La questione in esame riguarda la liceità della produzione,
della diffusione e dell'uso di alcuni vaccini la cui produzione è
in connessione con atti di aborto procurato. Si tratta dei vaccini
con virus vivi che sono stati preparati a partire da linee cellulari
umane di origine fetale, usando tessuti di feti umani aborti come
fonte di tali cellule. Il più conosciuto e importante di
questi, a causa della sua ampia diffusione e del suo uso quasi
universale, è il vaccino contro la rubeola (rosolia).
La rubeola (rosolia) e il suo vaccino
La rosolia (Rubeola o "German measles")1 è una malattia virale causata da un Togavirus del genere Rubivirus ed è caratterizzata da un rash maculo-papulare. Si tratta di
una infezione comune dell'infanzia, senza espressione clinica in un
caso su due, autolimitante ed abitualmente benigna. Tuttavia, il
virus della rosolia è uno degli agenti infettivi più
patogeni per l'embrione ed il feto. Quando l'infezione viene
contratta in gravidanza, specialmente nel primo trimestre, il rischio
di infezione fetale è molto alto (circa il 95%). Il virus si
replica nella placenta e infetta il feto, causando quella
costellazione di anomalie nota con il nome di Sindrome della
Rosolia Congenita. Ad esempio, la severa epidemia di Rosolia che
aveva colpito una ampia parte degli Stati Uniti nel 1964 ha così
provocato 20.000 casi di roseola congenita2 risultando in 11.250
aborti (spontanei o chirurgici), 2100 morti neonati, 11.600 casi di
sordità, 3.580 casi di cecità, 1.800 casi di ritardo
mentale. È questa epidemia che ha spinto lo sviluppo e la
commercializzazione di un vaccino efficace contro la rosolia,
permettendo una profilassi effettiva di tale infezione.
La severità della rosolia congenita e gli handicap che essa
genera giustificano la vaccinazione generalizzata contro tale
malattia. È molto difficile, forse persino impossibile,
evitare la contaminazione di una donna incinta, anche se la malattia
di un soggetto contagiato è diagnosticata dal primo giorno
dell'eruzione. Si cerca pertanto di interrompere la trasmissione
tramite la soppressione del nido d'infezione del virus offerto dai
bambini non vaccinati, grazie all'immunizzazione precoce dell'insieme
dei bambini (vaccinazione universale). Questa vaccinazione universale
ha provocato una forte diminuzione dell'incidenza delle rosolia
congenita, con una incidenza generale ridotta a meno di 5 casi per
100.0000 nascite di bambini viventi. Tuttavia, questo progresso
rimane fragile. Negli Stati Uniti, ad esempio, dopo una diminuzione
spettacolare dell'incidenza della rosolia congenita fino a pochi casi
annuali, cioè meno di 0.1 per 100.000 nascite di bambini
viventi, una nuova ondata epidemica è apparsa nel 1991, con
una incidenza salita a 0,8/100.0000. Tali ondate di recrudescenza
della rosolia si sono visti anche nel 1997 e nel 2000. Questi episodi
periodici di recrudescenza testimoniano la circolazione persistente
del virus nei giovani adulti, conseguenza di una copertura vaccinale
insufficiente. Questo lascia persistere una proporzione non
trascurabile di soggetti suscettibili, sorgente di epidemie
periodiche che mettono a rischio le donne in età fertile e che
non sono immunizzate. La riduzione fino all'eliminazione della
rosolia congenita è considerata perciò una priorità
di sanità pubblica.
Vaccini attualmente
prodotti con l'uso di ceppi cellulari umani proveniente da feti
abortiti
Fino ad oggi ci sono due linee cellulari umane
diploidi, allestite originalmente (1964 e 1970) da tessuti di feti
abortiti, che vengono usate per la preparazione di vaccini con virus
vivi attenuati: la prima linea è la WI-38 (Winstar Institute
38), con fibroblasti diploidi di polmone umano, derivati da un feto
femmina abortito perché la famiglia riteneva di avere già
troppi figli (G.Sven et al., 1969), preparata e sviluppata da
Leonard Hayflick nel 1964 (L.Hayflick, 1965; G.Sven et al.,
1969),
numero ATCC CCL-75. La WI-38 è stata usata per la preparazione
dello storico vaccino RA 27/3 contro la rosolia (S.A.Plotkin et
al., 1965).
La seconda linea cellulare umana è la MRC-5 (Medical Research
Council 5) (polmone umano, embrionale) (numero ATCC CCL-171), con
fibroblasti di polmone umano provenienti da un feto maschio di 14
settimane abortito per "motivi psichiatrici" da una donna
ventisettenne nel Regno Unito. La MRC-5 è stata preparata e
sviluppata da J.P.Jacobs nel 1966 (J.P.Jacobs et al., 1970).
