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Il toccante caso della piccola Charlotte Wyatt, una bambina inglese nata
fortemente prematura (a 26 settimane di gestazione), è emerso nelle
cronache di questi giorni, riportando in primo piano la questione, mai del
tutto risolta, della difficile decisione medica in situazioni cliniche estreme,
tra rifiuto dell'accanimento terapeutico e il rischio di scivolare nell'eutanasia.
La piccola, che oggi ha 11 mesi, secondo quanto riportato dai mass-media
-non è certo possibile un accesso diretto ai dati clinici della bimba-
versa in condizioni cliniche gravissime, senza una ragionevole speranza di
miglioramento, anzi con chiari segnali di ingravescenza. Già per ben
tre volte, i medici curanti hanno dovuto rianimarla in seguito a crisi respiratorie
acute che, con ogni probabilità, si verificheranno ancora.
Purtroppo, all'interno di questa drammatica situazione umana, è sorto
un forte conflitto: da un lato la coscienza deontologica dei medici, inclini
a non intraprendere più manovre rianimatorie in caso di crisi respiratorie
acute della piccola Charlotte, per non cadere in ciò che essi considererebbero
un vero e proprio "accanimento terapeutico"; dall'altro lato, la
decisa volontà dei suoi genitori che vorrebbero al contrario la continuazione
di ogni intervento medico che possa mantenere in vita la loro figlioletta
il più a lungo possibile. Queste due posizioni si sono scontrate duramente,
fino a coinvolgere, proprio per iniziativa dei genitori di Charlotte, l'intervento
dei giudici dell'Alta Corte londinese che, in queste ore, hanno decretato
di dare ragione ai medici, con la motivazione che prolungare artificialmente
la vita di Charlotte, nelle sue condizioni cliniche estremamente compromesse
e senza ragionevole speranza di miglioramento, "non è nel suo
migliore interesse".
Ovviamente, oltre alle discussioni di tipo etico e deontologico, l'intervento
giurisprudenziale volto a determinare in maniera diretta la prassi medica
-in questo come in altri casi clinici conflittuali- non ha mancato di suscitare
ulteriori dibattiti e polemiche.
Cosa dire di tutto ciò? Crediamo sia bene limitarsi a qualche breve
considerazione che prenda soltanto spunto dal caso clinico in questione, per
offrire alcune riflessioni più generali (del resto, sarebbe del tutto
improprio pretendere di analizzare bioeticamente un caso clinico così
complesso, senza conoscerne tutti particolari).
Una prima considerazione riguarda il fatto che non si può dare per
scontata la coincidenza tra le deliberazioni ingiuntive dei giudici di un
tribunale, i doveri deontologici dei medici e le esigenze etiche legate al
trattamento di un certo caso clinico. I criteri del ragionamento etico, infatti,
sono ovviamente più esigenti e completi degli altri due. In altre parole,
ciò che eventualmente i giudici stabiliscono in casi del genere non
corrisponde necessariamente alla soluzione più corretta dal punto di
vista etico. Le norme giuridiche di una stato democratico moderno, infatti,
non possono coprire tutta l'area d'interesse dell'etica. In quest'ottica,
hanno invece un ruolo primario, senz'altro più significativo, i doveri
deontologici e la coscienza personale dei medici curanti, i quali sono innanzitutto
chiamati a stabilire, con la massima competenza e professionalità,
se il trattamento che intendono attuare è realmente "proporzionato",
nella data situazione clinica, agli obiettivi medici prefissati: un intervento
medico privo di efficacia o i cui benefici sono "sproporzionati"
rispetto agli eventuali effetti nocivi, rischi, costi, ecc., che comporta
o alla situazione clinica globale del paziente, sicuramente è un intervento,
in linea di principio, moralmente riprovevole.
Oltre al criterio della proporzionalità, la cui valutazione
è sostanzialmente prerogativa del personale medico, il paziente (se è
in condizioni di farlo) deve valutare, in dialogo con i sanitari, se il trattamento
medico proposto presenti in concreto per lui elementi significativi di straordinarietà,
in termini di sofferenza fisica e/o psicologica, di aggravi umani, economici,
ecc. Se il paziente non è capace di elaborare le proprie libere considerazioni
(come nel caso della piccola Charlotte), sarà un suo legittimo rappresentante
a valutare al posto suo detti elementi.
Poiché è in gioco il sostentamento della vita,
bene intrinseco della persona, in generale occorre affermare che un intervento
medico valutato come proporzionato ed ordinario risulti anche moralmente obbligatorio
sia per il paziente che per i medici. Diversamente, un intervento proporzionato
e straordinario, in linea di principio, lascia al paziente la libera facoltà
di ricorrervi o meno.
Se questo processo valutativo si svolge in un clima di serio
ed approfondito dialogo tra paziente (o chi lo rappresenta legittimamente) e
i medici che lo curano, più facilmente e con buona probabilità
sarà possibile individuare il trattamento che meglio garantisce la promozione
del bene integrale del paziente, nella data situazione clinica. Talvolta si
tratterà di intraprendere una terapia, altre volte di astenersi dal farlo.
Si cadrebbe invece in un grave e pericoloso equivoco qualora
i medici pretendessero di oltrepassare la loro "competenza" tecnica
e facessero scivolare la loro valutazione dal piano della proporzionalità
medica a quello del giudizio di valore sulla vita stessa del paziente, nella
sua globalità: una cosa è affermare che l'impiego di un trattamento,
per quel paziente e in quella situazione clinica, è medicalmente sproporzionato
(secondo i criteri prima esposti) e quindi astenersi dal suo impiego, altro
è affermare che, pur essendo proporzionato alla patologia da curare,
un intervento medico non va impiegato perché le cui condizioni di vita
o di salute del paziente sono considerate di "bassa qualità",
a tal punto da giudicare quella vita "diminuita" nel suo valore e
nella sua dignità. Un tale giudizio sarebbe assolutamente arbitrario
ed arrogante e, perciò, moralmente inaccettabile.
Senza pretendere di dare giudizi definitivi su ciò
che non si conosce nei dettagli, perciò si può affermare che,
nel caso della piccola Charlotte, se i medici hanno ritenuto di non dover più
procedere alla sua rianimazione, valutando in scienza coscienza un tale intervento
come "medicalmente sproporzionato" nella data situazione clinica,
essi hanno agito in maniera moralmente corretta; se il loro giudizio, invece,
si è basato sulla valutazione di ciò che non compete loro, vale
a dire del valore e della dignità che la vita di questa piccola bimba
può rivelare ai loro occhi, allora essi hanno commesso una grave errore
etico.
Non crediamo invece che si possa sostenere come criterio unico
e decisivo sul da farsi medico la volontà dei genitori; nel caso in questione,
infatti, essi lottano strenuamente perché sia messo in atto ogni tentativo
per mantenere in vita la figlioletta il più a lungo possibile, ma cosa
avremmo detto qualora la loro decisione fosse stata opposta? La vita di ciascuna
persona deve essere riconosciuta e sostenuta nel suo valore "oggettivo",
non in dipendenza del riconoscimento altrui, neanche quando si trattasse dell'atteggiamento
ricco d'amore e di affetto di due genitori nei confronti della loro figlioletta.
(Pubblicato su "L'Osservatore Romano" di Lunedì-Martedì
11-12 ottobre 2004, p. 9)