Documento senza titolo
Negli ultimi giorni, attraverso le agenzie di stampa, è
stata diffusa la notizia di alcuni esperimenti - condotti dalla dottoressa Hung-Ching
Liu e dai sui collaboratori presso il Center for Reproductive Medicine and Infertility
del Weill Medical College (Cornell University, New York) - che avrebbero mostrato
la possibilità ed il percorso investigativo e biotecnologico per giungere,
entro alcuni anni di ricerca biologica e clinica, allo sviluppo di un "utero
artificiale" capace di accogliere e sostenere lo sviluppo di un embrione
umano dallo stadio di blastocisti sino alla viabilità fetale (capacità
di sopravvivenza extrauterina). Scopo di questi studi sperimentali -secondo
quanto dichiarato dalla ricercatrice al domenicale britannico The Observer
-è quello di consentire la procreazione attraverso una gestazione ectobiotica
(o ectogenesi) anche a donne affette da gravi patologie uterine che impediscono
l'insorgenza della gravidanza. E' la situazione, per esempio, delle pazienti
con agenesie e ipoplasie mülleriane, sottoposte ad isterectomia conservativa
delle ovaie o che presentano un aborto spontaneo ricorrente. Attualmente, nei
casi citati ed in altri di severa insufficienza nidatoria o gestazionale, la
donna può divenire madre solo attraverso l'adozione o la "maternità
sostitutiva".
Gli studi in corso, divulgati al pubblico solo ora, non sono
una novità per gli addetti ai lavori e per chi conosce la letteratura
primaria pertinente. La circostanza prossima che ha portato alla loro notificazione
è rappresentata dal convegno promosso dal dipartimento di filosofia della
Oklahoma State University, che si volgerà i1 22-23 febbraio p.v. a Tulsa
(Oklahoma, Usa) sotto il provocatorio titolo "The End of Natural Motherhood?"
("La fine della maternità naturale?"). Il "nuovo dilemma
etico" affrontata nel simposio, come anticipato dagli organizzatori, sarà
precisamente la tecnologia dell'ectogenesi e le sue applicazioni nel campo della
procreazione umana. In realtà, alcune episodiche sperimentazioni volte
a far crescere un embrione umano al di fuori del corpo della madre oltre il
quinto-sesto giorno dalla fertilizzazione (quando, di norma, esso può
continuare a svilupparsi solo se trasferito in utero) erano già state
condotte negli ultimi dieci anni, anche in Italia.Ma vennero presto sospese
sia per l'insufficienza dei risultati ottenuti sia per le reazioni di scetticismo
e disapprovazione che tali esperimenti avevano suscitato nel mondo accademico
e clinico.
Accanto a questi tentativi di ectogenesi totale, non sono mancate
ricerche volte ad ottenere nell'animale di laboratorio una gestazione ectobiotica
parziale. La più conosciuta è quella condotta alla Jutendo University
di Tokio, dove alcuni feti di cavia sono stati asportati dall'utero e trasferiti
in incubatori riempiti con liquido amniotico. La dottoressa Liu e la sua équipe
alla Cornell Universiry da alcuni anni sono impegnati nello studio dei fattori
citochimici dell'impianto, nella co-coltura in vitro di tessuto endometriale
e connettivo, e nella coltura di embrioni umani precoci su tessuto endometriale
autologo di origine bioptica, prelevato da donne che avevano sofferto di insufficienza
nidatoria nel corso dei cicli di trasferimento in utero a seguito di fecondazione
artificiale. I loro principali lavori sono apparsi, negli ultimi quattro anni,
sulle riviste di settore Fertility and Sterility, Journa/ of Assisted Reproduction
and Genetics, e American Journal of Reproductive lmmunology.
