Rm
8, 29). Solo così, nello splendore di questa immagine, l'uomo può essere
liberato dalla schiavitù dell'idolatria, può ricostruire la fraternità dispersa
e ritrovare la sua identità.
« Chiunque vive e crede in me,
non morrà in eterno »
(Gv 11, 26): il dono della vita
eterna
37. La vita che il Figlio
di Dio è venuto a donare agli uomini non si riduce alla sola esistenza nel tempo.
La vita, che da sempre è « in lui » e costituisce « la luce degli uomini » (Gv
1, 4), consiste nell'essere generati da Dio e nel partecipare alla pienezza
del suo amore: « A quanti l'hanno accolto, ha dato il potere di diventare
figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da
volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati » (Gv
1, 12-13).
A volte Gesù chiama questa vita, che egli
è venuto a donare, semplicemente così: « la vita »; e presenta la generazione da
Dio come una condizione necessaria per poter raggiungere il fine per cui Dio ha
creato l'uomo: « Se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio »
(Gv 3, 3). Il dono di questa vita costituisce l'oggetto proprio della
missione di Gesù: egli « è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo »
(Gv 6, 33), così che può affermare con piena verità: « Chi segue me...
avrà la luce della vita » (Gv 8, 12).
Altre volte Gesù parla di « vita
eterna », dove l'aggettivo non richiama soltanto una prospettiva sovratemporale.
« Eterna » è la vita che Gesù promette e dona, perché è pienezza di
partecipazione alla vita dell' « Eterno ». Chiunque crede in Gesù ed entra in
comunione con lui ha la vita eterna (cf. Gv 3, 15; 6, 40), perché da lui
ascolta le uniche parole che rivelano e infondono pienezza di vita alla sua
esistenza; sono le « parole di vita eterna » che Pietro riconosce nella sua
confessione di fede: « Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna;
noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio » (Gv 6,
68-69). In che cosa consista poi la vita eterna, lo dichiara Gesù stesso
rivolgendosi al Padre nella grande preghiera sacerdotale: « Questa è la vita
eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo
» (Gv 17, 3). Conoscere Dio e il suo Figlio è accogliere il mistero della
comunione d'amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo nella propria
vita, che si apre già fin d'ora alla vita eterna nella
partecipazione alla vita divina.
38. La vita eterna è,
dunque, la vita stessa di Dio ed insieme la vita dei figli di Dio. Stupore
sempre nuovo e gratitudine senza limiti non possono non prendere il credente
di fronte a questa inattesa e ineffabile verità che ci viene da Dio in Cristo.
Il credente fa sue le parole dell'apostolo Giovanni: « Quale grande amore ci
ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!...
Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora
rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili
a lui, perché lo vedremo così come egli è » (1 Gv 3, 1-2).
Così giunge al suo culmine la verità
cristiana sulla vita. La dignità di questa non è legata solo alle sue
origini, al suo venire da Dio, ma anche al suo fine, al suo destino di comunione
con Dio nella conoscenza e nell'amore di Lui. È alla luce di questa verità che
sant'Ireneo precisa e completa la sua esaltazione dell'uomo: « gloria di Dio »
è, sì, « l'uomo che vive », ma « la vita dell'uomo consiste nella visione di Dio
».(27)
Nascono da qui immediate conseguenze per
la vita umana nella sua stessa condizione terrena, nella quale è già
germogliata ed è in crescita la vita eterna. Se l'uomo ama istintivamente la
vita perché è un bene, tale amore trova ulteriore motivazione e forza, nuova
ampiezza e profondità nelle dimensioni divine di questo bene. In simile
prospettiva, l'amore che ogni essere umano ha per la vita non si riduce alla
semplice ricerca di uno spazio in cui esprimere se stesso ed entrare in
relazione con gli altri, ma si sviluppa nella gioiosa consapevolezza di poter
fare della propria esistenza il « luogo » della manifestazione di Dio,
dell'incontro e della comunione con Lui. La vita che Gesù ci dona non svaluta la
nostra esistenza nel tempo, ma la assume e la conduce al suo ultimo destino: «
Io sono la risurrezione e la vita...; chiunque vive e crede in me, non morrà in
eterno » (Gv 11, 25.26).
« Domanderò conto ... a ognuno
di suo fratello »
(Gn 9, 5): venerazione e amore
per la vita di tutti
39. La vita dell'uomo
proviene da Dio, è suo dono, sua immagine e impronta, partecipazione del suo
soffio vitale. Di questa vita, pertanto, Dio è l'unico signore: l'uomo
non può disporne. Dio stesso lo ribadisce a Noè dopo il diluvio: « Domanderò
conto della vita dell'uomo all'uomo, a ognuno di suo fratello » (Gn 9,
5). E il testo biblico si preoccupa di sottolineare come la sacralità della
vita abbia il suo fondamento in Dio e nella sua azione creatrice: « Perché ad
immagine di Dio Egli ha fatto l'uomo » (Gn 9, 6).
La vita e la morte dell'uomo sono, dunque,
nelle mani di Dio, in suo potere: « Egli ha in mano l'anima di ogni vivente e il
soffio d'ogni carne umana », esclama Giobbe (12, 10). « Il Signore fa morire e
fa vivere, scendere agli inferi e risalire » (1 Sam 2, 6). Egli solo può
dire: « Sono io che do la morte e faccio vivere » (Dt 32, 39).
Ma questo potere Dio non lo esercita come
arbitrio minaccioso, bensì come cura e sollecitudine amorosa nei riguardi
delle sue creature. Se è vero che la vita dell'uomo è nelle mani di Dio, non
è men vero che queste sono mani amorevoli come quelle di una madre che accoglie,
nutre e si prende cura del suo bambino: « Io sono tranquillo e sereno come bimbo
svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia » (Sal
131/130, 2; cf. Is 49, 15; 66, 12-13; Os 11, 4). Così nelle
vicende dei popoli e nella sorte degli individui Israele non vede il frutto di
una pura casualità o di un destino cieco, ma l'esito di un disegno d'amore con
il quale Dio raccoglie tutte le potenzialità di vita e contrasta le forze di
morte, che nascono dal peccato: « Dio non ha creato la morte e non gode per la
rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l'esistenza » (Sap
1, 13-14).
40. Dalla sacralità della
vita scaturisce la sua inviolabilità, inscritta fin dalle origini nel cuore
dell'uomo, nella sua coscienza. La domanda « Che hai fatto? » (Gn 4,
10), con cui Dio si rivolge a Caino dopo che questi ha ucciso il fratello Abele,
traduce l'esperienza di ogni uomo: nel profondo della sua coscienza, egli viene
sempre richiamato alla inviolabilità della vita ? della sua vita e di quella
degli altri ?, come realtà che non gli appartiene, perché proprietà e dono di
Dio Creatore e Padre.
Il comandamento relativo all'inviolabilità
della vita umana risuona al centro delle « dieci parole » nell'Alleanza del
Sinai (cf. Es 34, 28). Esso proibisce, anzitutto, l'omicidio: « Non
uccidere » (Es 20, 13); « Non far morire l'innocente e il giusto » (Es
23, 7); ma proibisce anche ? come viene esplicitato nell'ulteriore legislazione
di Israele ? ogni lesione inflitta all'altro (cf. Es 21, 12-27). Certo,
bisogna riconoscere che nell'Antico Testamento questa sensibilità per il valore
della vita, pur già così marcata, non raggiunge ancora la finezza del Discorso
della Montagna, come emerge da alcuni aspetti della legislazione allora vigente,
che prevedeva pene corporali non lievi e persino la pena di morte. Ma il
messaggio complessivo, che spetterà al Nuovo Testamento di portare alla
perfezione, è un forte appello al rispetto dell'inviolabilità della vita fisica
e dell'integrità personale, ed ha il suo vertice nel comandamento positivo che
obbliga a farsi carico del prossimo come di se stessi: « Amerai il tuo prossimo
come te stesso » (Lv 19, 18).
41. Il comandamento del
« non uccidere », incluso e approfondito in quello positivo dell'amore del prossimo,
viene ribadito in tutta la sua validità dal Signore Gesù. Al giovane
ricco che gli chiede: « Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la
vita eterna? », risponde: « Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti
» (Mt 19, 16.17). E cita, come primo, il « non uccidere » (v. 18). Nel
Discorso della Montagna, Gesù esige dai discepoli una giustizia superiore
a quella degli scribi e dei farisei anche nel campo del rispetto della vita:
« Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà
sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello,
sarà sottoposto a giudizio » (Mt 5, 21-22).
Con la sua parola e i suoi gesti Gesù
esplicita ulteriormente le esigenze positive del comandamento circa
l'inviolabilità della vita. Esse erano già presenti nell'Antico Testamento, dove
la legislazione si preoccupava di garantire e salvaguardare le situazioni di
vita debole e minacciata: il forestiero, la vedova, l'orfano, il malato, il
povero in genere, la stessa vita prima della nascita (cf. Es 21, 22; 22,
20-26). Con Gesù queste esigenze positive acquistano vigore e slancio nuovi e si
manifestano in tutta la loro ampiezza e profondità: vanno dal prendersi cura
della vita del fratello (familiare, appartenente allo stesso popolo,
straniero che abita nella terra di Israele), al farsi carico dell'estraneo,
fino all'amare il nemico.
L'estraneo non è più tale per chi deve
farsi prossimo di chiunque è nel bisogno fino ad assumersi la responsabilità
della sua vita, come insegna in modo eloquente e incisivo la parabola del buon
samaritano (cf. Lc 10, 25-37). Anche il nemico cessa di essere tale per
chi è tenuto ad amarlo (cf. Mt 5, 38-48; Lc 6, 27-35) e a « fargli
del bene » (cf. Lc 6, 27.33.35), venendo incontro alle necessità della
sua vita con prontezza e senso di gratuità (cf. Lc 6, 34-35). Vertice di
questo amore è la preghiera per il nemico, mediante la quale ci si pone in
sintonia con l'amore provvidente di Dio: « Ma io vi dico: amate i vostri nemici
e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste,
che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i
giusti e sopra gli ingiusti » (Mt 5, 44-45; cf. Lc 6, 28.35).
Così il comandamento di Dio a salvaguardia
della vita dell'uomo ha il suo aspetto più profondo nell'esigenza di
venerazione e di amore nei confronti di ogni persona e della sua vita. È
questo l'insegnamento che l'apostolo Paolo, facendo eco alla parola di Gesù (cf.
Mt 19, 17-18), rivolge ai cristiani di Roma: « Il precetto: Non
commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro
comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te
stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge
è l'amore » (Rm 13, 9-10).
« Siate fecondi e
moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela »
(Gn 1, 28):
le responsabilità dell'uomo verso la vita
42. Difendere e promuovere,
venerare e amare la vita è un compito che Dio affida a ogni uomo, chiamandolo,
come sua palpitante immagine, a partecipare alla signoria che Egli ha sul mondo:
« Dio li benedisse e disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite
la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra" » (Gn 1, 28).
Il testo biblico mette in luce l'ampiezza
e la profondità della signoria che Dio dona all'uomo. Si tratta, anzitutto, del
dominio sulla terra e su ogni essere vivente, come ricorda il libro della
Sapienza: « Dio dei padri e Signore di misericordia... con la tua sapienza hai
formato l'uomo, perché domini sulle creature che tu hai fatto, e governi il
mondo con santità e giustizia » (9, 1.2-3). Anche il Salmista esalta il dominio
dell'uomo come segno della gloria e dell'onore ricevuti dal Creatore: « Gli hai
dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi;
tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna; gli uccelli del
cielo e i pesci del mare, che percorrono le vie del mare » (Sal 8, 7-9).
Chiamato a coltivare e custodire il
giardino del mondo (cf. Gn 2, 15), l'uomo ha una specifica responsabilità
sull'ambiente di vita, ossia sul creato che Dio ha posto al servizio
della sua dignità personale, della sua vita: in rapporto non solo al presente,
ma anche alle generazioni future. È la questione ecologica ? dalla
preservazione degli « habitat » naturali delle diverse specie animali e delle
varie forme di vita, alla « ecologia umana » propriamente detta (28) ? che trova
nella pagina biblica una luminosa e forte indicazione etica per una soluzione
rispettosa del grande bene della vita, di ogni vita. In realtà, « il dominio
accordato dal Creatore all'uomo non è un potere assoluto, né si può parlare di
libertà di "usare e abusare", o di disporre delle cose come meglio aggrada. La
limitazione imposta dallo stesso Creatore fin dal principio, ed espressa
simbolicamente con la proibizione di "mangiare il frutto dell'albero" (cf. Gn
2, 16-17), mostra con sufficiente chiarezza che, nei confronti della natura
visibile, siamo sottomessi a leggi non solo biologiche, ma anche morali, che non
si possono impunemente trasgredire ».(29)
43. Una certa partecipazione
dell'uomo alla signoria di Dio si manifesta anche nella specifica responsabilità
che gli viene affidata nei confronti della vita propriamente umana.
È responsabilità che tocca il suo vertice nella donazione della vita mediante
la generazione da parte dell'uomo e della donna nel matrimonio, come ci
ricorda il Concilio Vaticano II: « Lo stesso Dio che disse: "non è bene
che l'uomo sia solo" (Gn 2, 18) e che "creò all'inizio l'uomo
maschio e femmina" (Mt 19, 4), volendo comunicare all'uomo una certa
speciale partecipazione nella sua opera creatrice, benedisse l'uomo e la donna,
dicendo loro: "crescete e moltiplicatevi" (Gn 1, 28) ».(30)
Parlando di « una certa speciale
partecipazione » dell'uomo e della donna all'« opera creatrice » di Dio, il
Concilio intende rilevare come la generazione del figlio sia un evento
profondamente umano e altamente religioso, in quanto coinvolge i coniugi che
formano « una sola carne » (Gn 2, 24) ed insieme Dio stesso che si fa
presente. Come ho scritto nella
Lettera alle Famiglie, « quando dall'unione coniugale dei due nasce un
nuovo uomo, questi porta con sé al mondo una particolare immagine e somiglianza
di Dio stesso: nella biologia della generazione è inscritta la genealogia
della persona. Affermando che i coniugi, come genitori, sono collaboratori
di Dio Creatore nel concepimento e nella generazione di un nuovo essere umano
non ci riferiamo solo alle leggi della biologia; intendiamo sottolineare
piuttosto che nella paternità e maternità umane Dio stesso è presente in
modo diverso da come avviene in ogni altra generazione "sulla terra". Infatti
soltanto da Dio può provenire quella "immagine e somiglianza" che è propria
dell'essere umano, così come è avvenuto nella creazione. La generazione è la
continuazione della creazione ».(31)
È quanto insegna, con linguaggio immediato
ed eloquente, il testo sacro riportando il grido gioioso della prima donna, « la
madre di tutti i viventi » (Gn 3, 20). Consapevole dell'intervento di
Dio, Eva esclama: « Ho acquistato un uomo dal Signore » (Gn 4, 1). Nella
generazione dunque, mediante la comunicazione della vita dai genitori al figlio,
si trasmette, grazie alla creazione dell'anima immortale,(32) l'immagine e la
somiglianza di Dio stesso. In questo senso si esprime l'inizio del « libro della
genealogia di Adamo »: « Quando Dio creò l'uomo, lo fece a somiglianza di Dio;
maschio e femmina li creò, li benedisse e li chiamò uomini quando furono creati.
Adamo aveva centotrenta anni quando generò a sua immagine, a sua somiglianza, un
figlio e lo chiamò Set » (Gn 5, 1-3). Proprio in questo loro ruolo di
collaboratori di Dio, che trasmette la sua immagine alla nuova creatura,
sta la grandezza dei coniugi disposti « a cooperare con l'amore del Creatore e
del Salvatore, che attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la Sua
famiglia ».(33) In questa luce il Vescovo Anfilochio esaltava il « matrimonio
santo, eletto ed elevato al di sopra di tutti i doni terreni » come « generatore
dell'umanità, artefice di immagini di Dio ».(34)
Così l'uomo e la donna uniti in matrimonio
sono associati ad un'opera divina: mediante l'atto della generazione, il dono di
Dio viene accolto e una nuova vita si apre al futuro.
Ma, al di là della missione specifica dei
genitori, il compito di accogliere e servire la vita riguarda tutti e deve
manifestarsi soprattutto verso la vita nelle condizioni di maggior debolezza.
È Cristo stesso che ce lo ricorda, chiedendo di essere amato e servito nei
fratelli provati da qualsiasi tipo di sofferenza: affamati, assetati,
forestieri, nudi, malati, carcerati... Quanto è fatto a ciascuno di loro è fatto
a Cristo stesso (cf. Mt 25, 31-46).
« Sei tu che hai creato le mie
viscere » (Sal
139/138, 13): la dignità del bambino non ancora
nato
44. La vita umana viene
a trovarsi in situazione di grande precarietà quando entra nel mondo e quando
esce dal tempo per approdare all'eternità. Sono ben presenti nella Parola di
Dio ? soprattutto nei riguardi dell'esistenza insidiata dalla malattia e dalla
vecchiaia ? gli inviti alla cura e al rispetto. Se mancano inviti diretti ed
espliciti a salvaguardare la vita umana alle sue origini, in specie la vita
non ancora nata, come anche quella vicina alla sua fine, ciò si spiega facilmente
per il fatto che anche la sola possibilità di offendere, aggredire o addirittura
negare la vita in queste condizioni esula dall'orizzonte religioso e culturale
del popolo di Dio.
Nell'Antico Testamento la sterilità è
temuta come una maledizione, mentre la prole numerosa è sentita come una
benedizione: « Dono del Signore sono i figli, è sua grazia il frutto del grembo
» (Sal 127/126, 3; cf. Sal 128/127, 3-4). Gioca in questa
convinzione anche la consapevolezza di Israele di essere il popolo
dell'Alleanza, chiamato a moltiplicarsi secondo la promessa fatta ad Abramo: «
Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a contarle... tale sarà la tua
discendenza » (Gn 15, 5). Ma è soprattutto operante la certezza che la
vita trasmessa dai genitori ha la sua origine in Dio, come attestano le tante
pagine bibliche che con rispetto e amore parlano del concepimento, del plasmarsi
della vita nel grembo materno, della nascita e dello stretto legame che v'è tra
il momento iniziale dell'esistenza e l'agire di Dio Creatore.
« Prima di formarti nel grembo materno, ti
conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato » (Ger 1,
5): l'esistenza di ogni individuo, fin dalle sue origini, è nel disegno di
Dio. Giobbe, dal fondo del suo dolore, si ferma a contemplare l'opera di Dio
nel miracoloso formarsi del suo corpo nel grembo della madre, traendone motivo
di fiducia ed esprimendo la certezza dell'esistenza di un progetto divino sulla
sua vita: « Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno fatto integro in ogni
parte; vorresti ora distruggermi? Ricordati che come argilla mi hai plasmato e
in polvere mi farai tornare. Non m'hai colato forse come latte e fatto
accagliare come cacio? Di pelle e di carne mi hai rivestito, d'ossa e di nervi
mi hai intessuto. Vita e benevolenza tu mi hai concesso e la tua premura ha
custodito il mio spirito » (10, 8-12). Accenti di adorante stupore per
l'intervento di Dio sulla vita in formazione nel grembo materno risuonano anche
nei Salmi.(35)
Come pensare che anche un solo momento di
questo meraviglioso processo dello sgorgare della vita possa essere sottratto
all'opera sapiente e amorosa del Creatore e lasciato in balìa dell'arbitrio
dell'uomo? Non lo pensa certo la madre dei sette fratelli, che professa la sua
fede in Dio, principio e garanzia della vita fin dal suo concepimento, e al
tempo stesso fondamento della speranza della nuova vita oltre la morte: « Non so
come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato lo spirito e la vita, né io
ho dato forma alle membra di ciascuno di voi. Senza dubbio il Creatore del
mondo, che ha plasmato all'origine l'uomo e ha provveduto alla generazione di
tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo lo spirito e la vita, come
voi ora per le sue leggi non vi curate di voi stessi » (2 Mac 7, 22-23).
45. La rivelazione del
Nuovo Testamento conferma l'indiscusso riconoscimento del valore della vita
fin dai suoi inizi. L'esaltazione della fecondità e l'attesa premurosa della
vita risuonano nelle parole con cui Elisabetta gioisce per la sua gravidanza:
« Il Signore... si è degnato di togliere la mia vergogna » (Lc 1, 25).
Ma ancor più il valore della persona fin dal suo concepimento è celebrato nell'incontro
tra la Vergine Maria ed Elisabetta, e tra i due fanciulli che esse portano in
grembo. Sono proprio loro, i bambini, a rivelare l'avvento dell'era messianica:
nel loro incontro inizia ad operare la forza redentrice della presenza del Figlio
di Dio tra gli uomini. « Subito ? scrive sant'Ambrogio ? si fanno sentire i
benefici della venuta di Maria e della presenza del Signore... Elisabetta udì
per prima la voce, ma Giovanni percepì per primo la grazia; essa udì secondo
l'ordine della natura, egli esultò in virtù del mistero; essa sentì l'arrivo
di Maria, egli del Signore; la donna l'arrivo della donna, il bambino l'arrivo
del Bambino. Esse parlano delle grazie ricevute, essi nel seno delle loro madri
realizzano la grazia e il mistero della misericordia a profitto delle madri
stesse: e queste per un duplice miracolo profetizzano sotto l'ispirazione dei
figli che portano. Del figlio si dice che esultò, della madre che fu ricolma
di Spirito Santo. Non fu prima la madre a essere ricolma dello Spirito, ma fu
il figlio, ripieno di Spirito Santo, a ricolmare anche la madre ».(36)
« Ho creduto anche quando
dicevo: "Sono troppo infelice" »
(Sal 116/115, 10):
la vita nella vecchiaia e nella sofferenza
46. Anche per quanto
riguarda gli ultimi istanti dell'esistenza, sarebbe anacronistico attendersi
dalla rivelazione biblica un espresso riferimento all'attuale problematica del
rispetto delle persone anziane e malate e un'esplicita condanna dei tentativi
di anticiparne violentemente la fine: siamo infatti in un contesto culturale
e religioso che non è intaccato da simile tentazione, e che anzi, per quanto
riguarda l'anziano, riconosce nella sua saggezza ed esperienza una insostituibile
ricchezza per la famiglia e la società.