Sono state sviluppate altre linee cellulari umane per necessità
farmaceutiche, ma non sono coinvolte nei vaccini attualmente
disponibili.
Oggi i vaccini che sono incriminati poiché usano linee cellulari umane, WI-38 e MRC-5, ottenute da feti abortiti
sono i seguenti:
A) Vaccini attivi contro la rosolia:
- i vaccini monovalenti contro la rosolia Meruvax®
II (Merck) (U.S.A.), Rudivax® (Sanofi Pasteur, Fr.), e
Ervevax® (RA 27/3)(GlaxoSmithKline, Belgio);
- i vaccini combinati MR contro la rosolia e
morbillo, commercializzati con il nome di M-R-VAX®II
(Merck, U.S.A.) e Rudi-Rouvax® (AVP, Francia),
- il vaccino combinato contro rosolia e parotite
commercializzato con il nome di Biavax®II (Merck,
U.S.A.),
- il vaccino combinato MMR (measles, mumps,
rubella) contro morbillo, parotite e rosolia, commercializzato
con il nome di M-M-R® II (Merck, U.S.A.), R.O.R®,
Trimovax® (Sanofi Pasteur, Fr.), e Priorix®
(GlaxoSmithkline, Regno Unito).
B) Altri vaccini, anch'essi preparati usando
linee cellulari umane da feti abortiti:
- due vaccini contro l'epatite A, uno prodotto da
Merck (VAQTA), l'altro da Glaxo SmithKline (HAVRIX), entrambi
preparati usando la MRC-5;
- un vaccino contro la varicella, Varivax®,
prodotto da Merck usando la WI-38 e la MRC-5.
- un vaccino contro la poliomielite, il vaccino con
il virus di polio inattivato Poliovax®
(Aventis-Pasteur, Fr.) usando la MRC-5.
- un vaccino contro la rabbia, Imovax®,
da Aventis-Pasteur, prelevato da cellule umane diploidi infettate, il
ceppo MRC-5;
- un vaccino contro il vaiolo, ACAM 1000, preparato da Acambis usando la MRC-5, ancora in sperimentazione.
Posizione del
problema etico collegato con questi vaccini
Dal punto di vista della prevenzione di malattie virali come la
rosolia, la parotite, il morbillo, la varicella, l'epatite A, è
chiaro che la messa a punto di vaccini efficaci contro tali malattie,
e il loro impiego nella lotta contro queste infezioni fino alla loro
eradicazione, mediante una immunizzazione obbligatoria di tutte le
popolazioni interessate, rappresenta indubbiamente una "pietra
miliare" nella lotta secolare dell'uomo contro le malattie
infettive e contagiose.
Tuttavia, questi stessi vaccini, poiché sono preparati a
partire dai virus raccolti nei tessuti di feti infettati e
volontariamente abortiti, e successivamente attenuati e coltivati
mediante ceppi di cellule umane ugualmente provenienti da aborti
volontari, non mancano di porre importanti problemi etici. L'esigenza
di articolare una riflessione morale sulla questione in esame nasce
prevalentemente dalla connessione esistente tra la preparazione dei
vaccini summenzionati e gli aborti procurati dai quali sono stati
ottenuti i materiali biologici necessari per tale preparazione.
Se una persona respinge ogni forma di aborto volontario di feti
umani, tale persona non sarebbe in contraddizione con se stessa
ammettendo l'uso di questi vaccini di virus vivi attenuati sulla
persona dei propri figli? Non si tratterebbe in questo caso di una
vera (ed illecita) cooperazione al male, anche se questo male si è attuato quaranta anni fa?
Prima di considerare il caso specifico, è necessario
richiamare brevemente i principali assunti dalla dottrina morale
classica circa il problema della cooperazione al male,
problema che sorge ogni qualvolta un agente morale percepisca
l'esistenza di un legame fra i propri atti e un atto cattivo compiuto
da altri.
Il principio della lecita cooperazione al male
La prima distinzione fondamentale è quella tra cooperazione formale e materiale. Si configura una c. formale
quando l'agente morale coopera con l'azione immorale di un altro,
condividendone l'intenzione cattiva. Quando invece l'agente morale
coopera con l'azione immorale di un altro, senza condividerne
l'intenzione cattiva, si configura una c. materiale.