La comunicazione più recente, con i risultati che hanno
consentito la realizzazione dell'esperimento di impianto di una blastocisti
umana in un endometrio ectopico in vitro, è stata presentata al 57th
Annual Meeting della American Society for Reproductive Medicine, tenutosi a
Orlando (Florida) dal 20 al 25 ottobre 2001. Nella sessione pomeridiana del
22 ottobre (abstract 0-59) la ricercatrice taiwanese ha riportato l' esito dei
propri studi di ingegneria tessutale delle cellule endometriali umane mediante
un polimero biodegradabile di supporto. Circa duecentomila cellule endometriali
(stromali e ghiandolari) sono state seminate in una matrice extracellulare copolimerica
porosa costituita da collageno (il più diffuso componente proteico del
corpo umano) e condroitina-6-solfato (un mucopolisaccaride attualmente impiegato
per fabbricare la c.d. "pelle artificiale" che viene utilizzata in
alcuni casi di trattamento delle ustioni). La coltura della matrice per alcune
settimane in presenza nel mezzo di coltura di insulina, di un estrogeno (estradiolo)
e di un progestinico (6-metil-17-idrossi-progesterone) ha consentito la fissazione
e la crescita di un tessuto tridimensionale di tipo endometriale avente uno
spessore simile a quello rinvenibile in vivo e dotato delle strutture di tipo
ghiandolare che ricordano quelle che si sviluppano nella fase proliferativa
e secretiva del ciclo uterino, e che sono necessarie per nutrire l' embrione
impiantato sino alla formazione di una placenta emocoriale. Sin qui le premesse
metodologiche del tentativo compiuto dai ricercatori della Cornell University.
Il resto attende di essere conosciuto nella sua completa documentazione scientifica,
ma è già stato parzialmente rivelato in modoinformale dalla dottoressa
Liu. Alcuni embrioni umani allo stadio di blastocisti (ca. 5 giorni di vita),
ottenuti da fecondazione in vitro, sono stati fatti aderire al tessuto artificiale
di tipo endometriale ehanno iniziato il processo di annidamento. Il loro sviluppo
è rimasto sotto osservazione per sei giorni, terminati i quali l'esperimento
è stato volontariamente interrotto. Il team di ricercatori, considerato
il successo iniziale, sembra intenzionato a far proseguire lo sviluppo ectogenetico
embrionale almeno fino al quattordicesimo giorno, termine ultimo consentito
dalla vigente legislazione statunitense in materia di procreazione artificiale
umana.
Anche a prescindere dalle restrizioni imposte dalla legge (nei
paesi ove essa è in vigore), il progetto di una ectogenesi totale non
appare di facile realizzazione. Con il secondo mese di sviluppo non sono più
le cellule endometriali a fornire il nutrimento necessario all'embrione, ma
subentra in tale ruolo -decisivo per lo sviluppo del concepito - un organo embrionale-materno,
chiamato placenta, che raggiunge il suo pieno ruolo funzionale (nutritivo, respiratorio,
escretorio ed endocrino) con la fine del primo trimestre di gravidanza. Già
prima di allora, tuttavia, le sostante nutritive e l'ossigeno vengono diffuse
dal sangue materno a quello fetale attraverso la barriera ematoplacentare, ed
i metaboliti di scarto prodotti dal feto passano nella direzione opposta. La
disponibilità di un tessuto endometriale artificiale rappresenta la condizione
necessaria ma non sufficiente per sostenere lo sviluppo completo dell'embrione
e del feto in vitro. Se e come le indispensabili funzioni placentari potranno
essere vicariate attraverso una connessione vascolare extracorporea rimane,
allo stato attuale dell'arte, una domanda senza risposta attendibile. Ciò
non di meno, la prospettiva ectogenetica evocata da questi esperimenti, condotti
senza ritegno su embrioni umani vivi e distrutti dopo sei giorni di osservazione,
rimane inquietante e solleva numerosi e gravi interrogativi antropologici, etici,
sociali e giuridici
* * *
Per meglio comprendere le implicazioni antropologiche ed etiche
di questo nuovo capitolo della storia della procreazione artificiale, che si
apre con la prospettiva di una gestazione ectobiotica, può risultare
utile riprendere alcune affermazioni discusse in taluni circoli medici e della
ricerca biotecnologica che hanno trovato eco in un recente passato anche presso
alcuni settori della pubblica opinione e della stampa. Esse rappresentano, al
presente, solo l'opinione di pochi e forse il progetto operativo di nessuno
tra essi. Ma le idee pericolose non devono essere mai trascurate, anche quando
appaiono così irragionevoli da sembrare indegne di essere prese in esame.
La clonazione umana, prospettata all'indomani di quella della pecora Dolly,
costituisce un esempio istruttivo di come un denigrato sogno che aveva turbato
le coscienze di tutti e generato un coro di sdegnate proteste in ogni parte
del mondo sia in breve tempo divenuto una realtà in alcuni laboratori,
sotto il pretesto di un contributo alla ricerca sulle cellule staminali autologhe
per la terapia degli innesti di tessuto.