La vecchiaia è segnata da
prestigio e circondata da venerazione
(cf. 2 Mac 6, 23). E il giusto non chiede di essere privato della
vecchiaia e del suo peso; al contrario così egli prega: « Sei tu, Signore, la
mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza... E ora, nella vecchiaia
e nella canizie, Dio, non abbandonarmi, finché io annunzi la tua potenza, a
tutte le generazioni le tue meraviglie » (Sal 71/70, 5.18). L'ideale del
tempo messianico è proposto come quello in cui « non ci sarà più... un vecchio
che non giunga alla pienezza dei suoi giorni » (Is 65, 20).
Ma, nella vecchiaia, come affrontare il
declino inevitabile della vita? Come atteggiarsi di fronte alla morte? Il
credente sa che la sua vita sta nelle mani di Dio: « Signore, nelle tue mani
è la mia vita » (cf. Sal 16/15, 5), e da lui accetta anche il morire: «
Questo è il decreto del Signore per ogni uomo; perché ribellarsi al volere
dell'Altissimo? » (Sir 41, 4). Come della vita, così della morte l'uomo
non è padrone; nella sua vita come nella sua morte, egli deve affidarsi
totalmente al « volere dell'Altissimo », al suo disegno di amore.
Anche nel momento della malattia,
l'uomo è chiamato a vivere lo stesso affidamento al Signore e a rinnovare la sua
fondamentale fiducia in lui che « guarisce tutte le malattie » (cf. Sal
103/102, 3). Quando ogni orizzonte di salute sembra chiudersi di fronte all'uomo
? tanto da indurlo a gridare: « I miei giorni sono come ombra che declina, e io
come erba inaridisco » (Sal 102/101, 12) ?, anche allora il credente è
animato dalla fede incrollabile nella potenza vivificante di Dio. La malattia
non lo spinge alla disperazione e alla ricerca della morte, ma all'invocazione
piena di speranza: « Ho creduto anche quando dicevo: "Sono troppo infelice" (Sal
116/115, 10); « Signore Dio mio, a te ho gridato e mi hai guarito. Signore,
mi hai fatto risalire dagli inferi, mi hai dato vita perché non scendessi nella
tomba » (Sal 30/29, 3-4).
47. La missione di Gesù,
con le numerose guarigioni operate, indica quanto Dio abbia a cuore anche
la vita corporale dell'uomo. « Medico della carne e dello spirito »,(37)
Gesù è mandato dal Padre ad annunciare la buona novella ai poveri e a sanare
i cuori affranti (cf. Lc 4, 18; Is 61, 1). Inviando poi i suoi
discepoli nel mondo, egli affida loro una missione, nella quale la guarigione
dei malati si accompagna all'annuncio del Vangelo: « E strada facendo, predicate
che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate
i lebbrosi, cacciate i demoni » (Mt 10, 7-8; cf. Mc 6, 13; 16,
18).
Certo, la vita del corpo nella sua
condizione terrena non è un assoluto per il credente, tanto che gli può
essere richiesto di abbandonarla per un bene superiore; come dice Gesù, « chi
vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per
causa mia e del Vangelo, la salverà » (Mc 8, 35). Diverse sono, a questo
proposito, le testimonianze del Nuovo Testamento. Gesù non esita a sacrificare
sé stesso e, liberamente, fa della sua vita una offerta al Padre (cf. Gv
10, 17) e ai suoi (cf. Gv 10, 15). Anche la morte di Giovanni il
Battista, precursore del Salvatore, attesta che l'esistenza terrena non è il
bene assoluto: è più importante la fedeltà alla parola del Signore anche se essa
può mettere in gioco la vita (cf. Mc 6, 17-29). E Stefano, mentre viene
privato della vita nel tempo, perché testimone fedele della risurrezione del
Signore, segue le orme del Maestro e va incontro ai suoi lapidatori con le
parole del perdono (cf. At 7, 59-60), aprendo la strada all'innumerevole
schiera di martiri, venerati dalla Chiesa fin dall'inizio.
Nessun uomo, tuttavia, può scegliere
arbitrariamente di vivere o di morire; di tale scelta, infatti, è padrone
assoluto soltanto il Creatore, colui nel quale « viviamo, ci muoviamo ed
esistiamo » (At 17, 28).
« Quanti si attengono ad essa
avranno la vita »
(Bar 4, 1): dalla Legge del Sinai
al dono dello Spirito
48. La vita porta indelebilmente
inscritta in sé una sua verità. L'uomo, accogliendo il dono di Dio, deve
impegnarsi amantenere la vita in questa verità, che le è essenziale.
Distaccarsene equivale a condannare se stessi all'insignificanza e all'infelicità,
con la conseguenza di poter diventare anche una minaccia per l'esistenza altrui,
essendo stati rotti gli argini che garantiscono il rispetto e la difesa della
vita, in ogni situazione.
La verità della vita è rivelata
dal comandamento di Dio.
La parola del Signore indica concretamente quale indirizzo la
vita debba seguire per poter rispettare la propria verità e salvaguardare la
propria dignità. Non è soltanto lo specifico comandamento « non uccidere » (Es
20, 13; Dt 5, 17) ad assicurare la protezione della vita: tutta
intera la Legge del Signore è a servizio di tale protezione, perché rivela
quella verità nella quale la vita trova il suo pieno significato.
Non meraviglia, dunque, che l'Alleanza di
Dio con il suo popolo sia così fortemente legata alla prospettiva della vita,
anche nella sua dimensione corporea. Il comandamento è in essa offerto
come via della vita: « Io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la
morte e il male; poiché io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di
camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue
norme, perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica nel
paese che tu stai per entrare a prendere in possesso » (Dt 30, 15-16). È
in questione non soltanto la terra di Canaan e l'esistenza del popolo di
Israele, ma il mondo di oggi e del futuro e l'esistenza di tutta l'umanità.
Infatti, non è assolutamente possibile che la vita resti autentica e piena
distaccandosi dal bene; e il bene, a sua volta, è essenzialmente legato ai
comandamenti del Signore, cioè alla « legge della vita » (Sir 17, 9). Il
bene da compiere non si sovrappone alla vita come un peso che grava su di essa,
perché la ragione stessa della vita è precisamente il bene e la vita è costruita
solo mediante il compimento del bene.
È dunque il complesso della Legge a
salvaguardare pienamente la vita dell'uomo. Ciò spiega come sia difficile
mantenersi fedeli al « non uccidere » quando non vengono osservate le altre «
parole di vita » (At 7, 38), alle quali questo comandamento è connesso.
Al di fuori di questo orizzonte, il comandamento finisce per diventare un
semplice obbligo estrinseco, di cui ben presto si vorranno vedere i limiti e si
cercheranno le attenuazioni o le eccezioni. Solo se ci si apre alla pienezza
della verità su Dio, sull'uomo e sulla storia, la parola « non uccidere » torna
a risplendere come bene per l'uomo in tutte le sue dimensioni e relazioni. In
questa prospettiva possiamo cogliere la pienezza di verità contenuta nel passo
del libro del Deuteronomio, ripreso da Gesù nella risposta alla prima
tentazione: « L'uomo non vive soltanto di pane, ma... di quanto esce dalla bocca
del Signore » (8, 3; cf. Mt 4, 4). È ascoltando la parola del Signore che
l'uomo può vivere secondo dignità e giustizia; è osservando la Legge di Dio che
l'uomo può portare frutti di vita e di felicità: « quanti si attengono ad essa
avranno la vita, quanti l'abbandonano moriranno » (Bar 4, 1).
49. La storia di Israele
mostra quanto sia difficile mantenere la fedeltà alla legge della vita, che
Dio ha inscritto nel cuore degli uomini e ha consegnato sul Sinai al popolo
dell'Alleanza. Di fronte alla ricerca di progetti di vita alternativi al piano
di Dio, sono in particolare i Profeti a richiamare con forza che solo il Signore
è l'autentica fonte della vita. Così Geremia scrive: « Il mio popolo ha commesso
due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi
cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l'acqua » (2, 13). I Profeti
puntano il dito accusatore su quanti disprezzano la vita e violano i diritti
delle persone: « Calpestano come la polvere della terra la testa dei poveri
» (Am 2, 7); « Essi hanno riempito questo luogo di sangue innocente »
(Ger 19, 4). E tra essi il profeta Ezechiele più volte stigmatizza la
città di Gerusalemme, chiamandola « la città sanguinaria » (22, 2; 24, 6.9),
la « città che sparge il sangue in mezzo a se stessa » (22, 3).
Ma mentre denunciano le offese alla vita,
i Profeti si preoccupano soprattutto di suscitare l'attesa di un nuovo
principio di vita, capace di fondare un rinnovato rapporto con Dio e con i
fratelli, dischiudendo possibilità inedite e straordinarie per comprendere e
attuare tutte le esigenze insite nel Vangelo della vita . Ciò sarà
possibile unicamente grazie al dono di Dio, che purifica e rinnova: « Vi
aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le
vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro
di voi uno spirito nuovo » (Ez 36, 25-26; cf. Ger 31, 31-34).
Grazie a questo « cuore nuovo » si può comprendere e realizzare il senso più
vero e profondo della vita: quello di essere un dono che si compie nel
donarsi. È il messaggio luminoso che sul valore della vita ci viene dalla
figura del Servo del Signore: « Quan- do offrirà se stesso in espiazione, vedrà
una discendenza, vivrà a lungo... Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce » (Is
53, 10.11).
È nella vicenda di Gesù di Nazaret che la
Legge si compie e il cuore nuovo viene donato mediante il suo Spirito. Gesù,
infatti, non rinnega la Legge, ma la porta a compimento (cf. Mt 5, 17):
Legge e Profeti si riassumono nella regola d'oro dell'amore reciproco (cf. Mt
7, 12). In Lui la Legge diventa definitivamente « vangelo », buona notizia
della signoria di Dio sul mondo, che riporta tutta l'esistenza alle sue radici e
alle sue prospettive originarie. È la Legge Nuova, « la legge dello
Spirito che dà vita in Cristo Gesù » (Rm 8, 2), la cui espressione
fondamentale, a imitazione del Signore che dà la vita per i propri amici (cf.
Gv 15, 13), è il dono di sé nell'amore ai fratelli: « Noi sappiamo di
essere passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli » (1 Gv 3,
14). È legge di libertà, di gioia e di beatitudine.
« Volgeranno lo sguardo a colui
che hanno trafitto »
(Gv 19, 37): sull'albero della
Croce si compie il Vangelo della vita
50. Al termine
di questo capitolo, nel quale abbiamo meditato il messaggio cristiano sulla
vita, vorrei fermarmi con ciascuno di voi a contemplare Colui che hanno trafitto
e che attira tutti a sé (cf. Gv 19, 37; 12, 32). Guardando « lo spettacolo
» della Croce (cf. Lc 23, 48), potremo scoprire in questo albero glorioso
il compimento e la rivelazione piena di tutto il Vangelo
della vita.
Nelle prime ore del pomeriggio del venerdì
santo, « il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra... Il velo del
tempio si squarciò nel mezzo » (Lc 23, 44.45). È il simbolo di un grande
sconvolgimento cosmico e di una immane lotta tra le forze del bene e le forze
del male, tra la vita e la morte. Noi pure, oggi, ci troviamo nel mezzo di una
lotta drammatica tra la « cultura della morte » e la « cultura della vita ». Ma
da questa oscurità lo splendore della Croce non viene sommerso; essa, anzi, si
staglia ancora più nitida e luminosa e si rivela come il centro, il senso e il
fine di tutta la storia e di ogni vita umana.
Gesù è inchiodato sulla Croce e
viene innalzato da terra. Vive il momento della sua massima « impotenza » e la
sua vita sembra totalmente consegnata agli scherni dei suoi avversari e alle
mani dei suoi uccisori: viene beffeggiato, deriso, oltraggiato (cf. Mc
15, 24-36). Eppure, proprio di fronte a tutto ciò e « vistolo spirare in quel
modo », il centurione romano esclama: « Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!
» (Mc 15, 39). Si rivela così, nel momento della sua estrema debolezza,
l'identità del Figlio di Dio: sulla Croce si manifesta
la sua gloria!
Con la sua morte, Gesù illumina il senso
della vita e della morte di ogni essere umano. Prima di morire, Gesù prega il
Padre invocando il perdono per i suoi persecutori (cf. Lc 23, 34) e al
malfattore, che gli chiede di ricordarsi di lui nel suo regno, risponde: « In
verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso » (Lc 23, 43). Dopo la sua
morte « i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono » (Mt
27, 52). La salvezza operata da Gesù è donazione di vita e di risurrezione.
Lungo la sua esistenza, Gesù aveva donato salvezza anche sanando e beneficando
tutti (cf. At 10, 38). Ma i miracoli, le guarigioni e le stesse
risuscitazioni erano segno di un'altra salvezza, consistente nel perdono dei
peccati, ossia nella liberazione dell'uomo dalla malattia più profonda, e nella
sua elevazione alla vita stessa di Dio.
Sulla Croce si rinnova e si realizza nella
sua piena e definitiva perfezione il prodigio del serpente innalzato da Mosè nel
deserto (cf. Gv 3, 14-15; Nm 21, 8-9). Anche oggi, volgendo lo
sguardo a Colui che è stato trafitto, ogni uomo minacciato nella sua esistenza
incontra la sicura speranza di trovare liberazione e redenzione.
51. Ma c'è ancora un
altro avvenimento preciso che attira il mio sguardo e suscita la mia commossa
meditazione: « Dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: 'Tutto è compiuto!'.
E, chinato il capo, rese lo spirito » (Gv 19, 30). E il soldato romano
« gli colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua » (Gv
19, 34).
Tutto ormai è giunto al suo pieno
compimento. Il « rendere lo spirito » descrive la morte di Gesù, simile a quella
di ogni altro essere umano, ma sembra alludere anche al « dono dello Spirito »,
col quale Egli ci riscatta dalla morte e ci apre a una vita nuova.
È la vita stessa di Dio che
viene partecipata all'uomo. È la vita che, mediante i sacramenti della Chiesa ?
di cui il sangue e l'acqua sgorgati dal fianco di Cristo sono simbolo ? viene
continuamente comunicata ai figli di Dio, costituiti così come popolo della
Nuova Alleanza. Dalla Croce, fonte di vita, nasce e si
diffonde il « popolo della vita ».
La contemplazione della Croce ci porta
così alle radici più profonde di quanto è accaduto. Gesù, che entrando nel mondo
aveva detto: « Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà » (cf.Eb
10, 9), si rese in tutto obbediente al Padre e, avendo « amato i suoi che erano
nel mondo, li amò sino alla fine » (Gv 13, 1), donando tutto se stesso
per loro.
Lui, che non era « venuto per essere
servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti » (Mc
10, 45), raggiunge sulla Croce il vertice dell'amore. « Nessuno ha un amore
più grande di questo: dare la vita per i propri amici » (Gv 15, 13). Ed
egli è morto per noi mentre eravamo ancora peccatori (cf. Rm 5, 8).
In tal modo egli proclama che
la vita raggiunge il suo centro, il suo senso e la sua
pienezza quando viene donata.
La meditazione a questo punto si fa lode e
ringraziamento e, nello stesso tempo, ci sollecita a imitare Gesù e a seguirne
le orme (cf. 1 Pt 2, 21).
Anche noi siamo chiamati a dare la nostra
vita per i fratelli realizzando così in pienezza di verità il senso e il destino
della nostra esistenza.
Lo potremo fare perché Tu, o Signore, ci
hai donato l'esempio e ci hai comunicato la forza del tuo Spirito. Lo potremo
fare se ogni giorno, con Te e come Te, saremo obbedienti al Padre e faremo la
sua volontà.
Concedici, perciò, di ascoltare con cuore
docile e generoso ogni parola che esce dalla bocca di Dio: impareremo così non
solo a « non uccidere » la vita dell'uomo, ma a venerarla, amarla e promuoverla.
CAPITOLO III
NON UCCIDERE
LA LEGGE SANTA
DI DIO
« Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti »
(Mt 19, 17):
Vangelo e comandamento
52. « Ed ecco un tale
gli si avvicinò e gli disse: "Maestro, che cosa devo fare di buono per
ottenere la vita eterna?" » (Mt 19, 16). Gesù rispose: « Se vuoi
entrare nella vita, osserva i comandamenti » (Mt 19, 17). Il Maestro
parla della vita eterna, ossia della partecipazione alla vita stessa di Dio.
A questa vita si giunge attraverso l'osservanza dei comandamenti del Signore,
compreso dunque il comandamento « non uccidere ». Proprio questo è il primo
precetto del Decalogo che Gesù ricorda al giovane che gli chiede quali comandamenti
debba osservare: « Gesù rispose: "Non uccidere, non commettere adulterio,
non rubare..." » (Mt 19, 18).
Il comandamento di Dio non è mai
separato dal suo amore:
è sempre un dono per la crescita e la gioia dell'uomo. Come tale,
costituisce un aspetto essenziale e un elemento irrinunciabile del Vangelo, anzi
esso stesso si configura come « vangelo », ossia buona e lieta notizia. Anche il
Vangelo della vita è un grande dono di Dio e insieme un compito
impegnativo per l'uomo. Esso suscita stupore e gratitudine nella persona libera
e chiede di essere accolto, custodito e valorizzato con vivo senso di
responsabilità: donandogli la vita, Dio esige dall'uomo che la ami, la
rispetti e la promuova. In tal modo il dono si fa comandamento, e
il comandamento è esso stesso un dono.
L'uomo, immagine vivente di Dio, è voluto
dal suo Creatore come re e signore. « Dio ha fatto l'uomo ? scrive san Gregorio
di Nissa ? in modo tale che potesse svolgere la sua funzione di re della
terra... L'uomo è stato creato a immagine di Colui che governa l'universo. Tutto
dimostra che fin dal principio la sua natura è contrassegnata dalla regalità...
Anche l'uomo è re. Creato per dominare il mondo, ha ricevuto la somiglianza col
re universale, è l'immagine viva che partecipa con la sua dignità alla
perfezione del divino modello ».(38) Chiamato ad essere fecondo e a
moltiplicarsi, a soggiogare la terra e a dominare sugli esseri infraumani (cf.
Gn 1, 28), l'uomo è re e signore non solo delle cose, ma anche ed
anzitutto di se stesso (39) e, in un certo senso, della vita che gli è donata e
che egli puó trasmettere mediante l'opera generatrice compiuta nell'amore e nel
rispetto del disegno di Dio. La sua, tuttavia, non è una signoria
assoluta, ma ministeriale; è riflesso reale della signoria unica e
infinita di Dio. Per questo l'uomo deve viverla con sapienza e amore,
partecipando alla sapienza e all'amore incommensurabili di Dio. E ciò avviene
con l'obbedienza alla sua Legge santa: un'obbedienza libera e gioiosa (cf.
Sal 119/118), che nasce ed è nutrita dalla consapevolezza che i precetti del
Signore sono dono di grazia affidati all'uomo sempre e solo per il suo bene, per
la custodia della sua dignità personale e per il perseguimento della sua
felicità.
Come già di fronte alle cose, ancor più di
fronte alla vita, l'uomo non è padrone assoluto e arbitro insindacabile, ma ? e
in questo sta la sua impareggiabile grandezza ? è « ministro del disegno di Dio
».(40)
La vita viene affidata all'uomo come un
tesoro da non disperdere, come un talento da trafficare. Di essa l'uomo deve
rendere conto al suo Signore (cf. Mt 25, 14-30; Lc 19, 12-27).
« Domanderò conto della vita
dell'uomo all'uomo »
(Gn 9, 5): la vita umana è sacra
e inviolabile
53. « La vita umana è
sacra perché, fin dal suo inizio, comporta "l'azione creatrice di Dio"
e rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine.
Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna
circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un
essere umano innocente ».(41) Con queste parole l'Istruzione Donum vitae
espone il contenuto centrale della rivelazione di Dio sulla sacralità e
inviolabilità della vita umana.
La Sacra Scrittura, infatti,
presenta all'uomo il precetto « non uccidere » come comandamento divino (Es
20, 13; Dt 5, 17). Esso ? come ho già sottolineato ? si trova nel
Decalogo, al cuore dell'Alleanza che il Signore conclude con il popolo eletto;
ma era già contenuto nell'originaria alleanza di Dio con l'umanità dopo il
castigo purificatore del diluvio, provocato dal dilagare del peccato e della
violenza (cf. Gn 9, 5-6).
Dio si proclama Signore assoluto della
vita dell'uomo, plasmato a sua immagine e somiglianza (cf. Gn 1, 26-28).
La vita umana presenta, pertanto, un carattere sacro ed inviolabile, in cui si
rispecchia l'inviolabilità stessa del Creatore. Proprio per questo sarà Dio a
farsi giudice severo di ogni violazione del comandamento « non uccidere », posto
alle basi dell'intera convivenza sociale. Egli è il « goel », ossia il difensore
dell'innocente (cf. Gn 4, 9-15; Is 41, 14; Ger 50, 34;
Sal 19/18, 15). Anche in questo modo Dio dimostra di non godere della rovina
dei viventi (cf. Sap 1, 13). Solo Satana ne può godere: per la sua
invidia la morte è entrata nel mondo (cf. Sap 2, 24). Egli, che è «
omicida fin da principio », è anche « menzognero e padre della menzogna » (Gv
8, 44): ingannando l'uomo, lo conduce a traguardi di peccato e di morte,
presentati come mete e frutti di vita.