La c. materiale viene ulteriormente distinta in immediata (diretta) e mediata (indiretta), a seconda che si tratti
di cooperare con l'esecuzione dell'atto cattivo in quanto tale,
oppure che si agisca realizzando le condizioni – o fornendo
strumenti o prodotti - che rendono possibile l'effettuazione
dell'atto cattivo. In relazione, poi, alla "distanza" (sia temporale che in termini di connessione materiale) tra
l'atto di cooperazione e l'atto cattivo ad opera altrui, si distingue
una c. prossima e una c. remota. La c. materiale
immediata è sempre prossima, mentre la c.
materiale mediata può essere prossima o remota.
La c. formale è sempre moralmente illecita poiché si tratta di una forma di partecipazione diretta ed intenzionale
all'azione cattiva dell'altro..
La c. materiale talvolta può essere lecita (in base
alle condizioni del "duplice effetto" o "volontario
indiretto"), ma quando si configura come una c. materiale
immediata ad attentati gravi contro la vita umana, essa è
da ritenersi sempre illecita, data la preziosità del valore in
gioco.
Un'ulteriore distinzione della morale classica è quella che
tra cooperazione al male attiva (o positiva) e
cooperazione al male passiva (o negativa), riferendosi
la prima al compimento di un atto di cooperazione ad un'azione
cattiva compiuta da un altro, mentre la seconda all'omissione di un
atto di denuncia o di impedimento di una azione cattiva compiuta da
un altro, nella misura in cui sussisteva il dovere morale di fare ciò
che è stato omesso..
Anche la c. passiva può essere formale o materiale,
immediata o mediata, prossima o remota. Ovviamente, è da
ritenersi illecita ogni c. passiva formale, ma anche la c.
passiva materiale generalmente va evitata, pur se si ammette (da
parte di molti autori) che non c'è l'obbligo rigoroso di
evitarla quando sussistesse un grave incomodo.
Applicazione all'uso dei vaccini preparati con cellule procedenti
da embrioni o feti abortiti volontariamente
Nel caso specifico in esame, tre categorie di persone sono coinvolte
nella cooperazione al male, male che ovviamente è rappresentato dall'atto di aborto volontario compiuto da altri: a)
chi prepara i vaccini mediante ceppi di cellule umane provenienti di
aborti volontari; b) chi partecipa alla commercializzazione di
tali vaccini; c) chi ha la necessità di utilizzarli per
ragioni di salute.
Innanzitutto, va considerata moralmente illecita ogni forma di c.
formale (condivisione dell'intenzione cattiva) all'atto di chi ha
compiuto l'aborto volontario che ha permesso il reperimento dei
tessuti fetali, necessari alla preparazione dei vaccini. Pertanto,
chiunque - indipendentemente dalla categoria di appartenenza – cooperasse in qualche modo, condividendone l'intenzione,
all'effettuazione di un aborto volontario, finalizzato alla
produzione dei vaccini in oggetto, parteciperebbe di fatto alla
medesima malizia morale di chi ha compiuto tale aborto. Una tale
partecipazione si realizzerebbe ugualmente qualora, sempre
condividendo l'intenzione abortiva, ci si limitasse a non denunciare
o contrastare, avendo il dovere morale di farlo, tale azione illecita
(cooperazione formale passiva).
Qualora tale condivisione formale dell'intenzione cattiva di chi ha
compiuto l'aborto non sussista, l'eventuale cooperazione si
configurerebbe come materiale, con le seguenti specificazioni.
Per quanto riguarda la preparazione, distribuzione e
commercializzazione di vaccini realizzati grazie a l'impiego di
materiale biologico la cui origine è collegata a cellule
provenienti da feti volontariamente abortiti, in linea di principio
va detto che tale processo è moralmente illecito, poiché
esso potrebbe contribuire di fatto a incentivare l'effettuazione di
altri aborti volontari, finalizzati alla produzione di tali vaccini.
Tuttavia, va riconosciuto che all'interno della catena di
produzione-distribuzione-commercializzazione, i vari agenti
cooperanti possono avere responsabilità morali differenziate.
Ma c'è un altro aspetto da considerare ed è quello
della cooperazione materiale passiva che si verrebbe a
realizzare da parte dei produttori di questi vaccini, qualora essi
non denunciassero e rifiutassero pubblicamente l'atto cattivo
d'origine (l'aborto volontario), ed insieme non si impegnassero a
ricercare e a promuovere forme alternative, prive di malizia morale,
per la produzione degli stessi vaccini. Una tale cooperazione
materiale passiva, qualora si verificasse, è altrettanto
illecita.
