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ELIO SGRECCIA
 

VOTAZIONE PREOCCUPANTE ALL'ASSEMBLEA PARLAMENTARE DEL CONSIGLIO D'EUROPA

14 OTTOBRE 2004

 
Documento senza titolo

 

1. Il fatto

 

In data 5 ottobre l'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa ha votato due documenti: la Risoluzione n.1399 (2004) e la Raccomandazione n. 1675 (2004). Entrambi i documenti hanno per oggetto la "Strategia europea per la promozione della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi". I due documenti, dunque, sono fra loro collegati e la Raccomandazione contiene in forma breve dei suggerimenti applicativi rispetto alla conoscenza e trasmissione della Risoluzione che rimane il testo più importante e gravemente problematico.

Bisogna anzitutto rilevare il fatto che sui 313 componenti dell'Assemblea Parlamentare erano presenti al voto finale 62 parlamentari che si sono così espressi: per la Risoluzione i favorevoli sono stati 45, i contrari 12, gli astenuti 5; per quanto riguarda la Raccomandazione (presenti, 61), i favorevoli sono stati 48, i contrari 11 e gli astenuti 2.

La domanda che viene spontanea è la seguente: può essere ritenuta valida una tale espressione di voto? Ritengo che da un punto di democrazia sostanziale si debba rispondere di no, ma paradossalmente dal punto di vista del regolamento dell'Assemblea -sulla cui correttezza peraltro esistono dubbi da tempo- le cose sono messe in maniera tale per cui risulta legale l'Assemblea e valida la votazione, benché al di sotto del minimo legale. Ciò perché il regolamento prevede che il quorum necessario per avere una votazione valida è di un terzo dei componenti (104), ma la richiesta di verifica del numero legale può essere fatta solo se tale richiesta ottiene l'adesione di un sesto degli aventi diritto al voto e cioè 52 parlamentari; e perciò tutte le sedute nelle quali i presenti votanti in favore della verifica siano in numero inferiore a 52, non sono passibili di verifica e perciò sono valide (art. 40 e 41 del Regolamento).

In questa situazione paradossale è caduta la votazione del 5 ottobre. Tale esito risulta ancor più degno di ulteriori considerazioni a motivo del tasso così elevato delle assenze, incomprensibili di fronte ai temi dirompenti posti alla discussione.

C'è ancora da osservare in via preliminare, per i lettori che hanno minore consuetudine con gli organismi e i linguaggi giuridici delle istituzioni europee che sia la Risoluzione sia la Raccomandazione non hanno un automatico carattere legislativo. Secondo lo Statuto dell'Assemblea Parlamentare una Risoluzione "esprime una decisione dell'Assemblea su una questione di fondo, la cui attuazione appartiene alla sua competenza oppure un punto di vista che impegna soltanto la sua responsabilità". Detto in lingua francese ufficiale: "une decision de l'Assemblée sur une question de fond dont la mise en ouvre relève de sa competence, ou un point de vue qui n'engage que sa responsabilité". (art. 23.1.6). A proposito della Raccomandazione si dice che una "Raccomandazione consiste in una proposta dell'Assemblea, indirizzata al Comitato dei Ministri, la cui messa in opera esula dalla competenza dell'Assemblea, ma spetta ai governi (art. 23, 1a) nel testo originale francese: ..."une proposition addressée au Conseil de Ministres dont la mise en ouvre echappe à la competence de l'Assemblée mais relève des gouvernements".

Nel nostro caso la Risoluzione è accompagnata dalla Raccomandazione ed è logico dedurre che la messa in opera spetterà eventualmente ai Governi e dovrà prima ancora essere esaminata dal Comitato dei Ministri. Ci sono dunque dei passaggi prima che un pensiero del genere diventi operativo e in questi passaggi, come è auspicabile, possono intervenire delle integrazioni o degli emendamenti.

Ma non per questo i due Documenti debbono lasciarci indifferenti, perché sono un segnale di una mentalità e di un programma che a partire dalla Conferenza Mondiale del Cairo e di Pechino e soprattutto dai conseguenti "programmi di azione", sempre più carichi di insistenza nel senso della liberalizzazione, mirano ad imporre una cultura ed una linea di legislazione contrarie al vero significato dei diritti dell'uomo e perfino contrarie al riconoscimento del diritto alla vita.

E' necessario perciò che ci soffermiamo su alcune questioni di contenuto della Risoluzione.

 

2. I contenuti della Risoluzione

 

I punti caldi di questa Risoluzione sono espressi con un linguaggio che nasconde equivoci e che va letto alla luce dei documenti del genere a partire dalle Assemblee Mondiali del Cairo e di Pechino.

I primi due articoli affermano che il diritto alla protezione della salute acquisito nella Carta Europea e inteso nel significato dato dalla OMS (cioè pieno benessere fisico psicologico e sociale), implica anche il diritto alla salute sessuale e riproduttiva. Su questa espressione, ormai, sono stati fatti circolare diversi documenti provenienti dalle famose conferenze del Cairo e di Pechino, (la Dichiarazione di Ottawa del 2003, il Manuale sulla salute riproduttiva per i Rifugiati, pubblicato dall'alto Commissariato della n. 18 [199]), dai quali l'art. 2 della Risoluzione, con linguaggio tutto da decriptare, desume che "il diritto alla salute sessuale e riproduttiva implica la facoltà di stabilire una relazione intera soddisfacente e sicura , libera da coercizioni o violenze e senza che si debba temere malattie sessualmente trasmesse (MST) ivi compresi il SIDA o le gravidanze indesiderate. Gli individui e le coppie dovrebbero essere poste in grado di regolare la loro fecondità senza conseguenze negative e pericolose".