54. Esplicitamente, il
precetto « non uccidere » ha un forte contenuto negativo: indica il confine
estremo che non può mai essere valicato. Implicitamente, però, esso spinge ad
un atteggiamento positivo di rispetto assoluto per la vita portando a promuoverla
e a progredire sulla via dell'amore che si dona, accoglie e serve. Anche il
popolo dell'Alleanza, pur con lentezze e contraddizioni, ha conosciuto una maturazione
progressiva secondo questo orientamento, preparandosi così al grande annuncio
di Gesù: l'amore del prossimo è comandamento simile a quello dell'amore di Dio;
« da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti » (cf. Mt
22, 36-40). « Il precetto... non uccidere... e qualsiasi altro comandamento
? sottolinea san Paolo ? si riassume in queste parole: "Amerai il prossimo
tuo come te stesso" » (Rm 13, 9; cf. Gal 5, 14). Assunto
e portato a compimento nella Legge Nuova, il precetto « non uccidere » rimane
come condizione irrinunciabile per poter « entrare nella vita » (cf. Mt 19,
16-19). In questa stessa prospettiva, risuona perentoria anche la parola dell'apostolo
Giovanni: « Chiun- que odia il proprio fratello è omicida e voi sapete che nessun
omicida possiede in se stesso la vita eterna » (1 Gv 3, 15).
Sin dai suoi inizi, la Tradizione viva
della Chiesa ? come testimonia la Didachè, il più antico scritto
cristiano non biblico ? ha riproposto in modo categorico il comandamento « non
uccidere »: « Vi sono due vie, una della vita, e l'altra della morte; vi è una
grande differenza fra di esse... Secondo precetto della dottrina: Non
ucciderai... non farai perire il bambino con l'aborto né l'ucciderai dopo che è
nato... La via della morte è questa: ... non hanno compassione per il povero,
non soffrono con il sofferente, non riconoscono il loro Creatore, uccidono i
loro figli e con l'aborto fanno perire creature di Dio; allontanano il
bisognoso, opprimono il tribolato, sono avvocati dei ricchi e giudici ingiusti
dei poveri; sono pieni di ogni peccato. Possiate star sempre lontani, o figli,
da tutte queste colpe! ».(42)
Procedendo nel tempo, la stessa Tradizione
della Chiesa ha sempre unanimemente insegnato il valore assoluto e permanente
del comandamento « non uccidere ». È noto che, nei primi secoli, l'omicidio
veniva posto fra i tre peccati più gravi ? insieme all'apostasia e all'adulterio
? e si esigeva una penitenza pubblica particolarmente onerosa e lunga prima che
all'omicida pentito venissero concessi il perdono e la riammissione nella
comunione ecclesiale.
55. La cosa non deve
stupire: uccidere l'essere umano, nel quale è presente l'immagine di Dio, è
peccato di particolare gravità. Solo Dio è padrone della vita! Da sempre,
tuttavia, di fronte ai molteplici e spesso drammatici casi che la vita individuale
e sociale presenta, la riflessione dei credenti ha cercato di raggiungere un'intelligenza
più completa e profonda di quanto il comandamento di Dio proibisca e prescriva.(43)
Vi sono, infatti, situazioni in cui i valori proposti dalla Legge di Dio appaiono
sotto forma di un vero paradosso. È il caso, ad esempio, della legittima
difesa, in cui il diritto a proteggere la propria vita e il dovere di non
ledere quella dell'altro risultano in concreto difficilmente componibili. Indubbiamente,
il valore intrinseco della vita e il dovere di portare amore a se stessi non
meno che agli altri fondano un vero diritto alla propria difesa. Lo stesso
esigente precetto dell'amore per gli altri, enunciato nell'Antico Testamento
e confermato da Gesù, suppone l'amore per se stessi quale termine di confronto:
« Amerai il prossimo tuo come te stesso » (Mc 12, 31). Al diritto
di difendersi, dunque, nessuno potrebbe rinunciare per scarso amore alla vita
o a se stesso, ma solo in forza di un amore eroico, che approfondisce e trasfigura
lo stesso amore di sé, secondo lo spirito delle beatitudini evangeliche (cf.
Mt 5, 38-48) nella radicalità oblativa di cui è esempio sublime lo stesso
Signore Gesù.
D'altra parte, « la legittima difesa può
essere non soltanto un diritto, ma un grave dovere, per chi è responsabile della
vita di altri, del bene comune della famiglia o della comunità civile ».(44)
Accade purtroppo che la necessità di porre l'aggressore in condizione di non
nuocere comporti talvolta la sua soppressione. In tale ipotesi, l'esito mortale
va attribuito allo stesso aggressore che vi si è esposto con la sua azione,
anche nel caso in cui egli non fosse moralmente responsabile per mancanza
dell'uso della ragione.(45)
56. In questo orizzonte
si colloca anche il problema della pena di morte, su cui si registra,
nella Chiesa come nella società civile, una crescente tendenza che ne chiede
un'applicazione assai limitata ed anzi una totale abolizione. Il problema va
inquadrato nell'ottica di una giustizia penale che sia sempre più conforme alla
dignità dell'uomo e pertanto, in ultima analisi, al disegno di Dio sull'uomo
e sulla società. In effetti, la pena che la società infligge « ha come primo
scopo di riparare al disordine introdotto dalla colpa ».(46) La pubblica autorità
deve farsi vindice della violazione dei diritti personali e sociali mediante
l'imposizione al reo di una adeguata espiazione del crimine, quale condizione
per essere riammesso all'esercizio della propria libertà. In tal modo l'autorità
ottiene anche lo scopo di difendere l'ordine pubblico e la sicurezza delle persone,
non senza offrire allo stesso reo uno stimolo e un aiuto a correggersi e redimersi.(47)
È chiaro che, proprio per conseguire tutte
queste finalità, la misura e la qualità della pena devono essere
attentamente valutate e decise, e non devono giungere alla misura estrema della
soppressione del reo se non in casi di assoluta necessità, quando cioè la difesa
della società non fosse possibile altrimenti. Oggi, però, a seguito
dell'organizzazione sempre più adeguata dell'istituzione penale, questi casi
sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti.
In ogni caso resta valido il principio
indicato dal nuovo
Catechismo della Chiesa Cattolica, secondo cui « se i mezzi incruenti
sono sufficienti per difendere le vite umane dall'aggressore e per proteggere
l'ordine pubblico e la sicurezza delle persone, l'autorità si limiterà a questi
mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene
comune e sono più conformi alla dignità della persona umana ».(48)
57. Se così grande attenzione
va posta al rispetto di ogni vita, persino di quella del reo e dell'ingiusto
aggressore, il comandamento « non uccidere » ha valore assoluto quando si riferisce
alla persona innocente. E ciò tanto più se si tratta di un essere umano
debole e indifeso, che solo nella forza assoluta del comandamento di Dio trova
la sua radicale difesa rispetto all'arbitrio e alla prepotenza altrui.
In effetti, l'inviolabilità assoluta della
vita umana innocente è una verità morale esplicitamente insegnata nella Sacra
Scrittura, costantemente ritenuta nella Tradizione della Chiesa e unanimemente
proposta dal suo Magistero. Tale unanimità è frutto evidente di quel « senso
soprannaturale della fede » che, suscitato e sorretto dallo Spirito Santo,
garantisce dall'errore il popolo di Dio, quando « esprime l'universale suo
consenso in materia di fede e di costumi ».(49)
Dinanzi al progressivo attenuarsi nelle
coscienze e nella società della percezione dell'assoluta e grave illiceità
morale della diretta soppressione di ogni vita umana innocente, specialmente al
suo inizio e al suo termine, il Magistero della Chiesa ha intensificato i
suoi interventi a difesa della sacralità e dell'inviolabilità della vita umana.
Al Magistero pontificio, particolarmente insistente, s'è sempre unito quello
episcopale, con numerosi e ampi documenti dottrinali e pastorali, sia di
Conferenze Episcopali, sia di singoli Vescovi. Né è mancato, forte e incisivo
nella sua brevità, l'intervento del Concilio Vaticano II.(50)
Pertanto, con l'autorità che Cristo ha
conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi della Chiesa
cattolica, confermo che l'uccisione diretta e volontaria di un essere umano
innocente è sempre gravemente immorale. Tale dottrina, fondata in quella
legge non scritta che ogni uomo, alla luce della ragione, trova nel proprio
cuore (cf. Rm 2, 14-15), è riaffermata dalla Sacra Scrittura, trasmessa
dalla Tradizione della Chiesa e insegnata dal Magistero ordinario e
universale.(51)
La scelta deliberata di privare un essere
umano innocente della sua vita è sempre cattiva dal punto di vista morale e non
può mai essere lecita né come fine, né come mezzo per un fine buono. È, infatti,
grave disobbedienza alla legge morale, anzi a Dio stesso, autore e garante di
essa; contraddice le fondamentali virtù della giustizia e della carità. « Niente
e nessuno può autorizzare l'uccisione di un essere umano innocente, feto o
embrione che sia, bambino o adulto, vecchio, ammalato incurabile o agonizzante.
Nessuno, inoltre, può richiedere questo gesto omicida per se stesso o per un
altro affidato alla sua responsabilità, né può acconsentirvi esplicitamente o
implicitamente. Nessuna autorità può legittimamente imporlo né permetterlo
».(52)
Nel diritto alla vita, ogni essere umano
innocente è assolutamente uguale a tutti gli altri. Tale uguaglianza è la base
di ogni autentico rapporto sociale che, per essere veramente tale, non può non
fondarsi sulla verità e sulla giustizia, riconoscendo e tutelando ogni uomo e
ogni donna come persona e non come una cosa di cui si possa disporre. Di fronte
alla norma morale che proibisce la soppressione diretta di un essere umano
innocente « non ci sono privilegi né eccezioni per nessuno. Essere il
padrone del mondo o l'ultimo miserabile sulla faccia della terra non fa alcuna
differenza: davanti alle esigenze morali siamo tutti assolutamente uguali ».(53)
« Ancora informe mi hanno visto
i tuoi occhi »
(Sal 139/138, 16): il delitto
abominevole dell'aborto
58. Fra tutti i delitti
che l'uomo può compiere contro la vita, l'aborto procurato presenta caratteristiche
che lo rendono particolarmente grave e deprecabile. Il Concilio Vaticano II
lo definisce, insieme all'infanticidio, « delitto abominevole ».(54)
Ma oggi, nella coscienza di
molti, la percezione della sua gravità è andata progressivamente oscurandosi.
L'accettazione dell'aborto nella mentalità, nel costume e nella stessa legge è
segno eloquente di una pericolosissima crisi del senso morale, che diventa
sempre più incapace di distinguere tra il bene e il male, persino quando è in
gioco il diritto fondamentale alla vita. Di fronte a una così grave situazione,
occorre più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità e di
chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o
alla tentazione di autoinganno. A tale proposito risuona categorico il
rimprovero del Profeta: « Guai a coloro che chiamano bene il male e male il
bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre » (Is 5, 20).
Proprio nel caso dell'aborto si registra la diffusione di una terminologia
ambigua, come quella di « interruzione della gravidanza », che tende a
nasconderne la vera natura e ad attenuarne la gravità nell'opinione pubblica.
Forse questo fenomeno linguistico è esso stesso sintomo di un disagio delle
coscienze. Ma nessuna parola vale a cambiare la realtà delle cose: l'aborto
procurato è l'uccisione deliberata e diretta, comunque
venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza,
compresa tra il concepimento e la nascita.
La gravità morale dell'aborto procurato
appare in tutta la sua verità se si riconosce che si tratta di un omicidio e, in
particolare, se si considerano le circostanze specifiche che lo qualificano. Chi
viene soppresso è un essere umano che si affaccia alla vita, ossia quanto di più
innocente in assoluto si possa immaginare: mai potrebbe essere
considerato un aggressore, meno che mai un ingiusto aggressore! È debole,
inerme, al punto di essere privo anche di quella minima forma di difesa che è
costituita dalla forza implorante dei gemiti e del pianto del neonato. È
totalmente affidato alla protezione e alle cure di colei che lo porta in
grembo. Eppure, talvolta, è proprio lei, la mamma, a deciderne e a chiederne la
soppressione e persino a procurarla.
È vero che molte volte la scelta
abortiva riveste per la madre carattere drammatico e doloroso, in quanto la
decisione di disfarsi del frutto del concepimento non viene presa per ragioni
puramente egoistiche e di comodo, ma perché si vorrebbero salvaguardare alcuni
importanti beni, quali la propria salute o un livello dignitoso di vita per gli
altri membri della famiglia. Talvolta si temono per il nascituro condizioni di
esistenza tali da far pensare che per lui sarebbe meglio non nascere. Tuttavia,
queste e altre simili ragioni, per quanto gravi e drammatiche,
non possono mai giustificare la soppressione deliberata di un essere umano
innocente.
59. A decidere della
morte del bambino non ancora nato, accanto alla madre, ci sono spesso altre
persone. Anzitutto, può essere colpevole il padre del bambino, non solo quando
espressamente spinge la donna all'aborto, ma anche quando indirettamente favorisce
tale sua decisione perché la lascia sola di fronte ai problemi della gravidanza:
(55) in tal modo la famiglia viene mortalmente ferita e profanata nella sua
natura di comunità di amore e nella sua vocazione ad essere « santuario della
vita ». Né vanno taciute le sollecitazioni che a volte provengono dal più ampio
contesto familiare e dagli amici. Non di rado la donna è sottoposta a pressioni
talmente forti da sentirsi psicologicamente costretta a cedere all'aborto: non
v'è dubbio che in questo caso la responsabilità morale grava particolarmente
su quelli che direttamente o indirettamente l'hanno forzata ad abortire. Responsabili
sono pure i medici e il personale sanitario, quando mettono a servizio della
morte la competenza acquisita per promuovere la vita.
Ma la responsabilità coinvolge
anche i legislatori, che hanno promosso e approvato leggi abortive e, nella
misura in cui la cosa dipende da loro, gli amministratori delle strutture sanitarie
utilizzate per praticare gli aborti. Una responsabilità generale non meno grave
riguarda sia quanti hanno favorito il diffondersi di una mentalità di permissivismo
sessuale e disistima della maternità, sia coloro che avrebbero dovuto assicurare
? e non l'hanno fatto ? valide politiche familiari e sociali a sostegno delle
famiglie, specialmente di quelle numerose o con particolari difficoltà economiche
ed educative. Non si può infine sottovalutare la rete di complicità che si allarga
fino a comprendere istituzioni internazionali, fondazioni e associazioni che
si battono sistematicamente per la legalizzazione e la diffusione dell'aborto
nel mondo. In tal senso l'aborto va oltre la responsabilità delle singole persone
e il danno loro arrecato, assumendo una dimensione fortemente sociale: è una
ferita gravissima inferta alla società e alla sua cultura da quanti dovrebbero
esserne i costruttori e i difensori. Come ho scritto nella mia
Lettera alle Famiglie, « ci troviamo di
fronte ad un'enorme minaccia contro la vita, non solo di singoli individui,
ma anche dell'intera civiltà ».(56) Ci troviamo di fronte a quella che può definirsi
una « struttura di peccato » contro la vita umana
non ancora nata.
60. Alcuni tentano di
giustificare l'aborto sostenendo che il frutto del concepimento, almeno fin
a un certo numero di giorni, non può essere ancora considerato una vita umana
personale. In realtà, « dal momento in cui l'ovulo è fecondato, si inaugura
una vita che non è quella del padre o della madre, ma di un nuovo essere umano
che si sviluppa per proprio conto. Non sarà mai reso umano se non lo è stato
fin da allora. A questa evidenza di sempre... la scienza genetica moderna fornisce
preziose conferme. Essa ha mostrato come dal primo istante si trovi fissato
il programma di ciò che sarà questo vivente: una persona, questa persona individua
con le sue note caratteristiche già ben determinate. Fin dalla fecondazione
è iniziata l'avventura di una vita umana, di cui ciascuna delle grandi capacità
richiede tempo, per impostarsi e per trovarsi pronta ad agire ».(57) Anche se
la presenza di un'anima spirituale non può essere rilevata dall'osservazione
di nessun dato sperimentale, sono le stesse conclusioni della scienza sull'embrione
umano a fornire « un'indicazione preziosa per discernere razionalmente una presenza
personale fin da questo primo comparire di una vita umana: come un individuo
umano non sarebbe una persona umana? ».(58)
Del resto, tale è la posta in gioco che,
sotto il profilo dell'obbligo morale, basterebbe la sola probabilità di trovarsi
di fronte a una persona per giustificare la più netta proibizione di ogni
intervento volto a sopprimere l'embrione umano. Proprio per questo, al di là dei
dibattiti scientifici e delle stesse affermazioni filosofiche nelle quali il
Magistero non si è espressamente impegnato, la Chiesa ha sempre insegnato, e
tuttora insegna, che al frutto della generazione umana, dal primo momento della
sua esistenza, va garantito il rispetto incondizionato che è moralmente dovuto
all'essere umano nella sua totalità e unità corporale e spirituale: «
L'essere umano va rispettato e trattato come una persona fin dal suo
concepimento e, pertanto, da quello stesso momento gli si devono riconoscere
i diritti della persona, tra i quali anzitutto il diritto inviolabile di ogni
essere umano innocente alla vita ».(59)
61. I testi della Sacra
Scrittura, che non parlano mai di aborto volontario e quindi non presentano
condanne dirette e specifiche in proposito, mostrano una tale considerazione
dell'essere umano nel grembo materno, da esigere come logica conseguenza che
anche ad esso si estenda il comandamento di Dio: « non uccidere ».
La vita umana è sacra e inviolabile in
ogni momento della sua esistenza, anche in quello iniziale che precede la
nascita. L'uomo, fin dal grembo materno, appartiene a Dio che tutto scruta e
conosce, che lo forma e lo plasma con le sue mani, che lo vede mentre è ancora
un piccolo embrione informe e che in lui intravede l'adulto di domani i cui
giorni sono contati e la cui vocazione è già scritta nel « libro della vita »
(cf. Sal 139/138, 1.13-16). Anche lì, quando è ancora nel grembo materno,
? come testimoniano numerosi testi biblici (60) ? l'uomo è il termine
personalissimo dell'amorosa e paterna provvidenza di Dio.
La Tradizione cristiana ? come ben
rileva la Dichiarazione emanata al riguardo dalla Congregazione per la
Dottrina della Fede (61) ? è chiara e unanime, dalle origini fino ai nostri
giorni, nel qualificare l'aborto come disordine morale particolarmente grave.
Fin dal suo primo confronto con il mondo greco-romano, nel quale erano
ampiamente praticati l'aborto e l'infanticidio, la comunità cristiana si è
radicalmente opposta, con la sua dottrina e con la sua prassi, ai costumi
diffusi in quella società, come dimostra la già citata Didachè.(62) Tra
gli scrittori ecclesiastici di area greca, Atenagora ricorda che i cristiani
considerano come omicide le donne che fanno ricorso a medicine abortive, perché
i bambini, anche se ancora nel seno della madre, « sono già l'oggetto delle cure
della Provvidenza divina ».(63) Tra i latini, Tertulliano afferma: « È un
omicidio anticipato impedire di nascere; poco importa che si sopprima l'anima
già nata o che la si faccia scomparire nel nascere. È già un uomo colui che lo
sarà ».(64)
Lungo la sua storia ormai bimillenaria,
questa medesima dottrina è stata costantemente insegnata dai Padri della Chiesa,
dai suoi Pastori e Dottori. Anche le discussioni di carattere scientifico e
filosofico circa il momento preciso dell'infusione dell'anima spirituale non
hanno mai comportato alcuna esitazione circa la condanna morale dell'aborto.
62. Il più recente Magistero
pontificio ha ribadito con grande vigore questa dottrina comune. In particolare
Pio XI nell'Enciclica
Casti connubii ha respinto le pretestuose giustificazioni dell'aborto;
(65) Pio XII ha escluso ogni aborto diretto, cioè ogni atto che tende direttamente
a distruggere la vita umana non ancora nata, « sia che tale distruzione venga
intesa come fine o soltanto come mezzo al fine »; (66) Giovanni XXIII ha riaffermato
che la vita umana è sacra, perché « fin dal suo affiorare impegna direttamente
l'azione creatrice di Dio ».(67) Il Concilio Vaticano II, come già ricordato,
ha condannato con grande severità l'aborto: « La vita, una volta concepita,
deve essere protetta con la massima cura; e l'aborto come l'infanticidio sono
abominevoli delitti ».(68)
La disciplina canonica della Chiesa,
fin dai primi secoli, ha colpito con sanzioni penali coloro che si
macchiavano della colpa dell'aborto e tale prassi, con pene più o meno gravi, è
stata confermata nei vari periodi storici. Il Codice di Diritto Canonico
del 1917 comminava per l'aborto la pena della scomunica.(69) Anche la rinnovata
legislazione canonica si pone in questa linea quando sancisce che « chi procura
l'aborto ottenendo l'effetto incorre nella scomunica latae sententiae
»,(70) cioè automatica. La scomunica colpisce tutti coloro che commettono questo
delitto conoscendo la pena, inclusi anche quei complici senza la cui opera esso
non sarebbe stato realizzato: (71) con tale reiterata sanzione, la Chiesa addita
questo delitto come uno dei più gravi e pericolosi, spingendo così chi lo
commette a ritrovare sollecitamente la strada della conversione. Nella Chiesa,
infatti, la pena della scomunica è finalizzata a rendere pienamente consapevoli
della gravità di un certo peccato e a favorire quindi un'adeguata conversione e
penitenza.
Di fronte a una simile unanimità nella
tradizione dottrinale e disciplinare della Chiesa, Paolo VI ha potuto dichiarare
che tale insegnamento non è mutato ed è immutabile.(72) Pertanto, con l'autorità
che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i
Vescovi ? che a varie riprese hanno condannato l'aborto e che nella
consultazione precedentemente citata, pur dispersi per il mondo, hanno
unanimemente consentito circa questa dottrina ? dichiaro che l'aborto
diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine
morale grave, in quanto uccisione deliberata di un essere umano innocente.
Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è
trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e
universale.(73)
Nessuna circostanza, nessuna finalità,
nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente
illecito, perché contrario alla Legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo,
riconoscibile dalla ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa.
63. La valutazione morale
dell'aborto è da applicare anche alle recenti forme di intervento sugli embrioni
umani che, pur mirando a scopi in sé legittimi, ne comportano inevitabilmente
l'uccisione. È il caso della sperimentazione sugli embrioni, in crescente
espansione nel campo della ricerca biomedica e legalmente ammessa in alcuni
Stati. Se « si devono ritenere leciti gli interventi sull'embrione umano a patto
che rispettino la vita e l'integrità dell'embrione, non comportino per lui rischi
sproporzionati, ma siano finalizzati alla sua guarigione, al miglioramento delle
sue condizioni di salute o alla sua sopravvivenza individuale »,(74) si deve
invece affermare che l'uso degli embrioni o dei feti umani come oggetto di sperimentazione
costituisce un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani, che
hanno diritto al medesimo rispetto dovuto al bambino già nato e ad ogni persona.(75)
La stessa condanna morale riguarda anche
il procedimento che sfrutta gli embrioni e i feti umani ancora vivi ? talvolta «
prodotti » appositamente per questo scopo mediante la fecondazione in vitro ?
sia come « materiale biologico » da utilizzare sia come fornitori di organi o
di tessuti da trapiantare per la cura di alcune malattie. In realtà,
l'uccisione di creature umane innocenti, seppure a vantaggio di altre,
costituisce un atto assolutamente inaccettabile.
Una speciale attenzione deve essere
riservata alla valutazione morale delle tecniche diagnostiche prenatali,
che permettono di individuare precocemente eventuali anomalie del nascituro.
Infatti, per la complessità di queste tecniche, tale valutazione deve farsi più
accurata e articolata. Quando sono esenti da rischi sproporzionati per il
bambino e per la madre e sono ordinate a rendere possibile una terapia precoce o
anche a favorire una serena e consapevole accettazione del nascituro, queste
tecniche sono moralmente lecite. Dal momento però che le possibilità di cura
prima della nascita sono oggi ancora ridotte, accade non poche volte che queste
tecniche siano messe al servizio di una mentalità eugenetica, che accetta
l'aborto selettivo, per impedire la nascita di bambini affetti da vari tipi di
anomalie. Una simile mentalità è ignominiosa e quanto mai riprovevole, perché
pretende di misurare il valore di una vita umana soltanto secondo parametri di «
normali- tà » e di benessere fisico, aprendo così la strada alla legittimazione
anche dell'infanticidio e dell'eutanasia.
In realtà, però, proprio il coraggio e la
serenità con cui tanti nostri fratelli, affetti da gravi menomazioni, conducono
la loro esistenza quando sono da noi accettati ed amati, costituiscono una
testimonianza particolarmente efficace dei valori autentici che qualificano la
vita e che la rendono, anche in condizioni di difficoltà, preziosa per sé e per
gli altri. La Chiesa è vicina a quei coniugi che, con grande ansia e sofferenza,
accettano di accogliere i loro bambini gravemente colpiti da handicap, così come
è grata a tutte quelle famiglie che, con l'adozione, accolgono quanti sono stati
abbandonati dai loro genitori a motivo di menomazioni o malattie.
« Sono io che do la morte e
faccio vivere »
(Dt 32, 39): il dramma
dell'eutanasia
64. All'altro capo dell'esistenza,
l'uomo si trova posto di fronte al mistero della morte. Oggi, in seguito ai
progressi della medicina e in un contesto culturale spesso chiuso alla trascendenza,
l'esperienza del morire si presenta con alcune caratteristiche nuove. Infatti,
quando prevale la tendenza ad apprezzare la vita solo nella misura in cui porta
piacere e benessere, la sofferenza appare come uno scacco insopportabile, di
cui occorre liberarsi ad ogni costo. La morte, considerata « assurda » se interrompe
improvvisamente una vita ancora aperta a un futuro ricco di possibili esperienze
interessanti, diventa invece una « liberazione rivendicata » quando l'esistenza
è ritenuta ormai priva di senso perché immersa nel dolore e inesorabilmente
votata ad un'ulteriore più acuta sofferenza.
Inoltre, rifiutando o dimenticando il suo
fondamentale rapporto con Dio, l'uomo pensa di essere criterio e norma a se
stesso e ritiene di avere il diritto di chiedere anche alla società di
garantirgli possibilità e modi di decidere della propria vita in piena e totale
autonomia. È, in particolare, l'uomo che vive nei Paesi sviluppati a comportarsi
così: egli si sente spinto a ciò anche dai continui progressi della medicina e
dalle sue tecniche sempre più avanzate. Mediante sistemi e apparecchiature
estremamente sofisticati, la scienza e la pratica medica sono oggi in grado non
solo di risolvere casi precedentemente insolubili e di lenire o eliminare il
dolore, ma anche di sostenere e protrarre la vita perfino in situazioni di
debolezza estrema, di rianimare artificialmente persone le cui funzioni
biologiche elementari hanno subito tracolli improvvisi, di intervenire per
rendere disponibili organi da trapiantare.
In un tale contesto si fa sempre più forte
la tentazione dell'eutanasia, cioè di impadronirsi della morte,
procurandola in anticipo e ponendo così fine « dolcemente » alla vita
propria o altrui. In realtà, ciò che potrebbe sembrare logico e umano, visto in
profondità si presenta assurdo e disumano. Siamo qui di fronte a uno dei
sintomi più allarmanti della « cultura di morte », che avanza soprattutto nelle
società del benessere, caratterizzate da una mentalità efficientistica che fa
apparire troppo oneroso e insopportabile il numero crescente delle persone
anziane e debilitate. Esse vengono molto spesso isolate dalla famiglia e dalla
società, organizzate quasi esclusivamente sulla base di criteri di efficienza
produttiva, secondo i quali una vita irrimediabilmente inabile non ha più alcun
valore.
65. Per un corretto giudizio
morale sull'eutanasia, occorre innanzitutto chiaramente definirla.
Per eutanasia in senso vero e proprio si deve intendere un'azione o un'omissione
che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare
ogni dolore. « L'eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei
metodi usati ».(76)
Da essa va distinta la decisione di
rinunciare al cosiddetto « accanimento terapeutico », ossia a certi
interventi medici non più adeguati alla reale situazione del malato, perché
ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché
troppo gravosi per lui e per la sua famiglia. In queste situazioni, quando la
morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza « rinunciare a
trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della
vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all'ammalato in simili
casi ».(77) Si dà certamente l'obbligo morale di curarsi e di farsi curare, ma
tale obbligo deve misurarsi con le situazioni concrete; occorre cioè valutare se
i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto
alle prospettive di miglioramento. La rinuncia a mezzi straordinari o
sproporzionati non equivale al suicidio o all'eutanasia; esprime piuttosto
l'accettazione della condizione umana di fronte alla morte.(78)
Nella medicina moderna vanno acquistando
rilievo particolare le cosiddette « cure palliative », destinate a
rendere più sopportabile la sofferenza nella fase finale della malattia e ad
assicurare al tempo stesso al paziente un adeguato accompagnamento umano. In
questo contesto sorge, tra gli altri, il problema della liceità del ricorso ai
diversi tipi di analgesici e sedativi per sollevare il malato dal dolore, quando
ciò comporta il rischio di abbreviargli la vita. Se, infatti, può essere
considerato degno di lode chi accetta volontariamente di soffrire rinunciando a
interventi antidolorifici per conservare la piena lucidità e partecipare, se
credente, in maniera consapevole alla passione del Signore, tale comportamento «
eroico » non può essere ritenuto doveroso per tutti. Già Pio XII aveva affermato
che è lecito sopprimere il dolore per mezzo di narcotici, pur con la conseguenza
di limitare la coscienza e di abbreviare la vita, « se non esistono altri mezzi
e se, nelle date circostanze, ciò non impedisce l'adempimento di altri doveri
religiosi e morali ».(79) In questo caso, infatti, la morte non è voluta o
ricercata, nonostante che per motivi ragionevoli se ne corra il rischio:
semplicemente si vuole lenire il dolore in maniera efficace, ricorrendo agli
analgesici messi a disposizione dalla medicina. Tuttavia, « non si deve privare
il moribondo della coscienza di sé senza grave motivo »: (80) avvicinandosi alla
morte, gli uomini devono essere in grado di poter soddisfare ai loro obblighi
morali e familiari e soprattutto devono potersi preparare con piena coscienza
all'incontro definitivo con Dio.
Fatte queste distinzioni, in conformità
con il Magistero dei miei Predecessori (81) e in comunione con i Vescovi della
Chiesa cattolica, confermo che l'eutanasia è una grave violazione della Legge
di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una
persona umana. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di
Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal
Magistero ordinario e universale.(82)
Una tale pratica comporta, a seconda delle
circostanze, la malizia propria del suicidio o dell'omicidio.
66. Ora, il suicidio
è sempre moralmente inaccettabile quanto l'omicidio. La tradizione della Chiesa
l'ha sempre respinto come scelta gravemente cattiva.(83) Benché determinati
condizionamenti psicologici, culturali e sociali possano portare a compiere
un gesto che contraddice così radicalmente l'innata inclinazione di ognuno alla
vita, attenuando o annullando la responsabilità soggettiva, il suicidio,
sotto il profilo oggettivo, è un atto gravemente immorale, perché comporta
il rifiuto dell'amore verso se stessi e la rinuncia ai doveri di giustizia e
di carità verso il prossimo, verso le varie comunità di cui si fa parte e verso
la società nel suo insieme.(84) Nel suo nucleo più profondo, esso costituisce
un rifiuto della sovranità assoluta di Dio sulla vita e sulla morte, così proclamata
nella preghiera dell'antico saggio di Israele: « Tu hai potere sulla vita e
sulla morte; conduci giù alle porte degli inferi e fai risalire » (Sap 16,
13; cf. Tb 13, 2).
Condividere l'intenzione suicida di un
altro e aiutarlo a realizzarla mediante il cosiddetto « suicidio assistito »
significa farsi collaboratori, e qualche volta attori in prima persona, di
un'ingiustizia, che non può mai essere giustificata, neppure quando fosse
richiesta. « Non è mai lecito ? scrive con sorprendente attualità sant'Agostino
? uccidere un altro: anche se lui lo volesse, anzi se lo chiedesse perché,
sospeso tra la vita e la morte, supplica di essere aiutato a liberare l'anima
che lotta contro i legami del corpo e desidera distaccarsene; non è lecito
neppure quando il malato non fosse più in grado di vivere ».(85) Anche se non
motivata dal rifiuto egoistico di farsi carico dell'esistenza di chi soffre,
l'eutanasia deve dirsi una falsa pietà, anzi una preoccupante «
perversione » di essa: la vera « compassione », infatti, rende solidale col
dolore altrui, non sopprime colui del quale non si può sopportare la sofferenza.
E tanto più perverso appare il gesto dell'eutanasia se viene compiuto da coloro
che ? come i parenti ? dovrebbero assistere con pazienza e con amore il loro
congiunto o da quanti ? come i medici ?, per la loro specifica professione,
dovrebbero curare il malato anche nelle condizioni terminali più penose.
La scelta dell'eutanasia diventa più grave
quando si configura come un omicidio che gli altri praticano su una
persona che non l'ha richiesta in nessun modo e che non ha mai dato ad essa
alcun consenso. Si raggiunge poi il colmo dell'arbitrio e dell'ingiustizia
quando alcuni, medici o legislatori, si arrogano il potere di decidere chi debba
vivere e chi debba morire. Si ripropone così la tentazione dell'Eden: diventare
come Dio « conoscendo il bene e il male » (cf. Gn 3, 5). Ma Dio solo ha
il potere di far morire e di far vivere: « Sono io che do la morte e faccio
vivere » (Dt 32, 39; cf. 2 Re 5, 7; 1 Sam 2, 6). Egli attua
il suo potere sempre e solo secondo un disegno di sapienza e di amore. Quando
l'uomo usurpa tale potere, soggiogato da una logica di stoltezza e di egoismo,
inevitabilmente lo usa per l'ingiustizia e per la morte.
Così la vita del più debole è messa nelle
mani del più forte; nella società si perde il senso della giustizia ed è minata
alla radice la fiducia reciproca, fondamento di ogni autentico rapporto tra le
persone.
67. Ben diversa, invece,
è la via dell'amore e della vera pietà, che la nostra comune umanità
impone e che la fede in Cristo Redentore, morto e risorto, illumina con nuove
ragioni. La domanda che sgorga dal cuore dell'uomo nel confronto supremo con
la sofferenza e la morte, specialmente quando è tentato di ripiegarsi nella
disperazione e quasi di annientarsi in essa, è soprattutto domanda di compagnia,
di solidarietà e di sostegno nella prova. È richiesta di aiuto per continuare
a sperare, quando tutte le speranze umane vengono meno. Come ci ha ricordato
il Concilio Vaticano II, « in faccia alla morte l'enigma della condizione umana
diventa sommo » per l'uomo; e tuttavia « l'istinto del cuore lo fa giudicare
rettamente, quando aborrisce e respinge l'idea di una totale rovina e di un
annientamento definitivo della sua persona. Il germe dell'eternità che porta
in sé, irriducibile com'è alla sola materia, insorge contro la morte ».(86)
Questa naturale ripugnanza per la morte e
questa germinale speranza di immortalità sono illuminate e portate a compimento
dalla fede cristiana, che promette e offre la partecipazione alla vittoria del
Cristo Risorto: è la vittoria di Colui che, mediante la sua morte redentrice, ha
liberato l'uomo dalla morte, « salario del peccato » (Rm 6, 23), e gli ha
donato lo Spirito, pegno di risurrezione e di vita (cf. Rm 8, 11). La
certezza dell'immortalità futura e la speranza nella risurrezione promessa
proiettano una luce nuova sul mistero del soffrire e del morire e infondono nel
credente una forza straordinaria per affidarsi al disegno di Dio.
L'apostolo Paolo ha espresso questa novità
nei termini di un'appartenenza totale al Signore che abbraccia qualsiasi
condizione umana: « Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se
stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo
per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore » (Rm
14, 7-8). Morire per il Signore significa vivere la propria morte
come atto supremo di obbedienza al Padre (cf. Fil 2, 8), accettando di
incontrarla nell'« ora » voluta e scelta da lui (cf. Gv 13, 1), che solo
può dire quando il cammino terreno è compiuto. Vivere per il Signore
significa anche riconoscere che la sofferenza, pur restando in se stessa un male
e una prova, può sempre diventare sorgente di bene. Lo diventa se viene vissuta
per amore e con amore, nella partecipazione, per dono gratuito di Dio e per
libera scelta personale, alla sofferenza stessa di Cristo crocifisso. In tal
modo, chi vive la sua sofferenza nel Signore viene più pienamente conformato a
lui (cf. Fil 3, 10; 1 Pt 2, 21) e intimamente associato alla sua
opera redentrice a favore della Chiesa e dell'umanità.(87) È questa l'esperienza
dell'Apostolo, che anche ogni persona che soffre è chiamata a rivivere: « Sono
lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello
che manca alle tribolazioni di Cristo nella mia carne, a favore del suo corpo
che è la Chiesa » (Col 1, 24).
« Bisogna obbedire a Dio
piuttosto che agli uomini »
(At 5, 29): la legge civile e la
legge morale
68. Una delle caratteristiche
proprie degli attuali attentati alla vita umana ? come si è già detto più volte
? consiste nella tendenza ad esigere una loro legittimazione giuridica,
quasi fossero diritti che lo Stato, almeno a certe condizioni, deve riconoscere
ai cittadini e, conseguentemente, nella tendenza a pretendere la loro attuazione
con l'assistenza sicura e gratuita dei medici e degli operatori sanitari.
Si pensa non poche volte che la vita di
chi non è ancora nato o è gravemente debilitato sia un bene solo relativo:
secondo una logica proporzionalista o di puro calcolo, dovrebbe essere
confrontata e soppesata con altri beni. E si ritiene pure che solo chi si trova
nella situazione concreta e vi è personalmente coinvolto possa compiere una
giusta ponderazione dei beni in gioco: di conseguenza, solo lui potrebbe
decidere della moralità della sua scelta. Lo Stato, perciò, nell'interesse della
convivenza civile e dell'armonia sociale, dovrebbe rispettare questa scelta,
giungendo anche ad ammettere l'aborto e l'eutanasia.
Si pensa, altre volte, che la legge civile
non possa esigere che tutti i cittadini vivano secondo un grado di moralità più
elevato di quello che essi stessi riconoscono e condividono. Per questo la legge
dovrebbe sempre esprimere l'opinione e la volontà della maggioranza dei
cittadini e riconoscere loro, almeno in certi casi estremi, anche il diritto
all'aborto e all'eutanasia. Del resto, la proibizione e la punizione dell'aborto
e dell'eutanasia in questi casi condurrebbero inevitabilmente ? così si dice ?
ad un aumento di pratiche illegali: esse, peraltro, non sarebbero soggette al
necessario controllo sociale e verrebbero attuate senza la dovuta sicurezza
medica. Ci si chiede, inoltre, se sostenere una legge concretamente non
applicabile non significhi, alla fine, minare anche l'autorità di ogni altra
legge.
Nelle opinioni più radicali, infine, si
giunge a sostenere che, in una società moderna e pluralistica, dovrebbe essere
riconosciuta a ogni persona piena autonomia di disporre della propria vita e
della vita di chi non è ancora nato: non spetterebbe, infatti, alla legge la
scelta tra le diverse opinioni morali e, tanto meno, essa potrebbe pretendere di
imporne una particolare a svantaggio delle altre.
69. In ogni caso, nella
cultura democratica del nostro tempo si è largamente diffusa l'opinione secondo
la quale l'ordinamento giuridico di una società dovrebbe limitarsi a registrare
e recepire le convinzioni della maggioranza e, pertanto, dovrebbe costruirsi
solo su quanto la maggioranza stessa riconosce e vive come morale. Se poi si
ritiene addirittura che una verità comune e oggettiva sia di fatto inaccessibile,
il rispetto della libertà dei cittadini ? che in un regime democratico sono
ritenuti i veri sovrani ? esigerebbe che, a livello legislativo, si riconosca
l'autonomia delle singole coscienze e quindi, nello stabilire quelle norme che
in ogni caso sono necessarie alla convivenza sociale, ci si adegui esclusivamente
alla volontà della maggioranza, qualunque essa sia. In tal modo, ogni politico,
nella sua azione, dovrebbe separare nettamente l'ambito della coscienza privata
da quello del comportamento pubblico.
Si registrano, di conseguenza, due
tendenze, in apparenza diametralmente opposte. Da un lato, i singoli individui
rivendicano per sé la più completa autonomia morale di scelta e chiedono che lo
Stato non faccia propria e non imponga nessuna concezione etica, ma si limiti a
garantire lo spazio più ampio possibile alla libertà di ciascuno, con l'unico
limite esterno di non ledere lo spazio di autonomia al quale anche ogni altro
cittadino ha diritto. Dall'altro lato, si pensa che, nell'esercizio delle
funzioni pubbliche e professionali, il rispetto dell'altrui libertà di scelta
imponga a ciascuno di prescindere dalle proprie convinzioni per mettersi a
servizio di ogni richiesta dei cittadini, che le leggi riconoscono e tutelano,
accettando come unico criterio morale per l'esercizio delle proprie funzioni
quanto è stabilito da quelle medesime leggi. In questo modo la responsabilità
della persona viene delegata alla legge civile, con un'abdicazione alla propria
coscienza morale almeno nell'ambito dell'azione pubblica.
70. Comune radice di
tutte queste tendenze è il relativismo etico che contraddistingue tanta
parte della cultura contemporanea. Non manca chi ritiene che tale relativismo
sia una condizione della democrazia, in quanto solo esso garantirebbe tolleranza,
rispetto reciproco tra le persone, e adesione alle decisioni della maggioranza,
mentre le norme morali, considerate oggettive e vincolanti, porterebbero all'autoritarismo
e all'intolleranza.
Ma è proprio la problematica del rispetto
della vita a mostrare quali equivoci e contraddizioni, accompagnati da terribili
esiti pratici, si celino in questa posizione.
È vero che la storia registra casi in cui
si sono commessi dei crimini in nome della « verità ». Ma crimini non meno gravi
e radicali negazioni della libertà si sono commessi e si commettono anche in
nome del « relativismo etico ». Quando una maggioranza parlamentare o sociale
decreta la legittimità della soppressione, pur a certe condizioni, della vita
umana non ancora nata, non assume forse una decisione « tirannica » nei
confronti dell'essere umano più debole e indifeso? La coscienza universale
giustamente reagisce nei confronti dei crimini contro l'umanità di cui il nostro
secolo ha fatto così tristi esperienze. Forse che questi crimini cesserebbero di
essere tali se, invece di essere commessi da tiranni senza scrupoli, fossero
legittimati dal consenso popolare?
In realtà, la democrazia non può essere
mitizzata fino a farne un surrogato della moralità o un toccasana
dell'immoralità. Fondamentalmente, essa è un « ordinamento » e, come tale, uno
strumento e non un fine. Il suo carattere « morale » non è automatico, ma
dipende dalla conformità alla legge morale a cui, come ogni altro comportamento
umano, deve sottostare: dipende cioè dalla moralità dei fini che persegue e dei
mezzi di cui si serve. Se oggi si registra un consenso pressoché universale sul
valore della democrazia, ciò va considerato un positivo « segno dei tempi »,
come anche il Magistero della Chiesa ha più volte rilevato.(88) Ma il valore
della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e promuove:
fondamentali e imprescindibili sono certamente la dignità di ogni persona umana,
il rispetto dei suoi diritti intangibili e inalienabili, nonché l'assunzione del
« bene comune » come fine e criterio regolativo della vita politica.