Ben al di là degli scopi enunciati dagli studiosi della
Cornell Universiry, che prevedono di riservare la possibile applicazione della
ectogenesi totale (autologa od eterologa) ai soli casi di infertilità
da fattore uterino - assai ristretti., presenti in ca. l'1,1% delle coppie che
ricorrono alla fecondazione artificiale negli Stati Uniti (rilevazione del Center
for Disease Control and Prevention per l'anno 1999) - vi è chi vede nella
gestazione ectobiotica una "metodo alternativo per la riproduzione umana
del futuro", che potrà sostituire quella naturale (endobiotica)
"in un numero sempre crescente di circostanze della vita della donna, quali
la malattia cronica, la professione o l'impegno sociale e politico". Senza
considerare, sottolineano altri, che "la gravidanza naturale, nonostante
i progressi dell'ostetricia, porta sempre con sé il rischio di un insuccesso,
consuma tempo ed energia, e può provocare sofferenza alla madre prima,
durante e dopo il parto". Non mancano neppure coloro che leggono le ricerche
sulla ectogenesi in una prospettiva eugenetica, complementare ed integrabile
con quella aperta dalla selezione dei gameti e dalla diagnosi pre-impianto.
Infine è da registrare la voce - per la verità assai solitaria
- di chi allude alla evenienza di una "paternità indipendente dalla
maternità", volta a soddisfare il desiderio di un figlio da parte
di soli uomini mediante il ricorso a donazione di ovociti e ad ectogenesi totale
eterologa.
Ad un prima considerazione di natura antropologica, le istanze
avanzate in favore della gestazione ectobiotica, come - nel loro complesso -
quelle riguardanti l'impiego delle biotecnologie riproduttive in vitro destinate
a "mettere in braccio" un figlio ad una coppia sterile, tradiscono
una concezione dell'actus humanus che ne disconosce la fondamentale distinzione
dal mero actus hominis. La riduzione del primo al secondo risulta negatrice
della singolare dignità della persona umana nell'universo dei viventi
e istituisce come unico referente della progettualità scientifica e della
prassi clinica lo scopo, elimina così il senso dall'orizzonte della critica
alle scelte operate in campo biotecnologico. Se lo scopo biologico della gestazione
nella donna è indubbiamente quello di consentire lo sviluppo e la nascita
di un nuovo membro della specie Homo sapiens, il senso della gravidanza umana
si inscrive in quello della procreazione di un soggetto personale, e dunque
nell'ordine razionale secondo il quale l'uomo e la donna sono chiamati dal Creatore
ad offrire i propri corpi, nella communio personarum sponsale, per la generazione,
lo sviluppo e l'accoglienza della vita di un figlio. In tale offerta corporale,
indisgiungibile da quella spirituale, trova il suo senso pieno e sublime - e
dunque il suo valore inalienabile, in sé e per sé - ogni atto
procreativo, inclusa la gestazione che ne costituisce la perfezione somatica
finale. «Scopo e senso - afferma Romano Guardini - sono i due modi di
presentarsi del fatto che una cosa esistente ha fondato diritto di essere quella
che è. Dal punto di vista dello scopo una cosa si inserisce in un ordine
che va oltre di essa; nei riguardi del senso essa sta a sé e riposa in
se stessa» (Vom Geist der Liturgie, Freiburg i. Br., 1909; tr. it.: Lo
spirito della liturgia, Brescia, 19302, p. 118). Un uso strumentale della gravidanza,
quale quello che si compie attraverso la maternità surrogata o l'ectogenesi,
priva di qualità e di consistenza morale la decisione procreativa personale
della donna e dell'uomo, fondata sul reciproco dono di sé attuato nel
matrimonio. L 'essere che si sviluppa nell'utero e che lo abbandonerà
attraverso il parto non è un semplice individuo biologico di una specie
di mammiferi, ma è esso stesso persona singolare, unica ed irripetibile,
costituita ad immagine e somiglianza di Dio (cf. Gn 1,26). Allo sbocciare di
questa nuova vita umana personale la donna partecipa in modo del tutto particolare
attraverso il suo corpo ed il suo spirito, perché la maternità
è legata alla natura costitutiva dell'essere donna nella sua unitotalità
corporeo-spirituale (corpore et anima unus) e come tale la fa «partecipare
al grande mistero dell'eterno generare». (Giovanni Paolo II, Mulieris
Dignitatem, 21 ).