In questa descrizione della salute riproduttiva, a parte l'accenno alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse (per cui tuttavia non è detto attraverso quale metodologia), non si ritrovano elementi in positivo (come potrebbe essere lo studio di tutte quelle cause che possono pregiudicare la fertilità, che vengono correlate all'ambiente, alle abitudini di vita, a comportamenti sbagliati; aspetti tutti che possono qualificare la espressione "salute riproduttiva"), mentre si esplicitano delle istanze che non hanno a che fare con la salute, ma implicano, fra l'altro, l'aborto.

A parte l'intento di liberare la sessualità da ogni preoccupazione e timore sulle conseguenze della liberalizzazione, idea che fa parte della utopia del "pieno benessere " proposto dalla OMS e dalla ideologia radicale, bisogna sapere che la espressione "reguler la fertilité", "fertility regulation", come è stato ben chiarito durante i lavori del Cairo, comprende oltre la contraccezione anche l'aborto (regolazione prima e dopo i rapporti sessuali) e l'altra espressione, che vuole escludere le "conseguenze negative o pericolose" dell'atto coniugale, comprende -per comprovata esegesi di questi documenti- il ricorso al c.d. "aborto sicuro", che sarebbe l'aborto legalizzato richiesto come rimedio all'aborto clandestino che potrebbe risultare pericoloso.

Questa mescolanza di elementi potenzialmente positivi o auspicabili, con riferimenti a cose e a fatti che nulla hanno a che fare con la salute, ma piuttosto esaltano l'edonismo, che è causa spesso di comportamenti rischiosi e, peggio ancora, insinuano il diritto all'aborto, ha fatto sì che questa espressione, "salute riproduttiva", sia diventata ambigua e, come tale, l'uso diviene inaffidabile o inaccettabile come l'uso di monete falsificate.

Dunque, senza dirlo esplicitamente, si vuole affermare il diritto all'aborto come esigenza interna al diritto alla protezione della salute sancito dalla Carta europea dei diritti sociali.

Per questo motivo riteniamo che questa Risoluzione sia da leggere con la dovuta preoccupazione.

Gli articoli che seguono mirano tutti a riprendere i testi dei documenti del Cairo e di Pechino, Ottawa e della stessa Assemblea Parlamentare (Risoluzione 1394 [2004] sulle responsabilità degli uomini e dei giovani in particolare in tema di salute riproduttiva) per intronizzare, forzando sempre di più il linguaggio e la portata dei termini, un implicito "diritto all'aborto".

L'argomento viene rinforzato negli articoli 7-8-9 con la citazione di legislazioni "très elevées", già adottate da numerosi Stati membri in tema di promozione della salute riproduttiva e con il richiamo delle situazioni negative che permangono in molti Stati, come quelli dell'Europa dell'Est, dove tali normative vengono a mancare e così pure mancano i c.d. "servizi" che le sostengono!

Nella Raccomandazione, costituita da un solo articolo, al n. II si esorta a concepire una strategia europea globale per la promozione della salute e dei diritti in tema di sessualità e procreazione.

Se una tale esortazione fosse chiaramente rivolta a rispondere a delle urgenze vere e a mete auspicabili in tema di salute in generale riferiti alla prevenzione delle cause di infertilità, alla prevenzione delle infezioni, alla cura della salute della madre e del bambino concepito, come certi Stati hanno fatto e fanno, non avremmo nulla da ridire, anzi avremmo il dovere di approvare, ma mescolare alcune di queste istanze con cose tutt'altro che prive di ambiguità e negatività morale, come la diffusione di ogni tipo di contraccezione (compresi gli intercettivi e contragestativi) e lo stesso aborto, per promuovere il tutto a livello di diritti dell'uomo , risulta una manovra da denunciare esplicitamente.

 

3. L'oblio del diritto alla vita o la metamorfosi dei Ŧdiritti dell'uomo»

 

Ma la pena che si prova nel leggere questi documenti consiste nel dover constatare che si evita, con ogni acribia e acume linguistico, di parlare di diritto alla vita, un diritto che si vuole evidentemente scotomizzare, così come scompaiono i termini maternità-paternità, famiglia e matrimonio, e scompare anche il richiamo alle responsabilità dei comportamenti nell'ambito della sessualità.

In questa strada assistiamo, ed è questa la ultima non lieve osservazione che ci sentiamo di fare, al fatto che i diritti dell'uomo non sono più sentiti come radicati nella appartenenza degli individui al genere umano, e quindi come diritti propri dell'uomo in quanto essere umano, ma semplicemente sarebbero il frutto della "esigenza", della scelta o degli interessi di benessere degli adulti. Il passaggio da una concezione reale (ontologica) dell'essere umano al soggettivismo filosofico e relativismo morale basato sui consensi, rappresenta una metamorfosi e un rovesciamento del concetto dei diritti dell'uomo.

E' venuto il tempo di riprendere daccapo il discorso sui diritti dell'uomo, liberandoli dall'inquinamento del soggettivismo, dell'eugenismo, e del contrattualismo, che provocano l'abbandono dei più deboli e indifesi fra gli esseri umani.

Per questo motivo è necessario prendere posizione ogni qual volta, anche in documenti non decisivi, si tenta di far passare mutazioni sostanziali nel linguaggio e nella stessa concezione dei diritti dell'uomo.

L'impegno dei cattolici e di quanti hanno a cuore una verità sull'uomo e un primato dei diritti fondamentali dell'uomo, -e primo fra questi il diritto alla vita- è diventato di estrema urgenza ed ogni assenteismo o acquiescienza potrebbero essere domani pagati a caro prezzo.

 

(Pubblicato su "L'Osservatore Romano" di Giovedì 14 ottobre 2004, p. 8)