Alla base di questi valori non possono
esservi provvisorie e mutevoli « maggioranze » di opinione, ma solo il
riconoscimento di una legge morale obiettiva che, in quanto « legge naturale »
iscritta nel cuore dell'uomo, è punto di riferimento normativo della stessa
legge civile. Quando, per un tragico oscuramento della coscienza collettiva, lo
scetticismo giungesse a porre in dubbio persino i principi fondamentali della
legge morale, lo stesso ordinamento democratico sarebbe scosso nelle sue
fondamenta, riducendosi a un puro meccanismo di regolazione empirica dei diversi
e contrapposti interessi.(89)
Qualcuno potrebbe pensare che anche una
tale funzione, in mancanza di meglio, sia da apprezzare ai fini della pace
sociale. Pur riconoscendo un qualche aspetto di verità in una tale valutazione,
è difficile non vedere che, senza un ancoraggio morale obiettivo, neppure la
democrazia può assicurare una pace stabile, tanto più che la pace non misurata
sui valori della dignità di ogni uomo e della solidarietà tra tutti gli uomini è
non di rado illusoria. Negli stessi regimi partecipativi, infatti, la
regolazione degli interessi avviene spesso a vantaggio dei più forti, essendo
essi i più capaci di manovrare non soltanto le leve del potere, ma anche la
formazione del consenso. In una tale situazione, la democrazia diventa
facilmente una parola vuota.
71. Urge dunque, per
l'avvenire della società e lo sviluppo di una sana democrazia, riscoprire l'esistenza
di valori umani e morali essenziali e nativi, che scaturiscono dalla verità
stessa dell'essere umano ed esprimono e tutelano la dignità della persona: valori,
pertanto, che nessun individuo, nessuna maggioranza e nessuno Stato potranno
mai creare, modificare o distruggere, ma dovranno solo riconoscere, rispettare
e promuovere.
Occorre riprendere, in tal senso, gli
elementi fondamentali della visione dei rapporti tra legge civile e legge
morale, quali sono proposti dalla Chiesa, ma che pure fanno parte del
patrimonio delle grandi tradizioni giuridiche dell'umanità.
Certamente, il compito della legge
civile è diverso e di ambito più limitato rispetto a quello della legge
morale. Però « in nessun ambito di vita la legge civile può sostituirsi alla
coscienza né può dettare norme su ciò che esula dalla sua competenza »,(90) che
è quella di assicurare il bene comune delle persone, attraverso il
riconoscimento e la difesa dei loro fondamentali diritti, la promozione della
pace e della pubblica moralità.(91) Il compito della legge civile consiste,
infatti, nel garantire un'ordinata convivenza sociale nella vera giustizia,
perché tutti « possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà
e dignità » (1 Tm 2, 2). Proprio per questo, la legge civile deve
assicurare per tutti i membri della società il rispetto di alcuni diritti
fondamentali, che appartengono nativamente alla persona e che qualsiasi legge
positiva deve riconoscere e garantire. Primo e fondamentale tra tutti è
l'inviolabile diritto alla vita di ogni essere umano innocente. Se la pubblica
autorità può talvolta rinunciare a reprimere quanto provocherebbe, se proibito,
un danno più grave,(92) essa non può mai accettare però di legittimare, come
diritto dei singoli ? anche se questi fossero la maggioranza dei componenti la
società ?, l'offesa inferta ad altre persone attraverso il misconoscimento di un
loro diritto così fondamentale come quello alla vita. La tolleranza legale
dell'aborto o dell'eutanasia non può in alcun modo richiamarsi al rispetto della
coscienza degli altri, proprio perché la società ha il diritto e il dovere di
tutelarsi contro gli abusi che si possono verificare in nome della coscienza e
sotto il pretesto della libertà.(93)
Nell'Enciclica
Pacem in terris, Giovanni XXIII aveva ricordato in proposito: « Nell'epoca
moderna l'attuazione del bene comune trova la sua indicazione di fondo nei diritti
e nei doveri della persona. Per cui i compiti precipui dei poteri pubblici consistono,
soprattutto, nel riconoscere, rispettare, comporre, tutelare e promuovere quei
diritti; e nel contribuire, di conseguenza, a rendere più facile l'adempimento
dei rispettivi doveri. "Tutelare l'intangibile campo dei diritti della
persona umana e renderle agevole il compimento dei suoi doveri vuol essere ufficio
essenziale di ogni pubblico potere". Per cui ogni atto dei poteri pubblici,
che sia o implichi un misconoscimento o una violazione di quei diritti, è un
atto contrastante con la loro stessa ragion d'essere e rimane per ciò stesso
destituito d'ogni valore giuridico ».(94)
72. In continuità con
tutta la tradizione della Chiesa è anche la dottrina sulla necessaria conformità
della legge civile con la legge morale, come appare, ancora una volta, dall'enciclica
citata di Giovanni XXIII: « L'autorità è postulata dall'ordine morale e deriva
da Dio. Qualora pertanto le sue leggi o autorizzazioni siano in contrasto con
quell'ordine, e quindi in contrasto con la volontà di Dio, esse non hanno forza
di obbligare la coscienza...; in tal caso, anzi, chiaramente l'autorità cessa
di essere tale e degenera in sopruso ».(95) È questo il limpido insegnamento
di san Tommaso d'Aquino, che tra l'altro scrive: « La legge umana in tanto è
tale in quanto è conforme alla retta ragione e quindi deriva dalla legge eterna.
Quando invece una legge è in contrasto con la ragione, la si denomina legge
iniqua; in tal caso però cessa di essere legge e diviene piuttosto un atto di
violenza ».(96) E ancora: « Ogni legge posta dagli uomini in tanto ha ragione
di legge in quanto deriva dalla legge naturale. Se invece in qualche cosa è
in contrasto con la legge naturale, allora non sarà legge bensì corruzione della
legge ».(97)
Ora la prima e più immediata applicazione
di questa dottrina riguarda la legge umana che misconosce il diritto
fondamentale e fontale alla vita, diritto proprio di ogni uomo. Così le leggi
che, con l'aborto e l'eutanasia, legittimano la soppressione diretta di esseri
umani innocenti sono in totale e insanabile contraddizione con il diritto
inviolabile alla vita proprio di tutti gli uomini e negano, pertanto,
l'uguaglianza di tutti di fronte alla legge. Si potrebbe obiettare che tale non
è il caso dell'eutanasia, quando essa è richiesta in piena coscienza dal
soggetto interessato. Ma uno Stato che legittimasse tale richiesta e ne
autorizzasse la realizzazione, si troverebbe a legalizzare un caso di
suicidio-omicidio, contro i principi fondamentali dell'indisponibilità della
vita e della tutela di ogni vita innocente. In questo modo si favorisce una
diminuzione del rispetto della vita e si apre la strada a comportamenti
distruttivi della fiducia nei rapporti sociali.
Le leggi che autorizzano e favoriscono
l'aborto e l'eutanasia si pongono dunque radicalmente non solo contro il bene
del singolo, ma anche contro il bene comune e, pertanto, sono del tutto prive di
autentica validità giuridica. Il misconoscimento del diritto alla vita, infatti,
proprio perché porta a sopprimere la persona per il cui servizio la società ha
motivo di esistere, è ciò che si contrappone più frontalmente e irreparabilmente
alla possibilità di realizzare il bene comune. Ne segue che, quando una legge
civile legittima l'aborto o l'eutanasia cessa, per ciò stesso, di essere una
vera legge civile, moralmente obbligante.
73. L'aborto e l'eutanasia
sono dunque crimini che nessuna legge umana può pretendere di legittimare. Leggi
di questo tipo non solo non creano nessun obbligo per la coscienza, ma sollevano
piuttosto un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione
di coscienza. Fin dalle origini della Chiesa, la predicazione apostolica
ha inculcato ai cristiani il dovere di obbedire alle autorità pubbliche legittimamente
costituite (cf. Rm 13, 1-7; 1 Pt 2, 13-14), ma nello stesso tempo
ha ammonito fermamente che « bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini
» (At 5, 29). Già nell'Antico Testamento, proprio in riferimento alle
minacce contro la vita, troviamo un esempio significativo di resistenza al comando
ingiusto dell'autorità. Al faraone, che aveva ordinato di far morire ogni neonato
maschio, le levatrici degli Ebrei si opposero. Esse « non fecero come aveva
loro ordinato il re di Egitto e lasciarono vivere i bambini » (Es 1,
17). Ma occorre notare il motivo profondo di questo loro comportamento: « Le
levatrici temettero Dio » (ivi). È proprio dall'obbedienza a Dio
? al quale solo si deve quel timore che è riconoscimento della sua assoluta
sovranità ? che nascono la forza e il coraggio di resistere alle leggi ingiuste
degli uomini. È la forza e il coraggio di chi è disposto anche ad andare in
prigione o ad essere ucciso di spada, nella certezza che « in questo sta la
costanza e la fede dei santi » (Ap 13, 10).
Nel caso quindi di una legge
intrinsecamente ingiusta, come è quella che ammette l'aborto o l'eutanasia, non
è mai lecito conformarsi ad essa, « né partecipare ad una campagna di opinione
in favore di una legge siffatta, né dare ad essa il suffragio del proprio voto
».(98)
Un particolare problema di coscienza
potrebbe porsi in quei casi in cui un voto parlamentare risultasse determinante
per favorire una legge più restrittiva, volta cioè a restringere il numero degli
aborti autorizzati, in alternativa ad una legge più permissiva già in vigore o
messa al voto. Simili casi non sono rari. Si registra infatti il dato che mentre
in alcune parti del mondo continuano le campagne per l'introduzione di leggi a
favore dell'aborto, sostenute non poche volte da potenti organismi
internazionali, in altre Nazioni invece ? in particolare in quelle che hanno già
fatto l'amara esperienza di simili legislazioni permissive ? si vanno
manifestando segni di ripensamento. Nel caso ipotizzato, quando non fosse
possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista, un
parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all'aborto fosse chiara e a
tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a
limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi
sul piano della cultura e della moralità pubblica. Così facendo, infatti, non si
attua una collaborazione illecita a una legge ingiusta; piuttosto si compie un
legittimo e doveroso tentativo di limitarne gli aspetti iniqui.
74. L'introduzione di
legislazioni ingiuste pone spesso gli uomini moralmente retti di fronte a difficili
problemi di coscienza in materia di collaborazione in ragione della doverosa
affermazione del proprio diritto a non essere costretti a partecipare ad azioni
moralmente cattive. Talvolta le scelte che si impongono sono dolorose e possono
richiedere il sacrificio di affermate posizioni professionali o la rinuncia
a legittime prospettive di avanzamento nella carriera. In altri casi, può risultare
che il compiere alcune azioni in se stesse indifferenti, o addirittura positive,
previste nell'articolato di legislazioni globalmente ingiuste, consenta la salvaguardia
di vite umane minacciate. D'altro canto, però, si può giustamente temere che
la disponibilità a compiere tali azioni non solo comporti uno scandalo e favorisca
l'indebolirsi della necessaria opposizione agli attentati contro la vita, ma
induca insensibilmente ad arrendersi sempre più ad una logica permissiva.
Per illuminare questa difficile questione
morale occorre richiamare i principi generali sulla cooperazione ad azioni
cattive. I cristiani, come tutti gli uomini di buona volontà, sono chiamati,
per un grave dovere di coscienza, a non prestare la loro collaborazione formale
a quelle pratiche che, pur ammesse dalla legislazione civile, sono in contrasto
con la Legge di Dio. Infatti, dal punto di vista morale, non è mai lecito
cooperare formalmente al male. Tale cooperazione si verifica quando l'azione
compiuta, o per la sua stessa natura o per la configurazione che essa viene
assumendo in un concreto contesto, si qualifica come partecipazione diretta ad
un atto contro la vita umana innocente o come condivisione dell'intenzione
immorale dell'agente principale. Questa cooperazione non può mai essere
giustificata né invocando il rispetto della libertà altrui, né facendo leva sul
fatto che la legge civile la prevede e la richiede: per gli atti che ciascuno
personalmente compie esiste, infatti, una responsabilità morale a cui nessuno
può mai sottrarsi e sulla quale ciascuno sarà giudicato da Dio stesso (cf. Rm
2, 6; 14, 12).
Rifiutarsi di partecipare a commettere
un'ingiustizia è non solo un dovere morale, ma è anche un diritto umano
basilare. Se così non fosse, la persona umana sarebbe costretta a compiere
un'azione intrinsecamente incompatibile con la sua dignità e in tal modo la sua
stessa libertà, il cui senso e fine autentici risiedono nell'orientamento al
vero e al bene, ne sarebbe radicalmente compromessa. Si tratta, dunque, di un
diritto essenziale che, proprio perché tale, dovrebbe essere previsto e protetto
dalla stessa legge civile. In tal senso, la possibilità di rifiutarsi di
partecipare alla fase consultiva, preparatoria ed esecutiva di simili atti
contro la vita dovrebbe essere assicurata ai medici, agli operatori sanitari e
ai responsabili delle istituzioni ospedaliere, delle cliniche e delle case di
cura. Chi ricorre all'obiezione di coscienza deve essere salvaguardato non solo
da sanzioni penali, ma anche da qualsiasi danno sul piano legale, disciplinare,
economico e professionale.
« Amerai il prossimo tuo come te
stesso » (Lc
10, 27): « promuovi » la vita.
75. I comandamenti di
Dio ci insegnano la via della vita. I precetti morali negativi, cioè
quelli che dichiarano moralmente inaccettabile la scelta di una determinata
azione, hanno un valore assoluto per la libertà umana: essi valgono sempre e
comunque, senza eccezioni. Indicano che la scelta di determinati comportamenti
è radicalmente incompatibile con l'amore verso Dio e con la dignità della persona,
creata a sua immagine: tale scelta, perciò, non può essere riscattata dalla
bontà di nessuna intenzione e di nessuna conseguenza, è in contrasto insanabile
con la comunione tra le persone, contraddice la decisione fondamentale di orientare
la propria vita a Dio.(99)
Già in questo senso i precetti morali
negativi hanno un'importantissima funzione positiva: il « no » che esigono
incondizionatamente dice il limite invalicabile al di sotto del quale l'uomo
libero non può scendere e, insieme, indica il minimo che egli deve rispettare e
dal quale deve partire per pronunciare innumerevoli « sì », capaci di occupare
progressivamente l'intero orizzonte del bene (cf. Mt 5, 48). I
comandamenti, in particolare i precetti morali negativi, sono l'inizio e la
prima tappa necessaria del cammino verso la libertà: « La prima libertà ? scrive
sant'Agostino ? consiste nell'essere esenti da crimini... come sarebbero
l'omicidio, l'adulterio, la fornicazione, il furto, la frode, il sacrilegio e
così via. Quando uno comincia a non avere questi crimini (e nessun cristiano
deve averli), comincia a levare il capo verso la libertà, ma questo non è che
l'inizio della libertà, non la libertà perfetta ».(100)
76. Il comandamento «
non uccidere » stabilisce quindi il punto di partenza di un cammino di vera
libertà, che ci porta a promuovere attivamente la vita e sviluppare determinati
atteggiamenti e comportamenti al suo servizio: così facendo esercitiamo la nostra
responsabilità verso le persone che ci sono affidate e manifestiamo, nei fatti
e nella verità, la nostra riconoscenza a Dio per il grande dono della vita (cf.
Sal 139/138, 13-14).
Il Creatore ha affidato la vita dell'uomo
alla sua responsabile sollecitudine, non perché ne disponga in modo arbitrario,
ma perché la custodisca con saggezza e la amministri con amorevole fedeltà. Il
Dio dell'Alleanza ha affidato la vita di ciascun uomo all'altro uomo suo
fratello, secondo la legge della reciprocità del dare e del ricevere, del dono
di sé e dell'accoglienza dell'altro. Nella pienezza dei tempi, incarnandosi e
donando la sua vita per l'uomo, il Figlio di Dio ha mostrato a quale altezza e
profondità possa giungere questa legge della reciprocità. Con il dono del suo
Spirito, Cristo dà contenuti e significati nuovi alla legge della reciprocità,
all'affidamento dell'uomo all'uomo. Lo Spirito, che è artefice di comunione
nell'amore, crea tra gli uomini una nuova fraternità e solidarietà, vero
riflesso del mistero di reciproca donazione e accoglienza proprio della Trinità
santissima. Lo stesso Spirito diventa la legge nuova, che dona ai credenti la
forza e sollecita la loro responsabilità per vivere reciprocamente il dono di sé
e l'accoglienza dell'altro, partecipando all'amore stesso di Gesù Cristo e
secondo la sua misura.
77. Da questa legge nuova
viene animato e plasmato anche il comandamento del « non uccidere ». Per il
cristiano, quindi, esso implica in definitiva l'imperativo di rispettare, amare
e promuovere la vita di ogni fratello, secondo le esigenze e le dimensioni dell'amore
di Dio in Gesù Cristo. « Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi
dobbiamo dare la vita per i fratelli » (1 Gv 3, 16).
Il comandamento del « non uccidere »,
anche nei suoi contenuti più positivi di rispetto, amore e promozione della vita
umana, vincola ogni uomo. Esso, infatti, risuona nella coscienza morale di
ciascuno come un'eco insopprimibile dell'alleanza originaria di Dio creatore con
l'uomo; da tutti può essere conosciuto alla luce della ragione e può essere
osservato grazie all'opera misteriosa dello Spirito che, soffiando dove vuole
(cf. Gv 3, 8), raggiunge e coinvolge ogni uomo che vive in questo mondo.
È dunque un servizio d'amore quello che
tutti siamo impegnati ad assicurare al nostro prossimo, perché la sua vita sia
difesa e promossa sempre, ma soprattutto quando è più debole o minacciata. È una
sollecitudine non solo personale ma sociale, che tutti dobbiamo coltivare,
ponendo l'incondizionato rispetto della vita umana a fondamento di una rinnovata
società.
Ci è chiesto di amare e onorare la vita di
ogni uomo e di ogni donna e di lavorare con costanza e con coraggio, perché nel
nostro tempo, attraversato da troppi segni di morte, si instauri finalmente una
nuova cultura della vita, frutto della cultura della verità e dell'amore.
CAPITOLO IV
L'AVETE FATTO A ME
PER UNA NUOVA
CULTURA DELLA VITA UMANA
« Voi siete il popolo che Dio si
è acquistato perché proclami le sue opere meravigliose »
(1 Pt 2, 9):
il popolo della vita e per la vita
78. La Chiesa ha ricevuto
il Vangelo come annuncio e fonte di gioia e di salvezza. L'ha ricevuto in dono
da Gesù, inviato dal Padre « per annunziare ai poveri un lieto messaggio » (Lc
4, 18). L'ha ricevuto mediante gli Apostoli, da Lui mandati in tutto il
mondo (cf. Mc 16, 15; Mt 28, 19-20). Nata da questa azione evangelizzatrice,
la Chiesa sente risuonare in se stessa ogni giorno la parola ammonitrice dell'Apostolo:
« Guai a me se non predicassi il Vangelo » (1 Cor 9, 16). « Evangelizzare,
infatti, ? come scriveva Paolo VI ? è la grazia e la vocazione propria della
Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare ».(101)
L'evangelizzazione è un'azione globale e
dinamica, che coinvolge la Chiesa nella sua partecipazione alla missione
profetica, sacerdotale e regale del Signore Gesù. Essa, pertanto, comporta
inscindibilmente le dimensioni dell'annuncio, della celebrazione e del
servizio della carità. È un atto profondamente ecclesiale, che chiama
in causa tutti i diversi operai del Vangelo, ciascuno secondo i propri carismi e
il proprio ministero.
Così è anche quando si tratta di
annunciare il Vangelo della vita, parte integrante del Vangelo che è Gesù
Cristo. Di questo Vangelo noi siamo al servizio, sostenuti dalla consapevolezza
di averlo ricevuto in dono e di essere inviati a proclamarlo a tutta l'umanità «
fino agli estremi confini della terra » (At 1, 8). Nutriamo perciò umile
e grata coscienza di essere il popolo della vita e per la vita e in tal
modo ci presentiamo davanti a tutti.
79. Siamo il popolo
della vita perché Dio, nel suo amore gratuito, ci ha donato il Vangelo
della vita e da questo stesso Vangelo noi siamo stati trasformati e salvati.
Siamo stati riconquistati dall' « autore della vita » (At 3, 15) a prezzo
del suo sangue prezioso (cf. 1 Cor 6, 20; 7, 23; 1 Pt 1, 19) e
mediante il lavacro battesimale siamo stati inseriti in lui (cf. Rm 6,
4-5; Col 2, 12), come rami che dall'unico albero traggono linfa e fecondità
(cf. Gv 15, 5). Rinnovati interiormente dalla grazia dello Spirito,
« che è Signore e dà la vita », siamo diventati un popolo per la vita e
come tali siamo chiamati a comportarci.
Siamo mandati:
essere al servizio della
vita non è per noi un vanto, ma un dovere, che nasce dalla coscienza di essere «
il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le sue opere meravigliose » (1
Pt 2, 9). Nel nostro cammino ci guida e ci sostiene la legge dell'amore:
è l'amore di cui è sorgente e modello il Figlio di Dio fatto uomo, che «
morendo ha dato la vita al mondo ».(102)
Siamo mandati come popolo.
L'impegno a
servizio della vita grava su tutti e su ciascuno. È una responsabilità
propriamente « ecclesiale », che esige l'azione concertata e generosa di tutti i
membri e di tutte le articolazioni della comunità cristiana. Il compito
comunitario però non elimina né diminuisce la responsabilità della singola
persona, alla quale è rivolto il comando del Signore a « farsi prossimo » di
ogni uomo: « Và e anche tu fà lo stesso » (Lc 10, 37).
Tutti insieme sentiamo il dovere di
annunciare il Vangelo della vita, di celebrarlo nella liturgia e
nell'intera esistenza, diservirlo con le diverse iniziative e strutture
di sostegno e di promozione.