In questa prospettiva, il punto di vista ultimo e decisivo
non può essere quello "tecnologico" della efficienza e della
efficacia, bensì quello propriamente antropologico che dispone alla comprensione
di eventi di carattere intenzionale. Nel già citato saggio, Guardini
avverte il rischio di valutare la generazione degli esseri viventi in termini
meramente quantitativi: «L 'intera natura potrebbe essere piena di esseri,
la cui riproduzione potrebbe essere ottenuta in una maniera assai più
rapida ed economica. La sconfinata applicazione del finalismo alla natura non
rimane per nulla immune da contestazioni» (Lo spirito della liturgia,
p. 116). A maggior forza questo è vero per la generazione umana: essendo
definiti da una relazione di natura personale che trova nell'imago Dei la propria
eziologia, il generare e l'essere generati si sottraggono all'economia del "fare"
e dell' "essere fatti" che caratterizza il mondo degli oggetti per
collocarsi propriamente nella sfera dell' "accogliere" e dell' "essere
accolti" che denota il mondo dei soggetti. Il grembo verginale di Maria,
che accolse la caro Verbi e la diede alla luce, è, in quest'ordine, il
prototipo di ogni gestazione e suggerisce, in modo unico e irripetibile, il
senso di quella singolarissima unità nella distinzione che caratterizza
ogni relazione materno-fetale: «Quella "pienezza di grazia",
concessa alla Vergine di Nazareth in vista del suo divenire Theotòkos,
significa allo stesso tempo la pienezza della perfezione di "ciò
che è caratteristico della donna", di "ciò che è
femminile". Ci troviamo qui ad un punto culminante, all'archetipo della
personale dignità della donna» (Mulieris Dignitatem, 5) .
«L' ipotesi o il progetto di costruzione di uteri artificiali»,
unitamente alla «maternità sostitutiva» e alla «gestazione
di embrioni umani in uteri di animali», è da considerarsi moralmente
illecito (Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Donum Vitae,
I, 6 e II, 3). La valutazione morale di tali progetti o pratiche ostetriche
discende dalla antropologia della procreazione sopra considerata, essendo questi
procedimenti «contrari alla dignità di essere umano propria dell'embrione»
(Donum Vitae I, 6) nonché lesivi del diritto naturale di ogni uomo ad
essere concepito e a svilupparsi in una relazione personale corporeo-spirituale
con la madre nell'ambito della unione coniugale di un uomo e di una donna. La
mancanza di idoneità fisica o psichica alla gestazione naturale - pur
rappresentando «una sofferenza che tutti debbono comprendere ed attentamente
valutare» (Donum Vitae, II, 8) - non pone in essere un vero e proprio
diritto a ricorrere alla maternità sostitutiva o alla ectogenesi, essendo
entrambe una violazione grave del rispetto dovuto alla dignità sia dell'embrione
in quanto essere umano in fase di sviluppo sia della donna in quanto madre.
Tale giudizio negativo si estende anche alla fase sperimentale della gestazione
ectobiotica, con la circostanza aggravante della inevitabile distruzione di
embrioni umani che la ricerca in questo campo, irta di difficoltà biologiche
e tecniche, comporta. Così elevata è la posta in gioco, che «ogni
ricerca., anche se limitata alla semplice osservazione dell'embrione, diventerebbe
illecita qualora, per i metodi impiegati o gli effetti indotti, implicasse un
rischio per l'integrità fisica o la vita dell'embrione» (Donum
Vitae, I,4). Infine, se la pratica dell'ectogenesi - un giorno eventualmente
introdotta nel novero delle procedure realizzabili in sicurezza per l'embrione
- venisse estesa anche ai casi non propriamente patologici, una ulteriore accelerazione,
prevedibile, ineluttabile e gravissima, sarebbe impressa al processo sociale
di medicalizzazione della procreazione, estendendo arbitrariamente il campo
dell'intervento ostetrico dal monitoraggio e dalla terapia delle gravidanze
a rischio ad una sostituzione della stessa gestazione naturale con un processo
strumentale artificioso. Alla cultura del dono e dell'accoglienza della vita
si sostituirebbe così quella della operatività iatrotecnica e
della prestazione biotecnologica.
(pubblicato su L'Osservatore Romano, Sabato 16 febbraio
2002, p. 4)