Per quanto concerne chi ha la necessità di utilizzare tali
vaccini per ragioni di salute, va precisato che, esclusa ogni c.
formale, generalmente medici o genitori per i loro bambini che
ricorrono all'uso di tali vaccini, pur conoscendone l'origine
(l'aborto volontario), realizzano una forma di cooperazione
materiale mediata molto remota, e quindi molto debole, rispetto
alla produzione dell’aborto, e una cooperazione materiale
mediata, rispetto alla commercializzazione di cellule procedenti
da aborti, e immediata, rispetto alla commercializzazione dei vaccini
prodotti con tali cellule. La cooperazione è più forte
da parte delle autorità e dei sistemi sanitari nazionali che
accettano l’uso dei vaccini.
Ma in
questa situazione, più emergente è l'aspetto della c.
passiva. Ai fedeli e ai cittadini di retta coscienza (padri
famiglia, medici, ecc.) spetta di opporsi, anche con l’obiezione
di coscienza, ai sempre più diffusi attentati contro la vita e
alla “cultura della morte” che li sostiene. E da questo
punto di vista, l’uso di vaccini la cui produzione è
collegata all’aborto provocato costituisce almeno una
cooperazione materiale passiva mediata remota all’aborto, e una
cooperazione materiale passiva immediata alla loro
commercializzazione. Inoltre, sul piano culturale, l’uso di
tali vaccini contribuisce a creare un consenso sociale generalizzato
all’operato delle industrie farmaceutiche che li producono in
modo immorale.
Pertanto,
i medici e i padri di famiglia hanno il dovere di ricorrere a vaccini
alternativi (se
esistenti), esercitando ogni pressione sulle autorità
politiche e sui sistemi sanitari affinché altri vaccini senza
problemi morali siano disponibili. Essi dovrebbero invocare, se
necessario, l’obiezione di coscienza rispetto all’uso di vaccini prodotti mediante ceppi cellulari
di origine fetale umana abortiva. Ugualmente dovrebbero opporsi con
ogni mezzo (per iscritto, attraverso le diverse associazioni, i mass
media, ecc.) ai vaccini che non hanno ancora alternative senza
problemi morali, facendo pressione affinché vengano preparati
vaccini alternativi non collegati a un aborto di feto umano e
chiedendo un controllo legale rigoroso delle industrie farmaceutiche
produttrici.
Per quanto
riguarda le malattie contro le quali non ci sono ancora vaccini
alternativi, disponibili, eticamente accettabili, è doveroso
astenersi dall'usare questi vaccini solo se ciò può
essere fatto senza far correre dei rischi di salute significativi ai
bambini e, indirettamente, alla popolazione in generale. Ma se questi
fossero esposti a pericoli di salute notevoli, possono essere usati
provvisoriamente anche i vaccini con problemi morali. La ragione
morale è che il dovere di evitare la cooperazione materiale
passiva non obbliga se c’è grave incomodo. In più,
ci troviamo, in tale caso, una ragione proporzionata per
accettare l'uso di questi vaccini in presenza del pericolo di
favorire la diffusione dell'agente patologico, a causa dell'assenza
di vaccinazione dei bambini. Questo è particolarmente vero nel
caso della vaccinazione contro la rosolia.
In ogni caso, permane il dovere morale di continuare a lottare e di
usare ogni mezzo lecito per rendere difficile la vita alle industrie
farmaceutiche che agiscono senza scrupoli etici. Ma il peso di questa
importante battaglia certamente non può e non deve ricadere
sui bambini innocenti e sulla situazione sanitaria
della popolazione – in particolare in quanto riguarda le donne
incinte..
In sintesi, va
riaffermato che:
- esiste il dovere grave
di usare i vaccini alternativi e di invocare l’obiezione di
coscienza riguardo a quelli che hanno problemi morali;
- per quanto riguarda i
vaccini senza alternative, si deve ribadire sia il dovere di lottare
perché ne vengano approntati altri, sia la liceità di
usare i primi nel frattempo nella misura in cui ciò è
necessario per evitare un pericolo grave non soltanto per i propri
bambini ma anche e, forse, soprattuto per le condizioni sanitarie
della popolazione in genere – donne incinte specialmente ;
- la liceità
dell'uso di questi vaccini non va interpretata come una dichiarazione
di liceità della loro produzione, commercializzazione e uso,
ma come una cooperazione materiale passiva e, in senso più debole e remoto, anche attiva, moralmente giustificata come extrema
ratio in ragione del dovere di provvedere al bene dei propri
figli e delle persone che vengono in contato con i figli (donne
incinte);
- tale cooperazione
avviene in un contesto di costrizione morale della coscienza dei
genitori, che sono sottoposti all’alternativa di agire contro
coscienza o mettere in pericolo la salute dei propri figli e della
popolazione in generale. Si tratta di un’alternativa ingiusta
che deve essere eliminata quanto prima.