« Quello che abbiamo veduto e
udito noi lo annunziamo anche a voi »
(1 Gv 1, 3):
annunciare il Vangelo della vita
80. « Ciò che era fin
da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri
occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato,
ossia il Verbo della vita... noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi
siate in comunione con noi » (1 Gv 1, 1.3). Gesù è l'unico Vangelo: noi
non abbiamo altro da dire e da testimoniare.
È proprio l'annuncio di Gesù ad
essere annuncio della vita.
Egli, infatti, è « il Verbo della vita » (1 Gv 1, 1). In lui « la vita si
è fatta visibile » (1 Gv 1, 2); anzi lui stesso è « la vita eterna, che
era presso il Padre e si è resa visibile a noi » (ivi). Questa stessa
vita, grazie al dono dello Spirito, è stata comunicata all'uomo. Ordinata alla
vita in pienezza, la « vita eterna », anche la vita terrena di ciascuno acquista
il suo senso pieno.
Illuminati da questo Vangelo della
vita, sentiamo il bisogno di proclamarlo e di testimoniarlo nella novità
sorprendente che lo contraddistingue: poiché si identifica con Gesù stesso,
apportatore di ogni novità (103) e vincitore della « vecchiezza » che deriva dal
peccato e porta alla morte,(104) tale Vangelo supera ogni aspettativa dell'uomo
e svela a quali sublimi altezze viene elevata, per grazia, la dignità della
persona. Così la contempla san Gregorio di Nissa: « L'uomo che, tra gli esseri,
non conta nulla, che è polvere, erba, vanità, una volta che è adottato dal Dio
dell'universo come figlio, diventa familiare di questo Essere, la cui eccellenza
e grandezza nessuno può vedere, ascoltare e comprendere. Con quale parola,
pensiero o slancio dello spirito si potrà esaltare la sovrabbondanza di questa
grazia? L'uomo sorpassa la sua natura: da mortale diventa immortale, da perituro
imperituro, da effimero eterno, da uomo diventa dio ».(105)
La gratitudine e la gioia per
l'incommensurabile dignità dell'uomo ci spinge a rendere tutti partecipi di
questo messaggio: « Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a
voi, perché anche voi siate in comunione con noi » (1 Gv 1, 3). È
necessario far giungere il Vangelo della vita al cuore di ogni uomo e
donna e immetterlo nelle pieghe più recondite dell'intera società.
81. Si tratta di annunciare
anzitutto il centro di questo Vangelo. Esso è annuncio di un Dio vivo
e vicino, che ci chiama a una profonda comunione con sé e ci apre alla speranza
certa della vita eterna; è affermazione dell'inscindibile legame che intercorre
tra la persona, la sua vita e la sua corporeità; è presentazione della vita
umana come vita di relazione, dono di Dio, frutto e segno del suo amore; è proclamazione
dello straordinario rapporto di Gesù con ciascun uomo, che consente di riconoscere
in ogni volto umano il volto di Cristo; è indicazione del « dono sincero di
sé » quale compito e luogo di realizzazione piena della propria libertà.
Nello stesso tempo, si tratta di additare
tutte le conseguenze di questo stesso Vangelo, che così si possono
riassumere: la vita umana, dono prezioso di Dio, è sacra e inviolabile e per
questo, in particolare, sono assolutamente inaccettabili l'aborto procurato e
l'eutanasia; la vita dell'uomo non solo non deve essere soppressa, ma va
protetta con ogni amorosa attenzione; la vita trova il suo senso nell'amore
ricevuto e donato, nel cui orizzonte attingono piena verità la sessualità e la
procreazione umana; in questo amore anche la sofferenza e la morte hanno un
senso e, pur permanendo il mistero che le avvolge, possono diventare eventi di
salvezza; il rispetto per la vita esige che la scienza e la tecnica siano sempre
ordinate all'uomo e al suo sviluppo integrale; l'intera società deve rispettare,
difendere e promuovere la dignità di ogni persona umana, in ogni momento e
condizione della sua vita.
82. Per essere veramente
un popolo al servizio della vita dobbiamo, con costanza e coraggio, proporre
questi contenuti fin dal primo annuncio del Vangelo e, in seguito, nella
catechesi e nelle diverse forme di predicazione, nel dialogo personale e in
ogni azione educativa. Agli educatori, insegnanti, catechisti e teologi,
spetta il compito di mettere in risalto le ragioni antropologiche che
fondano e sostengono il rispetto di ogni vita umana. In tal modo, mentre faremo
risplendere l'originale novità del Vangelo della vita, potremo aiutare
tutti a scoprire anche alla luce della ragione e dell'esperienza, come il messaggio
cristiano illumini pienamente l'uomo e il significato del suo essere ed esistere;
troveremo preziosi punti di incontro e di dialogo anche con i non credenti,
tutti insieme impegnati a far sorgere una nuova cultura della vita.
Circondati dalle voci più contrastanti,
mentre molti rigettano la sana dottrina intorno alla vita dell'uomo, sentiamo
rivolta anche a noi la supplica indirizzata da Paolo a Timoteo: « Annunzia la
parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci,
rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina » (2 Tm 4, 2). Questa
esortazione deve risuonare con particolare vigore nel cuore di quanti, nella
Chiesa, partecipano più direttamente, a diverso titolo, alla sua missione di «
maestra » della verità. Risuoni innanzitutto per noi Vescovi: a noi per
primi è chiesto di farci annunciatori instancabili del Vangelo della vita;
a noi è pure affidato il compito di vigilare sulla trasmissione integra e
fedele dell'insegnamento riproposto in questa Enciclica e di ricorrere alle
misure più opportune perché i fedeli siano preservati da ogni dottrina ad esso
contraria. Una speciale attenzione dobbiamo porre perché nelle facoltà
teologiche, nei seminari e nelle diverse istituzioni cattoliche venga diffusa,
illustrata e approfondita la conoscenza della sana dottrina.(106) L'esortazione
di Paolo risuoni per tutti i teologi, per i pastori e per quanti
altri svolgono compiti di insegnamento, catechesi e formazione delle
coscienze: consapevoli del ruolo ad essi spettante, non si assumano mai la
grave responsabilità di tradire la verità e la loro stessa missione esponendo
idee personali contrarie al Vangelo della vita quale il Magistero
fedelmente ripropone e interpreta.
Nell'annunciare questo Vangelo, non
dobbiamo temere l'ostilità e l'impopolarità, rifiutando ogni compromesso ed
ambiguità, che ci conformerebbero alla mentalità di questo mondo (cf. Rm
12, 2). Dobbiamo essere nel mondo ma non del mondo (cf. Gv
15, 19; 17, 16), con la forza che ci viene da Cristo, che con la sua morte e
risurrezione ha vinto il mondo (cf. Gv 16, 33).
« Ti lodo perché mi hai fatto
come un prodigio »
(Sal 139/138, 14): celebrare il
Vangelo della vita
83. Mandati nel mondo
come « popolo per la vita », il nostro annuncio deve diventare anche una
vera e propria celebrazione del Vangelo della vita. È anzi questa stessa
celebrazione, con la forza evocativa dei suoi gesti, simboli e riti, a diventare
luogo prezioso e significativo per trasmettere la bellezza e la grandezza di
questo Vangelo.
A tal fine, urge anzitutto coltivare,
in noi e negli altri, uno sguardo contemplativo.(107) Questo nasce
dalla fede nel Dio della vita, che ha creato ogni uomo facendolo come un
prodigio (cf. Sal 139/138, 14). È lo sguardo di chi vede la vita nella
sua profondità, cogliendone le dimensioni di gratuità, di bellezza, di
provocazione alla libertà e alla responsabilità. È lo sguardo di chi non
pretende d'impossessarsi della realtà, ma la accoglie come un dono, scoprendo in
ogni cosa il riflesso del Creatore e in ogni persona la sua immagine vivente
(cf. Gn 1, 27; Sal 8, 6). Questo sguardo non si arrende sfiduciato
di fronte a chi è nella malattia, nella sofferenza, nella marginalità e alle
soglie della morte; ma da tutte queste situazioni si lascia interpellare per
andare alla ricerca di un senso e, proprio in queste circostanze, si apre a
ritrovare nel volto di ogni persona un appello al confronto, al dialogo, alla
solidarietà.
È tempo di assumere tutti questo sguardo,
ridiventando capaci, con l'animo colmo di religioso stupore, di venerare e
onorare ogni uomo, come ci invitava a fare Paolo VI in uno dei suoi messaggi
natalizi.(108) Animato da questo sguardo contemplativo, il popolo nuovo dei
redenti non può non prorompere in inni di gioia, di lode e di ringraziamento
per il dono inestimabile della vita, per il mistero della chiamata di ogni
uomo a partecipare in Cristo alla vita di grazia e a un'esistenza di comunione
senza fine con Dio Creatore e Padre.
84. Celebrare il Vangelo
della vita significa celebrare il Dio della vita, il Dio che dona la vita:
« Noi dobbiamo celebrare la Vita eterna, dalla quale procede qualsiasi altra
vita. Da essa riceve la vita, proporzionalmente alle sue capacità, ogni essere
che partecipa in qualche modo alla vita. Questa Vita divina, che è al di sopra
di qualsiasi vita, vivifica e conserva la vita. Qualsiasi vita e qualsiasi movimento
vitale procedono da questa Vita che trascende ogni vita ed ogni principio di
vita. Ad essa le anime debbono la loro incorruttibilità, come pure grazie ad
essa vivono tutti gli animali e tutte le piante, che ricevono della vita l'eco
più debole. Agli uomini, esseri composti di spirito e di materia, la Vita dona
la vita. Se poi ci accade di abbandonarla, allora la Vita, per il traboccare
del suo amore verso l'uomo, ci converte e ci richiama a sé. Non solo: ci promette
di condurci, anime e corpi, alla vita perfetta, all'immortalità. È troppo poco
dire che questa Vita è viva: essa è Principio di vita, Causa e Sorgente unica
di vita. Ogni vivente deve contemplarla e lodarla: è Vita che trabocca vita
».(109)
Anche noi, come il Salmista, nella
preghiera quotidiana, individuale e comunitaria, lodiamo e benediciamo Dio
nostro Padre, che ci ha tessuti nel seno materno e ci ha visti e amati quando
ancora eravamo informi (cf. Sal 139/138, 13. 15-16), ed esclamiamo con
gioia incontenibile: « Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono
stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo » (Sal 139/138, 14).
Sì, « questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri,
le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio
sempre originale e commovente, un avvenimento degno d'essere cantato in gaudio e
in gloria ».(110) Di più, l'uomo e la sua vita non ci appaiono solo come uno dei
prodigi più alti della creazione: all'uomo Dio ha conferito una dignità quasi
divina (cf. Sal 8, 6-7). In ogni bimbo che nasce e in ogni uomo che vive
o che muore noi riconosciamo l'immagine della gloria di Dio: questa gloria noi
celebriamo in ogni uomo, segno del Dio vivente, icona di Gesù Cristo.
Siamo chiamati ad esprimere stupore e
gratitudine per la vita ricevuta in dono e ad accogliere, gustare e comunicare
il Vangelo della vita non solo con la preghiera personale e comunitaria,
ma soprattutto con le celebrazioni dell'anno liturgico. Sono qui da
ricordare in particolare i Sacramenti, segni efficaci della presenza e
dell'azione salvifica del Signore Gesù nell'esistenza cristiana: essi rendono
gli uomini partecipi della vita divina, assicurando loro l'energia spirituale
necessaria per realizzare nella sua piena verità il significato del vivere, del
soffrire e del morire. Grazie ad una genuina riscoperta del senso dei riti e ad
una loro adeguata valorizzazione, le celebrazioni liturgiche, soprattutto quelle
sacramentali, saranno sempre più in grado di esprimere la verità piena sulla
nascita, la vita, la sofferenza e la morte, aiutando a vivere queste realtà come
partecipazione al mistero pasquale di Cristo morto e risorto.
85. Nella celebrazione
del Vangelo della vita occorre saperapprezzare e valorizzare anche
i gesti e i simboli, di cui sono ricche le diverse tradizioni e consuetudini
culturali e popolari. Sono momenti e forme di incontro con cui, nei diversi
Paesi e culture, si manifestano la gioia per una vita che nasce, il rispetto
e la difesa di ogni esistenza umana, la cura per chi soffre o è nel bisogno,
la vicinanza all'anziano o al morente, la condivisione del dolore di chi è nel
lutto, la speranza e il desiderio dell'immortalità.
In questa prospettiva, accogliendo anche
il suggerimento offerto dai Cardinali nel Concistoro del 1991, propongo che si
celebri ogni anno nelle varie Nazioni una Giornata per la Vita, quale già
si attua ad iniziativa di alcune Conferenze Episcopali. È necessario che tale
Giornata venga preparata e celebrata con l'attiva partecipazione di tutte le
componenti della Chiesa locale. Suo scopo fondamentale è quello di suscitare,
nelle coscienze, nelle famiglie, nella Chiesa e nella società civile, il
riconoscimento del senso e del valore della vita umana in ogni suo momento e
condizione, ponendo particolarmente al centro dell'attenzione la gravità
dell'aborto e dell'eutanasia, senza tuttavia trascurare gli altri momenti e
aspetti della vita, che meritano di essere presi di volta in volta in attenta
considerazione, secondo quanto suggerito dall'evolversi della situazione
storica.
86. Nella logica del culto spirituale
gradito a Dio (cf. Rm 12, 1), la celebrazione del Vangelo della vita
chiede di realizzarsi soprattutto nell'esistenza quotidiana, vissuta
nell'amore per gli altri e nella donazione di se stessi. Sarà così tutta la
nostra esistenza a farsi accoglienza autentica e responsabile del dono della
vita e lode sincera e riconoscente a Dio che ci ha fatto tale dono. È quanto già
avviene in tantissimi gesti di donazione, spesso umile e nascosta, compiuti da
uomini e donne, bambini e adulti, giovani e anziani, sani e ammalati.
È in questo contesto, ricco di umanità e
di amore, che nascono anche i gesti eroici. Essi sono la celebrazione
più solenne del Vangelo della vita, perché lo proclamano con il dono
totale di sé; sono la manifestazione luminosa del grado più elevato di
amore, che è dare la vita per la persona amata (cf. Gv 15, 13); sono la
partecipazione al mistero della Croce, nella quale Gesù svela quanto valore
abbia per lui la vita di ogni uomo e come questa si realizzi in pienezza nel
dono sincero di sé. Al di là dei fatti clamorosi, c'è l'eroismo del quotidiano,
fatto di piccoli o grandi gesti di condivisione che alimentano un'autentica
cultura della vita. Tra questi gesti merita particolare apprezzamento la
donazione di organi compiuta in forme eticamente accettabili, per offrire una
possibilità di salute e perfino di vita a malati talvolta privi di speranza.
A tale eroismo del quotidiano appartiene
la testimonianza silenziosa, ma quanto mai feconda ed eloquente, di « tutte le
madri coraggiose, che si dedicano senza riserve alla propria famiglia, che
soffrono nel dare alla luce i propri figli, e poi sono pronte ad intraprendere
ogni fatica, ad affrontare ogni sacrificio, per trasmettere loro quanto di
meglio esse custodiscono in sé ».(111) Nel vivere la loro missione « non sempre
queste madri eroiche trovano sostegno nel loro ambiente. Anzi, i modelli di
civiltà, spesso promossi e propagati dai mezzi di comunicazione, non favoriscono
la maternità. Nel nome del progresso e della modernità vengono presentati come
ormai superati i valori della fedeltà, della castità, del sacrificio, nei quali
si sono distinte e continuano a distinguersi schiere di spose e di madri
cristiane... Vi ringraziamo, madri eroiche, per il vostro amore invincibile! Vi
ringraziamo per l'intrepida fiducia in Dio e nel suo amore. Vi ringraziamo per
il sacrificio della vostra vita... Cristo nel Mistero pasquale vi restituisce il
dono che gli avete fatto. Egli infatti ha il potere di restituirvi la vita che
gli avete portato in offerta ».(112)
« Che giova, fratelli miei se
uno dice di avere la fede ma non ha le opere? »
(Gc 2, 14):
servire il Vangelo della vita
87. In forza della partecipazione
alla missione regale di Cristo, il sostegno e la promozione della vita umana
devono attuarsi mediante il servizio della carità, che si esprime nella
testimonianza personale, nelle diverse forme di volontariato, nell'animazione
sociale e nell'impegno politico. È, questa, un'esigenza particolarmente pressante
nell'ora presente, nella quale la « cultura della morte » così fortemente
si contrappone alla « cultura della vita » e spesso sembra avere il sopravvento.
Ancor prima, però, è un'esigenza che nasce dalla « fede che opera per mezzo
della carità » (Gal 5, 6), come ci ammonisce la Lettera di Giacomo: «
Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse
che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti
e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: "Andatevene in
pace, riscaldatevi e saziatevi", ma non date loro il necessario per il
corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa
» (2, 14-17).
Nel servizio della carità c'è un
atteggiamento che ci deve animare e contraddistinguere: dobbiamo prenderci
cura dell'altro in quanto persona affidata da Dio alla nostra responsabilità.
Come discepoli di Gesù, siamo chiamati a farci prossimi di ogni uomo (cf. Lc
10, 29-37), riservando una speciale preferenza a chi è più povero, solo e
bisognoso. Proprio attraverso l'aiuto all'affamato, all'assetato, al forestiero,
all'ignudo, al malato, al carcerato ? come pure al bambino non ancora nato,
all'anziano sofferente o vicino alla morte ? ci è dato di servire Gesù, come
Egli stesso ha dichiarato: « Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo
di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me » (Mt 25, 40).
Per questo, non possiamo non sentirci interpellati e giudicati dalla pagina
sempre attuale di san Giovanni Crisostomo: « Vuoi onorare il corpo di Cristo?
Non trascurarlo quando si trova nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con
stoffe di seta, per poi trascurarlo fuori, dove patisce freddo e nudità ».(113)
Il servizio della carità nei riguardi
della vita deve essere profondamente unitario: non può tollerare
unilateralismi e discriminazioni, perché la vita umana è sacra e inviolabile in
ogni sua fase e situazione; essa è un bene indivisibile. Si tratta dunque di
« prendersi cura » di tutta la vita e della vita di tutti. Anzi, ancora più
profondamente, si tratta di andare fino alle radici stesse della vita e
dell'amore.
Proprio partendo da un amore profondo per
ogni uomo e donna, si è sviluppata lungo i secoli una straordinaria storia di
carità, che ha introdotto nella vita ecclesiale e civile numerose strutture
di servizio alla vita, che suscitano l'ammirazione di ogni osservatore non
prevenuto. È una storia che, con rinnovato senso di responsabilità, ogni
comunità cristiana deve continuare a scrivere con una molteplice azione
pastorale e sociale. In tal senso si devono mettere in atto forme discrete ed
efficaci diaccompagnamento della vita nascente, con una speciale
vicinanza a quelle mamme che, anche senza il sostegno del padre, non temono di
mettere al mondo il loro bambino e di educarlo. Analoga cura deve essere
riservata alla vita nella marginalità o nella sofferenza, specie nelle sue fasi
finali.
88. Tutto questo comporta
una paziente e coraggiosa opera educativa che solleciti tutti e ciascuno
a farsi carico dei pesi degli altri (cf. Gal 6, 2); richiede una continua
promozione di vocazioni al servizio, in particolare tra i giovani; implica
la realizzazione di progetti e iniziative concrete, stabili ed evangelicamente
ispirate.
Molteplici sono gli strumenti da
valorizzare con competenza e serietà di impegno. Alle sorgenti della vita,
i centri per i metodi naturali di regolazione della fertilità vanno
promossi come un valido aiuto per la paternità e maternità responsabili, nella
quale ogni persona, a cominciare dal figlio, è riconosciuta e rispettata per se
stessa e ogni scelta è animata e guidata dal criterio del dono sincero di sé.
Anche i consultori matrimoniali e familiari, mediante la loro specifica
azione di consulenza e di prevenzione, svolta alla luce di un'antropologia
coerente con la visione cristiana della persona, della coppia e della
sessualità, costituiscono un prezioso servizio per riscoprire il senso
dell'amore e della vita e per sostenere e accompagnare ogni famiglia nella sua
missione di « santuario della vita ». A servizio della vita nascente si pongono
pure i centri di aiuto alla vita e le case o i centri di accoglienza della
vita. Grazie alla loro opera, non poche madri nubili e coppie in difficoltà
ritrovano ragioni e convinzioni e incontrano assistenza e sostegno per superare
disagi e paure nell'accogliere una vita nascente o appena venuta alla luce.
Di fronte alla vita in condizioni di
disagio, di devianza, di malattia e di marginalità, altri strumenti ? come le
comunità di recupero per tossicodipendenti, le comunità alloggio per i minori o
per i malati mentali, i centri di cura e accoglienza per malati di AIDS, le
cooperative di solidarietà soprattutto per i disabili ? sono espressione
eloquente di ciò che la carità sa inventare per dare a ciascuno ragioni nuove di
speranza e possibilità concrete di vita.
Quando poi l'esistenza terrena volge al
termine, è ancora la carità a trovare le modalità più opportune perché gli
anziani, specialmente se non autosufficienti, e i cosiddetti malati
terminali possano godere di un'assistenza veramente umana e ricevere
risposte adeguate alle loro esigenze, in particolare alla loro angoscia e
solitudine. Insostituibile è in questi casi il ruolo delle famiglie; ma esse
possono trovare grande aiuto nelle strutture sociali di assistenza e, quando
necessario, nel ricorso alle cure palliative, avvalendosi degli idonei
servizi sanitari e sociali, operanti sia nei luoghi di ricovero e cura pubblici
che a domicilio.
In particolare, deve essere riconsiderato
il ruolo degli ospedali, delle cliniche e delle case di cura:
la loro vera identità non è solo quella di strutture nelle quali ci si
prende cura dei malati e dei morenti, ma anzitutto quella di ambienti nei quali
la sofferenza, il dolore e la morte vengono riconosciuti ed interpretati nel
loro significato umano e specificamente cristiano. In modo speciale tale
identità deve mostrarsi chiara ed efficace negli istituti dipendenti da
religiosi o, comunque, legati alla Chiesa.
89. Queste strutture
e luoghi di servizio alla vita, e tutte le altre iniziative di sostegno e solidarietà
che le situazioni potranno di volta in volta suggerire, hanno bisogno di essere
animate da persone generosamente disponibili e profondamente consapevoli
di quanto decisivo sia il Vangelo della vita per il bene dell'individuo
e della società.
Peculiare è la responsabilità
affidata agli operatori sanitari: medici, farmacisti, infermieri, cappellani,
religiosi e religiose, amministratori e volontari.
La loro professione li vuole
custodi e servitori della vita umana. Nel contesto culturale e sociale odierno,
nel quale la scienza e l'arte medica rischiano di smarrire la loro nativa
dimensione etica, essi possono essere talvolta fortemente tentati di
trasformarsi in artefici di manipolazione della vita o addirittura in operatori
di morte. Di fronte a tale tentazione la loro responsabilità è oggi enormemente
accresciuta e trova la sua ispirazione più profonda e il suo sostegno più forte
proprio nell'intrinseca e imprescindibile dimensione etica della professione
sanitaria, come già riconosceva l'antico e sempre attuale giuramento di
Ippocrate, secondo il quale ad ogni medico è chiesto di impegnarsi per il
rispetto assoluto della vita umana e della sua sacralità.
Il rispetto assoluto di ogni vita umana
innocente esige anchel'esercizio dell'obiezione di coscienza di fronte
all'aborto procurato e all'eutanasia. Il « far morire » non può mai essere
considerato come una cura medica, neppure quando l'intenzione fosse solo quella
di assecondare una richiesta del paziente: è, piuttosto, la negazione della
professione sanitaria che si qualifica come un appassionato e tenace « sì » alla
vita. Anche la ricerca biomedica, campo affascinante e promettente di nuovi
grandi benefici per l'umanità, deve sempre rifiutare sperimentazioni, ricerche o
applicazioni che, misconoscendo l'inviolabile dignità dell'essere umano, cessano
di essere a servizio degli uomini e si trasformano in realtà che, mentre
sembrano soccorrerli, li opprimono.
90. Uno specifico ruolo
sono chiamate a svolgere le persone impegnate nel volontariato: esse
offrono un apporto prezioso nel servizio alla vita, quando sanno coniugare capacità
professionale e amore generoso e gratuito. Il Vangelo della vita le spinge
ad elevare i sentimenti di semplice filantropia all'altezza della carità di
Cristo; a riconquistare ogni giorno, tra fatiche e stanchezze, la coscienza
della dignità di ogni uomo; ad andare alla scoperta dei bisogni delle persone
iniziando ? se necessario ? nuovi cammini là dove più urgente è il bisogno e
più deboli sono l'attenzione e il sostegno.
Il realismo tenace della carità esige che
il Vangelo della vita sia servito anche mediante forme di animazione
sociale e di impegno politico, difendendo e proponendo il valore della vita
nelle nostre società sempre più complesse e pluraliste. Singoli, famiglie,
gruppi, realtà associative hanno, sia pure a titolo e in modi diversi, una
responsabilità nell'animazione sociale e nell'elaborazione di progetti
culturali, economici, politici e legislativi che, nel rispetto di tutti e
secondo la logica della convivenza democratica, contribuiscano a edificare una
società nella quale la dignità di ogni persona sia riconosciuta e tutelata, e la
vita di tutti sia difesa e promossa.
Tale compito grava in particolare sui
responsabili della cosa pubblica. Chiamati a servire l'uomo e il bene
comune, hanno il dovere di compiere scelte coraggiose a favore della vita,
innanzitutto nell'ambito delle disposizioni legislative. In un regime
democratico, ove le leggi e le decisioni si formano sulla base del consenso di
molti, può attenuarsi nella coscienza dei singoli che sono investiti di autorità
il senso della responsabilità personale. Ma a questa nessuno può mai abdicare,
soprattutto quando ha un mandato legislativo o decisionale, che lo chiama a
rispondere a Dio, alla propria coscienza e all'intera società di scelte
eventualmente contrarie al vero bene comune. Se le leggi non sono l'unico
strumento per difendere la vita umana, esse però svolgono un ruolo molto
importante e talvolta determinante nel promuovere una mentalità e un costume.
Ripeto ancora una volta che una norma che viola il diritto naturale alla vita di
un innocente è ingiusta e, come tale, non può avere valore di legge. Per questo
rinnovo con forza il mio appello a tutti i politici perché non promulghino leggi
che, misconoscendo la dignità della persona, minano alla radice la stessa
convivenza civile.
La Chiesa sa che, nel contesto di
democrazie pluraliste, per la presenza di forti correnti culturali di diversa
impostazione, è difficile attuare un'efficace difesa legale della vita. Mossa
tuttavia dalla certezza che la verità morale non può non avere un'eco
nell'intimo di ogni coscienza, essa incoraggia i politici, cominciando da quelli
cristiani, a non rassegnarsi e a compiere quelle scelte che, tenendo conto delle
possibilità concrete, portino a ristabilire un ordine giusto nell'affermazione e
promozione del valore della vita. In questa prospettiva, occorre rilevare che
non basta eliminare le leggi inique. Si dovranno rimuovere le cause che
favoriscono gli attentati alla vita, soprattutto assicurando il dovuto sostegno
alla famiglia e alla maternità: la politica familiare deve essere
perno e motore di tutte le politiche sociali. Pertanto, occorre avviare
iniziative sociali e legislative capaci di garantire condizioni di autentica
libertà nella scelta in ordine alla paternità e alla maternità; inoltre è
necessario reimpostare le politiche lavorative, urbanistiche, abitative e dei
servizi, perché si possano conciliare tra loro i tempi del lavoro e quelli della
famiglia e diventi effettivamente possibile la cura dei bambini e degli anziani.
91. Un capitolo importante
della politica per la vita è costituito oggi dalla problematica demografica.
Le pubbliche autorità hanno certo la responsabilità di prendere « iniziative
al fine di orientare la demografia della popolazione »; (114) ma tali iniziative
devono sempre presupporre e rispettare la responsabilità primaria ed inalienabile
dei coniugi e delle famiglie e non possono ricorrere a metodi non rispettosi
della persona e dei suoi diritti fondamentali, a cominciare dal diritto alla
vita di ogni essere umano innocente. È, quindi, moralmente inaccettabile che,
per regolare le nascite, si incoraggi o addirittura si imponga l'uso di mezzi
come la contraccezione, la sterilizzazione e l'aborto.
Ben altre sono le vie per risolvere il
problema demografico: i Governi e le varie istituzioni internazionali devono
innanzitutto mirare alla creazione di condizioni economiche, sociali,
medico-sanitarie e culturali che consentano agli sposi di fare le loro scelte
procreative in piena libertà e con vera responsabilità; devono poi sforzarsi di
« potenzia re le possibilità e distribuire con maggiore giustizia le ricchezze,
affinché tutti possano partecipare equamente ai beni del creato. Occorre creare
soluzioni a livello mondiale, instaurando un'autentica economia di comunione
e condivisione dei beni, sia sul piano internazionale che su quello
nazionale ».(115) Questa sola è la strada che rispetta la dignità delle persone
e delle famiglie, oltre che l'autentico patrimonio culturale dei popoli.
Vasto e complesso è dunque il servizio al
Vangelo della vita. Esso ci appare sempre più come ambito prezioso e
favorevole per una fattiva collaborazione con i fratelli delle altre Chiese e
Comunità ecclesiali nella linea di quell'ecumenismo delle opere che il
Concilio Vaticano II ha autorevolmente incoraggiato.(116) Esso, inoltre, si
presenta come spazio provvidenziale per il dialogo e la collaborazione con i
seguaci di altre religioni e con tutti gli uomini di buona volontà: la difesa
e la promozione della vita non sono monopolio di nessuno, ma compito e
responsabilità di tutti. La sfida che ci sta di fronte, alla vigilia del
terzo millennio, è ardua: solo la concorde cooperazione di quanti credono nel
valore della vita potrà evitare una sconfitta della civiltà dalle conseguenze
imprevedibili.
« Dono del Signore sono i figli,
è sua grazia il frutto del grembo »
(Sal 126/125, 3):
la famiglia « santuario della vita »
92. All'interno del «
popolo della vita e per la vita », decisiva è la responsabilità della famiglia:
è una responsabilità che scaturisce dalla sua stessa natura ? quella di
essere comunità di vita e di amore, fondata sul matrimonio ? e dalla sua missione
di « custodire, rivelare e comunicare l'amore ».(117) È in questione l'amore
stesso di Dio, del quale i genitori sono costituiti collaboratori e quasi interpreti
nel trasmettere la vita e nell'educarla secondo il suo progetto di Padre.(118)
È quindi l'amore che si fa gratuità, accoglienza, donazione: nella famiglia
ciascuno è riconosciuto, rispettato e onorato perché è persona e, se qualcuno
ha più bisogno, più intensa e più vigile è la cura nei suoi confronti.
La famiglia è chiamata in causa
nell'intero arco di esistenza dei suoi membri, dalla nascita alla morte. Essa è
veramente « il santuario della vita..., il luogo in cui la vita, dono di
Dio, può essere adeguatamente accolta e protetta contro i molteplici attacchi a
cui è esposta, e può svilupparsi secondo le esigenze di un'autentica crescita
umana ».(119) Per questo, determinante e insostituibile è il ruolo della
famiglia nel costruire la cultura della vita.
Come chiesa domestica, la famiglia
è chiamata ad annunciare, celebrare e servire il Vangelo della vita. È un
compito che riguarda innanzitutto i coniugi, chiamati ad essere trasmettitori
della vita, sulla base di una sempre rinnovata consapevolezza del senso della
generazione, come evento privilegiato nel quale si manifesta che la vita
umana è un dono ricevuto per essere a sua volta donato. Nella procreazione
di una nuova vita i genitori avvertono che il figlio « se è frutto della loro
reciproca donazione d'amore, è, a sua volta, un dono per ambedue, un dono che
scaturisce dal dono ».(120)
È soprattutto attraverso l'educazione
dei figli che la famiglia assolve la sua missione di annunciare il
Vangelo della vita. Con la parola e con l'esempio, nella quotidianità dei
rapporti e delle scelte e mediante gesti e segni concreti, i genitori iniziano i
loro figli alla libertà autentica, che si realizza nel dono sincero di sé, e
coltivano in loro il rispetto dell'altro, il senso della giustizia,
l'accoglienza cordiale, il dialogo, il servizio generoso, la solidarietà e ogni
altro valore che aiuti a vivere la vita come un dono. L'opera educativa dei
genitori cristiani deve farsi servizio alla fede dei figli e aiuto loro offerto
perché adempiano la vocazione ricevuta da Dio. Rientra nella missione educativa
dei genitori insegnare e testimoniare ai figli il vero senso del soffrire e del
morire: lo potranno fare se sapranno essere attenti ad ogni sofferenza che
trovano intorno a sé e, prima ancora, se sapranno sviluppare atteggiamenti di
vicinanza, assistenza e condivisione verso malati e anziani nell'ambito
familiare.
93. La famiglia, inoltre,
celebra il Vangelo della vita con la preghiera quotidiana, individuale
e familiare: con essa loda e ringrazia il Signore per il dono della vita ed
invoca luce e forza per affrontare i momenti di difficoltà e di sofferenza,
senza mai smarrire la speranza. Ma la celebrazione che dà significato ad ogni
altra forma di preghiera e di culto è quella che s'esprime nell'esistenza
quotidiana della famiglia, se è un'esistenza fatta di amore e donazione.
La celebrazione si trasforma così in un
servizio al Vangelo della vita, che si esprime attraverso la solidarietà,
sperimentata dentro e intorno alla famiglia come attenzione premurosa, vigile e
cordiale nelle azioni piccole e umili di ogni giorno. Un'espressione
particolarmente significativa di solidarietà tra le famiglie è la disponibilità
all'adozione o all'affidamento dei bambini abbandonati dai loro
genitori o comunque in situazioni di grave disagio. Il vero amore paterno e
materno sa andare al di là dei legami della carne e del sangue ed accogliere
anche bambini di altre famiglie, offrendo ad essi quanto è necessario per la
loro vita ed il loro pieno sviluppo. Tra le forme di adozione, merita di essere
proposta anche l'adozione a distanza, da preferire nei casi in cui
l'abbandono ha come unico motivo le condizioni di grave povertà della famiglia.
Con tale tipo di adozione, infatti, si offrono ai genitori gli aiuti necessari
per mantenere ed educare i propri figli, senza doverli sradicare dal loro
ambiente naturale.
Intesa come « determinazione ferma e
perseverante di impegnarsi per il bene comune »,(121) la solidarietà chiede di
attuarsi anche attraverso forme di partecipazione sociale e politica. Di
conseguenza, servire il Vangelo della vita comporta che le famiglie,
specie partecipando ad apposite associazioni, si adoperino affinché le leggi e
le istituzioni dello Stato non ledano in nessun modo il diritto alla vita, dal
concepimento alla morte naturale, ma lo difendano e lo promuovano.
94. Un posto particolare
va riconosciuto agli anziani. Mentre in alcune culture la persona più
avanzata in età rimane inserita nella famiglia con un ruolo attivo importante,
in altre culture invece chi è vecchio è sentito come un peso inutile e viene
abbandonato a se stesso: in simile contesto può sorgere più facilmente la tentazione
di ricorrere all'eutanasia.
L'emarginazione o addirittura il
rifiuto degli anziani sono intollerabili. La loro presenza in famiglia, o almeno
la vicinanza ad essi della famiglia quando per la ristrettezza degli spazi
abitativi o per altri motivi tale presenza non fosse possibile, sono di
fondamentale importanza nel creare un clima di reciproco scambio e di
arricchente comunicazione fra le varie età della vita. È importante, perciò, che
si conservi, o si ristabilisca dove è andato smarrito, una sorta di « patto »
tra le generazioni, così che i genitori anziani, giunti al termine del loro
cammino, possano trovare nei figli l'accoglienza e la solidarietà che essi hanno
avuto nei loro confronti quando s'affacciavano alla vita: lo esige l'obbedienza
al comando divino di onorare il padre e la madre (cf. Es 20, 12; Lv
19, 3). Ma c'è di più. L'anziano non è da considerare solo oggetto di
attenzione, vicinanza e servizio. Anch'egli ha un prezioso contributo da portare
al Vangelo della vita. Grazie al ricco patrimonio di esperienza acquisito
lungo gli anni, può e deve essere dispensatore di
sapienza, testimone di speranza e di carità.
Se è vero che « l'avvenire
dell'umanità passa attraverso la famiglia »,(122) si deve riconoscere che le
odierne condizioni sociali, economiche e culturali rendono spesso più arduo e
faticoso il compito della famiglia nel servire la vita. Perché possa realizzare
la sua vocazione di « santuario della vita », quale cellula di una società che
ama e accoglie la vita, è necessario e urgente che la famiglia stessa sia
aiutata e sostenuta. Le società e gli Stati le devono assicurare tutto quel
sostegno, anche economico che è necessario perché le famiglie possano rispondere
in modo più umano ai propri problemi. Da parte sua la Chiesa deve promuovere
instancabilmente una pastorale familiare capace di stimolare ogni famiglia a
riscoprire e vivere con gioia e con coraggio la sua missione nei confronti del
Vangelo della vita.
« Comportatevi come i figli
della luce » (Ef
5, 8): per realizzare una svolta culturale
95. « Comportatevi come
i figli della luce... Cercate ciò che è gradito al Signore, e non partecipate
alle opere infruttuose delle tenebre » (Ef 5, 8.10-11). Nell'odierno
contesto sociale, segnato da una drammatica lotta tra la « cultura della vita
» e la « cultura della morte », occorre far maturare un forte senso critico,
capace di discernere i veri valori e le autentiche esigenze.
Urgono una generale mobilitazione delle
coscienze e un comune sforzo etico, per mettere in atto una grande
strategia a favore della vita. Tutti insieme dobbiamo costruire una nuova
cultura della vita: nuova, perché in grado di affrontare e risolvere gli
inediti problemi di oggi circa la vita dell'uomo; nuova, perché fatta propria
con più salda e operosa convinzione da parte di tutti i cristiani; nuova, perché
capace di suscitare un serio e coraggioso confronto culturale con tutti.
L'urgenza di questa svolta culturale è legata alla situazione storica che stiamo
attraversando, ma si radica nella stessa missione evangelizzatrice, propria
della Chiesa. Il Vangelo, infatti, mira a « trasformare dal di dentro, rendere
nuova l'umanità »; (123) è come il lievito che fermenta tutta la pasta (cf.
Mt 13, 33) e, come tale, è destinato a permeare tutte le culture e ad
animarle dall'interno,(124) perché esprimano l'intera verità sull'uomo e sulla
sua vita.
Si deve cominciare dal rinnovare la
cultura della vita all'interno delle stesse comunità cristiane. Troppo
spesso i credenti, perfino quanti partecipano attivamente alla vita ecclesiale,
cadono in una sorta di dissociazione tra la fede cristiana e le sue esigenze
etiche a riguardo della vita, giungendo così al soggettivismo morale e a taluni
comportamenti inaccettabili. Dobbiamo allora interrogarci, con grande lucidità e
coraggio, su quale cultura della vita sia oggi diffusa tra i singoli cristiani,
le famiglie, i gruppi e le comunità delle nostre Diocesi. Con altrettanta
chiarezza e decisione, dobbiamo individuare quali passi siamo chiamati a
compiere per servire la vita secondo la pienezza della sua verità. Nello stesso
tempo, dobbiamo promuovere un confronto serio e approfondito con tutti, anche
con i non credenti, sui problemi fondamentali della vita umana, nei luoghi
dell'elaborazione del pensiero, come nei diversi ambiti professionali e là dove
si snoda quotidianamente l'esistenza di ciascuno.
96. Il primo e fondamentale
passo per realizzare questa svolta culturale consiste nella formazione della
coscienza morale circa il valore incommensurabile e inviolabile di ogni
vita umana. È di somma importanza riscoprire il nesso inscindibile tra vita
e libertà. Sono beni indivisibili: dove è violato l'uno, anche l'altro
finisce per essere violato. Non c'è libertà vera dove la vita non è accolta
e amata; e non c'è vita piena se non nella libertà. Ambedue queste realtà hanno
poi un riferimento nativo e peculiare, che le lega indissolubilmente: la vocazione
all'amore. Questo amore, come dono sincero di sé,(125) è il senso più vero della
vita e della libertà della persona.
Non meno decisiva nella formazione della
coscienza è la riscoperta del legame costitutivo che unisce la libertà alla
verità. Come ho ribadito più volte, sradicare la libertà dalla verità
oggettiva rende impossibile fondare i diritti della persona su una solida base
razionale e pone le premesse perché nella società si affermino l'arbitrio
ingovernabile dei singoli o il totalitarismo mortificante del pubblico
potere.(126)
È essenziale allora che l'uomo riconosca
l'originaria evidenza della sua condizione di creatura, che riceve da Dio
l'essere e la vita come un dono e un compito: solo ammettendo questa sua nativa
dipendenza nell'essere, l'uomo può realizzare in pienezza la sua vita e la sua
libertà e insieme rispettare fino in fondo la vita e la libertà di ogni altra
persona. Qui soprattutto si svela che « al centro di ogni cultura sta
l'atteggiamento che l'uomo assume davanti al mistero più grande: il mistero di
Dio ».(127) Quando si nega Dio e si vive come se Egli non esistesse, o comunque
non si tiene conto dei suoi comandamenti, si finisce facilmente per negare o
compromettere anche la dignità della persona umana e l'inviolabilità della sua
vita.
97. Alla formazione della
coscienza è strettamente connessa l'opera educativa, che aiuta l'uomo
ad essere sempre più uomo, lo introduce sempre più profondamente nella verità,
lo indirizza verso un crescente rispetto della vita, lo forma alle giuste relazioni
tra le persone.
In particolare, è necessario educare al
valore della vita cominciando dalle sue stesse radici. È un'illusione
pensare di poter costruire una vera cultura della vita umana, se non si aiutano
i giovani a cogliere e a vivere la sessualità, l'amore e l'intera esistenza
secondo il loro vero significato e nella loro intima correlazione. La
sessualità, ricchezza di tutta la persona, « manifesta il suo intimo significato
nel portare la persona al dono di sé nell'amore ».(128) La banalizzazione della
sessualità è tra i principali fattori che stanno all'origine del disprezzo della
vita nascente: solo un amore vero sa custodire la vita. Non ci si può, quindi,
esimere dall'offrire soprattutto agli adolescenti e ai giovani l'autentica
educazione alla sessualità e all'amore, un'educazione implicante la
formazione alla castità, quale virtù che favorisce la maturità della persona
e la rende capace di rispettare il significato « sponsale » del corpo.
L'opera di educazione alla vita comporta
la formazione dei coniugi alla procreazione responsabile. Questa, nel suo
vero significato, esige che gli sposi siano docili alla chiamata del Signore e
agiscano come fedeli interpreti del suo disegno: ciò avviene con l'aprire
generosamente la famiglia a nuove vite, e comunque rimanendo in atteggiamento di
apertura e di servizio alla vita anche quando, per seri motivi e nel rispetto
della legge morale, i coniugi scelgono di evitare temporaneamente o a tempo
indeterminato una nuova nascita. La legge morale li obbliga in ogni caso a
governare le tendenze dell'istinto e delle passioni e a rispettare le leggi
biologiche iscritte nella loro persona. Proprio tale rispetto rende legittimo, a
servizio della responsabilità nel procreare, il ricorso ai metodi naturali di
regolazione della fertilità: essi vengono sempre meglio precisati dal punto
di vista scientifico e offrono possibilità concrete per scelte in armonia con i
valori morali. Una onesta considerazione dei risultati raggiunti dovrebbe far
cadere pregiudizi ancora troppo diffusi e convincere i coniugi nonché gli
operatori sanitari e sociali circa l'importanza di un'adeguata formazione al
riguardo. La Chiesa è riconoscente verso coloro che con sacrificio personale e
dedizione spesso misconosciuta si impegnano nella ricerca e nella diffusione di
tali metodi, promovendo al tempo stesso un'educazione ai valori morali che il
loro uso suppone.
L'opera educativa non può non
prendere in considerazione anche la sofferenza e la morte.
In realtà, esse fanno parte
dell'esperienza umana, ed è vano, oltre che fuorviante, cercare di censurarle e
rimuoverle. Ciascuno invece deve essere aiutato a coglierne, nella concreta e
dura realtà, il mistero profondo. Anche il dolore e la sofferenza hanno un senso
e un valore, quando sono vissuti in stretta connessione con l'amore ricevuto e
donato. In questa prospettiva ho voluto che si celebrasse ogni anno la
Giornata Mondiale del Malato, sottolineando « l'indole salvifica
dell'offerta della sofferenza, che vissuta in comunione con Cristo appartiene
all'essenza stessa della redenzione ».(129) Del resto perfino la morte è
tutt'altro che un'avventura senza speranza: è la porta dell'esistenza che si
spalanca sull'eternità e, per quanti la vivono in Cristo, è esperienza di
partecipazione al suo mistero di morte e risurrezione.
98. In sintesi, possiamo
dire che la svolta culturale qui auspicata esige da tutti il coraggio di assumere
un nuovo stile di vita che s'esprime nel porre a fondamento delle scelte
concrete ? a livello personale, familiare, sociale e internazionale ? la giusta
scala dei valori: il primato dell'essere sull'avere,(130) della persona
sulle cose.(131) Questo rinnovato stile di vita implica anche il passaggio
dall'indifferenza all'interessamento per l'altro e dal rifiuto alla sua accoglienza:
gli altri non sono concorrenti da cui difenderci, ma fratelli e sorelle
con cui essere solidali; sono da amare per se stessi; ci arricchiscono con la
loro stessa presenza.
Nella mobilitazione per una nuova cultura
della vita nessuno si deve sentire escluso: tutti hanno un ruolo importante
da svolgere. Insieme con quello delle famiglie, particolarmente prezioso è
il compito degli insegnanti e degli educatori. Molto dipenderà da
loro se i giovani, formati ad una vera libertà, sapranno custodire dentro di sé
e diffondere intorno a sé ideali autentici di vita e sapranno crescere nel
rispetto e nel servizio di ogni persona, in famiglia e nella società.
Anche gli intellettuali
possono fare molto per costruire una nuova cultura della vita umana. Un compito
particolare spetta agli intellettuali cattolici, chiamati a rendersi
attivamente presenti nelle sedi privilegiate dell'elaborazione culturale, nel
mondo della scuola e delle università, negli ambienti della ricerca scientifica
e tecnica, nei luoghi della creazione artistica e della riflessione umanistica.
Alimentando il loro genio e la loro azione alle chiare linfe del Vangelo, si
devono impegnare a servizio di una nuova cultura della vita con la produzione di
contributi seri, documentati e capaci di imporsi per i loro pregi al rispetto e
all'interesse di tutti. Proprio in questa prospettiva ho istituito la
Pontificia Accademia per la Vita con il compito di « studiare, informare e
formare circa i principali problemi di biomedicina e di diritto, relativi alla
promozione e alla difesa della vita, soprattutto nel diretto rapporto che essi
hanno con la morale cristiana e le direttive del magistero della Chiesa ».(132)
Uno specifico apporto dovrà venire anche dalle Università, in particolare
da quelle cattoliche, e dai Centri, Istituti e
Comitati di bioetica.
Grande e grave è la responsabilità degli
operatori dei mass media, chiamati ad adoperarsi perché i messaggi
trasmessi con tanta efficacia contribuiscano alla cultura della vita. Devono
allora presentare esempi alti e nobili di vita e dare spazio alle testimonianze
positive e talvolta eroiche di amore all'uomo; proporre con grande rispetto i
valori della sessualità e dell'amore, senza indugiare su ciò che deturpa e
svilisce la dignità dell'uomo. Nella lettura della realtà, devono rifiutare di
mettere in risalto quanto può insinuare o far crescere sentimenti o
atteggiamenti di indifferenza, di disprezzo o di rifiuto nei confronti della
vita. Nella scrupolosa fedeltà alla verità dei fatti, sono chiamati a coniugare
insieme la libertà di informazione, il rispetto di ogni persona e un profondo
senso di umanità.
99. Nella svolta culturale
a favore della vita le donne hanno uno spazio di pensiero e di azione
singolare e forse determinante: tocca a loro di farsi promotrici di un « nuovo
femminismo » che, senza cadere nella tentazione di rincorrere modelli « maschilisti
», sappia riconoscere ed esprimere il vero genio femminile in tutte le manifestazioni
della convivenza civile, operando per il superamento di ogni forma di discriminazione,
di violenza e di sfruttamento.
Riprendendo le parole del messaggio
conclusivo del Concilio Vaticano II, rivolgo anch'io alle donne il pressante
invito: « Riconciliate gli uomini con la vita ».(133) Voi siete chiamate
a testimoniare il senso dell'amore autentico, di quel dono di sé e di
quella accoglienza dell'altro che si realizzano in modo specifico nella
relazione coniugale, ma che devono essere l'anima di ogni altra relazione
interpersonale. L'esperienza della maternità favorisce in voi una sensibilità
acuta per l'altra persona e, nel contempo, vi conferisce un compito particolare:
« La maternità contiene in sé una speciale comunione col mistero della vita, che
matura nel seno della donna... Questo modo unico di contatto col nuovo uomo che
si sta formando crea a sua volta un atteggiamento verso l'uomo ? non solo verso
il proprio figlio, ma verso l'uomo in genere ? tale da caratterizzare
profondamente tutta la personalità della donna ».(134) La madre, infatti,
accoglie e porta in sé un altro, gli dà modo di crescere dentro di sé, gli fa
spazio, rispettandolo nella sua alterità. Così, la donna percepisce e insegna
che le relazioni umane sono autentiche se si aprono all'accoglienza dell'altra
persona, riconosciuta e amata per la dignità che le deriva dal fatto di essere
persona e non da altri fattori, quali l'utilità, la forza, l'intelligenza, la
bellezza, la salute. Questo è il contributo fondamentale che la Chiesa e
l'umanità si attendono dalle donne. Ed è la premessa insostituibile per
un'autentica svolta culturale.
Un pensiero speciale vorrei riservare a
voi, donne che avete fatto ricorso all'aborto. La Chiesa sa quanti
condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione, e non dubita che
in molti casi s'è trattato d'una decisione sofferta, forse drammatica.
Probabilmente la ferita nel vostro animo non s'è ancor rimarginata. In realtà,
quanto è avvenuto è stato e rimane profondamente ingiusto. Non lasciatevi
prendere, però, dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza. Sappiate
comprendere, piuttosto, ciò che si è verificato e interpretatelo nella sua
verità. Se ancora non l'avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al
pentimento: il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono
e la sua pace nel sacramento della Riconciliazione. Vi accorgerete che nulla è
perduto e potrete chiedere perdono anche al vostro bambino, che ora vive nel
Signore. Aiutate dal consiglio e dalla vicinanza di persone amiche e competenti,
potrete essere con la vostra sofferta testimonianza tra i più eloquenti
difensori del diritto di tutti alla vita. Attraverso il vostro impegno per la
vita, coronato eventualmente dalla nascita di nuove creature ed esercitato con
l'accoglienza e l'attenzione verso chi è più bisognoso di vicinanza, sarete
artefici di un nuovo modo di guardare alla vita dell'uomo.
100. In questo grande
sforzo per una nuova cultura della vita siamo sostenuti e animati dalla fiducia
di chi sa che il Vangelo della vita, come il Regno di Dio, cresce
e dà i suoi frutti abbondanti (cf. Mc 4, 26-29). È certamente enorme
la sproporzione che esiste tra i mezzi, numerosi e potenti, di cui sono dotate
le forze operanti a sostegno della « cultura della morte » e quelli di cui dispongono
i promotori di una « cultura della vita e dell'amore ». Ma noi sappiamo di poter
confidare sull'aiuto di Dio, al quale nulla è impossibile (cf. Mt 19,
26).
Con questa certezza nel cuore, e mosso da
accorata sollecitudine per le sorti di ogni uomo e donna, ripeto oggi a tutti
quanto ho detto alle famiglie impegnate nei loro difficili compiti fra le
insidie che le minacciano: (135) è urgente una grande preghiera per la vita,
che attraversi il mondo intero. Con iniziative straordinarie e nella
preghiera abituale, da ogni comunità cristiana, da ogni gruppo o associazione,
da ogni famiglia e dal cuore di ogni credente, si elevi una supplica
appassionata a Dio, Creatore e amante della vita. Gesù stesso ci ha mostrato col
suo esempio che preghiera e digiuno sono le armi principali e più efficaci
contro le forze del male (cf. Mt 4, 1-11) e ha insegnato ai suoi
discepoli che alcuni demoni non si scacciano se non in questo modo (cf. Mc
9, 29). Ritroviamo, dunque, l'umiltà e il coraggio di pregare e
digiunare, per ottenere che la forza che viene dall'Alto faccia crollare i
muri di inganni e di menzogne, che nascondono agli occhi di tanti nostri
fratelli e sorelle la natura perversa di comportamenti e di leggi ostili alla
vita, e apra i loro cuori a propositi e intenti ispirati alla civiltà della vita
e dell'amore.
« Queste cose vi scriviamo,
perché la nostra gioia sia perfetta »
(1 Gv 1, 4):
il Vangelo della vita è per la città degli uomini
101. « Queste cose vi
scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta » (1 Gv 1, 4). La rivelazione
del Vangelo della vita ci è data come bene da comunicare a tutti: perché
tutti gli uomini siano in comunione con noi e con la Trinità (cf. 1 Gv 1,
3). Neppure noi potremmo essere nella gioia piena se non comunicassimo questo
Vangelo agli altri, ma lo tenessimo solo per noi stessi.
Il Vangelo della vita non è
esclusivamente per i credenti: è per tutti. La questione della vita e
della sua difesa e promozione non è prerogativa dei soli cristiani. Anche se
dalla fede riceve luce e forza straordinarie, essa appartiene ad ogni coscienza
umana che aspira alla verità ed è attenta e pensosa per le sorti dell'umanità.
Nella vita c'è sicuramente un valore sacro e religioso, ma in nessun modo esso
interpella solo i credenti: si tratta, infatti, di un valore che ogni essere
umano può cogliere anche alla luce della ragione e che perciò riguarda
necessariamente tutti.
Per questo, la nostra azione di « popolo
della vita e per la vita » domanda di essere interpretata in modo giusto e
accolta con simpatia. Quando la Chiesa dichiara che il rispetto incondizionato
del diritto alla vita di ogni persona innocente ? dal concepimento alla sua
morte naturale ? è uno dei pilastri su cui si regge ogni società civile, essa «
vuole semplicemente promuovere uno Stato umano. Uno Stato che riconosca
come suo primario dovere la difesa dei diritti fondamentali della persona umana,
specialmente di quella più debole ».(136)
Il Vangelo della vita è per la città
degli uomini. Agire a favore della vita è contribuire al rinnovamento
della società mediante l'edificazione del bene comune. Non è possibile,
infatti, costruire il bene comune senza riconoscere e tutelare il diritto alla
vita, su cui si fondano e si sviluppano tutti gli altri diritti inalienabili
dell'essere umano. Né può avere solide basi una società che ? mentre afferma
valori quali la dignità della persona, la giustizia e la pace ? si contraddice
radicalmente accettando o tollerando le più diverse forme di disistima e
violazione della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata. Solo il
rispetto della vita può fondare e garantire i beni più preziosi e necessari
della società, come la democrazia e la pace.
Infatti, non ci può essere vera
democrazia, se non si riconosce la dignità di ogni persona e non se ne
rispettano i diritti.
Non ci può essere neppure vera pace,
se non si difende e promuove la vita, come ricordava Paolo VI: « Ogni
delitto contro la vita è un attentato contro la pace, specialmente se esso
intacca il costume del popolo..., mentre dove i diritti dell'uomo sono realmente
professati e pubblicamente riconosciuti e difesi, la pace diventa l'atmosfera
lieta e operosa della convivenza sociale ».(137)
Il « popolo della vita » gioisce di poter
condividere con tanti altri il suo impegno, così che sempre più numeroso sia il
« popolo per la vita » e la nuova cultura dell'amore e della solidarietà possa
crescere per il vero bene della città degli uomini.
CONCLUSIONE
102. Al termine di questa
Enciclica, lo sguardo ritorna spontaneamente al Signore Gesù, il « Bambino nato
per noi » (cf. Is 9, 5) per contemplare in lui « la Vita » che « si è
manifestata » (1 Gv 1, 2). Nel mistero di questa nascita si compie l'incontro
di Dio con l'uomo e ha inizio il cammino del Figlio di Dio sulla terra, un cammino
che culminerà nel dono della vita sulla Croce: con la sua morte Egli vincerà
la morte e diventerà per l'umanità intera principio di vita nuova.
Ad accogliere « la Vita » a nome di tutti
e a vantaggio di tutti è stata Maria, la Vergine Madre, la quale ha quindi
legami personali strettissimi con il Vangelo della vita. Il consenso di
Maria all'Annunciazione e la sua maternità si trovano alla sorgente stessa del
mistero della vita che Cristo è venuto a donare agli uomini (cf. Gv 10,
10). Attraverso la sua accoglienza e la sua cura premurosa per la vita del Verbo
fatto carne, la vita dell'uomo è stata sottratta alla condanna della morte
definitiva ed eterna.
Per questo Maria « è madre di tutti coloro
che rinascono alla vita, proprio come la Chiesa di cui è modello. È madre di
quella vita di cui tutti vivono. Generando la vita, ha come rigenerato coloro
che di questa vita dovevano vivere ».(138)
Contemplando la maternità di Maria, la
Chiesa scopre il senso della propria maternità e il modo con cui è chiamata ad
esprimerla. Nello stesso tempo l'esperienza materna della Chiesa dischiude la
prospettiva più profonda per comprendere l'esperienza di Maria quale
incomparabile modello di accoglienza e di cura della vita.
« Nel cielo apparve un segno
grandioso: una donna vestita di sole »
(Ap 12, 1):
la maternità di Maria e della Chiesa
103. Il rapporto reciproco
tra il mistero della Chiesa e Maria si manifesta con chiarezza nel « segno grandioso
» descritto nell'Apocalisse: « Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una
donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona
di dodici stelle » (12,1). In questo segno la Chiesa riconosce una immagine
del proprio mistero: immersa nella storia, essa è consapevole di trascenderla,
in quanto costituisce sulla terra il « germe e l'inizio » del Regno di Dio.(139)
Questo mistero la Chiesa lo vede realizzato in modo pieno ed esemplare in Maria.
È Lei la donna gloriosa, nella quale il disegno di Dio si è potuto attuare con
somma perfezione.
La « donna vestita di sole » ? rileva il
Libro dell'Apocalisse ? « era incinta » (12, 2). La Chiesa è pienamente
consapevole di portare in sé il Salvatore del mondo, Cristo Signore, e di essere
chiamata a donarlo al mondo, rigenerando gli uomini alla vita stessa di Dio. Non
può però dimenticare che questa sua missione è stata resa possibile dalla
maternità di Maria, che ha concepito e dato alla luce colui che è « Dio da Dio
», « Dio vero da Dio vero ». Maria è veramente Madre di Dio, la Theotokos
nella cui maternità è esaltata al sommo grado la vocazione alla maternità
inscritta da Dio in ogni donna. Così Maria si pone come modello per la Chiesa,
chiamata ad essere la « nuova Eva », madre dei credenti, madre dei « viventi »
(cf. Gn 3, 20).
La maternità spirituale della Chiesa non
si realizza ? anche di questo la Chiesa è consapevole ? se non in mezzo alle
doglie e al « travaglio del parto » (Ap 12, 2), cioè nella perenne
tensione con le forze del male, che continuano ad attraversare il mondo ed a
segnare il cuore degli uomini, facendo resistenza a Cristo: « In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre
non l'hanno accolta » (Gv 1, 4-5).
Come la Chiesa, anche Maria ha dovuto
vivere la sua maternità nel segno della sofferenza: « Egli è qui... segno di
contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una
spada trafiggerà l'anima » (Lc 2, 34-35). Nelle parole che, agli albori
stessi dell'esistenza del Salvatore, Simeone rivolge a Maria è sinteticamente
raffigurato quel rifiuto nei confronti di Gesù, e con Lui di Maria, che giungerà
al suo vertice sul Calvario. « Presso la croce di Gesù » (Gv 19, 25),
Maria partecipa al dono che il Figlio fa di sé: offre Gesù, lo dona, lo genera
definitivamente per noi. Il « sì » del giorno dell'Annunciazione matura in
pienezza nel giorno della Croce, quando per Maria giunge il tempo di accogliere
e di generare come figlio ogni uomo divenuto discepolo, riversando su di lui
l'amore redentore del Figlio: « Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei
il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio" » (Gv
19, 26).
« Il drago si pose davanti alla
donna... per divorare il bambino appena nato »
(Ap 12, 4):
la vita insidiata dalle forze del male
104. Nel Libro dell'Apocalisse
il « segno grandioso » della « donna » (12, 1) è accompagnato da « un altro
segno nel cielo »: « un enorme drago rosso » (12, 3), che raffigura Satana,
potenza personale malefica, e insieme tutte le forze del male che operano nella
storia e contrastano la missione della Chiesa.
Anche in questo Maria illumina la Comunità
dei Credenti: l'ostilità delle forze del male è, infatti, una sorda opposizione
che, prima di toccare i discepoli di Gesù, si rivolge contro sua Madre. Per
salvare la vita del Figlio da quanti lo temono come una pericolosa minaccia,
Maria deve fuggire con Giuseppe e il Bambino in Egitto (cf. Mt 2, 13-15).
Maria aiuta così la Chiesa a prendere
coscienza che la vita è sempre al centro di una grande lotta tra il bene e
il male, tra la luce e le tenebre. Il drago vuole divorare « il bambino appena
nato » (Ap 12, 4), figura di Cristo, che Maria genera nella « pienezza
del tempo » (Gal 4, 4) e che la Chiesa deve continuamente offrire agli
uomini nelle diverse epoche della storia. Ma in qualche modo è anche figura di
ogni uomo, di ogni bambino, specie di ogni creatura debole e minacciata, perché
? come ricorda il Concilio ? « con la sua incarnazione il Figlio di Dio si è
unito in certo modo a ogni uomo ».(140) Proprio nella « carne » di ogni uomo,
Cristo continua a rivelarsi e ad entrare in comunione con noi, così che il
rifiuto della vita dell'uomo, nelle sue diverse forme, è realmente
rifiuto di Cristo. È questa la verità affascinante ed insieme esigente che
Cristo ci svela e che la sua Chiesa ripropone instancabilmente: « Chi accoglie
anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me » (Mt 18, 5); «
In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei
fratelli più piccoli, l'avete fatto a me » (Mt 25, 40).
« Non ci sarà più la morte »
(Ap 21,
4): lo splendore della risurrezione
105. L'annunciazione
dell'angelo a Maria è racchiusa tra queste parole rassicuranti: « Non temere,
Maria » e « Nulla è impossibile a Dio » (Lc 1, 30.37). In verità, tutta
l'esistenza della Vergine Madre è avvolta dalla certezza che Dio le è vicino
e l'accompagna con la sua provvidente benevolenza. Così è anche della Chiesa,
che trova « un rifugio » (Ap 12, 6) nel deserto, luogo della prova ma
anche della manifestazione dell'amore di Dio verso il suo popolo (cf. Os
2, 16). Maria è vivente parola di consolazione per la Chiesa nella sua lotta
contro la morte. Mostrandoci il Figlio, ella ci assicura che in lui le forze
della morte sono già state sconfitte: « Morte e vita si sono affrontate in un
prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa ».(141)
L'Agnello immolato
vive con i segni
della passione nello splendore della risurrezione. Solo lui domina tutti gli
eventi della storia: ne scioglie i « sigilli » (cf. Ap 5, 1-10) e
afferma, nel tempo e oltre il tempo, il potere della vita sulla morte.
Nella « nuova Gerusalemme », ossia nel mondo nuovo, verso cui tende la storia
degli uomini, « non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né
affanno, perché le cose di prima sono passate » (Ap 21, 4).
E mentre, come popolo pellegrinante,
popolo della vita e per la vita, camminiamo fiduciosi verso « un nuovo cielo e
una nuova terra » (Ap 21, 1), volgiamo lo sguardo a Colei che è per noi «
segno di sicura speranza e di consolazione ».(142)
O
Maria,
aurora del mondo nuovo,
Madre dei viventi,
affidiamo a Te la causa della vita:
guarda, o Madre, al numero sconfinato
di bimbi cui viene impedito di nascere,
di poveri cui è reso difficile vivere,
di uomini e donne vittime di disumana violenza,
di anziani e malati uccisi dall'indifferenza
o da una presunta pietà.
Fà che quanti credono nel tuo Figlio
sappiano annunciare con franchezza e amore
agli uomini del nostro tempo
il Vangelo della vita.
Ottieni loro la grazia di accoglierlo
come dono sempre nuovo,
la gioia di celebrarlo con gratitudine
in tutta la loro esistenza
e il coraggio di testimoniarlo
con tenacia operosa, per costruire,
insieme con tutti gli uomini di buona volontà,
la civiltà della verità e dell'amore
a lode e gloria di Dio creatore e amante della vita.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 marzo, solennità dell'Annunciazione del
Signore, dell'anno 1995, decimosettimo di Pontificato.